18
Giu
2018

Concessioni demaniali marittime: la Corte Costituzionale boccia nuovamente le Regioni—di Francesco Bruno

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Francesco Bruno.

Con l’avvicinarsi della stagione balneare, tiene regolarmente banco l’annosa questione relativa alle concessioni demaniali marittime, di cui ci siamo occupati – in maniera più esaustiva – in un briefing pubblicato da IBL poco più di un anno fa.

Mentre la politica non riesce a risolvere la questione pluriennale (il disegno di legge delega di riordino è subito naufragato dopo l’approvazione alla Camera), la materia continua ad impegnare notevolmente la Corte Costituzionale, questa volta alle prese con una Legge della Regione Abruzzo, impugnata dal precedente Governo.

Si tratta della Legge della Regione Abruzzo 27 aprile 2017, n. 30, della quale il Governo Gentiloni ha impugnato l’Articolo 3, comma 3, il quale recita:

Nell’esercizio delle proprie funzioni i Comuni garantiscono che il rilascio di nuove concessioni avvenga senza pregiudizio del legittimo affidamento degli imprenditori balneari titolari di concessioni rilasciate anteriormente al 31 dicembre 2009.

La Corte Costituzionale, con sentenza n. 118/2018 ha accolto il ricorso, dichiarando l’illegittimità costituzionale del citato comma, per violazione dell’art. 117, secondo comma, lettera e), della Costituzione.

Il ragionamento giuridico della Consulta si inserisce nel solco della giurisprudenza costituzionale (sempre più nutrita). Nonostante la legislazione nazionale abbia conferito delle competenze alle Regioni e agli Enti locali, scrive la Corte che

(…) i criteri e le modalità di affidamento delle concessioni su beni del demanio marittimo devono essere stabiliti nell’osservanza dei principi della libera concorrenza e della libertà di stabilimento, previsti dalla normativa comunitaria e nazionale (…).

Ovviamente, lasciando ai Comuni la possibilità di garantire le concessioni rilasciate entro il 2009, si minerebbe la tutela della concorrenza e della parità di trattamento dei nuovi aspiranti concessionari. E la tutela della concorrenza rientra nelle materie di competenza statale esclusiva.

Ma i ricorsi continuano a proliferare. A gennaio 2018 il Governo ne ha depositato un altro, contro parte di una legge della Regione Liguria che prevede, all’articolo 2 comma 2, che

Alle concessioni di beni demaniali marittimi  con  finalità turistico  ricreative,  ad  uso  pesca,  acquacoltura   e   attività produttive ad essa connesse, e sportive, nonché quelle  destinate  a approdi e  punti  di  ormeggio  dedicati  alla  nautica  da  diporto, attualmente vigenti, è riconosciuta l’estensione della durata  della concessione di trenta anni dalla data di entrata in vigore della presente legge.

E al comma 4 si prevede che

La durata della nuova concessione demaniale marittima (…) non può essere inferiore a venti anni e superiore a trenta anni.  

Non è difficile prevedere che anche in questo caso la Corte si pronuncerà per l’illegittimità costituzionale dei suddetti commi, ma non si può proseguire in tal senso. Già nella passata legislatura si sarebbe dovuto intervenire, ma è mancato il coraggio politico di farlo.

Gli Enti locali sono grossomodo schierati con le associazioni degli stabilimenti balneari e la nuova maggioranza politica ha sempre fatto registrare una posizione ostile nei confronti della cosiddetta Direttiva Bolkestein. Nel Contratto di Governo, su cui si basa l’attuale maggioranza politica, si legge – nel capitolo dedicato all’Unione europa – «Ci impegneremo infine nel superamento degli effetti pregiudizievoli per gli interessi nazionali derivanti dalla direttiva Bolkenstein».

A facilitargli il compito potrebbero essere state le parole di Frits Bolkestein in persona, secondo il quale la Direttiva che porta il suo nome non dovrebbe applicarsi alle concessioni balneari, che sarebbero “beni e non servizi. Queste parole hanno portato l’Europarlamentare leghista Angelo Ciocca a formulare un’interrogazione alla Commissione europea, con il quesito «Può riferire in modo inequivocabile se la direttiva Bolkestein è applicabile o meno alle concessioni balneari?»

L’attuale clima politico potrebbe produrre un riordino normativo – con legge statale – avente l’obiettivo di cristallizzare le concessioni attualmente vigenti, con il rischio di una riapertura di una procedura d’infrazione europea (che di questi tempi verrebbe accolta come una medaglia al merito).

Un modo di procedere che farà piacere alle associazioni di categoria, ma che continuerà a procrastinare un equivoco curioso, già espresso nel precedente lavoro succitato:

(…) si rivendica in via di principio una nozione pubblicistica delle spiagge e del loro uso, ma nella realtà si consente un meccanismo che ricorda molto più quello della locazione commerciale o – vista la durata richiesta degli operatori – dell’usufrutto.

Un equivoco che allontana ulteriormente il settore dai principi della libera concorrenza, a discapito degli interessi delle imprese (sia dei nuovi aspiranti concessionari sia degli attuali, che potrebbero puntare ad un allargamento delle loro attività), del territorio e dei turisti balneari. 

17
Giu
2018

Le politiche culturali del governo giallo-verde

Il programma di governo M5S-Lega sulla cultura è straordinariamente vago, e cerca di tenere insieme qualsiasi posizione e punto di vista. Anche nell’intervista rilasciata dal ministro Bonisoli al Corriere della Sera non si avanzano particolari proposte di riforma del settore. Nonostante l’atteggiamento prudente, è possibile comunque capire quali siano gli orientamenti del neo-ministro.

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13
Giu
2018

Osservatorio Economia Digitale – Il salario (dei riders) come variabile indipendente? La lezione di Lama a Milena Gabanelli

Il ritorno del salario come variabile indipendente? Fu Luciano Lama, in una celeberrima intervista del 1978, ad archiviare tale bislacca teoria. Quarant’anni dopo, essa viene riesumata da Milena Gabanelli, in un articolo a quattro mani con Rita Querzè, a proposito della vicenda dei rider, i fattorini che lavorano per le piattaforme online. La tesi è molto semplice: tali lavoratori ricevono compensi ridicoli, non godono di alcuna tutela, e vanno pertanto assoggettati al medesimo trattamento riservato, per esempio, agli addetti della logistica, a cui spetta un minimo contrattuale pari a circa 7 euro netti.

Non è la prima volta che Gabanelli interviene sull’economia digitale (per esempio qui), e non è l’unica a interessarsene (tra gli altri, l’immancabile Massimo Gramellini). Anche politicamente, i rider sono diventati un soggetto “ingombrante”: li ha incontrati Luigi Di Maio appena insediatosi al Ministero del Lavoro e dello Sviluppo economico, li ha cercati Maurizio Martina nel disperato tentativo di ricuperare un’iniziativa politica. La Cgil ne ha patrocinato uno sciopero, a cui peraltro essi non hanno partecipato.

Tutte queste iniziative, però, si sono finora scontrate su un muretto e su un muro. Il muretto è quello delle norme vigenti: il Tribunale di Torino ha recentemente respinto un ricorso di alcuni rider ritenendone la condizione più simile a quella dei lavoratori autonomi che ai lavoratori subordinati. Poco male, si dirà: si tratta di una prima sentenza che, per quanto importante, potrebbe essere ribaltata in altre circostanze, e che molti hanno criticato anche con argomenti persuasivi (Michele Faioli) mentre altri ne hanno tratto spunto per invocare un adeguamento della disciplina vigente (Pietro Ichino).

Dietro il muretto delle norme c’è, però, il muro dei numeri: e, se quelli forniti da Gabanelli e Querzè sono corretti, lasciano poco spazio all’immaginazione. Le due giornaliste ricostruiscono il salario orario dei fattorini in servizio con diverse piattaforme. I risultati sono riportati nell’infografica seguente.

 

Ora, anche a uno sguardo distratto si può osservare che – sebbene la remunerazione dipenda spesso dal numero di consegne – essa verosimilmente non si discosta molto dai 7 euro netti della logistica, su base oraria. E anzi, nel caso di rider particolarmente intraprendenti, molto probabilmente li supera, senza neppure tener conto delle mance che quasi tutti lasciano (in contanti o tramite app) al momento della consegna.

La seconda osservazione è che, mentre il lavoratore della logistica tipicamente svolge mansioni che lo impegnano continuativamente, il fattorino delle piattaforme pedala solo quando viene chiamato e comunque se e solo se ritiene di accettare la consegna. E’ questa, peraltro, una delle ragioni per cui il giudice di Torino ne ha qualificato le attività come lavoro autonomo. In ogni caso, è evidente che il rider non ha vinto la lotteria del “posto fisso”, ma approfitta di una possibilità a disposizione di chi si trova momentaneamente disoccupato o comunque sotto-occupato e in tal modo integra il proprio salario (il Corriere stesso parla di “gig economy”, o “economia del lavoretto”). Nulla di nuovo sotto il sole, per carità: l’unica differenza col passato è che il fattorino di venti o trent’anni fa, non potendo contare sull’intermediazione di una piattaforma, molto probabilmente lavorava di meno e soprattutto lo faceva in nero, con tutele ancora inferiori.

La terza osservazione è proprio sulle stime di Gabanelli e Querzè, che ipotizzano di ordinare una cena del costo di 30 euro (più mancia, speriamo). Di questi, 21 vanno in tasca al ristoratore, 5 alla piattaforma (di cui 4 a copertura dei costi), e 4 al fattorino (corrispondenti a 3,6 netti). In altre parole, il fattorino intasca il 13,3 per cento dell’intero esborso, una cifra pari all’80 per cento dei ricavi della piattaforma e, in termini netti, 3,6 volte l’utile ante-imposte della app. E’ difficile – secondo un criterio spannometrico di equità – giudicare ingiusta questa ripartizione. Ma sarebbe ancor più difficile giustificare la sostenibilità economica di un business in cui i costi del servizio (la consegna) già equivalgono a circa la metà del valore del bene consegnato (il pasto). Sarebbe davvero una brutta sorpresa se, anziché avere un lavoretto a 4 euro a consegna, il rider si trovasse disoccupato a 7 euro.

Forse conviene richiamarsi ancora una volta alle sagge e dimenticate parole di Lama: l’idea del salario come variabile indipendente, al pari del profitto come variabile indipendente, è “una sciocchezza, perché in un’economia aperta le variabili sono tutte dipendenti una dall’altra”.

12
Giu
2018

Il mestiere del potere—di Alessandro Cocco

Se non sei al tavolo, sei sul menù.
Questo è il leit motiv del libro. E fa molto pensare, specie ad un lettore liberale, che viva questi tempi incerti con giustificabile senso di impotenza.
Ma il taccuino del lobbista, che non è una seduta di psicanalisi, parla d’altro, pertanto non indugiamo oltre…
Edito da Laterza, il libro di Alberto Cattaneo (Il mestiere del potere. Dal taccuino di un lobbista) è una lettura rapida e interessante, che ha il pregio di riuscire a raggiungere alcuni obiettivi differenti in maniera semplice, lineare e mai verbosa. Leggi tutto
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