13
Ott
2017

Sir John Cowperthwaite ed il successo economico di Hong Kong

Pochi mesi fa, Neil Monnery, ex direttore del Boston Consulting Group, ha pubblicato il suo nuovo libro intitolato “Architect of Prosperity”. Ufficialmente disponibile online a partire dal 30 giugno 2017 (data certamente non casuale vista la storia recente di Hong Kong), il libro ripercorre la vita e le fatiche di Sir John Cowperthwaite, celebre funzionario del governo britannico, nonché storico segretario finanziario di Hong Kong tra il 1961 ed il 1971.

Come scrive Diane Coyle, professoressa di economia presso la University of Manchester: «Ci sono figure nella storia che meritano di essere meglio conosciute e Sir John Cowperthwaite è certamente uno di questi personaggi. Il resoconto di Neil Monnery […] diventa ancora più affascinante se si osserva con attenzione l’attuale dibattito sullo sviluppo economico delle nazioni. I politici di oggi possono imparare molto dalla volontà di ignorare le credenze del tempo [anni 60 ndr] dimostrata da Cowperthwaite e dai suoi colleghi».

Cowperthwaite è stato un gigante della politica britannica e mondiale. Nato nella gloriosa Edimburgo nel 1915, portò a termine gli studi classici presso le prestigiosissime università di St. Andrews e Cambridge (Christ’s College). Grandissimo appassionato di Adam Smith, del liberalismo e dell’illuminismo, Cowperthwaite fu il vero ideatore delle politiche non interventiste che in breve tempo portarono Hong Kong a sperimentare un periodo di crescita e prosperità mai conosciuto prima.

Il libro, di 320 pagine, è un racconto straordinario delle azioni, ma soprattutto delle convinzioni intellettuali, di Cowperthwaite. Nonostante i continui richiami da parte del governo britannico ad aumentare la tassazione, nonostante le forti pressioni da parte dei cittadini locali a spendere più soldi in programmi sociali ed il forte consenso economico Keynesiano del dopoguerra, Cowperthwaite si oppose a qualsiasi intervento statale che potesse «togliere soldi dalle tasche dei cittadini». Questo approccio, conosciuto ai più come “non-interventismo positivo”, fu successivamente considerato da Milton Friedman come uno degli esempi più efficaci di laissez-faire. Grazie ad un forte rettitudine fiscale, all’abbandono di politiche industriali verticali, ad una bassa tassazione, a servizi di governo minimi e al libero scambio, nel corso degli anni ‘60, Cowperthwaite pose le fondamenta per il miracolo economico di Hong Kong.

Cowperthwaite è rimasto, purtroppo, uno dei personaggi politici meno conosciuti del ‘900. Arrivato ad Hong Kong nel 1945, subito dopo la fine della seconda guerra mondiale, Cowperthwaite trovò una città distrutta dalla guerra. Famosa ai più per essere considerata un’ “isola sterile”, priva di risorse naturali, Hong Kong è uno dei centri finanziari più importanti e competitivi del mondo. Dal 1995 ad oggi, inoltre, la ricca città asiatica è sempre stata considerata la nazione economicamente più libera del globo.

Con un prodotto interno lordo pro capite (in termini di potere d’acquisto) di oltre 58 mila dollari statunitensi, Hong Kong è una delle nazioni più ricche al mondo. Ad oggi, la sua popolazione si avvicina ai 7,5 milioni di abitanti. Al tempo stesso, la città vanta un’economia molto innovativa, infrastrutture ultra moderne, un aeroporto capace di gestire 60 milioni di passeggeri l’anno, un reddito pro capite altissimo, un indice di sviluppo umano altrettanto alto ed uno stato di diritto tra i più efficienti e meno corrotti al mondo.

Dopo aver consegnato le chiavi della città al suo successore nel 1971, Cowperthwaite divenne consigliere internazionale per Jardine Fleming, una banca di investimento con sede ad Hong Kong che nel 2000 fu acquistata da JP Morgan Chase. Nonostante la decisione di diventare consulente finanziario, i suoi insegnamenti sono sempre rimasti al centro della vita politica della piccola ma potente città: «a lungo termine, l’insieme delle decisioni dei singoli, esercitando un giudizio individuale all’interno di un’economia libera, anche se spesso sbagliate, tendono a recare molto meno danno che le decisioni burocratiche di un qualsiasi governo centralizzato».

In un periodo storico in cui nazionalismo e populismo sembrano ottenere sempre più consenso, Neil Monnery ci ricorda in modo superlativo come i principi economici del liberalismo classico siano la ricetta migliore per favorire la crescita, enfatizzare l’ottimismo e rispondere all’ansia della gente. L’incredibile storia di Cowperthwaite ci può insegnare molto.

13
Ott
2017

Addio fallimenti, ma non è un successo

Addio fallimenti. È legge la riforma del diritto fallimentare che, appunto, tra le altre cose sostituisce il termine “fallimento” con la più politicamente corretta “liquidazione giudiziale”. Una riforma che è davvero una mezza rivoluzione, e non soltanto lessicale, se non altro perché è la prima volta in settant’anni che si ragiona a 360 gradi sull’insolvenza, intesa non più solo come fenomeno patologico, ma anche come evento fisiologico allo svolgimento di un’attività economica. Proposito, insomma, sacrosanto.

Limitare i vincoli che oggi impediscono a chi ha avuto un insuccesso imprenditoriale di avviare una nuova attività è sicuramente cosa buona e giusta, per l’economia in generale. Funziona così in tutti i Paesi occidentali e c’è un motivo: allo sconforto e allo stigma sociale si accompagna infatti spesso un netto ridimensionamento della propensione all’imprenditorialità, generato proprio dalla paura del fallimento. Non sarà certo cambiare nome all’istituto o prevedere la liberazione dai debiti entro tre anni a far riemergere nella testa degli italiani la voglia di rischiare e di fare impresa, ma è pur sempre un passo in avanti.

Del resto, è stata la stessa Commissione europea a raccomandare caldamente agli Stati membri riforme che dessero “una seconda possibilità” agli imprenditori onesti che falliscono, ormai quattro anni fa. L’altra faccia della medaglia, però, è dietro l’angolo. Perché, se da una parte è un incentivo a rischiare, la cancellazione dei debiti è però anche un incentivo a indebitarsi. E questo, di riflesso, potrebbe generare un effetto uguale e contrario nei creditori, determinando un forte aumento del costo dell’accesso al credito non garantito.

Una delle ragioni per cui tale evenienza è scongiurata nei Paesi europei che prevedono la cancellazione dei debiti dopo un determinato periodo di tempo è che il processo di tutela del credito, in quei Paesi, è molto più rapido ed efficiente che da noi. Per questo, la riforma avrebbe potuto e dovuto incidere in profondità sulla tutela del credito, oltre che del debito. Lo ha fatto? Solo in parte.

Ad esempio, non c’è oggi nessuna garanzia sul fatto che i soggetti chiamati a gestire la composizione assistita della crisi saranno dotati delle necessarie competenze specifiche nella materia aziendale ed in quella giuridica. Si sarebbe potuto ricorrere agli ordini professionali di commercialisti e avvocati, e non alle sole camere di commercio. Ma non solo. Estremamente critica è la parte della norma in cui si prevede che la procedura di composizione della crisi possa avere uno sbocco giudiziale: è chiaro che nel momento in cui si prevede l’intervento del tribunale e la possibilità di rendere nota la crisi ai terzi, si espone l’impresa a conseguenze drammatiche sotto il profilo del buon esito di una procedura alternativa al fallimento e si inducono i terzi che sino a quel momento non erano stati ancora toccati dalla crisi dell’imprenditore ad assumere iniziative individuali che non farebbero altro che far precipitare la situazione, rendendo a quel punto inutile ogni tentativo di supporto.

Lo sforzo di produrre una riforma generale del sistema fallimentare italiano rischia di essere inutile se si perde di vista l’obiettivo fondamentale della tutela del credito, che deve essere inteso non solo come il diritto al pagamento vantato da un singolo creditore, ma piuttosto come una componente fondamentale del ciclo economico. Una non adeguata tutela del credito, che non tiene conto degli effetti devastanti che l’insolvenza di un imprenditore produce sulle imprese terze, non fa che allargare l’enorme divario che già esiste tra chi opera all’interno del circuito produttivo e la disciplina giuridica che quel circuito vorrebbe regolamentare.

Ecco allora che gli interventi semantici previsti (cancelliamo la parola “fallimento” e la sostituiamo con “procedura di liquidazione giudiziale”) riformano il sistema solo in apparenza, se nessun cambiamento veramente incisivo viene apportato in concreto al sistema di liquidazione dell’attivo, che deve essere strutturato in modo da garantire almeno un recupero parziale del credito in tempi brevi. Sotto questo profilo la riforma è carente, perché introduce un sistema che non semplifica in nessun modo le procedure di liquidazione, ma al contrario introduce costruzioni barocche (tra le tante, un ente dovrebbe certificare la ragionevole probabilità di soddisfazione dei crediti insinuati al passivo) che non fanno altro che rendere ancora più burocratica una fase che dovrebbe invece essere snella e flessibile, così da poter ridurre davvero la durata delle procedure fallimentari che in Italia, stando agli ultimi dati disponibili tratti dal Registro delle Imprese, è di circa 7 anni.

Twitter: @glmannheimer

12
Ott
2017

La Catalogna non è Andorra—di Mario Dal Co

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Mario Dal Co

Il Protocollo n.4 sullo Statuto del sistema europeo delle Banche Centrali e della Banca Centrale Europea (Statuto della Banca Centrale Europea) prevede, all’articolo 4, dedicato alle funzioni consultive, che la BCE venga consultata  “dalla autorità nazionali, sui progetti di disposizioni legislative che rientrano nelle sue competenze” e, al comma successivo, che la “BCE può formulare pareri da sottoporre alle istituzioni, agli organi o agli organismi dell’Unione o alle autorità nazionali su questioni che rientrano nelle sue competenze”.

Molti si sono esercitati intorno al silenzio (ovviamente “assordante”) dell’Europa sulla questione catalana (Lello Voce sul Fatto Quotidiano, Maurizio Molinari su Rai News24, Stefano Stefanini su La Stampa, per ricordare gli interventi più equilibrati), spostando l’attenzione lontano dal terreno del contendere e dagli attori che hanno contribuito ad elevare la tensione nel contendere.

Proviamo ad approfondire il ragionamento sul silenzio dell’Europa, con riferimento alle questioni monetarie e finanziarie, tra le più dure della questione catalana, tra le meno frequentate nel dibattito politico precedente al referendum.

Facciamo due ipotesi.

Prima ipotesi: le autorità catalane, sentendosi investite di responsabilità nazionali, potrebbero aver consultato la BCE su aspetti di sua competenza connessi alla indipendenza catalana.  Se lo avessero fatto, probabilmente la risposta della BCE sarebbe stata un rinvio del postulante all’autorità nazionale, ovvero al governo spagnolo, che è titolato a porre quesiti alla BCE nella sua veste di consulente delle autorità nazionali sulle questioni di sua competenza. Di questa richiesta respinta  non potremmo sapere nulla, se non ciò che le autorità catalane avessero deciso di dire.

Seconda ipotesi: la autorità nazionali spagnole (qualche mese fa) potevano consultare la BCE sugli aspetti di sua competenza concernenti l’eventualità di un conflitto politico-istituzionale con la Catalogna, destinato a modificare l’assetto dell’adesione  dell’economia e della finanza sella Spagna al sistema Europeo delle Banche Centrali. La BCE, in base alle previsioni dell’articolo 4, avrebbe dovuto rispondere, evidenziando che la fuoriuscita unilaterale della Catalogna dalla Spagna, non comportava affatto la adesione automatica della Catalogna all’Unione e alle sue istituzioni monetarie, evidenziando gli effetti che ciò avrebe comportato su economia, occupazione, risparmi dei catalani, e di qui degli spagnoli e di lì degli altri cittadini europei. Il governo spagnolo avrebbe avuto tutta la convenienza a comunicare urbi et orbi la risposta della BCE. Se ciò non è avvenuto vuol dire che il quesito alla BCE non è stato posto.

Quindi, sono i governi che non attivano l’Europa anche quando ne avrebbero titolo e quando sarebbe doveroso farlo, per tutelare i loro cittadini da improvvide alzate di ingegno dei politici-demagoghi; per informare i cittadini sui contenuti istituzionali delle scelte vengono loro proposte e sulle conseguenze. Scelte che invece vengono lasciate  agli sbandieratori della demagogia, condite degli insulti  e delle ginnastiche di massa che nelle curve degli stadi tengono in costante esercizio la volontà di prevaricazione delle tifoserie sportive. Dimenticano, i governi che ignorano l’Europa quando dell’Europa c’è bisogno, quanto i regimi totalitari del ‘900 abbiano sempre puntato sulla tifoseria nazionalistica per i loro disegni antlibertari e antidemoratici.

Quando si lamenta la pochezza politica dell’Europa e l’egoismo della sua visione della convivenza europea, si vende merce avariata: sono i governi nazionali e locali che non vogliono riconoscere il ruolo dell’Europa quando l’Europa lo può esercitare. E sono pronti a chiederle di intervenire, come l’allargamento del deficit, quando loro, i governi nazionali e locali, non sono capaci di gestire la loro spesa pubblica e il loro prelievo fiscale.

Se il governo spagnolo avesse per tempo consultato ufficialmente la BCE sulle conseguenze della secessione e sulle mutate condizioni di adesione al sistema della banche centrali, non avremmo sentito i separatisti spacciare in modo grottesco Andorra e S. Marino come esempio di mercati-euro, ma non aderenti al sistema, quasi che la Catalogna fosse uno Stato-cartolina. E la BCE avrebbe sicuramente fornito argomenti di moral suasion assai efficaci e facilmente comprensibili anche dalle orecchie dei più irresponsabili assertori dell’indipendenza.

I referendum delle regioni italiane che domandano maggiore autonomia nascono da diverse questioni, alcune non serie come il dialettalismo o l’antivaccinismo, altre molto serie,  come il federalimo fiscale.

Quest’ultimo, obiettivo totalmente mancato dai governi di destra e di sinistra negli ultimi  30 anni, è la risposta alle spinte autonomistiche, ed è anche la risposta all’allegro deficit spending dei governi locali, impuniti free rider che elargiscono i soldi non dei propri elettori, ma del governo centrale. Quindi: più autonomia, ma insieme più responsabilità: in una parola il modello è l’autonomia di Bolzano e non quella della Sicilia, per rimanere entro le nostre ampie latitudini estreme.

Senza questa responsabilità, che oggi manca completamente a causa dell’accentramento del sistema fiscale anche sulle tasse proprie delle Regioni e degli Enti locali, il processo non porterà da nessuna parte, o peggio, porterà ad allargare il buco nero del debito della Pubblica Amministrazione. Torneremo ad impaniarci sul modello Andorra, sulla doppia moneta, sull’imposta patrimoniale, sul salario di cittadinanza, sul pensionamento anticipato, sui lavori socialmente utili, sull’Europa sorda e sulla Germania matrigna e via dilapidando il bene pubblico per eccelenza: la ragionevolezza.

E così, se avremo smarrito il sentiero della responsabilità di chi elegge e di chi viene eletto, anzi avendolo dileggiato in piazza,  applaudiremo ancor più di oggi la demagogia in scena.

10
Ott
2017

La giustizia amministrativa in Italia—di Matteo Repetti

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Matteo Repetti.

Giustizia amministrativa. E se avessero ragione gli inglesi (anche sulla Brexit)?

In questi ultimi anni, parlare della giustizia amministrativa, dei giudici amministrativi, dei TAR, è piuttosto difficile (ma cosa non è difficile, ormai, in questo paese?): la discussione è pesantemente condizionata dalla cronaca, il dibattito risulta piuttosto schizofrenico (i TAR annullano i provvedimenti dell’amministrazione, ritardano le procedure di gara, bloccano i cantieri, bisogna ripartire da capo, ecc.; no, non è vero, sono un presidio fondamentale contro l’inefficienza e la corruzione, c’è bisogno di legalità, ecc.).

Per descrivere per quanto sommariamente il funzionamento della giustizia amministrativa in Italia può essere utile prendere come riferimento – a contrario – l’ordinamento britannico, che storicamente neppure riconosce l’esistenza del diritto amministrativo come branca del diritto e che sostanzialmente non conosce l’istituzione di un giudice speciale amministrativo (anche se al tempo della Brexit può risultare un’operazione un po’ fuori moda).

Parlando di pubblici poteri e diritto amministrativo, forse si potrebbe dire che tutto ruota intorno alla discrezionalità amministrativa ed al buono (o cattivo) uso che la pubblica amministrazione ne fa. Che poi è semplicemente un altro modo di trattare della risalentissima questione relativa alla distinzione tra diritti soggettivi pieni ed interessi legittimi.

In ragione della preminenza dell’interesse pubblico – di cui in qualche modo la P.A. è portatrice – nei sistemi di diritto amministrativo continentale è riconosciuta una posizione di supremazia dell’amministrazione rispetto ai soggetti privati ed ai cittadini (in ragione dell’influsso esercitato dall’ordinamento francese e, ancor prima, per i motivi storico-culturali rappresentati dall’esperienza delle monarchie assolute continentali e dalla dottrina dello stato etico).

Se è vero che la pubblica amministrazione è costituzionalmente vincolata al principio di legalità, ai precetti posti dalla legge, è altrettanto vero che è dotata di sue speciali prerogative, direttamente derivanti dalla dottrina della separazione dei poteri costituzionali, legislativo, esecutivo e giudiziario.

Non così succede, invece, nell’ordinamento britannico, dove è fondamentale la cd. rule of law, intesa, nelle sue varie implicazioni, come assoluta prevalenza della legge, del diritto comune, del parlamento, della volontà del corpo elettorale espressa mediante libere elezioni, rispetto ad ogni altro potere costituito (corpo amministrativo e giudiziario). Ciò è tanto vero che da quelle parti, pur essendo avvertita la necessità di contenere e contemperare i pubblici poteri (i famosi checks and balances), la dottrina della necessità costituzionale della separazione dei poteri – legislativo, esecutivo e giudiziario – ritenuta immanente negli ordinamenti continentali, è sostanzialmente sconosciuta.

Per intenderci, in Inghilterra i giudici sono tradizionalmente nominati tra i migliori avvocati del regno, e non esiste qualcosa di comparabile alla classe giudiziaria come la conosciamo ad esempio in Italia (con organi di autogoverno, rappresentanze sindacali, ecc.).

Solo recentemente, per effetto delle pressioni esercitate dall’ordinamento comunitario (a cui sembrava inconcepibile la figura del Lord Cancelliere sostanzialmente a capo del potere giudiziario), nel Regno Unito è stata istituita la Corte Suprema. E non è un caso che il sistema britannico non conosca un sindacato di legittimità costituzionale operato da un organo giudiziario, che rappresenta invece la normalità nell’Europa continentale.

In ogni caso, si è detto, nell’ordinamento inglese, in virtù della forza pervasiva ed assorbente della rule of law, intesa come assoluta prevalenza della legge e del parlamento rispetto al potere amministrativo e giudiziario, da una parte viene contestata la stessa esistenza del diritto amministrativo, dall’altra si è storicamente ritenuto che l’istituzione di un giudice speciale amministrativo costituisse una deroga al generalissimo principio di uguaglianza davanti alla legge (e fosse in definitiva espressione di privilegi, come teorizzato da Dicey più di un secolo fa).

Nei paesi di cd. diritto amministrativo, invece, come il nostro, c’è un giudice speciale a cui sono sostanzialmente devolute le questioni e le vertenze in cui è parte una pubblica amministrazione. Anche in Italia, sulla falsariga del modello francese, è stato istituito il Consiglio di Stato e, nel corso degli anni ’70 del secolo scorso, i TAR (Tribunali Amministrativi Regionali).

Ma, fatta tutta questa premessa, come funziona la giustizia amministrativa in Italia?

Beh, diciamo innanzitutto che, da un punto di vista organizzativo, la giustizia amministrativa ha, mediamente, tempi di definizione del contenzioso accettabili, se parametrati a quelli della giustizia ordinaria, di quella civile si intende; in particolare, tradizionalmente è piuttosto rapida la definizione delle istanze cautelari (da qualche tempo anche nelle forme dei provvedimenti resi inaudita altera parte in caso di particolare urgenza).

Riguardo alle caratteristiche del procedimento, nonostante l’evoluzione degli ultimi anni – recepita anche a livello normativo nel nuovo codice del processo amministrativo – come tratto fondamentale il giudizio rimane sostanzialmente di natura impugnatoria (di annullamento dei provvedimenti amministrativi): in buona sostanza, fondamentalmente il giudice amministrativo annulla gli atti amministrativi ritenuti illegittimi. Ciò, nonostante gli sforzi compiuti riguardo alla necessità di passare dal sindacato sull’atto a quello sul rapporto, ovvero sul procedimento amministrativo da cui poi è scaturito l’atto asseritamente viziato.

A questo proposito, basti pensare che, riguardo all’istruttoria ammessa, non è previsto che siano sentiti testimoni od assunte altre prove orali, tutto essendo basato su carte e documenti; ed al posto della consulenza tecnica d’ufficio, per accertare situazioni di fatto rilevanti ai fini di causa tradizionalmente ci si arrangia con altri strumenti d’indagine (cd. ispezioni e verificazioni), spesso demandati a soggetti che fanno anch’essi parte dell’amministrazione, che tuttavia non garantiscono a sufficienza l’assoluta imparzialità dell’accertamento da compiere e spesso neppure un adeguato approfondimento tecnico.

Ma, d’altra parte, l’intera dogmatica continentale ha sempre avuto come oggetto d’indagine privilegiato i vizi dell’atto amministrativo, in un gesuitico e sfinente sforzo di rielaborazione, che cosa si può pretendere adesso? (Gli inglesi no, per loro il provvedimento amministrativo non esiste quasi come nozione, quello che conta è che il procedimento sia fair, sia equo).

E’ da segnalare, poi, il progressivo aumento delle materie (urbanistica ed edilizia, appalti, servizi pubblici, concessioni, espropri, silenzio dell’amministrazione, ecc.) di cd. giurisdizione esclusiva, ovvero delle situazioni in cui le vertenze sono devolute interamente al giudice amministrativo, non distinguendosi più tra diritti ed interessi legittimi. In particolare, il deficit di tutela per il cittadino si verifica nei casi in cui viene avanzata una domanda di risarcimento danni (che, tradizionalmente, non è mai stato il mestiere del giudice amministrativo).

Qualche considerazione va poi fatta relativamente ai meccanismi di reclutamento dei giudici amministrativi. Nei ruoli della magistratura amministrativa si arriva solo in esito a concorsi di secondo livello, e tendenzialmente si attinge tra la dirigenza degli impiegati pubblici. Se in genere ciò garantisce rispetto al grado di preparazione tecnica dei giudici amministrativi, è innegabile come, non fosse altro che per affinità di carriera ed idem sentire, il sistema si esponga a qualche censura, essendo auspicabile una maggiore terzietà.

Tuttavia, almeno a parere di chi scrive, il principale difetto del sistema della giustizia amministrativa in Italia non è tanto l’omogeneità dei giudici rispetto alla P.A., né la sopra citata natura del giudizio, modellato più sulla falsariga del ricorso amministrativo che su quella di un vero e proprio processo. L’aspetto che maggiormente desta perplessità è la stessa idea della teorizzata necessità che le vertenze in cui è parte una P.A. debbano essere devolute a giudici speciali anziché al cd. giudice naturale. Ma così operando, si assiste alla automatica creazione di un ulteriore contropotere, inevitabilmente al centro di interessi ed intermediazioni (di cui, in un paese dalle mille corporazioni e degli infiniti poteri di veto come il nostro, non si sente davvero la mancanza). Insomma, non esattamente in linea con i principi della rule of law anglosassone di cui si è detto sopra.

Si aggiunga che, da un punto di vista più tecnico-giuridico, la stessa coesistenza di una duplice giurisdizione – ordinaria ed amministrativa – fatalmente determina, pressoché in qualunque vertenza in cui è parte una P.A., la preliminare e sfiancante definizione delle immancabili eccezioni di carenza di giurisdizione del giudice effettivamente adito, a scapito del merito delle questioni: solo in base a questa banale considerazione, sarebbe probabilmente ragionevole riunificare la giurisdizione.

Per concludere, con una provocazione (ma neanche troppo): forse aveva ragione Giannini quando, presentando la versione italiana del manuale di diritto amministrativo inglese di Wade alla fine degli anni ’60, manifestava ammirazione per il bistrattato – dalla tradizione amministrativistica continentale – sistema britannico. D’altronde, ci sarà un motivo se nel mondo si parla inglese (e se avessero ragione gli inglesi anche sulla Brexit?).

6
Ott
2017

L’agenda dell’Istituto Bruno Leoni: il 9 Ottobre si parla di Patrimonio culturale

 

Il patrimonio culturale. Modelli di gestione e finanza pubblica
di Antonio Leo Tarasco
(Editoriale scientifica, 2017)

Insieme all’Autore intervengono:
James Bradburne (Direttore della Pinacoteca di Brera)
Fabrizio Fracchia (Professore ordinario di Diritto amministrativo all’Università Bocconi)
Angelo Miglietta (Professore ordinario di Economia delle aziende all’Università IULM)

Introduce e coordina
Filippo Cavazzoni (Direttore editoriale dell’Istituto Bruno Leoni)

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