Sui mercati il bastone punirà la follia. Ma serve più di un governicchio coi transfughi. Modesta proposta che forse resterà fantasia.
In poche ore, ieri, a Silvio Berlusconi e alla sua cerchia ristretta di consiglieri all’arma bianca è apparso chiaro cioò che forse avevano sottovalutato, nel reciproco darsi coraggio per aprire questa illogicissima crisi. E’ bastata una rapida sfogliata alla stampa internazionale, ieri mattina, perché la cerchia del ri-fondatore di Foza Italia scoprisse quale cifra di comprensione internazionale fosse destinata al diktat di ritirare i ministri Pdl dal governo Letta: ze-ro!
Dal Financial Times allo Spiegel a New York Times, i commenti erano unanimi: l’Italia politica è pazza, s’inventa un’altra crisi, che durerà mesi prima di un voto comunque destinato con l’attuale legge elettorale a non risolver nulla, proprio al primo appuntamento con le leggi di stabilità nazionali da sottoporre all’esame preventivo di Bruxelles.
Ecco perché, prima ancora che Enrico Letta salisse al Quirinale per concordare calendario e iniziative della crisi, Berlusconi già provava a correggere il tiro. Nessun passo indietro su crisi ed elezioni presto, diceva una sua nota, ma certo che Pdl voterebbe a favore di un decreto che abrogasse l’IVA senza alzar altre tasse, e di una legge di stabilita’ con il taglio al cuneo fiscale da tanto tempo atteso dalle imprese.
E’ stato un piccolo ma insieme rilevante segnale, di come forse gioverebbe a Berlusconi il contatto con ministri e dirigenti Pdl con qualche esperienza di mercati, invece che di tecniche e sostanze esplosive. La riapertura dei mercati finanziari, stamane, è ovviamenteuna rumba. Com’era purtroppo da attendersi, il differenziale italiano sui titoli pubblici decennali tedeschi si lascia alle spalle quello dei bonos spagnoli che già nelle settimane ultime avevamo agganciato, bruciando i 100 punti quasi di vantaggio accumulati grazie al governo Monti e all’avvio del governo Letta. Ed è da mettere in conto un prossimo abbassamento del giudizio sulla solvibilità pubblica italiana da parte delle agenzie di rating, il che significa altri interessi in più da pagare nelle prossime aste pubbliche (ammontano a circa una quarantina di miliardi di euro, le emissioni previste dal Tesoro entro fine anno).
Dopodiché l’effetto a catena non si ferma al settore pubblico. Perché un downgrading sovrano comporta a catena un abbassamento del rating per le banche italiane quotate, che hanno 400 miliardi di titoli pubblici in pancia. Con metà degli istituti di credito quotati attualmente a uno o due gradini dal perdere il giudizio di investment grade, significherebbe per loro ulteriori aumenti di costo della provvista di liquidità, e per imprese e famiglie una ulteriore restrizione di credito, oltre a quella già massiccia in corso.
Se pensiamo poi alle vicende in corso nei grandi gruppi italiani, incertezze e caos aumenterebbero – non bastasse la pulsione statalista avvampata in quest’ultima settimana – per il cambio di controllo ormai avviato a Telecom Italia, e in corso di discussione in Alitalia. Sarebbe ancor più esposta la terza banca italiana, MPS, chiamata da Bruxelles a restituire prima i Monti bonds, a rafforzare ulterormente il capitale, e a tagliare sportelli e compensi dei manager. Le controllate di Ansaldo, Bredia, Energia e Sts, perderebbero ancora una volta il treno della cessione annunciata da un anno e mezzo ai mercati: avete sicuramente visto infatti come ieri sera Enrico Letta abbia indicato per la prima volta la soluzione Fintecna-Cdp, accontentandop sindacati e Pd.
Se torniamo alla finanza pubblica, non solo l’aumento dell’IVA al 22% da domani, martedì, non è più rinviabile, ma la copertura dell’abrogazione della seconda rata dell’IMU prima casa è da considerare assai incerta, rispetto alle emergenze rappresentate dalla nuova rata di copertura entro fine anno degli ammortizzatori sociali ed esodati.
Quand’anche si scalasse in questo modo – traumatico, visto che su IVA e IMU la polemica del PDL salirebbe alle stelle – entro la soglia dei 10 miliardi la necessità di coperture sin qui previste intorno ai 15-16 miliardi per le misure urgenti entro fine anno e per la legge di stablità, la conclusione da trarne dovrebbe essere quella di sperare assolutamente in un governo di scopo, invece di elezioni subito. Un governo con voti raccolti in Parlamento, al solo doppo fine di modificare la legge elettorale, e di varare la legge di stabilità entro i parametri europei, senza sfidare l’avvento della troika commissariale -Ue, Bce e Fondo Monetario – la cui morsa sin qui l’Italia era riuscita ad evitare. E che a me personalmente inizia a sembrare quasi preferibile all’incapacità italiana di avviare riforme serie, viosto che aismao a due anni esatti dalla’arcifamosa lettera della BCE che travolse Tremonti-Berlusconi.
In ogni caso, prima delle urne, la legge di stabilità dovrebbe essere considerata una priorità essenziale per chiunque abbia a cuore l’Italia. Non si tratta infatti meramente di varare per il 2014 una finanziaria che ci faccia restare sotto il 3% di deficit, tanto per tener buona l’Europa. Occorre invece almeno un piccolo ma chiaro passo per invertire il segno della politica sin qui seguita. Ieri il professor Ugo Arrigo sul blog dell’Istituto Bruno Leoni ha rifatto i conti dell’ultimo biennio, dimostrando come lo sfondamento del deficit pubblico si deve al mix tutto-tasse sin qui seguito. Anche di fronte a una spesa primaria che scende – sia pur di un soffio- a quota 724 miliardi nel 2013, le entrate totali si fermano a 759 miliardi invece degli 806 previsti, e i 47 miliardi che mancano dipendono dai 70 miliardi di PIL andati in fumo nella recessione, con il 4,1% di crescita perduta tra 2012 e 2013
E’ per questo che servono tagli veri, a copertura di 8, 10 o meglio ancora 12 miliardi di meno IRAP e più detrazioni all’IRPEF dei redditi più bassi da lavoro. Una priorità che dovrebbe lasciare indietro ogni altra considerazione, di decadenza, leadership e aleatorie vittorie alle urne. Se solo prevalesse un minimo di ragionevolezza, invece di farci considerare dei paria agli occhi del mondo.
Un’ultima considerazione, questa volta tutta politica e da puro osservatore. L’occasione per la nascita di una forza liberaldemocratica non berlusconiana c’è tutta, questa volta. Non è più una rottura personale, come quella del 2010 tra Fini e Berlusconi. E’ sulla pretesa di esser sopra le leggi e sull’estremismo della cerchia a cui berlusconi dà retta, la rottura. un estremismo che taglia fuori Gianni Letta come l’intera cerchia delle ragionanti figure storiche alla testa delle aziende del Cavaliere, da Confalonieri e Doris. Tutte personalità che a Berlusconi hanno detto di evitare show down come quello in corso. Per evitare la nascita di un governicchio compra-transfughi al Senato, spetterebbe a Monti una scelta rapida: aprire le porte a tutti coloro che non si riconoscono più nella linea Berlusconi, mettersi alle spalle polemiche e rigidità personali, e negoziare con Pd e Quirinale un governo politico basato su legge di stabilità con intervento di svolta sul cuneo fiscale, riforma elettorale, e intestazione dei referendum radicali sulla giustizia. Certo, Berlusconi e i suoi sparerebbero a palla incatenate. Ma senza regalar troppo tempo al rodeo ammazza-dissidenti che inevitabilmente si scatenerebbe, si aprirebbe una partita per una forza post-berlusconiana capace di sfidare davvero il condannato nel suo campo. Fantasie, forse. Ma vent’anni dovrebbero pur aver insegnato qualcosa.











