31
Ott
2019

Cile – Cronaca di un prezzo aumentato

di Carlos Di Bonifacio Leon

I fatti

Lo scorso 6 di ottobre è aumentato il prezzo del biglietto della metropolitana di Santiago del Cile. Da 800 pesos chilenos della vecchia tariffa agli 830 della attuale, anche se esistono prezzi diversi a seconda delle fasce d’utenza. Poco tempo dopo l’annuncio, infatti, hanno avuto inizio le cosiddette evasiones (cioè la pratica di entrare in metropolitana senza pagare il biglietto, scavalcando i tornelli), che sono state avviate e promosse principalmente da studenti, sia universitari che delle scuole medie, per protestare contro l’incremento del prezzo dei titoli di viaggio. Col passare dei giorni, dall’11 ottobre in poi, l’evasione si è estesa a tutti gli utenti della metropolitana, cessando di essere una pratica messa in atto esclusivamente dagli studenti. Quello che era iniziato come un boicottaggio si è velocemente trasformato una serie di scontri violenti tra i manifestanti e le forze dell’ordine sulle banchine, provocando, come prevedibile, la distruzione di parte delle infrastrutture: stazioni e vagoni bruciati, tornelli distrutti e personale aggredito. Secondo le stime iniziali, i danni dei primi giorni ammontano a 500 milioni di pesos (cerca 700.000 $). Il sindacato dei lavoratori della metro il 18 ottobre ha disposto l’interruzione del servizio a causa delle continue aggressioni ai danni degli impiegati dell’azienda a tutti i livelli. Le manifestazioni si sono poi estese al di fuori della metropolitana fin nelle strade: il traffico è stato bloccato, negozi e vetrine sono stati saccheggiati. Le strade chiuse e i danni alla proprietà pubblica sono all’ordine del giorno. La città è paralizzata: i negozianti hanno abbassato le saracinesche per paura di essere presi di mira, le vie principali della città sono interrotte, l’aeroporto fermo e fiumi di persone che si sono ritrovate, a causa degli attacchi e della chiusura della metropolitana, a dover raggiungere il proprio luogo di lavoro a piedi. Secondo il presidente della compagnia che gestisce la metropolitana, i danni stimati fino al 23 ottobre, sono pari a 300 milioni di dollari e le stazioni danneggiate sono 78.

Era necessario aumentare il prezzo?

La metropolitana della capitale cilena, con le sue 9 linee, 6 attive e 3 in costruzione, e i suoi 140 km di estensione, ha trasportato circa 2 milioni di persone nel 2018. Queste caratteristiche rendono la metropolitana di Santiago del Chile il terzo sistema di trasporto più usato dell’America Latina (dopo le metropolitane di San Paolo, Brasile e Città del Messico, in Messico) e il secondo della stessa regione, in termini di estensione e numero di fermate. È evidente che i costi di funzionamento e mantenimento sono proporzionali alle dimensioni del sistema e alla quantità di utenti serviti.

Secondo i dati della Metro S.A. (azienda controllata dallo stato cileno), il gestore del trasporto pubblico opera con un bilancio in deficit. Nel 2017 l’azienda ha registrato perdite per 14.601 milioni di pesos chilenos, che però risultano essere poca cosa in confronto a quelle rilevate nel 2018, pari a 175.724 milioni di pesos. Chiaramente, dal momento che si tratta di un’azienda sostanzialmente di proprietà dello Stato, ciò fa sì che si sopperisca alle sue perdite attraverso il bilancio pubblico. Tuttavia, sebbene la situazione finanziaria dell’azienda avrebbe potuto giustificare un aumento dei prezzi, non sono state le sue perdite a determinarlo ma, bensì, una decisione del Panel de Expertos del Transporte Publico (PETP). Questo organo tecnico, che agisce in maniera indipendente e autonoma rispetto agli altri poteri ed istituzioni dello Stato, è deputato dalla legge alla definizione dei prezzi finali del servizio in base a motivazioni oggettive, ed ogni tre mesi valuta il prezzo finale del biglietto e le sue oscillazioni in base a due macro criteri: il primo segue i prezzi di riferimento (prezzo del combustibile, costo del lavoro, indice dei prezzi al consumo, costo di lubrificanti e pneumatici, tasso di cambio tra dollaro ed euro nonché l’indice dei prezzi all’importazione dei prodotti industriali), il secondo prevede un margine dedicato alle spese straordinarie, da coprire, eventualmente, attraverso un aumento del prezzo del servizio al consumatore.

Avere a disposizione delle informazioni corrette sui meccanismi di funzionamento dell’azienda e sui relativi dati (che ci apprestiamo a fornire) risulta indispensabile sia a chiarire certe idee che a confutare alcuni argomenti. Dal momento che la metropolitana è di proprietà dello Stato, i prezzi non sono fissati con l’intenzione di ricavare profitti o, peggio ancora, di sfruttare gli utenti ma, al contrario, il gestore della metropolitana si sobbarca deficit enormi proprio per provare a rendere il servizio agevole mantenendo i prezzi dei biglietti inferiori rispetto a quanto gli sarebbe necessario per coprire i suoi costi di funzionamento. Il prezzo, come abbiamo visto, non è fissato dall’Esecutivo Nazionale ma da un organismo tecnico e autonomo, che ne determina i minimi non in modo aleatorio, ma basandosi, come abbiamo visto, su variabili economiche esterne. L’aumento del prezzo, quindi, corrisponde ad un tentativo di bilanciare tra l’aumento dei costi di funzionamento ed il mantenimento degli standard qualitativi del servizio, ma al contempo risponde anche alla volontà dell’azienda di continuare a percepire il sussidio pubblico.

Un altro modo per scongiurare ulteriori aumenti nel prezzo dei biglietti, per quanto poco auspicabile, potrebbe consistere nell’aumentare i sussidi al trasporto pubblico fino al punto da coprire anche l’aumento dei costi variabili. Tuttavia, ciò avvierebbe la qualità del servizio verso un inevitabile declino che, come nel caso della metropolitana di Caracas, Venezuela, verrebbe scontato in ultima istanza dagli stessi cittadini, i quali non solo dovrebbero sostenerlo attraverso le proprie tasse, ma sarebbero inoltre costretti ad usufruire di un servizio meno efficiente.

Un cileno in metro

Un cileno che vive nella capitale, e che usa la metropolitana almeno 50 volte al mese (andata e ritorno per 20 giorni lavorativi, più altri 10 per diverso motivo), paga per essa una quantità equivalente al 13,7 per cento dello stipendio minimo, che si aggira intorno ai 300.000 pesos chilenos (circa 420 dollari). In Cile, però, solo il 18,1 per cento della popolazione arriva a guadagnare tali cifre, e nonostante si tratti del secondo più alto della regione, tale percentuale si riflette nel rapporto tra spesa per trasporto pubblico e stipendio minimo più alto dell’America Latina, seguito a breve distanza solo da Medellin, Colombia, che registra un rapporto del 12,64 per cento.

Tuttavia, sarebbe sbagliato pensare che la percentuale sia dovuta alla volontà dell’azienda di sfruttare i cittadini cileni, dal momento che non bisogna dimenticare che la metropolitana opera effettivamente in deficit. Il prezzo, come è stato detto prima, corrisponde al bisogno di conciliare costi, sussidi e qualità, e l’armonizzazione di questi tre aspetti porta come risultato un costo che equivale al valore del 13,7 per cento che abbiamo citato poc’anzi. Si devono prendere in considerazione anche le dimensioni della metropolitana e la quantità di passeggeri, proprio perché questi due fattori influiscono direttamente sui costi. Per esempio, a San Paolo, dove si trova la prima rete metropolitana del Sudamerica per estensione e numero di fermate, il costo del trasporto pubblico, applicando gli stessi parametri utilizzati per analizzare quello relativo a Santiago del Cile, equivarrebbe a circa il 15 per cento dello stipendio minimo brasiliano. Tuttavia, in Brasile, la legge prevede che, qualora la percentuale di tale rapporto fosse superiore al 6 per cento, la differenza debba essere coperta dall’azienda in cui il lavoratore è impiegato.

Bisogna inoltre considerare che non tutti i passeggeri sono soggetti alle stesse tariffe. Ci sono infatti diversi tipi di biglietto, il cui prezzo varia a seconda della propria categoria d’appartenenza. I più agevolati sono gli studenti (nonché i primi ad aver protestato e manifestato) e gli anziani, che pagano una cifra circa 4 volte inferiore al prezzo del biglietto standard (230 pesos contro gli 830 del prezzo pieno). I bambini possono viaggiare gratuitamente, mentre coloro che non rientrano in nessuna categoria speciale pagano il biglietto standard, il cui prezzo varia in base agli orari di utilizzo del servizio. Anche tra le 06:00 e le 07:00 del mattino, cioè l’ora di punta in cui si mobilizza la gran parte dei lavoratori della città, i prezzi sono comunque inferiori rispetto alla tariffa standard.

Per concludere, quello di cui stiamo discutendo è lungi dall’essere il primo aumento che si registra nei prezzi del trasporto pubblico cileno: negli ultimi 12 anni ci sono stati infatti 21 aumenti, dovuti alle oscillazioni relative alle variabili utilizzate dal PETP nelle sue valutazioni.

La politica ha tante regole (…ma non quella del pareggio di bilancio)

“There ain’t no such thing as a free lunch” diceva un vecchio e famoso economista americano. Le cose, se si vuole che funzionino bene, si devono pagare. È una regola che si dimentica spesso quando si discute del servizio pubblico, e ancora di più quando si parla, come in questo caso, dei trasporti. Ciononostante, far quadrare i conti sembra essere una questione di poca importanza agli occhi della politica. Teoricamente, si dovrebbe avere sempre certezza di chi dovrà pagare, quanto e quando, ma per molti politici la risposta non è “pagherò”, bensì pagheranno: i prossimi, quando arriveranno al posto nostro.

È per questo motivo che la politica non si cura di far quadrare i conti: mentre un’azienda deve affrontare i numeri per sopravvivere, i politici possono rimandare nel tempo il ripianamento di qualsiasi debito o, almeno, sono convinti di poterlo fare. I numeri non sono importanti, possono persino essere alterati se l’obbiettivo è il benessere collettivo nell’immediato, o l’acquisizione del consenso, sia elettorale che dell’opinione pubblica.

Purtroppo, i buchi in bilancio non si risolvono né nascondendoli sotto il tappeto, né alterandone le cifre. Come direbbe il nostro economista americano, alla fine il conto dovrà essere pagato. Una metropolitana che non si paga oggi è una metropolitana che non funzionerà domani, come i sussidi di oggi sono le tasse di domani, e il debito di oggi è la crisi di domani.

Le proteste in Cile, scoppiate a causa dell’aumento del prezzo del biglietto, hanno preso una direzione nuova: adesso si protesta per cambiare un modello che è considerato ingiusto e disuguale. L’obbiettivo di questo articolo non è quello di giudicare se tale modello lo sia o meno, ma di evidenziare come la critica e il malcontento verso di esso cerchino una risposta e una soluzione nell’intervento statale. Se il prezzo della metropolitana sembra alto, è perché lo Stato non lo sussidia abbastanza, se c’è disuguaglianza, è perché lo Stato non distribuisce bene la ricchezza. Se non si guadagna a sufficienza, è perché il governo non ha disposto aumenti salariali. Nel mondo reale non esiste uno Stato in grado di renderci più ricchi: non può farlo né attraverso le imprese pubbliche, né attraverso i sussidi, né attraverso un qualsivoglia decreto. È sufficiente dare un’occhiata al barrio latino-americano per rendersene conto. Forse, per trovare una soluzione, si dovrebbe fare rotta verso la direzione opposta.

16
Ott
2019

Web tax: il prezzo è giusto?

In un’antica freddura cara ai cultori del diritto, un uomo entra in una libreria di Londra per acquistare una copia della costituzione francese, salvo sentirsi rispondere dall’affranto libraio: «sono desolato, non vendiamo periodici». Il motto di spirito torna alla mente – si parva licet – a proposito della famigerata web tax, ormai giunta alla sua sesta o settima iterazione da quando, nel 2013, affiorò per la prima volta nel dibattito pubblico italiano: e il tutto, si badi, senza neppure entrare in vigore.

L’ultima versione licenziata, «salvo intese», dal Consiglio dei ministri ricalca quella contenuta nella finanziaria 2019, ma poi accantonata per la mancata promulgazione dei richiesti decreti attuativi: l’imposta si applicherà ai soggetti con un fatturato complessivo di almeno 750 milioni di euro, di cui almeno 5,5 generati dalla prestazione di servizi digitali in Italia, e introdurrà un prelievo del 3 per cento sui ricavi derivanti, in particolare, dalla pubblicità online, dall’intermediazione delle piattaforme che abilitano la fornitura di beni e servizi, dalla trasmissione dei dati raccolti dagli utenti. Con una differenza pratica significativa: il meccanismo applicativo sarà quello dell’autodichiarazione.

Nelle intenzioni dell’esecutivo, quest’escamotage dovrebbe prevenire nuove paralisi e mettere al sicuro il gettito atteso dalla misura. E detto che sulle critiche sostanziali al nuovo balzello ci siamo espressi ripetutamente – da ultimo in un paper pubblicato da Epicenter nello scorso mese di giugno – vale forse la pena di dedicare qualche cenno proprio ai 600 milioni di euro l’anno che l’erario dovrebbe ricavarne, secondo le previsioni dei proponenti (somma poi lievitata a 708 milioni nella relazione tecnica al decreto fiscale collegato alla manovra). A titolo di confronto, la Francia – il cui mercato digitale vale quasi il doppio di quello italiano – stima d’incassare da un provvedimento analogo circa 500 milioni l’anno.

Ma anche una previsione di 250 milioni, a ben vedere, apparirebbe eccessivamente ottimistica – o pessimistica, secondo il rispettivo punto di vista. Come detto, l’imposta colpisce alcune specifiche categorie di servizi digitali – fuoriescono dal suo ambito d’applicazione, per esempio, l’ecommerce diretto, la fornitura di contenuti digitali, i servizi di comunicazione e quelli di pagamento. Inoltre, bisogna considerare che le soglie dimensionali previste limitano il numero dei soggetti sottoposti al prelievo. Queste esclusioni limitano ulteriormente i possibili benefici della web tax per l’erario.

Per quanto riguarda la pubblicità online, gli ultimi dati Agcom disponibili (riferiti al 2018) quantificano il fatturato complessivo del comparto in 2,7 miliardi di euro. L’imposta colpirà prevalentemente due sole aziende, Google e Facebook, che insieme valgono i due terzi del mercato. A fronte di un’aliquota del 3 per cento, parliamo di un gettito di circa 54 milioni. Ma ipotizziamo pure che tutti i ricavi pubblicitari siano riferibili a soggetti che ricadono nell’ambito di applicazione della web tax: il conto salirebbe a 81 milioni.

Più complesso stimare il gettito generato dai servizi di intermediazione. Secondo i dati dell’Osservatorio eCommerce B2C del Politecnico di Milano, il commercio elettronico in Italia vale circa 31 miliardi di euro: ma da questa somma vanno escluse le vendite dirette (tanto quelle delle piattaforme, quanto quelle degli store proprietari), nonché, nuovamente, gli introiti degli operatori che non raggiungono la soglia minima di 750 milioni di fatturato globale. Stimando – per eccesso – in 15 miliardi, pressappoco la metà del totale, la quota oggetto d’intermediazione; e nel 10 per cento la commissione media applicata dalle piattaforme, otteniamo una base imponibile di 1,5 miliardi, pari a un gettito atteso di 45 milioni.

Sommando le prime due tipologie di servizi, quindi, raggiungiamo un totale di 100-125 milioni. Mancherebbe la terza, quella della trasmissione dei dati degli utenti: si tratta, però, di una categoria di portata marginale nell’attuale contesto di mercato – il fatto che non siano disponibili dati precisi in materia è di per sé indicativo – tanto più se limitiamo il campo agli attori con almeno 750 milioni di fatturato.

Come detto, non pago di una stima di gettito già palesemente esorbitante, il governo ha ritoccato l’aspettativa iniziale da 600 a 708 milioni, argomentando che il mercato della pubblicità online è cresciuto in media del 18 per cento annuo negli ultimi tre anni – poco importa che la pubblicità online sia solo una parte della base imponibile dell’imposta e che non necessariamente le prestazioni del passato possono fornire indicazioni affidabili sul futuro. Accettiamo, per amor d’argomento, anche questa stipulazione: una quantificazione realistica del gettito dell’imposta, dunque, si attesterebbe tra i 120 e i 145 milioni – nella migliore delle ipotesi, un quinto degli oltre 700 milioni su cui il governo avrebbe messo gli occhi. Risorse che, per essere chiari, sono poste a copertura di nuova spesa – ma non c’è da temere: la differenza, come al solito, la scuciranno i contribuenti.

7
Ott
2019

I dazi USA e la WTO

di Dario Ciccarelli

I dazi USA ci dicono che il mercato è ormai globale e che la sua disciplina non viene dall’Unione Europea ma dalla World Trade Organization

Perché gli USA impongono dazi aggiuntivi su prodotti italiani nonostante l’Italia non sia coinvolta in Airbus? Dunque esistono norme internazionali sugli aiuti alle imprese a cui anche l’Unione Europea deve sottostare? Perché l’Unione Europea non si adegua agli ordini dei giudici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio? Per l’Italia le norme del mercato vengono dall’UE oppure dall’Organizzazione Mondiale del Commercio?

Le domande che alcuni cominciano a porsi in questi giorni, dopo aver appreso dei dazi USA su alcuni prodotti italiani, dovetti pormele subito, l’1 luglio 2003, appena arrivai a Ginevra, chiamato a ricoprire l’incarico di esperto commerciale della Rappresentanza Permanente d’Italia presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Chi rappresenta la nazione italiana all’Organizzazione Mondiale del Commercio? Dovetti presto domandarmi una volta assunto l’incarico a Ginevra. Io? Oppure l’esponente della Commissione Europea? Chi vota per il popolo italiano all’Organizzazione Mondiale del Commercio? Io? Oppure il funzionario della Commissione Europea? Quando nel Trattato dell’Organizzazione Mondiale del Commercio sono presenti le parole “Member”, “nation”, “country”, esse vanno riferite all’Unione Europea oppure all’Italia?

Ero arrivato a Ginevra pieno di certezze sulla “centralità” dell’Unione Europea. Giorno dopo giorno, documento dopo documento, riunione dopo riunione, sentenza dopo sentenza, quelle certezze venivano però messe in crisi. Ogni momento, ogni tratto, ogni passaggio della vita dell’Organizzazione Mondiale del Commercio faceva emergere che il mercato globale si fondava sul diritto internazionale. Le Organizzazioni Internazionali e il diritto internazionale si fondano sulle nazioni: questa realtà, che dopo un po’ mi sarebbe parsa del tutto ovvia, inizialmente faticava a penetrare nelle mie logiche.

Sedevo ai tavoli avendo davanti a me la targhetta “Italia” e percepivo lo stipendio di rappresentante diplomatico italiano. Al tempo stesso, agli stessi tavoli sedeva l’esponente della Commissione Europea. Il diritto vive di certezze e l’Organizzazione Mondiale del Commercio si caratterizza perché ha la funzione di assicurare il dominio del diritto nei comportamenti sui mercati. Di più: è a questo scopo che l’Organizzazione Mondiale del Commercio è stata istituita. Il primato del diritto comporta che nessuno deve chiedere alcun permesso all’Organizzazione Mondiale del Commercio: si guarda alle regole e a Ginevra non c’è alcuna tecnostruttura che, commissariando l’intelligenza o la responsabilità delle persone, di tali regole sia unico custode. In gergo, si dice che l’Organizzazione Mondiale del Commercio è un’Organizzazione “member-driven”: del suo corretto funzionamento, sono cioè responsabili, insieme, tutte le comunità nazionali (Università, imprese, consumatori, media, Pubbliche Amministrazioni, etc.). Se uno Stato si sente ingiustamente danneggiato dalla condotta di un altro Membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, esso, se ne è capace, si rivolge ai giudici OMC per ottenere giustizia.

Compresi presto che dovevo mettere da parte i miei schemi, tutti incentrati sull’ormai defunto mercato europeo, e che dovevo osservare ed analizzare laicamente, con la lente del diritto, l’Organizzazione entro la quale, come rappresentante dell’Italia, ero chiamato ad operare nella mia qualità di impiegato pubblico, “al servizio esclusivo della nazione” italiana (art. 97 Cost.).

A Ginevra partecipavo sistematicamente alle riunioni del Dispute Settlement Body dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Il Dispute Settlement System (sistema di risoluzione delle controversie) è certamente la parte più importante dell’Organizzazione Mondiale del Commercio perché provvede ad incidere concretamente sulle condotte illegittime che sono poste in essere dai Membri OMC. E’ grazie al Dispute Settlement System che il mercato globale è effettivamente disciplinato dal diritto internazionale. E’ il Dispute Settlement System che tutela gli uomini e le donne di tutto il mondo rispetto alle pratiche scorrette. Il Dispute Settlement System è il pilastro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio e di tutto il diritto internazionale. ‹‹Gli Stati sono quasi 200, le organizzazioni internazionali 2.000 … Nell’ultimo quarto di secolo l’ordine giuridico globale ha fatto passi da gigante, per cui il diritto gioca in esso un ruolo determinante … Al centro del sistema vi è il WTO. Attraverso il commercio, questo finisce per regolare – o, meglio, finisce per prestare la sua forza regolatoria – ad autorità diverse, per l’applicazione di regole che riguardano i settori più disparati, dall’ambiente all’agricoltura, alla fauna, alla salute, alla sicurezza alimentare›› (Sabino Cassese, Oltre lo Stato, 2006, ed. Laterza).

Se uno Stato membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio viola le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio gli uffici dello Stato ingiustamente danneggiato, se lo Stato in questione è efficacemente organizzato su questi temi, analizzano il caso, costruiscono un dossier e azionano un contenzioso presso il Dispute Settlement System dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. I giudici del Dispute Settlement System, dal canto loro, rilevano l’irregolarità, ove sussistente, e, se lo Stato che ha violato le norme non si adegua, quello ingiustamente danneggiato può chiedere l’autorizzazione ad adottare misure di ritorsione “adeguate” (adeguate nella misura, nel quando, nella durata, nell’impatto). I dazi USA sul parmigiano italiano sono il risultato di questo tipo di procedimenti.

“Anche l’autorizzazione all’adozione di ritorsioni “unilaterali” è, come già accennato, un momento di alta civiltà: la pronuncia del collegio arbitrale rende infatti anche le contromisure – unilaterali solo nell’esecuzione materiale (ciò che d’altronde è in linea con l’assenza, già commentata, di una polizia mondiale del commercio) – parte essenziale di un gioco che resta comune. Si deve anzi aggiungere che quelle misure punitive e compensative – sospensione delle concessioni o di altri obblighi – sono concepibili ed efficaci proprio perché una solida relazione tra i concorrenti esiste e persiste, certamente sopravvivendo alla controversia, sicché su tale relazione (commerciale) diventa possibile intervenire, costruendovici sopra un atto di giustizia” (Dario Ciccarelli, Il Bandolo dell’euromatassa: è stata l’Organizzazione Mondiale del Commercio ad annientare l’Unione Europea, 2014, ed. Il Giglio).

Fino ad oggi sono 96 i casi in cui l’Unione Europea è stata accusata di aver violato le regole dell’Organizzazione Mondiale del Commercio: in numerosi casi, i giudici OMC hanno riconosciuto sussistente una condotta illegittima, rilevando una violazione dele regole OMC. In un caso, DS 649, è stata la Danimarca a contestare presso i giudici OMC una condotta dell’Unione Europea.

Nei casi che coinvolgono l’Unione Europea, la questione preliminare è, ogni volta, la seguente: che cos’è l’Unione Europea? “European Communities”; “European Communities and some Member States”; “European Communities and certain Member States”; “European Communities and its Member States”: ogni volta, un problema.

In effetti, il problema esiste dal principio. Andai a documentarmi e rilevai che esso si era posto in concreto, per la prima volta, in occasione della sottoscrizione del Trattato che istituiva l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

Si badi: il Trattato dell’Organizzazione Mondiale del Commercio disciplina (Art. XII) puntualmente i requisiti soggettivi che un’entità deve presentare per aspirare ad essere “membro” dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. Non essendo uno Stato né un’entità separata che abbia tutte le prerogative degli Stati, l’Unione Europea certamente – i giudici OMC lo hanno chiarito – non ha i requisiti per rivestire lo status di Membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio ai sensi dell’art. XII del Trattato.

Dicevo: il problema si pose frontalmente, a Marrakech, il 15 aprile 1994, in occasione della sottoscrizione del Trattato che istituiva l’Organizzazione Mondiale del Commercio. Chi decise se la nazione italiana fa parte, o meno, dell’Organizzazione Mondiale del Commercio? Chi firmò il Trattato per gli italiani? Ratificò, il Parlamento italiano, il Trattato che istituiva l’Organizzazione Mondiale del Commercio? Il problema emerse ma, si chiarisce subito a beneficio del lettore di questo articolo, fu eluso. Si adottò un compromesso (meglio, potrebbe dirsi, un ”pastrocchio”), che recava danni, e ancora li reca, non soltanto alla certezza del diritto, non soltanto alla trasparenza del mercato globale, ma, si può dire, anche al diritto dell’opinione pubblica di avere contezza di quanto accadde a Marrakech. Fu così che a Marrakech da un lato i governi degli Stati firmarono autonomamente il Trattato e dall’altro fu tuttavia consentito di firmare anche alla Commissione Europea, la quale nel verbale del Consiglio UE del 7-8 marzo 1994 aveva, in contrasto con i Governi nazionali, dichiarato che «l’Atto finale (…) nonché gli accordi ad esso allegati rientrano nell’esclusiva competenza della Comunità». Il Parlamento italiano avrebbe poi ratificato il Trattato con le legge n. 747 del 29 dicembre 1994.

Il 15 aprile 1994 nasceva dunque il mercato globale e nasceva l’Organizzazione che l’avrebbe disciplinato. Ma si evitò di aggiornare l’analisi del “fu” mercato europeo e soprattutto si evitò, e finora si è evitato, di pensare a cosa ne sarebbe stato di quell’Organizzazione (MEC/CEE/CE) che sul “fu” mercato europeo si fondava.

Presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio l’Unione Europea può esprimere il voto degli Stati che la delegano ma non ha un proprio diritto di voto, a differenza dei “veri” Membri dell’Organizzazione Mondiale del Commercio. L’Unione Europea, inoltre, non versa alcun contributo al budget dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, a differenza dei “veri” Membri. Da 25 anni il mercato globale, il diritto internazionale e le Organizzazioni Internazionali, tutti fondati sulla solida categoria di “nazione”, convivono con questa anomala entità, dalle caratteristiche indefinibili (un “unicum” si dice: ma il diritto internazionale fa sempre più fatica).

A livello europeo, sul ricchissimo sistema dell’Organizzazione Mondiale del Commercio gli organi UE hanno calato il sipario affermando di non riconoscervi alcuna rilevanza. “Gli accordi OMC non figurano in linea di principio tra le normative alla luce delle quali la Corte controlla la legittimità degli atti delle istituzioni comunitarie” (C-377/02). E’ con questa apodittica asserzione, evidentemente sostenuta da un arsenale mediatico senza precedenti, che la Corte di Giustizia dell’Unione Europea prova, nella ripetitività delle sue sentenze, a collocare l’UE “sopra” l’Organizzazione Mondiale del Commercio, “sopra” il diritto internazionale, fuori dal mondo. A dire degli organi dell’Unione Europea, dunque, le centinaia di migliaia di pagine di produzione giuridica dell’Organizzazione Mondiale del Commercio – accordi, sentenze, decisioni – sono irrilevanti. Per gli organi dell’UE il mercato è europeo, non globale. A dire degli organi UE, i cittadini e le aziende italiani, tedeschi, francesi, spagnoli e greci devono guardare unicamente alle norme comunitarie, agli organi comunitari, ai giudici comunitari, i quali in nessun modo soggiacciono al diritto internazionale, alle Organizzazioni Internazionali, ai Tribunali internazionali.

Il prof. Giuseppe Tesauro definì presto “inaccettabile” la posizione (superiorem non recognoscens) degli organi UE rispetto all’Organizzazione Mondiale del Commercio e rispetto alle norme del mercato globale: “Né mi sembra possa ragionevolmente dubitarsi del fatto che le norme internazionali vincolanti per la Comunità e gli Stati membri, pertanto parte integrante del complessivo sistema giuridico comunitario, costituiscano un parametro della legittimità e della congruità delle norme rispetto alle quali hanno la prevalenza. Francamente, non riesco a sottoscrivere soluzioni di tipo diverso, in particolare non riesco ad immaginare come una norma degli accordi OMC o già del GATT, che sia vincolante per la Comunità e per gli Stati membri e per ciò stesso parte integrante del sistema comunitario, possa non determinare l’invalidità di un atto comunitario configgente o di una normativa nazionale altrettanto configgente, a meno che non se ne voglia ridurre il rango ad un livello inferiore, ciò che è sicuramente inammissibile sotto il profilo già della teoria generale del diritto internazionale. La giurisprudenza della Corte [di Giustizia delle Comunità Europee ndr] relativa al GATT 1947 è tuttavia decisamente diversa, per non dire di segno opposto … Indubbiamente si tratta di una giurisprudenza che .. pone notevoli problemi e rischia di condurre a risultati criticabili e comunque contraddittori … [L]a Corte ha dunque sottoscritto la posizione della Commissione, secondo cui gli Stati membri non possono invocare la loro interpretazione degli obblighi GATT e decidere se rispettarli o meno; e neppure possono invocare la loro interpretazione per far valere l’invalidità di una posizione comunitaria di diritto derivato … Questa soluzione … io non riesco a sottoscrivere. Almeno non riesco a cogliere il corretto fondamento giuridico di tale soluzione … le ragioni dell’orientamento della Corte, se guardato in trasparenza, sono altrove. Ciò che si ricava con sufficiente chiarezza … è un dato non tanto giuridico quanto soprattutto di opportunità o di politica istituzionale, se si preferisce. In sostanza, si vuole lasciare alle istituzioni politiche, cioè alla Commissione ed al Consiglio, la interpretazione e più in generale la ‘gestione’ delle norme convenzionali che ci occupano, ieri GATT ed oggi OMC … Ritengo invero inaccettabile, questo sì, l’idea che l’idoneità delle norme OMC, e già del GATT, a fungere da parametro della legittimità della norma comunitaria nazionale configgente sia condizionata all’effetto diretto della norma stessa, così come la Corte di Giustizia ha fino ad oggi affermato” (Giuseppe Tesauro, “I rapporti tra la Comunità europea e l’OMC”, in Diritto e Organizzazione del commercio internazionale dopo la creazione della Organizzazione Mondiale del Commercio, 1997, ed. Scientifica).

Il caso FIAMM è del tutto identico a quello che oggi vive il parmigiano. Nella controversia T 69/00, intentata dinanzi al Tribunale di Primo Grado delle Comunità Europee da due fabbriche di accumulatori (FIAMM) contro il Consiglio dell’Unione Europea e la Commissione delle Comunità Europee, il ricorso era diretto ad ottenere il risarcimento del danno causato dalla sovrattassa doganale del 100% imposta da parte degli Stati Uniti d’America, su autorizzazione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio, a carico di una serie di prodotti importati da aziende operanti sul territorio comunitario, tra cui le batterie prodotte dalle aziende ricorrenti. La suddetta sovrattassa doganale era stata autorizzata (ex art. 22 dell’Intesa OMC per la soluzione delle controversie) dall’Organizzazione Mondiale del Commercio quale legittima misura di ritorsione conseguente all’accertamento dell’incompatibilità del regime comunitario di importazione delle banane con gli accordi OMC. Con ricorso presentato presso la cancelleria del Tribunale il 23 marzo 2000, le aziende chiedevano quindi il risarcimento del danno derivato dalla sovrattassa imposta dagli USA (responsabilità extracontrattuale della Comunità). Rispetto a tale richiesta, la Commissione Europea affermava preliminarmente “che l’applicazione della sovrattassa doganale ai prodotti importati dalle ricorrenti nel territorio degli Stati Uniti deriva da una decisione del governo di tale Stato e non dall’atto di un’istituzione della Comunità”, mentre le ricorrenti affermavano “che non si può ragionevolmente negare l’esistenza di un nesso di causalità tra il danno da esse subito e il comportamento delle istituzioni convenute. Non vi sarebbe alcun dubbio sul fatto che il governo americano non avrebbe introdotto una sovrattassa all’importazione sui prodotti delle ricorrenti se non fosse stato a ciò autorizzato dall’ORC [Organo di Risoluzione delle Controversie ndr] a seguito della violazione delle norme dell’OMC da parte della Comunità. L’origine del danno subito andrebbe ricercata nel fatto che la reazione degli Stati Uniti è stata la conseguenza della violazione degli accordi OMC da parte della Comunità”. Le ricorrenti lamentavano inoltre che la Commissione ed il Consiglio “avrebbero violato altresì i principi di tutela del legittimo affidamento e della certezza del diritto. Ogni cittadino dovrebbe poter godere della certezza giuridica di non essere costretto a subire le conseguenze della condotta illecita delle autorità comunitarie. Le ricorrenti rivendicano il beneficio di un legittimo affidamento, non nel mantenimento perenne delle concessioni tariffarie negoziate con gli Stati Uniti sotto forma di diritto all’importazione originaria al tasso del 3,5%, ma nel fatto che le dette concessioni non siano modificate per effetto del comportamento illecito delle istituzioni della Comunità … Le istituzioni convenute avrebbero inoltre violato il diritto di proprietà e di iniziativa economica delle ricorrenti, tutelato dalla Convenzione europea per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali (CEDU), firmata a Roma il 4 novembre 1950”.

Nel pronunciarsi sul caso (14 dicembre 2005), il Tribunale CE osservava preliminarmente quanto segue: “Prima di procedere all’esame della liceità del comportamento delle istituzioni comunitarie, occorre risolvere la questione se gli accordi OMC conferiscano ai soggetti dell’ordinamento comunitario il diritto di farli valere in giudizio per contestare la validità di una normativa comunitaria nell’ipotesi in cui l’ORC abbia dichiarato che tanto quest’ultima quanto la normativa successiva adottata dalla Comunità, in particolare al fine di conformarsi alle norme dell’OMC in questione, erano incompatibili con queste norme. 109 Le ricorrenti invocano a tale proposito il principio pacta sunt servanda, che rientra effettivamente tra le norme di diritto il cui rispetto si impone alle istituzioni comunitarie nell’esercizio delle loro funzioni, quale principio fondamentale di ogni ordinamento giuridico, e in particolare dell’ordinamento giuridico internazionale (sentenza della Corte 16 giugno 1998, causa C 162/96, Racke, Racc. pag. I 3655, punto 49). Tuttavia, nel caso di specie il principio pacta sunt servanda non può essere utilmente opposto alle istituzioni convenute, dato che, secondo una giurisprudenza costante, tenuto conto della loro natura e della loro economia, gli accordi OMC non figurano in linea di principio tra le normative alla luce delle quali il giudice comunitario controlla la legittimità degli atti delle istituzioni comunitarie (sentenza della Corte 23 novembre 1999, causa C 149/96, Portogallo/Consiglio, Racc. pag. I 8395, punto 47; ordinanza della Corte 2 maggio 2001, causa C 307/99, OGT Fruchthandelsgesellschaft, Racc. pag. I 3159, punto 24; sentenze della Corte 12 marzo 2002, cause riunite C 27/00 e C 122/00, Omega Air e a., Racc. pag. I 2569, punto 93; 9 gennaio 2003, causa C 76/00 P, Petrotub e Republica, Racc. pag. I 79, punto 53, e 30 settembre 2003, causa C 93/02 P, Biret International/Consiglio, Racc. pag. I 10497, punto 52)”. Il Tribunale comunitario respingeva pertanto la domanda di risarcimento di FIAMM e stabiliva che “le ricorrenti, rimaste soccombenti, devono essere condannate a sopportare, oltre alle proprie spese, quelle sostenute dal Consiglio e dalla Commissione conformemente alle conclusioni presentate in tal senso dalle due istituzioni convenute”.

Non si commette qui l’errore di aspirare ad una esaustiva trattazione del conflitto, strutturale, tra il sistema UE e il sistema OMC. Si spera tuttavia di aver dato un contributo affinché gli italiani – anzitutto i giuristi, anzitutto i sostenitori della fair competition – studino con la dovuta cura l’Organizzazione Mondiale del Commercio.

I pensieri espressi in questo articolo sono strettamente personali

30
Set
2019

Coldiretti ama il protezionismo italiano ma non quello americano

Nel corso del weekend appena terminato, una parte consistente del popolo di Coldiretti (migliaia di allevatori, casari, stagionatori, gastronomi e consumatori) si è riunita presso il Villaggio Coldiretti di Bologna per celebrare, come viene riportato sul sito dell’associazione agricola, “le ragioni del successo del made in Italy”.

Tra un’attività e l’altra (i presenti hanno, ad esempio, potuto ascoltare alcune personalità istituzionali come il Presidente del consiglio Giuseppe Conte oppure degustare olio extravergine, vini e birra agricola), dal Villaggio Coldiretti si è levato l’allarme riguardante i dazi che l’amministrazione Trump ha intenzione di introdurre nei confronti di molti prodotti agroalimentari italiani nel caso in cui nella giornata di oggi, lunedì 30 settembre, l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) decida di accettare la richiesta statunitense di imporre nuovi dazi a seguito della vicenda Airbus.

Ricapitoliamo però rapidamente il perché di questa decisione da parte dell’amministrazione Trump. All’inizio di quest’anno, il WTO ha emesso una sentenza definitiva che autorizza gli Stati Uniti ad imporre dazi sui prodotti provenienti dall’Unione Europea dopo aver stabilito che Airbus (azienda europea che attualmente è il più grande produttore di aerei civili al mondo) ha ottenuto per anni sussidi illegali da parte di alcuni governi europei. Proprio oggi, i giudici del WTO dovrebbero esprimersi in favore degli Stati Uniti (dopo una battaglia legale durata oltre 15 anni), stabilendo che l’Amministrazione Trump, se vorrà, potrà chiedere un “risarcimento” pari fino a circa $8 miliardi di dollari.

Ovviamente Trump, che come abbiamo avuto modo di scoprire ama particolarmente l’arma commerciale dei dazi, ha deciso di non farsi sfuggire questa ghiotta occasione. Questa mossa rischia però di far aumentare la tensione commerciale tra Stati Uniti ed Unione Europea, che nonostante qualche piccolo progresso, non sono ancora riusciti a raggiungere accordi sostanziali per ridurre le barriere commerciali. Inoltre, la vicenda Airbus è strettamente legata alla vicenda Boeing (rivale americana di Airbus). Tra circa 9 mesi infatti il WTO si dovrà pronunciare sul fatto che gli Stati Uniti abbiano supportato illegalmente Boeing. A quel punto l’Unione Europea potrebbe imporre ulteriori dazi sugli Stati Uniti. Il tutto, poi, non deve farci dimenticare le minacce dell’amministrazione Trump di imporre dazi sul settore automobilistico europeo.

Tutte queste tensioni commerciali tra Stati Uniti ed UE ci fanno capire quanto lontani siano i giorni in cui si parlava in modo insistente di TTIP, accordo commerciale ai tempi molto criticato sia da Trump (il quale si ritirò dalle negoziazioni immediatamente dopo essersi insediato alla Casa Bianca), sia – per quanto riguarda l’Italia – da Coldiretti.

Coldiretti lamenta, in particolare, il fatto che i nuovi dazi americani sui prodotti agroalimentari italiani siano ingiusti perché, in fondo, Airbus è un azienda gestita da francesi, tedeschi, spagnoli e britannici. Siccome l’Italia non partecipa nella realizzazione di Airbus, Coldiretti ci spiega che i prodotti italiani non devono essere colpiti dalle misure protezioniste americane.

Se da un lato la posizione di Coldiretti ha anche un minimo senso logico, dall’altro questo atteggiamento risulta essere molto curioso e per certi versi buffo. Coldiretti, infatti, si è recentemente sempre contraddistinta per la sua forte opposizione a tutti gli accordi commerciali promossi dall’Unione Europea (basti pensare all’accordo con il Canada, il CETA, o appunto allo stesso TTIP o anche all’ingresso di olio tunisino in Italia). Coldiretti si è dunque sempre opposta all’idea di avere scambi più liberi nell’ambito del settore agroalimentare italiano.

Nascondendosi dietro la scusa della protezione del “Made in Italy”, Coldiretti ha sempre mantenuto un atteggiamento altamente protezionista, promuovendo anche forti pressioni sui vari governi italiani in tal senso. È strano e curioso che in questi giorni, sempre con la scusa della protezione del “Made in Italy”, Coldiretti invochi la pietà di Washington. È altrettanto curioso e buffo vedere che Coldiretti capisca solo in questo preciso istante che i dazi commerciali fanno male all’Italia.

Forse, anche alla luce dei dati provenienti dalla CIA (altra grossa associazione agricola Italiana) riguardanti il CETA, Coldiretti dovrebbe iniziare a promuovere un pensiero meno ipocrita e meno mercantilista quando si parla di commercio internazionale. Stando alle più recenti statistiche sul CETA, infatti, la CIA riporta che nella prima metà del 2019, la crescita dell’export agroalimentare nazionale sul mercato canadese è stata del 16%, quando a livello mondiale l’incremento per lo stesso periodo, è stato molto più contenuto e non oltre il 5%.

In attesa dell’imposizione di questi nuovi dazi americani che dovrebbero colpire anche i nostri prodotti agroalimentari e che rischiano di far precipitare il consumo di alcuni di questi beni di circa l’80%-90% (ovviamente questi dazi avranno delle ricadute negative anche sui produttori e consumatori americani), l’auspicio è che Coldiretti decida di iniziare ad opporsi anche alla retorica protezionista italiana. Visto il nostro vantaggio comparato nel produrre ed esportare prodotti agroalimentari rispetto alla stragrande maggioranza delle altre nazioni (nel 2017, ad esempio, il settore agroalimentare ha fatto registrare una fatturato di oltre €135 miliardi di euro, con esportazioni pari a €32 miliardi di euro, importazioni pari a oltre €22 miliardi di euro ed un numero di addetti del settore superiore alle 385 mila unità), una maggiore apertura verso il mercato internazionale non farebbe altro che migliorare le condizioni economiche dei nostri produttori e anche dei consumatori italiani.

27
Set
2019

La demonizzazione dell’uso del contante

di Carlo De Filippis

Premessa
Il tema dell’uso del contante è rilevante, denso di significati e rinvia a orientamenti culturali profondamente radicati e a pregiudiziali ideologiche non esplicitate che riguardano solo marginalmente e strumentalmente la dimensione tecnico-operativa (il pagamento, la contabilizzazione e l’adempimento fiscale), dal momento che le finalità dichiarate non coincidono con quelle effettive. Dunque, si tratta di orientamenti e pregiudiziali da riconoscere, analizzare criticamente e “rottamare”. E’ utile, in questa prospettiva, la ricostruzione di premesse e precedenti di consolidate posizioni in materia.

I precedenti dell’URSS e della DDR: l’amnesia della sinistra di governo
Ad affrontare per primo e in modo radicale l’argomento della limitazione dell’uso del contante è stato, nel secolo scorso, Vladimir Ilic Uljanov Lenin. Subito dopo la rivoluzione di ottobre, nel periodo del cosiddetto comunismo di guerra, Lenin e il partito bolscevico hanno adottato provvedimenti drastici per controllare e limitare la circolazione della moneta.
Il progetto di Lenin era organico ed esplicito. Egli aveva ben capito che tra circolazione della moneta e capitalismo esiste un rapporto consustanziale e che quindi la limitazione della prima contribuisce alla messa in discussione dell’intero sistema economico-sociale.
Il contrasto e la repressione della piccola impresa e del commercio costituivano, nella prospettiva rivoluzionaria bolscevica, un primario punto di attenzione e impegno, sulla base della fondata convinzione che dalle piccole attività autonome potesse trarre incessantemente alimento lo spirito del capitalismo. Tra i comunisti sovietici, aveva ampia diffusione, in quel periodo, l’idea della sostituzione definitiva del sistema di pagamenti in moneta con un sistema di registrazioni contabili controllato dallo Stato. L’ossessione per la tracciabilità delle operazioni commerciali e finanziarie, l’avversione per la circolazione della moneta e la diffidenza per ogni tipo di lavoro autonomo vengono da quell’esperienza originaria.
Queste cose occorre dirle, per onestà intellettuale e completezza d’informazione. E occorre pure ricordare che l’idea della tracciabilità, presentata oggi come un’importante innovazione sociale, è stata concepita e utilizzata ampiamente, nella seconda metà del secolo scorso, fino a diventare un vero e proprio paradigma universalistico di progettazione e controllo sociale, nella DDR (Repubblica Democratica Tedesca) di Eric Honecker. Il modello di controllo sociale al quale sembra fare riferimento, consapevolmente o inconsapevolmente, quella parte della sinistra italiana che richiede, col pretesto della lotta all’evasione fiscale, norme sempre più restrittive in materia di utilizzo del contante e l’incremento a dismisura dei controlli dello Stato su economia e società civile, assomiglia molto a quello adottato nella DDR.
Tra i sistemi totalitari europei, quello della Germania Orientale (sovietico all’inizio ma tedesco nel suo sviluppo) si è distinto, al punto da diventare una sorta di archetipo, per lo sforzo spasmodico nella trasformazione della vita individuale in questione amministrativa e per l’impegno sistematico e paranoide dello Stato nel controllo e nell’abolizione della sfera privata dell’esistenza.
Non occorre ricorrere a Michel Foucault o a Hannah Arendt per realizzare che l’applicazione estensiva alle relazioni sociali del concetto di tracciabilità da parte dello Stato tende a generare disastri in termini di rispetto della democrazia, delle libertà individuali e della persona umana.

Restrizioni all’uso del contante e finanziarizzazione forzosa dei rapporti sociali
L’imposizione coercitiva del ricorso al circuito bancario (bonifici, carte di credito, ecc.) nelle transazioni finanziarie che oltrepassano il limite di mille euro (poi portato a tremila) ha costituito un intervento senza precedenti dello Stato sul mercato: Monti e il suo leale alleato Pierluigi Bersani hanno costretto i cittadini ad utilizzare a proprie spese i servizi di un soggetto privato, le banche, per agevolare – è stato detto – il contrasto di comportamenti devianti di alcuni.
Si tratta di una caratteristica distintiva della situazione italiana: in nessun altro Paese lo Stato è arrivato a costringere milioni di pensionati ad aprire un conto corrente bancario per poter riscuotere la pensione. Circostanza prontamente sfruttata da Equitalia per pignorare gli assegni pensionistici con l’argomentazione che essi costituiscono, una volta accreditati, risparmio.
Al di là degli enormi vantaggi immediati in termini di commissioni e valuta (aspetto importante ma tutto sommato secondario), il sistema bancario, gestendo monopolisticamente e talvolta rallentando artatamente i flussi monetari, si appropria di fatto della massa monetaria circolante e ingenera artificiosamente bisogni di credito nel senso che gli operatori economici possono essere costretti a ricercare il credito delle banche per ovviare ai ritardi nel trasferimento e nella messa a disposizione del denaro provocati dalle banche stesse.

Statalismo, digitalizzazione e democrazia
Peccherei di ingenerosità e strumentalità se, avendo richiamato sinteticamente le posizioni di Lenin e dei rivoluzionari sovietici in materia di circolazione della moneta con l’obiettivo di sottoporre a critica le posizioni attuali della sinistra italiana di governo sul medesimo argomento, non facessi una puntualizzazione: nell’URSS, si diede corso a un’operazione di trasformazione sociale straordinaria e tragica che ha contrassegnato, nel bene e nel male, la storia del secolo scorso. Invece, nelle posizioni della sinistra nostrana su tracciabilità e uso del contante, di epocale e trasparente mi sembra vi siano solo un ipocrita silenzio sull’origine di determinate idee e una mistificazione (il contrasto dell’evasione fiscale come foglia di fico)
Sullo sfondo, intravvedo uno statalismo che – depurato, frettolosamente e senza elaborazione critica, di elementi ideali e valoriali propri della tradizione comunista e socialista – non si distingue da quello, di caratura intellettuale più elevata ed esplicitamente totalitario, del filosofo Giovanni Gentile.
Di veramente nuovo sembra esservi solo l’enfasi sulla digitalizzazione che, tuttavia, calata autoritariamente dall’alto, senza partecipazione e controllo democratico dei cittadini, e coniugata spregiudicatamente con la dilatazione a dismisura della dimensione finanziaria, può non solo risolversi in una notevole complicazione dell’esistenza ma contribuire al processo d’implementazione d’un sistema di controllo totale e soffocante dello Stato e dei suoi apparati, nonché del sistema finanziario stesso su persone, famiglie e imprese.
In conclusione, di fronte alla combinazione in corso di elementi di socialismo reale (vecchie novità spacciate magari per innovazioni tecniche neutrali) e di finanziarizzazione forzosa dei rapporti sociali, si può affermare risolutamente, in riferimento all’esperienza storica e sulla base di analisi critica circostanziata, che l’umanità ha già dato. La trasformazione dell’individuo in articolazione periferica dello Stato è un dato significativo ma in fin dei conti non nuovo e meno saliente della contestuale mutazione antropologica rappresentata dalla sua riduzione tendenziale alla dimensione digitale e alla sua espressione finanziario-contabile.

23
Set
2019

Una costosissima illusione

1.000 miliardi: è la somma spesa dai governi dell’area UE e dall’Unione stessa, tra 1995 e 2016, per sussidiare le ferrovie, a discapito delle alternative (automobili e aerei), che sono state, invece, iper tassate. Proprio in questi ultimi giorni, diversi governi europei stanno discutendo l’introduzione di nuove tasse sul trasporto aereo, in modo da disincentivarne ancor di più l’utilizzo a vantaggio dei treni: è il cosiddetto “cambio modale”. Buona parte degli economisti e degli accademici concordano, infatti, da decenni, sulla generale efficacia di sussidi e tasse per, rispettivamente, incentivare e disincentivare determinati comportamenti. Negli ultimi anni ha anche preso piede e, di conseguenza, trovato maggior adesione la cosiddetta “economia comportamentale” per cui Richard Thaler ha addirittura vinto il Premio Nobel per l’Economia nel 2017. Quest’ultima si configura praticamente come corollario ai concetti di microeconomia sviluppati dai predecessori secondo cui, per l’appunto, l’intervento – più o meno vistoso – dei governi può spostare nella “giusta” direzione le scelte dei singoli individui e della società nel suo complesso.

Gli economisti, in ogni caso, hanno sempre riconosciuto che misure fiscali come sussidi e imposte sono economicamente svantaggiose, in quanto interferiscono col “meccanismo” di incontro tra domanda e offerta, diminuendo – o, comunque, distorcendo – il numero di “scambi” che avverrebbero in assenza di interferenze e, quindi, allocando malamente le risorse disponibili: il che genera uno spreco di quest’ultime (a meno che non vi siano esternalità: solo in questo caso la riduzione degli “scambi” può evitare di sprecare risorse). Ora, come fa notare Francesco Ramella), queste misure – oltre a generare una perdita per la società – provocano un ulteriore danno, in quanto non raggiungono neanche gli obiettivi prefissati. Come si vede dai due grafici elaborati da Ramella, utilizzando i dati sull’evoluzione della domanda nel trasporto di merci e persone, i sussidi al settore ferroviario e la tassazione elevata su auto e voli non hanno causato alcun notevole cambiamento nelle scelte di individui e imprese.

A parte le contraddizioni etiche – essere eletti come rappresentante della cittadinanza e legislatore non rende gli eletti meno fallibili degli elettori, quindi nessuno può sapere quali siano le GIUSTE scelte da prendere – e i controsensi logici  – com’è possibile che i cittadini non siano abbastanza intelligenti per scegliere il giusto mezzo di trasporto (o il giusto cibo da mettere in tavola), ma lo siano abbastanza per votare e scegliere il prossimo governo che prenderà quelle decisioni al posto loro? – del paternalismo statale, questo dimostra soprattutto di non funzionare e di essere, soprattutto, una costosissima illusione. Non solo in questo caso: la storia è piena di esempi che rivelano quanto inutile e controproducente sia imporre qualche comportamento per legge. Basta guardare solo ai più recenti casi di proibizionismo: indottrinamento, educazione forzata e violenza non hanno eliminato, per esempio, lo spaccio, la detenzione e il consumo di droga.

Il caso qui analizzato è semplicemente l’ennesima dimostrazione del fatto che ciò che politici e legislatori pensano sia utile, giusto o meglio per i cittadini, non lo è. Spendere miliardi di euro dei contribuenti per incentivare scelte che poi non vengono rispettate, è un totale spreco di tempo e denaro. E’ giunto il momento, per la politica, così come per i movimenti che si battono per imporre determinate scelte sulla società, di realizzare che tali sforzi saranno sempre vani. Se si vuole che le persone cambino determinati comportamenti si deve cominciare a proporre delle alternative accettabili da una buona parte di essi, invece di forzarli a prendere decisioni che non condividono e che non replicheranno nel tempo. Siamo tutti esseri fallibili: nessuno  è in grado di comprendere quale siano le giuste politiche da adottare. Accettata la nostra imperfezione ed inadeguatezza, il passo successivo è realizzare che solo la possibilità di scegliere liberamente ci mette in grado, tramite un processo di “trials and errors”, di prendere – individualmente e, di conseguenza, collettivamente – le scelte migliori possibili.

9
Set
2019

Il Venezuela non sorride

di Paolo Squillaci

Cercate, se vi riesce, un ritratto ufficiale in cui Stalin non sorride, o almeno non abbia la faccia calma e placida, quella del vecchio zio che da piccolo ti portava in campagna a cercare le castagne. Se avete tempo e voglia di rivincita, fate la stessa cosa anche con Kim Il-sung e discendenti, Pol Pot, Mao, Ho Chi Minh, Fidel e gli altri simpaticoni che saltano alla mente. Mentre i dittatori di destra hanno storicamente la tendenza ad apparire marziali, quelli di sinistra di solito cercano di sembrare buoni e paciosi. Ricordate il manifesto in cui Stalin solleva allegro un bambino piccolo, anche lui al settimo cielo? Cose del genere. E questa è praticamente tutta la differenza tra un despota di sinistra e uno di destra.

Tutti i dittatori, come notava sagacemente Von Hayek, in fondo sono socialisti. A maggior ragione quelli che dicono di esserlo, e se ne vantano. Tipo? Tipo un certo Maduro. Ma se uno dovesse basarsi solo su i telegiornali e gli articoli di buona parte della stampa, direbbe solo una frase: “Ma no, Maduro non è un dittatore”. Più dittatore sembra, per esempio, Jair Bolsonaro del Brasile, che di recente è salito agli onori della cronaca per alcuni aspetti abbastanza curiosi della sua gestione degli incendi dell’Amazzonia brasiliana. C’è un tag per qualsiasi cosa, e dunque il nuovo #PrayForAmazonas da qualche giorno si staglia minaccioso contro il presidente eletto del Brasile; inutile dirlo, il cattivone è di destra. Non certo di destra liberale, ma si dichiara conservatore.

Ebbene, un altro signore che comanda giusto vicino a lui, Evo Morales, socialistissimo, il 9 luglio ha permesso l’incendio di una zona di circa 800mila ettari di foresta pluviale in sedici giorni (decreto n° 3973). E nessuno gli ha detto niente. Anche perché una fondazione ambientalista boliviana gli contesta la distruzione, in tredici anni, di sette milioni di ettari di Amazonas, per sostituire gli alberelli con torri di estrazione.

Di più: Maduro, il baffuto Maduro che per un certo partito (pardon, MoVimento…) non è così tanto cattivo come lo dipingono i media, solo in questo 2019 ha dovuto registrare, nel suo tratto di Foresta Amazzonica (meno dell’11% della superficie totale) oltre 26mila incendi; per sostenere el pueblo unito, il governo chiude volentieri un occhio sull’attività mineraria illegale. Sicuramente, i funzionari del partito che permettono queste cose non lo fanno per mazzette e regalie, ma nel superiore interesse del Venezuela e del popolo venezuelano. Come sono nell’interesse del popolo venezuelano le FAEN, le squadre della morte che ricordano agli anti-chavisti che la libertà di pensiero e di parola è una bella cosa, ma campare a lungo è anche meglio.

Come lo è accusare il presidente colombiano di “aggredire con minacce il territorio venezuelano”, salvo poi ospitare i guerriglieri delle FARC e, in questi ultimi giorni, portare le postazioni sul confine tra i due paesi al livello di allerta arancione.

Come lo è l’emergenza energetica nazionale, proclamata nel 2010, affrontata con l’unificazione e nazionalizzazione delle nove compagnie elettriche venezuelane e da allora mai conclusa, che sa tanto di presa in giro nel paese con più riserve di petrolio al mondo.

Come lo sono i CLAP (Comités Locales de Abastecimiento y Producción), il programma statale di distribuzione di generi alimentari, dove a mangiarci sono i grand-commis (vedi Alex Nain Saab Mora), non la gente comune, che della razione di cereali, latte, riso e prodotti in scatola adesso vede solo le briciole. Considerando che nel 2013 Maduro è stato premiato dalla FAO per la lotta contro la fame nel suo paese, è quasi un obbligo chiedersi con che razza di criteri vengano dati quei premi, visto che i CLAP sono di fatto uno strumento di controllo sociale bello e buono.

Chiediamocelo tutti insieme: perché alcuni dittatori, in Occidente, non sembrano dittatori, e altri sì? Perché alcuni sembrano la signorina Trinciabue di Matilda 6 mitica, e altri al massimo vengono ritratti come la signorina Rottermeier, un poco antipatici ma fondamentalmente benintenzionati?

La differenza è il colore della casacca: nero non va bene, rosso… sì, dai, in fondo un socialista è uno che lotta per i diritti del popolo. Anche se uccide, affama, sbatte in carcere senza processo, tortura e diffonde corruzione e inefficienza. Anche se, davvero, rossi o neri cambia molto poco, perché in fondo (neanche tanto in fondo) sono tutti nemici della libertà.

Prendete lo straordinario saggio di Daniel Yergin sul petrolio, Il premio. Vi si legge questa frase: “La tirannica dittatura del generale Gomez in Venezuela era terminata nel 1935, nell’unica possibilità che rimane quando tutto il resto ha fallito: la morte del dittatore. Gomez aveva lasciato un ostato di estremo disordine; aveva trattato il paese come proprietà personale esclusiva, un’azienda agricola gestita per arricchirsi. Gran parte della popolazione era rimasta povera”. Sostituite “generale Gomez” con “Nicolas Maduro”: c’è davvero tutta questa differenza?

Posso già dirvelo: nei ritratti ufficiali, il generale Gomez non sorrideva mai.

30
Ago
2019

Anche a scuola there is no such thing as a free lunch

Perché la Cassazione ha ragione sul panino in classe

Portarsi il pranzo da casa e rinunciare alla mensa scolastica è un problema giuridico? E in che misura sostenere che lo sia costituisce una limitazione della libertà individuale? Il dibattito inaugurato a fine luglio sulle colonne de Il Foglio ha offerto un’interpretazione soltanto parziale delle questioni che emergono dalla recente sentenza n. 20504/2019, con la quale la Suprema Corte di Cassazione ha negato che i genitori degli alunni delle scuole elementari e medie inferiori, anziché iscrivere i propri figli alla mensa scolastica, vantino un diritto soggettivo incondizionato a dotarli di un pasto domestico da consumare negli ambienti scolastici. Secondo i più accesi critici della decisione, lo Stato starebbe vietando agli studenti di nutrirsi come meglio desiderano e avrebbe loro imposto in via esclusiva il cibo della refezione, sempre più caro e di qualità scadente. In particolare, l’enfasi è posta su quella parte conclusiva della sentenza, in base alla quale «l’istituzione scolastica non è il luogo dove si esercitano liberamente i diritti individuali degli alunni, né il rapporto con l’utenza è connotato in termini puramente negoziali, ma è il luogo dove lo sviluppo della personalità dei singoli alunni e la valorizzazione delle diversità individuali devono realizzarsi nei limiti di compatibilità con gli interessi degli altri alunni e della comunità, come interpretati dall’istituzione scolastica». Da questa conclusione si trarrebbe, insomma, l’affermazione della prevalenza dell’elemento collettivo su quello individuale, che sarebbe confermata, del resto, anche dalla presunta soluzione al problema offerta dalla Suprema Corte, ossia che ciascun istituto scolastico (e non ciascuna famiglia), sulla base della propria autonomia organizzativa, decida come disciplinare il cd. tempo mensa e, quindi, le abitudini alimentari degli studenti.

In realtà, a partire da una questione piuttosto minuta, la sentenza stabilisce alcuni punti fermi nei rapporti tra genitori e istituzioni scolastiche che non necessariamente sono dettati da un’ideologia collettivista, ma, anzi, rispondono a principi di responsabilità, tipici di una società liberale. In primis, occorre sottolineare che la premessa dalla quale muovono i genitori e non la sola Cassazione è che il cd. tempo mensa sia parte del cd. tempo scuola, tesi interpretativa non così pacifica, ma essenziale per capire quali sono le posizioni in gioco. Questo significa che il momento dedicato alla refezione viene considerato anche dai ricorrenti un momento di pubblica istruzione e non un momento “libero” a essa estraneo. Inquadrando la refezione come momento formativo di socializzazione e condivisione rientrante nell’istruzione pubblica, i genitori – a loro dire – rivendicavano il riconoscimento di un diritto di libertà, ossia del diritto all’autorefezione individuale. Ma, in realtà, come evidenziato dalla Cassazione, ad essere da loro invocato era l’art. 34 della Costituzione nella parte in cui riconosce l’istruzione inferiore come gratuita. Essi pretendevano, cioè, che tale diritto all’autorefezione si esercitasse in maniera tale da tenerli indenni da qualsiasi costo, visto che, una volta rifiutata la mensa, essi non avrebbero certo inteso pagare null’altro all’istituzione scolastica. Ciò che veniva invocato non era quindi un diritto di libertà, bensì un diritto sociale per la cui realizzazione è richiesto l’intervento pubblico e non l’astensione dello Stato. L’obiettivo era, quindi, dotare i figli di un pasto domestico ed esternalizzare i costi in capo ai contribuenti per consentirne l’esercizio in uno spazio collettivo. Un’ipotesi di free riding bella e buona, come chi scrive aveva già cercato di mettere in luce in un saggio pubblicato nel 2017 dall’Osservatorio dell’Associazione Italiana Costituzionalisti (AIC) con un titolo assai evocativo: “There is no such thing as a free lunch”.

Ma quali sarebbero, per così dire, “le perdite” che i genitori vorrebbero socializzare per poter trattenere per sé stessi soltanto “i profitti”? Come è noto, l’organizzazione di un qualsiasi servizio (di refezione) è costosa: va verificata l’adeguatezza degli spazi, la disponibilità di personale per la vigilanza e per la pulizia, nonché la presenza di strumenti di refrigerazione o riscaldamento dei cibi. Si dirà: se i bambini che usufruiscono del pasto domestico mangiano accanto ai compagni in mensa, i costi vengono internalizzati e il problema in concreto proprio non si pone. Già, ma la possibilità che due servizi diversi vengano erogati contemporaneamente, uno a spese dell’altro, di problemi, invece, ne pone eccome. Innanzitutto di contaminazione di pietanze (tra cibi controllati e cibi non controllati) con eventuali profili di responsabilità civile non meglio delineati e tutti da accertare. Ma, soprattutto, occorre ricordare come le cooperative che ottengono l’appalto della refezione scolastica svolgano un servizio dettagliatamente disciplinato da un capitolato, in base al quale il personale non può che essere responsabile se non nei confronti di chi consuma il cibo offerto dalla cooperativa. Sarebbe, altrimenti, come decidere di organizzare quotidianamente un meraviglioso pic-nic gratuito sulla terrazza di un ristorante e pretendere che il personale dello stesso si incarichi di farci spazio e di pulire dopo che ce ne siamo andati. Non funziona così ed è inutile prendersela con la lobby dei ristoranti, se ci viene opposto un secco rifiuto! Se scegliamo il ristorante decidiamo consapevolmente di selezionare un piatto dal menù, altrimenti non andiamo al ristorante, ma restiamo a casa. Lo stesso principio – ricorda perentoria la Cassazione – si applica una volta optato per il tempo pieno. Le famiglie hanno, infatti, esercitato la loro libertà di scelta educativa, quella per il tempo pieno, un’offerta formativa che contempla anche il servizio mensa. Il pacchetto, per così dire, si acquista insieme e non è l’utente a decidere unilateralmente che cosa prendere e che cosa lasciare (se al ristorante non c’è la carne cruda tra gli antipasti non posso imporla allo chef, così come in hotel non posso avere la spa, se la struttura offre solo la piscina). Il punto è, quindi, che il menù, ossia la legislazione italiana, non prevede che al tempo pieno possa coincidere un tempo mensa organizzato diversamente rispetto al servizio di refezione o, quantomeno, prevede soltanto che siano le istituzioni scolastiche, nell’ambito della loro autonomia organizzativa, a dover decidere di accompagnare il servizio mensa con un altro servizio.

E allora agli utenti non resta che prendere ciò che passa al convento? Non esattamente. Innanzitutto, è sempre possibile l’opting out. Pur aderendo al tempo pieno, è pur sempre consentito prelevare da scuola i propri figli e dar loro da mangiare come si desidera (magari anche organizzando i loro pranzi comuni in una trattoria dell’angolo, come capitato in un istituto del torinese tempo fa), sicché la refezione scolastica non è affatto obbligatoria come si è letto in giro, pena – in questo caso sì! – la violazione del diritto dei genitori all’educazione dei propri figli. In alternativa, per chi decide di aderire al servizio mensa, l’ordinamento mette a disposizione una serie di strumenti partecipativi (le Commissioni mensa, ad esempio) attraverso i quali i genitori potranno influire sulle modalità di gestione del servizio. All’esito di tale procedimento, nell’ambito del quale si terrà conto degli spazi e dei costi di una diversa organizzazione, la singola scuola potrà, ma non sarà obbligata, a garantire il consumo del pasto domestico. Ciò che la Cassazione nega è, quindi, il diritto dei genitori di imporre l’organizzazione del servizio scolastico che più loro piace o fa comodo. La concorrenza, invece, si esercita tra scuole o meglio tra le diverse offerte formative disponibili e non all’interno di un singolo istituto scolastico, il quale non potrà essere obbligato ad adottare un certo tipo di sussidiario piuttosto che un altro, una diversa organizzazione dei corsi di recupero o una programmazione didattica che preveda più ore di educazione fisica piuttosto che di italiano. Così vale del resto anche nel settore privato, nel quale, una volta che l’utente abbia optato per un servizio, non potrà vantare il diritto di imporre al gestore una sua particolare erogazione, sicché la litania sul collettivismo, in questo caso, sembra davvero fuori luogo.

6
Ago
2019

Ecco come funzionano i dazi di Trump

il deficit aumenta e gli americani sono i primi a pagare

Nel corso di questi ultimi giorni si è tornati prepotentemente a parlare di dazi e di “guerra commerciale” tra gli Stati Uniti e la Cina. La Cina è però solo la “preda” principale delle politiche commerciali schizofreniche promosse dal Presidente americano. 


Da gennaio 2018 ad oggi, tra una minaccia e l’altra, l’Amministrazione Trump ha imposto dazi su una vasta gamma di beni. Il tutto iniziò il 23 gennaio quando i media statunitensi riportarono la notizia dell’introduzione di dazi su pannelli solari e lavatrici. Il 1 marzo 2018 fu il turno dei dazi su alluminio e acciaio. Il 23 marzo 2018, invece, iniziò ufficialmente la “guerra” contro il surplus commerciale cinese. 

Dopo ormai 18 mesi di dazi, è tempo di tirare le prime somme. In particolare è giunto il momento di effettuare un fact-checking sulle continue dichiarazioni e promesse di Trump. Nello specifico, sono tre i punti su cui vorrei soffermarmi. 

Prima di tutto, come già scritto in un recente articolo, la famosa promessa elettorale di ridurre il deficit commerciale americano non si è, fino ad ora, realizzata. Nonostante i numerosi dazi imposti su beni equivalenti ad un valore di centinaia di miliardi di dollari; le continue minaccie (ultima in ordine cronologico quella riguardante i dazi nei confronti del settore automobilistico europeo nel caso in cui le negoziazioni attuali con la Commissione Europea dovessero fallire o subito un rallentamento); la decisione di abbandonare immediatamente il tavolo dei negoziati TPP e TTIP; la realizzazione di un “NAFTA 2.0” più protezionista dell’accordo precedente ed il timido rinnovo dell’accordo commerciale con la Corea del Sud; il deficit commercial americano è in costante aumento. Tra gennaio e giugno 2019 il deficit commerciale americano di beni e servizi si è attestato a $316 miliardi di dollari contro i $293 miliardi dello stesso periodo del 2018 ed i $273 miliardi del gennaio-giugno 2017. 

Secondariamente, il gettito doganale raccolto è relativamente basso e mostra come la realtà sia molto più complessa di quella spesso raccontata via twitter dal Presidente Americano. Prendiamo come esempio il gettito raccolto dalla U.S. Customs and Border Protection (in italiano, Dogana e Polizia di Frontiera degli Stati Uniti; abbreviato in CBP) grazie ai dazi imposti sulle merci importante dalla Cina. Stando ai dati della CBP, tra il 6 luglio 2018 (giorno in cui la Casa Bianca ha iniziato ad imporre i dazi nei confronti della Cina in base alla così detta “Sezione 301”) ed il 24 luglio 2019, gli Stati Uniti hanno ricavato poco più di $22 miliardi di dollari da quelle aziende americane che importano beni dalla Cina. 

Questa cifra, che può sembrare alta, è in realtà una somma molto ridotta poiché non solo rappresenta, più o meno, lo 0,1% dell’intera economia statunitense, ma risulta essere inferiore anche rispetto ai circa $28 miliardi di dollari di sussidi che l’Amministrazione Trump ha promesso (e iniziato a far recapitare) agli agricoltori americani, colpiti dagli effetti negativi della “guerra commerciale” con la Cina stessa. Ecco qui il risultato per le imprese ed i cittadini americani: tasse più alte (i dazi sono semplicemente un tassa sulle importazioni) e maggiori sussidi ad una categoria, come quella degli agricoltori, già ampiamente protetta dal governo statunitense. 

Infine, è giusto raccontare anche di alcuni dei costi più generali delle politiche protezioniste volute dall’Amministrazione Trump.

Dazi più elevati sulle importazioni di prodotti cinesi e di altro tipo hanno aumentato i costi di produzione di decine di migliaia di aziende americane, grandi e piccole. Uno degli esempi migliori è dato da Caterpillar, famosa azienda metalmeccanica statunitense, che ha visto i propri costi di produzione aumentare di $70 milioni nell’ultimo trimestre e prevedere ora di dover pagare tra i $250 ed i $350 milioni di dazi quest’anno. Come riporta anche Reuters, Caterpillar ha deciso di rispondere a questi costi aumentando i prezzi sui consumatori. Walmart, storica multinazionale statunitense, proprietaria dell’omonima catena di negozi al dettaglio, si trova in una situazione simile e a maggio 2019 ha comunicato che i suoi consumatori inizieranno presto ad assorbire il costo dei dazi imposti contro la Cina. 

Un rapporto del Servizio di ricerca del Congresso pubblicato nel febbraio 2019 ha rilevato che i dazi imposti da Trump alle importazioni globali di lavatrici hanno aumentato i prezzi di quest’ultime del 12% rispetto a gennaio 2018, prima che le tariffe entrassero in vigore. Al tempo stesso, secondo uno studio del Peterson Institute for International Economics, le tariffe globali sulle importazioni di acciaio e alluminio hanno aumentato il prezzo dei prodotti siderurgici di circa il 9% rispetto all’anno scorso, aumentando i costi dell’acciaio di oltre $5,6 miliardi di dollari. 

Oltre a tutto questo, uno studio pubblicato pochi mesi fa della Federal Reserve di New York e delle prestigiose Princeton University e Columbia University evidenzia come i dazi commerciali imposti dall’Amministrazione Trump nel corso del 2018 sono costati all’economia statunitense oltre $19 miliardi. Visto l’inasprimento di queste politiche commerciali è facile prevedere che i costi per il 2019 saranno molto più elevati. Secondo il modello econometrico sviluppo dal Tax Foundation Center, i dazi imposti dall’amministrazione Trump riducono la crescita reale del pil a lungo termine dello 0,20%, i salari dello 0,13% ed eliminano l’equivalente di oltre 155 mila posti di lavoro a tempo pieno. Il tutto in attesa dell’introduzione di altre misure protezioniste. 

Ecco dunque come funzionano i dazi. Se da un lato queste specifiche politiche commerciali colpiscono indirettamente anche i partner commerciali; dall’altro i principali perdenti sono proprio le imprese, i consumatori e l’intera economia americana.

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