7
Mag
2017

Home sharing e i conti senza l’oste—di Luca Minola

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Luca Minola.

Durante un’audizione in Parlamento sulla “manovrina”, Federalberghi ha sferrato un nuovo attacco contro l’home sharing, affermando che in Italia nel solo 2015 sono stati più di 600 milioni i pernottamenti “trattati sul mercato nero” degli affitti brevi. Ad affermarlo il presidente dell’associazione, Alessandro Nucara, che, a sostegno della propria tesi, ha portato i dati emersi dal XX Rapporto sul Turismo Italiano redatto dal CNR.

Peccato che questa stima, come sottolinea lo stesso CNR, dipenda dal fatto che, nelle indagini svolte, vengano considerati anche i pernottamenti dei proprietari di seconde case, le visite ai parenti e agli amici.

Secondo le statistiche ufficiali ISTAT, riprese anche dallo stesso rapporto, i pernottamenti di turisti in Italia nel 2015 sono stati circa 392,8 milioni di cui 263 effettuati in strutture ricettive alberghiere e 129,8 in strutture ricettive-extralberghiere tra cui le unità immobiliari per affitti brevi. Dunque, è evidente che, semmai esistesse un mercato nero degli affitti a breve termine, i numeri sarebbero di gran lunga inferiori e non di certo i due terzi del settore.

Se di numeri si tratta, sarebbe utile guardare anche a quelli che raccontano una situazione un po’ diversa.

Per esempio, secondo uno studio redatto da Sociometrica su Airbnb, la scorsa estate, in Italia, i turisti che hanno soggiornato in una delle unità immobiliari pubblicizzate sulla piattaforma californiana sono stati 2,4 milioni, generando un beneficio economico complessivo di 3,4 miliardi di euro – la stessa cifra della “manovrina” di correzione dei conti pubblici appena approvata dal Consiglio dei Ministri – e supportando l’equivalente di 98.400 posti di lavoro. Chi ha deciso di condividere la propria casa ha ottenuto, invece, un ricavo medio annuale di 2.300 euro che il più delle volte è stato riutilizzato per il pagamento delle utenze o per opere di riqualificazione e manutenzione degli immobili.

Non solo, oggi, più del 74% delle unità immobiliari pubblicizzate si trova localizzato in quartieri periferici, al di fuori dei tradizionali distretti alberghieri o in aree un tempo prive di hotel. Questo significa che molti più soldi vengono investiti e spesi al di fuori delle aree centrali – considerate per loro natura più turistiche – rafforzando le comunità locali ed il sistema economico.

Decisamente qualcosa di positivo per un’economia – quella italiana – che stenta a crescere.

Se questi sono i numeri, è necessario cambiare prospettiva e provare ad intervenire in modo più ponderato rispetto a quanto previsto dalla normativa appena approvata.

Prima però, dovremmo considerare chi affitta un’unità immobiliare per brevi periodi non più un presunto evasore, ma una persona che esercita liberalmente la facoltà di utilizzare il proprio immobile, inclusa quella di affittarlo per pochi giorni.

Inoltre, sostenere che gli affitti brevi operino in un mercato nero è fuorviante. Difatti, già oggi i proprietari di un immobile che viene dato in affitto, anche se solo per una notte, sono obbligati a pagarci le tasse: o assoggettando gli affitti percepiti all’Irpef o optando per la cedolare secca del 21%.

Non basta, quindi, il solo pregiudizio di evadere per giustificare le nuove regole fiscali appena approvate che prevedono non tanto di tassare gli affitti brevi, ma piuttosto di trasformare le piattaforme di home sharing e le agenzie di intermediazione in sostituti d’imposta, obbligandole ad adempiere ad alcune procedure burocratiche confuse e catturandole come soggetti d’imposta.

Anziché regolare il settore – per esempio distinguendo in maniera differente chi affitta in maniera dilettantistica da chi, invece, lo fa professionalmente – il legislatore ha preferito tassarlo. Come è d’abitudine per il nostro Stato affamato di tasse.

6
Mag
2017

Addio a William Baumol

Con la scomparsa di William Baumol, se ne va uno degli economisti più eclettici e produttivi del Novecento.

Baumol è stato tutto: “micro” e “macro”, teorico ed empirico, storico dell’economia e storico del pensiero economico. Proprio per questo è difficile dare una visione organica del suo contributo alla disciplina, che ha lasciato il segno in una molteplicità di campi e ha, in più di un caso, tracciato un discrimine tra il “prima” e il “dopo”. Forse il modo migliore per farsi un’idea dell’uomo e dell’economista è leggere la bellissima intervista realizzata da Alan Krueger nel 2001 per il Journal of Economic Perspectives. In un passaggio, Baumol rende perfettamente l’idea del suo approccio e della sua immensa curiosità:

io cerco sempre una teoria… Non sono particolarmente interessato alle piccole cose. Ma, piccole o grandi, cerco sempre di arrivare all’astrazione che ne emerge. A volte sono fortunato: l’astrazione si rivela utile. E altre volte sono molto fortunato, e mi accordo di aver sbagliato tutto. E’ proprio quando mi accorgo di aver sbagliato tutto, che mi vengono le idee migliori. Perché se la mia intuizione era gusta, quasi sempre si tratta di qualcosa di abbastanza semplice e lineare. Quando la mia intuizione è sbagliata, c’è qualcosa di meno ovvio da spiegare.

Baumol è noto soprattutto per il “morbo” che porta il suo nome, detto anche “malattia dei costi” (cost disease). L’idea, espressa per la prima volta in un paper del 1965 con William Bowen, nasce dall’osservazione delle arti e dello spettacolo: perché il costo del vostro telefonino scende nel tempo, mentre il concerto del vostro cantante preferito costa sempre più caro? In termini più formali: perché nei mercati dei prodotti la produttività continua a crescere, mentre nei servizi ad alta intensità di lavoro questo non accade? Infatti, l’output per ora-uomo nella fabbrica di telefonini aumenta per effetto del progresso tecnologico, ma questo è vero solo in piccola parte per il cantante. Secondo Baumol, le due cose sono legate l’una all’altra: i salari negli altri settori crescono seguendo la dinamica della produttività, quindi se l’impresario teatrale vuole che il cantante continui a esibirsi, deve a sua volta aumentarne il salario senza però che questo rifletta un guadagno di produttività. Questo problema non riguarda solo il mondo della cultura ma tutti quei servizi – quali la scuola, la sanità e la raccolta dei rifiuti – nei quali il costo del lavoro domina sul costo del capitale. Questo spiega perché, nelle società moderne, si verifica il fenomeno di una forte innovazione tecnologica associata a tassi di crescita relativamente bassi. Naturalmente, la teoria di Baumol non spiega tutto: per esempio, anche nei settori citati, non è ovvio che la tecnologia non possa supportare l’incremento della produttività (si pensi all’impiego delle tecnologie digitali nella scuola e nella sanità) ma la prospettiva dello studioso della New York University può difficilmente essere elusa e, se anche non spiega tutto, spiega certamente qualcosa.

Un altro grande contributo di Baumol alla teoria economica è la “riscoperta” dell’imprenditore. L’approccio neoclassico dà grande spazio alle imprese e ai prezzi, ma poco agli imprenditori. In particolare, gli economisti si sono spesso occupati del tema dell’innovazione: sia riguardo alla sua definizione e ai suoi effetti (Joseph Schumpeter) sia riguardo al suo contributo alla crescita economica (Robert Solow). Ma non si può immaginare l’innovazione senza innovatori e, dunque, non può esserci l’impresa senza l’imprenditore: l’indagine sul funzionamento dell’economia, allora, deve necessariamente investire anche la figura dell’imprenditore, come Baumol tentò di fare nel 1968 estendendo la teoria dell’impresa a una teoria dell’imprenditorialità (arrivando, dal versante neoclassico, a conclusioni analoghe a quelle di Israel Kirzner che muoveva invece da una prospettiva austriaca).

Se si mette l’imprenditore sotto la lente d’ingrandimento, si arriva presto a sollevare una domanda: perché in alcune società gli imprenditori sono più innovatori che in altre? In un delizioso paper del 1990, Baumol argomenta che, più ancora dell’offerta di imprenditori all’interno di una società, conti il tipo di attività a cui essi si dedicano. Tali attività, infatti, possono essere produttive (l’innovazione), improduttive (la caccia alle rendite o la ricerca di cavilli per non pagare le tasse) o distruttive (il crimine organizzato). Sono istituzioni, norme e incentivi a spingere gli imprenditori nell’una o nell’altra direzione – una tesi che trova peraltro piena corrispondenza nel lavoro di Douglass North).

Uno degli aspetti cruciali per massimizzare l’apporto socialmente costruttivo degli imprenditori, dal punto di vista istituzionale, è l’apertura o meno dei mercati alla concorrenza. Per lungo tempo – almeno fino alla “rivoluzione di Chicago” – gli economisti hanno interpretato la concorrenza guardando principalmente alla struttura del mercato, cioè a variabili quali il numero delle imprese, le quote di mercato, eccetera (d’altronde, una delle ipotesi della concorrenza perfetta è proprio che il numero di imprese sia sufficientemente alto). Baumol ha seriamente incrinato questo paradigma spostando l’attenzione dagli esiti del mercato (intesi in questo senso restrittivo ed “ex post”) alla sua contendibilità. La teoria, descritta in un libro del 1982 con John Panzar e Robert Willig (e riassunta in questo paper dello stesso anno), è che un mercato può avere caratteristiche concorrenziali anche se presenta una struttura oligopolistica o addirittura monopolistica, purché i costi di entrata siano sufficientemente bassi, non vi siano costi “affondati” (sunk costs) e i clienti siano mobili. Sotto queste condizioni, il monopolista praticherà prezzi “di mercato”, perché se tentasse di estrarre rendite, immediatamente i concorrenti si affaccerebbero e gli sottrarrebbero clienti, riportando l’equilibrio originale. Di conseguenza, dimostra Baumol, non è vero che la struttura del mercato determina la condotta degli agenti, ma è vero il contrario.

Baumol è stato un autore prolifico e influente in moltissimi ambiti. Non c’è economista vivente che non si sia misurato con lui e che non abbia potuto o dovuto prendere le mosse da qualche sua acuta intuizione. La sua scomparsa lascia un vuoto, reso più vasto dal rimpianto che la sua produzione non sia mai stata suggellata dal conferimento del Premio Nobel. Ma più dei riconoscimenti in vita conta l’eredità che lo studioso lascia: i campi che egli ha seminato e i nuovi percorsi di ricerca che ha aperto e che adesso spetta ad altri seguire.

5
Mag
2017

In ricordo di Juan Marcos de la Fuente—di Lorenzo Infantino

È scomparso nei giorno scorsi Juan Marcos de la Fuente, fondatore dell’Union Editorial, il principale editore liberale di lingua spagnola. Ospitiamo il ricordo di questa grande figura di imprenditore intellettuale del Prof. Lorenzo Infantino.

Ci ha lasciati nei giorni scorsi. Il suo nome dice nulla al grande pubblico. Ma Juan Marcos de la Fuente è stato un personaggio straordinario, a cui tutti gli amanti della libertà individuale di scelta devono rispetto e riconoscenza. Sono soprattutto gli spagnoli a doverlo piangere: perché, con pochi mezzi, egli ha dato loro la possibilità di conoscere le opere dei maggiori pensatori liberali del Novecento.

Ancor prima della caduta del franchismo, Juan Marcos aveva avviato, con pochi amici della sua stessa caratura umana, la propria attività editoriale. Il loro scopo era quello di preparare la cultura del dopo Franco. Erano tutti consapevoli che la piccola Spagna franchista avrebbe avuto bisogno di ben altre idee per affrontare la nuova navigazione: un problema non diverso da quello che molti anni prima si era proposto, purtroppo senza successo, José Ortega y Gasset.

Il manipolo capeggiato da Juan è stato un faro di cultura liberale, che ha fortemente influenzato opinionisti ed esponenti di primo piano della politica spagnola. Menger, Boehm-Bawerk, Mises, Hayek sono stati tradotti in spagnolo e resi disponibili per la formazione delle più giovani generazioni. De L’azione umana di Mises sono state stampate numerose edizioni e sono addirittura in corso di pubblicazione, così come programmate dall’Università di Chicago, le opere complete di Hayek.

Juan era un uomo che amava le sfide culturali. Non c’era nulla di esibizionistico nella sua vita. C’era ciò di cui mancano molti uomini: la capacità di individuare la propria vocazione e di viverla fino in fondo. Lavorava instancabilmente tutti i giorni dell’anno, traducendo dall’inglese, dal francese e dal tedesco. E, quando a sera sospendeva il suo lavoro, scriveva le sue delicatissime liriche, accompagnato dalle sue musiche preferite.

Io stesso ho beneficiato della sua opera. Ha tradotto in spagnolo tre miei volumi e ha dovuto fermarsi al secondo capitolo del mio libro sul Potere. Mi diceva: “Sarà la mia ultima traduzione!”. Ma non è riuscito a portarla a termine. Ho beneficiato anche della sua generosità. La sua porta non era mai chiusa. La sua ospitalità era autentica. Ho avuto la fortuna di frequentare Juan per più di vent’anni. Sebbene la cultura spagnola non sia stata estranea alla mia formazione, Juan mi ha aiutato a peregrinare nel suo sottosuolo, ad afferrare le ragioni intime della sua drammaticità. I nostri viaggi attraverso la Spagna storica, le nostre conversazioni su Antonio Machado e Federico Garcia Lorca, le riunioni conviviali a Segovia e nella Sierra de Guadarrama, a Salamanca, in Galizia: tutto è stato per me un’occasione di apprendimento. Ma Juan, avendo studiato per lungo tempo in Italia, ricambiava il mio amore per la Spagna con il suo amore per il nostro paese. Quest’uomo dalla statura non elevata possedeva una grandissima carica umana, credeva nel primato della vita. I suoi nipotini erano sempre in fila da lui, a invocare continuamente il suo nome: Abuelo! Coloro che sanno darci qualcosa rimangono per sempre con noi!

4
Mag
2017

È la crescita economica che rende il mondo più sano e ricco—di Luca Bazzana

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Luca Bazzana.

La World Health Organization (WHO), in due recenti ricerche — “Inheriting a Sustainable World: Atlas on Children’s Health and the Environment” e “Don’t Pollute My Future!”—, indica l’inquinamento come la principale minaccia alla salute dei minori nei Paesi in via di sviluppo. Angela Logomasini, Senior Fellow del Competitive Enterprise Institute, ha una tesi diversa.
Nel paper “Polluted Logic Taints WHO Reports on Children’s Health” viene spiegato come, negli ultimi decenni, il mondo sia diventato sempre più sano grazie alla crescita economica che ha consentito di uscire dalla povertà a milioni di persone. L’impatto è stato notevole, basti pensare che dal 2005 al 2015 la mortalità infantile è scesa di circa il 30%. Anche se nei report della WHO l’industrializzazione e la crescita economica vengano indicate come le cause di un generale miglioramento della salute nel mondo, gli autori preferiscono sottolineare — raccogliendo grande attenzione da parte dei media — argomenti diversi. Per esempio l’ipotesi che l’inquinamento uccida circa 2 milioni di bambini all’anno.
Logomasini spiega anzitutto come venga utilizzata una definizione di inquinamento piuttosto confusa, senza riflettere sulle cause di carattere istituzionali che lo condizionano. Nelle nazioni democratiche e a economia di mercato, l’inquinamento dell’aria non è più, generalmente, un problema. Nei Paesi in via di sviluppo, invece, questo problema è ancora tutto da risolvere proprio per la mancanza di crescita economica e degli standard applicati nelle sezioni maggiormente sviluppate. Un altro punto su cui l’analisi della WHO è poco condivisibile riguarda il ruolo dell’impatto che le tecnologie moderne hanno avuto sul miglioramento degli standard di vita nel mondo. Infatti, vengono presi in causa esclusivamente gli effetti negativi, ad esempio dei pesticidi, senza considerare come questi abbiano contribuito a migliorare ambiente e standard di salute.
La WHO, invece di sostenere che il problema della mortalità infantile è figlio della povertà, preferisce benedire l’attuazione di politiche in grado di generare una “crescita sostenibile”, attraverso la riduzione di agenti chimici “tossici” e di combustibili fossili. Logomasini spiega che i report della WHO — e tutto l’impianto mediatico che generano — non mette in luce che la crescita economica, originata dal libero mercato, e non una “crescita sostenibile” guidata dal regolatore, sia la chiave per avere un mondo più sano. Sono molti i dati a sostegno di questa tesi. Ad esempio, l’obesità infantile è passata dal 25% nel 1990 al 14% del 2015; dal 1990 più di 2 miliardi di persone hanno accesso a migliori sistemi di impianti igienici; le morti di bambini a causa di malattie diarroiche sono scese a 526.000 nel 2015 da 1,2 milioni nel 2000. Grossi passi avanti sono stati fatti anche sul fronte dei combustibili fossili, nel 2016 solamente tre Stati utilizzavano benzina al piombo, erano 82 nel 2002.
In conclusione, ci dice Logomasini, se l’obiettivo dei report della WHO era quello di promuovere politiche atte a migliorare la salute dei bambini, allora questo non è stato raggiunto. Il tanto vituperato mercato potrebbe dare un contributo anche in questo campo: se solo lo si lasciasse fare.

3
Mag
2017

Pd in retromarcia sul fisco d’impresa, e lo split payment è vergognoso

Confindustria insieme a tutte le associazioni d’impresa cambia marcia, e in sede di audizione parlamentare sulla manovrina del governo denuncia apertamente un aumento della pressione fiscale sulle aziende. E’ un dato di fatto, effettivamente. Che si inquadra in un cambio generale di segno delle politiche economiche sin qui seguite. E’ la politica, cioè il Pd e cioè Renzi, a dettare un altro spartito dopo la malaparata del 4 dicembre scorso, e il ritorno alla segreteria con la vittoria nelle primarie.

Fino al 2016, va detto, per le imprese con Renzi non è andata male. Cominciando dalla decontribuzione totale per tre anni nel 2015, e parziale per due anni del 40% dei contributi nel 2016, a fronte di ogni nuovo contratto a tutele crescenti: si è trattato di 19,3 miliardi per questa sola voce, sommando gli sconti spalmati fino al 2019. E’ stata inoltre abbattuta la componente lavoro dell’IRAP. L’IRES da quest’anno è scesa dal 27,5% al 24%. E’ stato fiscalmente incentivato il welfare d’impresa (sia pur discutibilmente equiparato al salario di merito). Sono state rifinanziate leggi d’incentivo come la Sabatini sugli investimenti strumentali d’impresa. E quest’anno al superammortamento degli investimenti nel 2016 si somma nel 2017 l’iperammortamento per quelli relativi alla nuova frontiera di Industria4.0. Il bilancio complessivo in termini di crescita aggiuntiva non è stato un granché, e c’è solo da sperare che quest’anno gli investimenti grazie ai potenti incentivi riprendano a doppia cifra, visto che a fine 2016 avevamo sommato un gap del 27% in meno tra pubblici e privati rispetto al 2008.

Il favore verso l’impresa non è stato estraneo alla scelta di Confindustria di condividere appieno la battaglia referendaria di Renzi. Ma al contempo, dopo la sconfitta, è diventata un’arma polemica usata da sinistra contro Renzi. In sintesi l’accusa è: hai dato alle imprese un punto e mezzo di PIL sui 50 miliardi complessivi dei tuoi bonus, ma non hai fatto niente per la povertà assoluta e per chi è fiscalmente “incapiente” sotto gli 8mila euro di reddito, hai dunque tradito una delle stelle polari della sinistra, la redistribuzione. Accusa sommata al tradimento dell’egualitarismo degli insegnanti con la Buona Scuola, alla lesina nel rinnovo del contratto degli statali, e via continuando.

Con la manovrina del governo Gentiloni, si sviluppano le premesse del cambio di rotta, i cui primi segni erano già nella legge di bilancio 2017. Il reddito d’inclusione e più di 2 miliardi a chi ha meno reddito espandendo l’esperimento del SIA sono stati la prima avvisaglia. Poi i cedimenti in serie ai sindacati sulla scuola. La riforma IRPEF è sparita ufficialmente dai progetti del DEF per il 2018, ma Renzi e Nannicini avrebbero pronta una proposta di semplificazione su tre aliquote fortemente “sociale”, con vantaggi soprattutto per chi ha meno. La stessa vicenda Alitalia, con l’energica correzione renziana alla prospettiva della liquidazione, e la superfetazione a 600milioni del prestito ponte concesso dal governo, indicano una prospettiva politica di forte ricollocazione a sinistra.

Le polemiche contro i ministri tecnici, Padoan e Calenda, sono l’antipasto di una profonda insofferenza verso chi continui sotto elezioni a ricordare i vincoli europei di contenimento del deficit e del debito, e contro gli aiuti di Stato. Renzi dice di voler cambiare radicalmente l’Europa insieme a Macron, ma i suoi attacchi all’Europa mancano del tutto nei discorsi del leader di En Marche, e sembrano a volte più simili ai toni anti Ue della Le Pen. Mentre l’Europa legge nell’eventuale vittoria d Macron un ritorno rafforzato all’asse franco-tedesco, Renzi lo interpreta come fosse l’abolizione dell’impegno a scendere anno dopo anno al deficit zero, sia pur corretto per il ciclo. Malgrado la maggior flessibilità che Padoan ha strappato per Renzi di un punto e mezzo di PIL, e nonostante ci sia stata concesso più deficit per la clausola investimenti pubblici, mentre nel 2016 il governo li ha non aumentati ma tagliati del 4,4%.

Ed eccoci dunque al cambio di segno verso le imprese. Confindustria ha ragione: le maggiori entrate della manovrina, e i 5 miliardi di miglioramento dei saldi 2018 che resteranno come patrimonio acquisito del decreto facendo scendere a 14 miliardi le clausole di stabilità – per non affrontare le quali Renzi vuole votare prima della legge di bilancio anche se le clausole le ha appostate lui – vengono tutte dalle tasche delle imprese. I tagli ai ministeri sono poca roba,5-600 milioni se va bene.

Le maggiori entrate sono la somma del maggior prelievo sulle imprese del settore del gioco legale: che ovviamente viene presentato come lotta alla ludopatia ma raggiungerà livelli assurdi, con un 52,5% di prelievo sulle videolottery e il 64,3% per le slot machine, a fronte del 22% in Germania e 38% in Spagna. A questo si aggiunge la maxi estensione dello split payment, non più solo nel caso dei fornitori diretti dello Stato ma di tutte le società pubbliche e delle maggiori 40 società quotate italiane. Questa misura, spacciata per lotta all’elusione, è semplicemente vergognosa. Che tutti i fornitori di queste grandi imprese si vedano inibiti dal poter recuperare direttamente con l’IVA i crediti fiscali è un gigantesco drenaggio di liquidità, per grandi fornitori come imprese piccole e piccolissime e anche liberi professionisti. Sicuramente superiore nel 2018 ai 10-12 miliardi, a recupero non più immediato ma differito per anni secondo l’attuale regime di rimborso dei crediti fiscali da parte dello Stato. Mentre il debito commerciale pubblico alle imprese è tornato a salire oltre i 70 miliardi (e il MEF non aggiorna le cifre). E ricordatevi sempre che lo Stato paga al contribuente solo il 2% di interessi dopo i primi sei mesi di ritardo nelle compensazioni dei crediti fiscali, mentre per sé impone il 3,5% di interesse su quanto il contribuente gli deve iscritto a ruolo. Un gap che dice tutto del fisco asimmetrico a vantaggio dello Stato.

E a questo si aggiunge inoltre il nuovo limite ridotto da 15mila a 5mila euro per compensare i crediti Iva e quelli delle imposte sul reddito senza ricorrere a un intermediario per il visto di conformità, operazione il cui costo può arrivare a oltre un quinto del credito totale. E ancora: un giro di vite agli incentivi ACE per la patrimonializzazione delle piccole imprese, e una forte limitazione all’innovativo regime del patent box, con cui 2 anni fa si disse di voler fiscalmente incentivare il capitale intangibile delle imprese cioè brevetti, marchi e design, un regime che all’Agenzia delle Entrate non è mai piaciuto nella convinzione che si prestasse a elusione, e che non a caso è stato autorizzato sinora solo in pochissimi casi.

Certo, la coperta è corta. Ma è molto discutibile puntare a più deficit dimenticando che il report della Banca Mondiale Paying Taxes 2016 vede alle nostre dirette frontiere la pressione fiscale sul reddito lordo d’impresa al 28,8% in Svizzera e al 51,2% in Austria, mentre da noi è al 64,8%. Le imprese si erano illuse, sul fatto che quelle di Renzi fossero scelte strategiche. Ora che suona il “contrordine compagni”, farebbero bene a correggere il tiro.

 

 

2
Mag
2017

Rendere omaggio a Gramsci a scuola?— di Tomaso Invernizzi

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Tomaso Invernizzi.

Con ufficiale comunicato stampa del 27/4/2017, il ministro dell’istruzione Valeria Fedeli invita le scuole a riflettere sulla figura e sull’opera di Antonio Gramsci, a ottant’anni dalla sua morte. In questa nota, tra l’altro, si avvisa che nella settimana successiva sarà diramata una circolare agli istituti scolastici per promuovere occasioni di studio, ricerca e approfondimento, e si parla espressamente di momenti atti a “rendere omaggio” a Gramsci.

Siamo ben lungi dal non riconoscere l’interesse e la possibile valenza didattica, almeno all’interno di taluni percorsi, dell’opera del filosofo comunista italiano: se altri neomarxisti, come Pierre Bourdieu e Louis Althusser, videro la scuola come un luogo di riproduzione delle disuguaglianze sociali e quindi dello status quo, per Gramsci la classe subalterna, attraverso un’appropriazione critica dei contenuti del sapere borghese dominante, ha la possibilità di porre le premesse per un ribaltamento dei rapporti sociali ed economici.

A mantenere lo status quo vi sarebbe infatti un’ideologia composta di credenze, valori, norme e altri contenuti culturali, che in qualche modo indurrebbero nella classe operaia una falsa coscienza, tale da impedire la presa di coscienza della reale condizione storica e sociale cui i lavoratori sarebbero sottoposti e quindi la rivoluzione proletaria.

L’appropriazione critica di tali contenuti, secondo Gramsci, dovrebbe aver luogo in primis a scuola: i figli della classe subalterna dovrebbero poter frequentare delle scuole di formazione generale, e non soltanto professionale, e la scuola porsi quindi come strumento di emancipazione e di lotta. In altre parole, per realizzare la rivoluzione comunista, c’è bisogno in prima battuta di abbattere l’egemonia della cultura borghese e rendere dominante la cultura subalterna.

In questo senso, l’istituzione scolastica assume una rilevanza primaria e lo studio va affrontato da tutti con profusione di grande impegno e serietà. Nei Quaderni dal carcere Gramsci scrisse: “Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza”.

Tanto faticoso, quanto fondamentale. Non c’è bisogno di essere gramsciani per condividere l’idea che lo studio scolastico, dovendosi rivolgere alle cose difficili e complesse, quelle facili possono essere apprese attraverso altre agenzie educative, debba significare fatica. Ad ogni modo, continuando col pensiero di colui che è stato tra i fondatori del PCI (oltre che de l’Unità), al fine di ribaltare la cultura dominante e rendere egemone quella attualmente subalterna, si tratta di occupare le “casematte del potere e della società civile” (scuole, università, teatri, giornali..).

C’è bisogno evidentemente di intellettuali che nei luoghi a questo scopo deputati favoriscano quell’appropriazione critica del sapere borghese di cui sopra, i cosiddetti intellettuali organici. Studiare Gramsci può per esempio aiutare a capire come sia possibile che il ministro dell’istruzione emani una nota specifica per chiedere di riflettere sull’opera di uno specifico autore, quando i docenti hanno già a disposizione tutti gli strumenti per le loro programmazioni didattiche (e ce ne sono di temi sul cui approfondimento ci sarebbe da invitare!).

Ha ragione quindi la Fedeli quando parla di “eredità politica e culturale che ha ancora una straordinaria attualità”. Lei in qualche modo pare esserne una prova. Molto problematico è il passo in cui il comunicato stampa parla di “rigore e levatura morale”, “patrimonio da cui attingere”, “fonte preziosa di ispirazione”, espressioni evidentemente valutative, che paiono celebrare l’ideologo. Altro che acquisizione di sapere critico!

D’altronde, lo abbiamo scritto poco sopra, studiare Gramsci può aiutare a capire perché si chieda di omaggiare Gramsci.

28
Apr
2017

Home sharing: la tassa è servita—di Luca Minola

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Luca Minola.

Con il D.L. del 24 aprile n. 50, recentemente approvato dal Consiglio dei Ministri, viene introdotta una nuova regolamentazione (da molti ribattezzata “norma anti Airbnb”) che prevede una serie di misure più stringenti a carico delle piattaforme di home sharing e di chi affitta un’unità immobiliare per brevi periodi di tempo – non superiori a 30 giorni.

In base a quanto previsto dal decreto, dal 1 giugno 2017, sarà introdotta una cedolare secca al 21% (opzionale) da versare allo Stato per le locazioni sotto i 30 giorni. La norma prevede che siano le stesse piattaforme di home sharing e le agenzie di intermediazione a versare le tasse dovute da chi affitta al fisco, agendo da sostituti d’imposta. Inoltre, esse hanno anche l’obbligo di registrare i contratti stipulati all’Agenzia delle Entrate. In caso di mancata dichiarazione o mancato versamento, è prevista una multa compresa tra i 250 e i 2000 euro.

È chiaro che l’intento del decreto appena adottato dal Consiglio dei Ministri sia soltanto uno: assicurare maggiori entrate pubbliche, nella presunzione che chi oggi affitta un’unità immobiliare per brevi periodi sia, in realtà, un evasore, come è d’abitudine per il nostro Stato affamato di tasse.

Difatti, già oggi i proprietari di un immobile che viene dato in affitto per brevi periodi, magari anche solo per una notte, sono obbligati a pagarci le imposte: o assoggettando gli affitti percepiti all’Irpef o optando per la cedolare secca del 21%. Già oggi, quindi, la cedolare secca è applicabile agli affitti tipici dell’home sharing ed è facoltativa rispetto alla scelta di far confluire il reddito nell’imponibile Irpef (situazione più favorevole per chi ha redditi molto bassi e detrazioni molto alte).

A guadagnarci, quindi, sarà lo Stato, piuttosto che le categorie finora combattive contro l’home sharing. In particolare, perché imponendo a queste piattaforme ed agenzie di intermediazione di diventare sostituti d’imposta, li obbliga di fatto ad aprire una sede in Italia, catturandoli come soggetti di imposta.

La mano del legislatore sull’home sharing  dimostra, qualora ce ne fosse bisogno, che l’unico interesse che esso ha è quello di approfittare di un settore economicamente in crescita per ricavarne soldi. Nulla a che vedere con norme di sicurezza e igiene, decoro urbano, quiete pubblica e le altre giustificazioni che vengono di norma addotte quando si dice di dover regolare il settore.

Se queste fossero le ragioni, la regolamentazione sarebbe diversa e finalizzata non a tassare, come prima cosa, ma, al più, a distinguere in maniera differente l’attività di home sharing da quella professionale di ricettività turistica, lasciando che i proprietari di immobili possano utilizzare il loro diritto di proprietà nelle forme già consentite dal codice civile.

25
Apr
2017

Alitalia: basta falò pubblici di risorse, non resta che liquidarla

Ve l’avevamo detto, la scorsa settimana. Sulle grandi discontinuità d’impresa, quando si rendono necessarie ristrutturazioni dolorose, ormai i referendum tra lavoratori si convocano per rimarcare la crisi verticale di rappresentanza dei sindacati. E così è stato in Alitalia. I no hanno prevalso. Ad aver chiesto il no esplicitamente sono stati alcuni sindacati di base come l’Usb e l’Anp, che ai dipendenti Alitalia hanno detto che era meglio vendere cara la pelle, dire no al taglio delle retribuzioni per il personale navigante, agli esuberi e alle mancate conferme dei contratti a tempo, pattuiti nell’intesa sottoposta al voto. Tanto, è stato l’argomento, si sa che è già partita la trattativa riservata con Lufthansa, che da Etihad recentemente ha assunto una quota anche di Air Berlin, e a quel punto l’arrivo dei tedeschi avrebbe significato nuovi tagli. Un ragionamento suicida, visto che così i tagli diventano immediati, con la discontinuità aziendale.

Qual è il sottinteso di questa campagna per il no? Semplice. Che sia lo Stato, a tornare ad accollarsi Alitalia, facendo marcia indietro sulla decisione di cederla ai privati nel 2008. I ministri Delrio e Calenda hanno reiteratamente detto che non esiste alcuna prospettiva di rinazionalizzazione. E che, su richiesta dei soci che non ricapitalizzano, al governo non resta che rispondere positivamente alla richiesta inevitabile di amministrazione straordinaria speciale, procedendo, secondo la legge Marzano modificata ai tempi di Parmalat, alla nomina di uno o più commissari.

Per il governo Gentiloni, non bastassero i problemi che ha, si tratta di una pesante grana imprevista. La Parmalat era gonfia di liquidità, strappata da Enrico Bondi alle banche che ne avevano impropriamente piazzato i bonds. Alitalia non ha più cassa, ne brucia ogni giorno, si calcolano circa 220 milioni di spese al mese tra personale, lease aerei, diritti traffico, manutenzione e carburante Ha un pesante debito, diciamo oltre un miliardo anche se non abbiamo il bilancio 2016 per dirlo con precisione. Senza cassa, il piano che deve stilare il commissario da sottoporre a creditori e potenziali acquirenti implica un coinvolgimento della finanza pubblica obbligato, per sei mesi serve una cifra nell’ordine del miliardo . Solo che, insediato il commissario, a quel punto partirà ovviamente il coro dei sindacati da una parte, e di vaste aree della politica dall’altra, contro ogni pretesa “svendita” della compagnia: tanto più se la trattativa fosse con l’unica davvero interessata ad aggregarla, cioè i tedeschi di Lufthansa che in questi anni hanno annesso compagnie in Svizzera, Austria e Belgio. (apro una parentesi: fonti di Berlino negano recisamente al momento ogni propensione di Lufthansa, a cui ancora brucia il fallimento del progetto su Malpensa di 3 anni fa:vediamo se sono solo schermaglie..). Per molti politici, l’avvicinarsi delle elezioni è un ideale bis del 2008: anche allora si decise in campagna elettorale il no alla cessione dallo Stato ad Air France, per dare Alitalia invece ai “capitani coraggiosi” italiani. Col bel risultato che ai 7,4 miliardi di perdite dell’Alitalia pubblica calcolati da Mediobanca abbiamo sommato in questi anni di Alitalia privata altri 4,5 miliardi pubblici tra oneri statali del fallimento, CIGS straordinaria (per 7 anni!) agli esuberi di allora, investimento bruciato di Poste, oneri aggiuntivi sui biglietti pagati da tutti i passeggeri, a cui sommare altri 1,4 miliardi di minori introiti IVA.

L’alternativa, se il governo Gentiloni reggerà alla pressione, è che il commissario avvii invece la liquidazione, con due anni di NASPI per il personale, gli asset della compagnia ceduti tramite spezzatino, e le rotte riaggiudicate dall’autorità di regolazione. A rigor di logica dovrebbe essere l’ipotesi più probabile: anche perché né Lufthansa né altri comprebbero a maggior prezzo e con tanti debiti asset che, dalla liquidazione, possono rilevare ameno.

La differenza sarà esercitata da imponenti pressioni politico-sindacali. Che deliberatamente ignora la questione essenziale. cioè che l’Alitalia attuale non può reggere, e figuriamoci se ridimensionata, alla concorrenza duplice: delle low cost e delle grandi compagnie che ormai hanno sia low cost che vettori tradizionali a maggior redditività nel lungo raggio. Tanto per fare qualche numero, nel 2005 Ryanair aveva 33,4 milioni di passeggeri e Alitalia 30. Dieci anni dopo, Ryanair ne aveva 107,7 e l’anno scorso ha superato anche Lufthansa come primo vettore europeo, superando i 120 milioni di passeggeri. Alitalia è scesa a 22,7 milioni, e copre a malapena il 18% del mercato passeggeri italiano (il 40% in valore, stante quanto fa pgaare i suoi biglietti..), mentre il mercato aereo italiano aumentava in un decennio del 135%, malgrado gli anni di crisi economica. Avendo Alitalia ricavi per chilometro-passeggero che in termini comparati, schiacciata com’è sul mercato domestico, non la reggono in piedi, malgrado costi che ormai – su questo i dipendenti hanno ragione – in termini comparati sono inferiori di un terzo a quelli di Air France e di un quarto rispetto a Lufthansa.

E’ presto per capire come davvero il governo gestirà questo disastro, per altro largamente annunciato visto che per anni è rimasto inascoltato chi ha tentato di dire che il piano dei privati, sia prima sia dopo Etihad, non stava in piedi. E infatti i soci e le banche hanno accumulato dal 2009 altri 3 miliardi di perdite. Ma due cose si possono dire, fuori dai denti.

La prima è che il no dei dipendenti è largamente figlio di sindacati e sindacatini che, nei decenni hanno continuato a istillare nei lavoratori della compagnia – malgrado le crisi reiterate e i tanti tagli già avvenuti – l’idea che alla fine si trattasse di una società pubblica, destinata in un modo o nell’altro a essere salvata. E’ purtroppo una dolorosa lezione: il mancato adattamento alle trasformazioni e alle sfide dell’ambiente in cui si vive è esattamente la ragione che nella storia porta all’estinzione di molte specie.

La seconda è che, di fronte all’ennesimo fallimento di Alitalia, la politica si ritrova a un bivio. Ha detto no decenni fa alla fusione con Klm, poi in due occasioni ha detto no ad Air France. Si è accanita a dilapidare miliardi attraverso la gestione pubblica. Ne ha bruciati altri sostenendo troppo generosamente i privati. Ora l’alternativa è chiara. O la politica decide di ascoltare la voce di milioni di italiani che sono stufi di pagare di tasca propria per una compagnia il cui management – pubblico e privato – si è rivelato incapace di reggere alla sfida di un mercato che cresceva malgrado la crisi mondiale. E allora al governo non resta che intraprendere in fretta le procedure concorsuali, dritti fino alla liquidazione. E gà tutto questo avrà un ennesimo costo pubblico, non piccolo. L’alternativa però è follia pura: decidere di mettere ancor più pesantemente la mano nelle tasche dei contribuenti,ma senza alcuna prospettive di guadagnare per anni e anni, vista la flotta a disposizione e i margini inesistenti. Beccandosi un’infrazione europea sicura, per aiuti di Stato. Sfidando non solo la logica, ma anche il voto contrario alle prossime politiche di chi è da anni arcistufo di pagare.per la follia economica che Alitalia è purtroppo diventata.

21
Apr
2017

Il referendum Alitalia mostra i guai dei sindacati. E M5S prova a cavalcarlo

Ieri sono cominciate le operazioni di voto, e continueranno fino al 24 aprile. Il referendum tra tutti i lavoratori Alitalia sottopone al loro diretto giudizio l’intesa di ristrutturazione che Cisl, Uil e Cgil hanno sottoscritto, raggiungendo una forte riduzione degli esuberi proposti inizialmente, e una addirittura fortissima riduzione dei tagli salariali che l’azienda aveva richiesto, visto che si è scesi all’8% da un ordine di grandezza che arrivava fino al 30%.

Il motivo per cui si tiene questo referendum è presto detto. Sono stati in primis i soci italiani della compagnia, a partire dalle due grandi banche Unicredit e Intesa su cui grava il più del precedente come del nuovo sforzo finanziario, a chiedere che se si voleva ricapitalizzare la società allora l’accordo di ristrutturazione doveva essere pienamente esigibile. In un’azienda a fortissima dispersione di rappresentanza ,con una lunga tradizione di sindacatini ad hoc per questo o quel segmento del personale di terra o di volo, e con forti flussi di trasmigrazione tra le sigle sindacali come oggi documentato dal Messaggero, le banche non intendono ritrovarsi nella condizione, tante volte ripetutasi in Alitalia, di nuovi roventi conflitti una volta sottoscritto l’accordo. La ricapitalizzazione di 2 miliardi di cui 900 milioni di finanza fresca, secondo le cifre ribadite ieri da Luigi Gubitosi, sin dall’inizio aveva questa precondizione necessaria: le firme sindacali da sole non bastano, bisogna contare i lavoratori e avere la controprova manifesta del loro sì.

Considerando i ripetuti disastri di Alitalia nella storia, è una richiesta fondata.  E ieri l’ad di Unicredit Mustier l’ha ricordato scandendo la cifra: “come banca abbiamo perso 500 milioni in Alitalia nei soli ultimi tre anni: troppi e ora basta”. Le tre confederazioni nazionali sindacali sapevano di non avere alternativa, e chiedono un sì in assenza del quale l’azienda porterebbe i libri in tribunale. Vedremo quale sarà il risultato finale. E se davvero lo Stato vorrà comunque tornare a impegnare in Alitalia una sua società per offrire garanzia pubblica alla ricapitalizzazione: cosa che sarebbe assolutamente da evitare: non solo per scongiurare ovvie accuse di aiuti di Stato che potrebbero fioccare da parte di compagnie concorrenti, quanto perché il ritorno in pista dello Stato ingenererebbe inevitabilmente tra sindacati e azionisti l’idea che, se fallisse anche questo ennesimo piano, sarebbe la mano pubblica a doversene accollare gli oneri. Ergo maggiore attenzione andrebbe invece prestata a un piano i cui obiettivi, francamente, non appaiono per nulla a portata di mano: ma analisi dati alla mano come questa dell’ottimo Andrea Giuricin purtroppo scarseggiano, nel dibattito pubblico.

Con il referendum affiora tuttavia una grande questione, al di là dei destini di Alitalia. Al voto diretto dei lavoratori, in questi anni, si va sempre più spesso su intese di radicale ristrutturazione, o su contratti in deroga rispetto a quelli nazionali. Sono ipotesi molto diverse da quella prevista all’articolo 21 nel vecchio Statuto dei lavoratori, cioè da referendum di iniziativa sindacale che non impegnavano le confederazioni al loro esito. E distinte anche dalle ipotesi introdotte dagli accordi interconfederali firmati nel 2011 e poi ancora nel 2013 tra le grandi confederazioni sindacali e le associazioni datoriali: referendum vincolanti ma su rinnovi contrattuali rispetto ai quali una delle grandi confederazioni non fosse stata d’accordo.

Quelle ipotesi di referendum nascono per legge o per intesa tra le parti al fine di tutelare il dissenso tra grandi sindacati.  In Fiat, quando la Cgil si opponeva all’azienda nei Tribunali, o più recentemente nel caso Almaviva di Napoli, e ancora oggi in Alitalia, i referendum si tengono invece su ipotesi di discontinuità radicale delle condizioni di lavoro, in aziende chiamate a cambiare radicalmente marcia se vogliono sopravvivere. Sono referendum che testimoniano la difficoltà oggettiva dei sindacati a rappresentare davvero il corpo dei lavoratori a cui quelle misure si applicano. Sono consultazioni che esprimono – in alcune aziende o in alcuni settori – un problema centrale che i sindacati negano, ma che esiste eccome: a prescindere dagli iscritti a un sindacato, nessuno sa davvero come la pensino i più die lavoratori, su tagli di organici e tagli salariali in cambio della continuità aziendale per chi resta.

Siamo così passati da referendum a tutela del dissenso tra sindacati, a referendum che scandagliano il dissenso tra lavoratori e sindacati.  Le confederazioni possono fingere quanto vogliono che il problema non esista, ma invece c’è ed è grande come una casa.

E’ sbagliato far di tutt’erbe un fascio. La CGIL ha impostato negli anni una sua battaglia antagonista che in Fiat ha visto la FIOM sconfitta, e che recentemente le debolezze del Pd hanno però riportato alla vittoria con l’assunzione repentina dell’abrogazione dei voucher. Altri sindacati e altre categorie, tra tutti in prima fila i meccanici della FIM Cisl guidati da Marco Bentivogli, hanno sposato la necessità di un cambiamento profondo dell’idea e della prassi di “fare sindacato”.

E tuttavia, attenzione: servirebbe uno scatto in avanti, servirebbero altri leader come Bentivogli capaci essi per primi di intaccare sacri tabù, figli di un’epoca che non esiste più. Grillo la settimana scorsa ha lanciato il tema della “disintermediazione sindacale”, e l’ex leader sindacale della FIOM Cremaschi ne ha condiviso le posizioni. I 5 Stelle hanno visto il problema, e sono pronti a cavalcarlo, come si desume dal voto on line dei militanti m5S. Non sono liberali, chiedono la settimana lavorativa di 4 giorni a salario invariato, ma vi aggiungono un blocco di proposte per tagliare le unghie ai sindacati perché capiscono che il tema esiste ed è popolare. Stride sulle loro bocche l’appello agli individui piuttosto che alla intese collettive, visto che invocano Stato e beni comuni a ogni piè sospinto. Ma quando propongono argini alle carriere politiche dei leader sindacali intuiscono che così si possano strappare altri voti alla sinistra tradizionale, e ai sindacati che di alcune regole sacre della sinistra tradizionale sono custodi, con le imprese che per decenni hanno retto spesso il loro gioco, preferendo estenuanti trattative al ribasso ma comunque intese valide per legge erga omnes, anche se firmate solo dai capi sindacali.

Ora quell’erga omnes resta in teoria nella legge, ma nella realtà non vale più, se si deve decidere a che condizioni far vivere o saltare un’impresa. Servirebbero liberali veri, sindacalisti di nuova generazione, imprenditori meno collusi col passato, per immaginare un sindacato senza più quote d’iscrizione raccolte automaticamente dall’impresa ma rinnovate liberamente ogni anno, e disposti a una legge di attuazione costituzionale che li impegnasse a presentare bilanci completi e trasparenti, in conto economico e patrimoniale.

Non è detto che da casi come Almaviva e Alitalia non ne nascano le premesse, per simili sviluppi. Ma intanto il problema c’è. E’ per questo che in Alitalia tutti trattengono il fiato per la conta dei voti. Credere che nel mondo privato si possa tornare a fare come nel settore pubblico, in cui i sindacati si stanno prendendo la rivincita su Renzi in settori come la scuola o sulle partecipate pubbliche, è una pia illusione.  Le imprese oggi non possono più permettersi intese consociative. E per costruire insieme un welfare aziendale e di partecipazione, come bisognerebbe fare prendendo atto che quello pubblico non basta, occorrono sindacalisti e  imprenditori analogamente immersi sino al collo nel contatto quotidiano con tutti i lavoratori, abbiano una tessera sindacale oppure no. E anche con i milioni che il lavoro non ce l’hanno, e figurarsi se hanno il problema di iscriversi a un sindacato,

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