Considerazioni su “Il momento straussiano” di Peter Thiel
Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Carlo Altini uscito oggi su Lisander
Il problema è noto e inflazionato: la crisi della democrazia rappresentativa nell’età globale. Ovvero: riuscirà l’Occidente liberale a mantenere un equilibrio tra ragione e potenza, tra efficacia politica e valori filosofici? Dall’11 settembre 2001 – la data simbolica che segna la fine dell’illusione condensata nella formula “fine della storia” elaborata da Francis Fukuyama per designare l’epoca successiva al crollo del blocco sovietico – migliaia di saggi hanno cercato di confrontarsi con questo problema dai punti di vista più disparati. Non diversamente si propone di fare Peter Thiel fin dal 2005 (la data di prima pubblicazione del suo saggio in un volume collettaneo), ma con strumenti originali dovuti sia alla sua formazione accademica, sia alla sua professione di imprenditore tech. Una premessa è necessaria: inutile – e senza senso – sarebbe cercare nei suoi testi un’aderenza storica, filosofica, politica e filologica agli autori citati e utilizzati (Vladimir Solov’ev, Carl Schmitt, Leo Strauss, René Girard). Thiel non insegna in un’aula universitaria e non ha alcun interesse a proporsi quale interprete di testi filosofici raffinati e difficili. Pertanto, riflessioni che utilizzino l’argomento del “fraintendimento” non colgono il bersaglio, cioè lo scopo di Thiel, che è politico-strategico e per il quale egli utilizza del tutto liberamente (e in modo contraddittorio, come vedremo a breve) i suoi autori di riferimento.




















