20
Nov
2019

Catastrofi innaturali

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Mario Dal Co.

Abbagli

Questa riflessione è nata  nei giorni in cui mettendo e togliendo gli stivali per l’acqua alta, riflettevo sull’impossibilità per il politico contemporaneo, di qualsiasi schieramento, di condurre a termine grandi progetti nel nostro Paese. Balza agli occhi il fatto che il Mose, sostanzialmente finito, non abbia ancora una governance e quindi non possa essere attivato né manutenuto e gestito. Parliamo di 100 milioni all’anno, non proprio bruscolini, e di decisioni sul limite per la chiusura delle paratoie che possono portare, con 10 cm di differenza,   chiudere per 10 giorni o per 100 giorni all’anno.

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15
Nov
2019

Bolivia – Tutto, prima o poi, finisce

di Carlos Di Bonifacio Leon

L’America Latina è sempre stata una regione convulsa e caotica. Sin dalla loro nascita quali enti statali indipendenti e autonomi, le nazioni sudamericane sono state vittime delle stesse malattie. Guerre civili, autoritarismi, povertà, miseria e populismi sono solo alcune di esse. Solo di recente le società latinoamericane sono riuscite ad imboccare la strada della stabilità democratica e della crescita economica, anche se, ovviamente, non tutte l’hanno ancora trovata. Infatti, negli ultimi anni non si sono verificati grandi stravolgimenti di carattere politico o economico, ad esclusione del caso venezuelano e di quello argentino. Tenendo in considerazione la storia del continente, il fatto che il tutto stesse proseguendo in maniera relativamente tranquilla e con una crescita economica relativamente importante faceva ben presagire che la regione fosse finalmente riuscita, dopo tante crisi e problemi, ad abbandonare il suo passato caotico.

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31
Ott
2019

Cile – Cronaca di un prezzo aumentato

di Carlos Di Bonifacio Leon

I fatti

Lo scorso 6 di ottobre è aumentato il prezzo del biglietto della metropolitana di Santiago del Cile. Da 800 pesos chilenos della vecchia tariffa agli 830 della attuale, anche se esistono prezzi diversi a seconda delle fasce d’utenza. Poco tempo dopo l’annuncio, infatti, hanno avuto inizio le cosiddette evasiones (cioè la pratica di entrare in metropolitana senza pagare il biglietto, scavalcando i tornelli), che sono state avviate e promosse principalmente da studenti, sia universitari che delle scuole medie, per protestare contro l’incremento del prezzo dei titoli di viaggio. Col passare dei giorni, dall’11 ottobre in poi, l’evasione si è estesa a tutti gli utenti della metropolitana, cessando di essere una pratica messa in atto esclusivamente dagli studenti. Quello che era iniziato come un boicottaggio si è velocemente trasformato una serie di scontri violenti tra i manifestanti e le forze dell’ordine sulle banchine, provocando, come prevedibile, la distruzione di parte delle infrastrutture: stazioni e vagoni bruciati, tornelli distrutti e personale aggredito. Secondo le stime iniziali, i danni dei primi giorni ammontano a 500 milioni di pesos (cerca 700.000 $). Il sindacato dei lavoratori della metro il 18 ottobre ha disposto l’interruzione del servizio a causa delle continue aggressioni ai danni degli impiegati dell’azienda a tutti i livelli. Le manifestazioni si sono poi estese al di fuori della metropolitana fin nelle strade: il traffico è stato bloccato, negozi e vetrine sono stati saccheggiati. Le strade chiuse e i danni alla proprietà pubblica sono all’ordine del giorno. La città è paralizzata: i negozianti hanno abbassato le saracinesche per paura di essere presi di mira, le vie principali della città sono interrotte, l’aeroporto fermo e fiumi di persone che si sono ritrovate, a causa degli attacchi e della chiusura della metropolitana, a dover raggiungere il proprio luogo di lavoro a piedi. Secondo il presidente della compagnia che gestisce la metropolitana, i danni stimati fino al 23 ottobre, sono pari a 300 milioni di dollari e le stazioni danneggiate sono 78.

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16
Ott
2019

Web tax: il prezzo è giusto?

In un’antica freddura cara ai cultori del diritto, un uomo entra in una libreria di Londra per acquistare una copia della costituzione francese, salvo sentirsi rispondere dall’affranto libraio: «sono desolato, non vendiamo periodici». Il motto di spirito torna alla mente – si parva licet – a proposito della famigerata web tax, ormai giunta alla sua sesta o settima iterazione da quando, nel 2013, affiorò per la prima volta nel dibattito pubblico italiano: e il tutto, si badi, senza neppure entrare in vigore.

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7
Ott
2019

I dazi USA e la WTO

di Dario Ciccarelli

I dazi USA ci dicono che il mercato è ormai globale e che la sua disciplina non viene dall’Unione Europea ma dalla World Trade Organization

Perché gli USA impongono dazi aggiuntivi su prodotti italiani nonostante l’Italia non sia coinvolta in Airbus? Dunque esistono norme internazionali sugli aiuti alle imprese a cui anche l’Unione Europea deve sottostare? Perché l’Unione Europea non si adegua agli ordini dei giudici dell’Organizzazione Mondiale del Commercio? Per l’Italia le norme del mercato vengono dall’UE oppure dall’Organizzazione Mondiale del Commercio?

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30
Set
2019

Coldiretti ama il protezionismo italiano ma non quello americano

Nel corso del weekend appena terminato, una parte consistente del popolo di Coldiretti (migliaia di allevatori, casari, stagionatori, gastronomi e consumatori) si è riunita presso il Villaggio Coldiretti di Bologna per celebrare, come viene riportato sul sito dell’associazione agricola, “le ragioni del successo del made in Italy”.

Tra un’attività e l’altra (i presenti hanno, ad esempio, potuto ascoltare alcune personalità istituzionali come il Presidente del consiglio Giuseppe Conte oppure degustare olio extravergine, vini e birra agricola), dal Villaggio Coldiretti si è levato l’allarme riguardante i dazi che l’amministrazione Trump ha intenzione di introdurre nei confronti di molti prodotti agroalimentari italiani nel caso in cui nella giornata di oggi, lunedì 30 settembre, l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) decida di accettare la richiesta statunitense di imporre nuovi dazi a seguito della vicenda Airbus.

Ricapitoliamo però rapidamente il perché di questa decisione da parte dell’amministrazione Trump. All’inizio di quest’anno, il WTO ha emesso una sentenza definitiva che autorizza gli Stati Uniti ad imporre dazi sui prodotti provenienti dall’Unione Europea dopo aver stabilito che Airbus (azienda europea che attualmente è il più grande produttore di aerei civili al mondo) ha ottenuto per anni sussidi illegali da parte di alcuni governi europei. Proprio oggi, i giudici del WTO dovrebbero esprimersi in favore degli Stati Uniti (dopo una battaglia legale durata oltre 15 anni), stabilendo che l’Amministrazione Trump, se vorrà, potrà chiedere un “risarcimento” pari fino a circa $8 miliardi di dollari.

Ovviamente Trump, che come abbiamo avuto modo di scoprire ama particolarmente l’arma commerciale dei dazi, ha deciso di non farsi sfuggire questa ghiotta occasione. Questa mossa rischia però di far aumentare la tensione commerciale tra Stati Uniti ed Unione Europea, che nonostante qualche piccolo progresso, non sono ancora riusciti a raggiungere accordi sostanziali per ridurre le barriere commerciali. Inoltre, la vicenda Airbus è strettamente legata alla vicenda Boeing (rivale americana di Airbus). Tra circa 9 mesi infatti il WTO si dovrà pronunciare sul fatto che gli Stati Uniti abbiano supportato illegalmente Boeing. A quel punto l’Unione Europea potrebbe imporre ulteriori dazi sugli Stati Uniti. Il tutto, poi, non deve farci dimenticare le minacce dell’amministrazione Trump di imporre dazi sul settore automobilistico europeo.

Tutte queste tensioni commerciali tra Stati Uniti ed UE ci fanno capire quanto lontani siano i giorni in cui si parlava in modo insistente di TTIP, accordo commerciale ai tempi molto criticato sia da Trump (il quale si ritirò dalle negoziazioni immediatamente dopo essersi insediato alla Casa Bianca), sia – per quanto riguarda l’Italia – da Coldiretti.

Coldiretti lamenta, in particolare, il fatto che i nuovi dazi americani sui prodotti agroalimentari italiani siano ingiusti perché, in fondo, Airbus è un azienda gestita da francesi, tedeschi, spagnoli e britannici. Siccome l’Italia non partecipa nella realizzazione di Airbus, Coldiretti ci spiega che i prodotti italiani non devono essere colpiti dalle misure protezioniste americane.

Se da un lato la posizione di Coldiretti ha anche un minimo senso logico, dall’altro questo atteggiamento risulta essere molto curioso e per certi versi buffo. Coldiretti, infatti, si è recentemente sempre contraddistinta per la sua forte opposizione a tutti gli accordi commerciali promossi dall’Unione Europea (basti pensare all’accordo con il Canada, il CETA, o appunto allo stesso TTIP o anche all’ingresso di olio tunisino in Italia). Coldiretti si è dunque sempre opposta all’idea di avere scambi più liberi nell’ambito del settore agroalimentare italiano.

Nascondendosi dietro la scusa della protezione del “Made in Italy”, Coldiretti ha sempre mantenuto un atteggiamento altamente protezionista, promuovendo anche forti pressioni sui vari governi italiani in tal senso. È strano e curioso che in questi giorni, sempre con la scusa della protezione del “Made in Italy”, Coldiretti invochi la pietà di Washington. È altrettanto curioso e buffo vedere che Coldiretti capisca solo in questo preciso istante che i dazi commerciali fanno male all’Italia.

Forse, anche alla luce dei dati provenienti dalla CIA (altra grossa associazione agricola Italiana) riguardanti il CETA, Coldiretti dovrebbe iniziare a promuovere un pensiero meno ipocrita e meno mercantilista quando si parla di commercio internazionale. Stando alle più recenti statistiche sul CETA, infatti, la CIA riporta che nella prima metà del 2019, la crescita dell’export agroalimentare nazionale sul mercato canadese è stata del 16%, quando a livello mondiale l’incremento per lo stesso periodo, è stato molto più contenuto e non oltre il 5%.

In attesa dell’imposizione di questi nuovi dazi americani che dovrebbero colpire anche i nostri prodotti agroalimentari e che rischiano di far precipitare il consumo di alcuni di questi beni di circa l’80%-90% (ovviamente questi dazi avranno delle ricadute negative anche sui produttori e consumatori americani), l’auspicio è che Coldiretti decida di iniziare ad opporsi anche alla retorica protezionista italiana. Visto il nostro vantaggio comparato nel produrre ed esportare prodotti agroalimentari rispetto alla stragrande maggioranza delle altre nazioni (nel 2017, ad esempio, il settore agroalimentare ha fatto registrare una fatturato di oltre €135 miliardi di euro, con esportazioni pari a €32 miliardi di euro, importazioni pari a oltre €22 miliardi di euro ed un numero di addetti del settore superiore alle 385 mila unità), una maggiore apertura verso il mercato internazionale non farebbe altro che migliorare le condizioni economiche dei nostri produttori e anche dei consumatori italiani.

27
Set
2019

La demonizzazione dell’uso del contante

di Carlo De Filippis

Premessa
Il tema dell’uso del contante è rilevante, denso di significati e rinvia a orientamenti culturali profondamente radicati e a pregiudiziali ideologiche non esplicitate che riguardano solo marginalmente e strumentalmente la dimensione tecnico-operativa (il pagamento, la contabilizzazione e l’adempimento fiscale), dal momento che le finalità dichiarate non coincidono con quelle effettive. Dunque, si tratta di orientamenti e pregiudiziali da riconoscere, analizzare criticamente e “rottamare”. E’ utile, in questa prospettiva, la ricostruzione di premesse e precedenti di consolidate posizioni in materia.

I precedenti dell’URSS e della DDR: l’amnesia della sinistra di governo
Ad affrontare per primo e in modo radicale l’argomento della limitazione dell’uso del contante è stato, nel secolo scorso, Vladimir Ilic Uljanov Lenin. Subito dopo la rivoluzione di ottobre, nel periodo del cosiddetto comunismo di guerra, Lenin e il partito bolscevico hanno adottato provvedimenti drastici per controllare e limitare la circolazione della moneta.
Il progetto di Lenin era organico ed esplicito. Egli aveva ben capito che tra circolazione della moneta e capitalismo esiste un rapporto consustanziale e che quindi la limitazione della prima contribuisce alla messa in discussione dell’intero sistema economico-sociale.
Il contrasto e la repressione della piccola impresa e del commercio costituivano, nella prospettiva rivoluzionaria bolscevica, un primario punto di attenzione e impegno, sulla base della fondata convinzione che dalle piccole attività autonome potesse trarre incessantemente alimento lo spirito del capitalismo. Tra i comunisti sovietici, aveva ampia diffusione, in quel periodo, l’idea della sostituzione definitiva del sistema di pagamenti in moneta con un sistema di registrazioni contabili controllato dallo Stato. L’ossessione per la tracciabilità delle operazioni commerciali e finanziarie, l’avversione per la circolazione della moneta e la diffidenza per ogni tipo di lavoro autonomo vengono da quell’esperienza originaria.
Queste cose occorre dirle, per onestà intellettuale e completezza d’informazione. E occorre pure ricordare che l’idea della tracciabilità, presentata oggi come un’importante innovazione sociale, è stata concepita e utilizzata ampiamente, nella seconda metà del secolo scorso, fino a diventare un vero e proprio paradigma universalistico di progettazione e controllo sociale, nella DDR (Repubblica Democratica Tedesca) di Eric Honecker. Il modello di controllo sociale al quale sembra fare riferimento, consapevolmente o inconsapevolmente, quella parte della sinistra italiana che richiede, col pretesto della lotta all’evasione fiscale, norme sempre più restrittive in materia di utilizzo del contante e l’incremento a dismisura dei controlli dello Stato su economia e società civile, assomiglia molto a quello adottato nella DDR.
Tra i sistemi totalitari europei, quello della Germania Orientale (sovietico all’inizio ma tedesco nel suo sviluppo) si è distinto, al punto da diventare una sorta di archetipo, per lo sforzo spasmodico nella trasformazione della vita individuale in questione amministrativa e per l’impegno sistematico e paranoide dello Stato nel controllo e nell’abolizione della sfera privata dell’esistenza.
Non occorre ricorrere a Michel Foucault o a Hannah Arendt per realizzare che l’applicazione estensiva alle relazioni sociali del concetto di tracciabilità da parte dello Stato tende a generare disastri in termini di rispetto della democrazia, delle libertà individuali e della persona umana.

Restrizioni all’uso del contante e finanziarizzazione forzosa dei rapporti sociali
L’imposizione coercitiva del ricorso al circuito bancario (bonifici, carte di credito, ecc.) nelle transazioni finanziarie che oltrepassano il limite di mille euro (poi portato a tremila) ha costituito un intervento senza precedenti dello Stato sul mercato: Monti e il suo leale alleato Pierluigi Bersani hanno costretto i cittadini ad utilizzare a proprie spese i servizi di un soggetto privato, le banche, per agevolare – è stato detto – il contrasto di comportamenti devianti di alcuni.
Si tratta di una caratteristica distintiva della situazione italiana: in nessun altro Paese lo Stato è arrivato a costringere milioni di pensionati ad aprire un conto corrente bancario per poter riscuotere la pensione. Circostanza prontamente sfruttata da Equitalia per pignorare gli assegni pensionistici con l’argomentazione che essi costituiscono, una volta accreditati, risparmio.
Al di là degli enormi vantaggi immediati in termini di commissioni e valuta (aspetto importante ma tutto sommato secondario), il sistema bancario, gestendo monopolisticamente e talvolta rallentando artatamente i flussi monetari, si appropria di fatto della massa monetaria circolante e ingenera artificiosamente bisogni di credito nel senso che gli operatori economici possono essere costretti a ricercare il credito delle banche per ovviare ai ritardi nel trasferimento e nella messa a disposizione del denaro provocati dalle banche stesse.

Statalismo, digitalizzazione e democrazia
Peccherei di ingenerosità e strumentalità se, avendo richiamato sinteticamente le posizioni di Lenin e dei rivoluzionari sovietici in materia di circolazione della moneta con l’obiettivo di sottoporre a critica le posizioni attuali della sinistra italiana di governo sul medesimo argomento, non facessi una puntualizzazione: nell’URSS, si diede corso a un’operazione di trasformazione sociale straordinaria e tragica che ha contrassegnato, nel bene e nel male, la storia del secolo scorso. Invece, nelle posizioni della sinistra nostrana su tracciabilità e uso del contante, di epocale e trasparente mi sembra vi siano solo un ipocrita silenzio sull’origine di determinate idee e una mistificazione (il contrasto dell’evasione fiscale come foglia di fico)
Sullo sfondo, intravvedo uno statalismo che – depurato, frettolosamente e senza elaborazione critica, di elementi ideali e valoriali propri della tradizione comunista e socialista – non si distingue da quello, di caratura intellettuale più elevata ed esplicitamente totalitario, del filosofo Giovanni Gentile.
Di veramente nuovo sembra esservi solo l’enfasi sulla digitalizzazione che, tuttavia, calata autoritariamente dall’alto, senza partecipazione e controllo democratico dei cittadini, e coniugata spregiudicatamente con la dilatazione a dismisura della dimensione finanziaria, può non solo risolversi in una notevole complicazione dell’esistenza ma contribuire al processo d’implementazione d’un sistema di controllo totale e soffocante dello Stato e dei suoi apparati, nonché del sistema finanziario stesso su persone, famiglie e imprese.
In conclusione, di fronte alla combinazione in corso di elementi di socialismo reale (vecchie novità spacciate magari per innovazioni tecniche neutrali) e di finanziarizzazione forzosa dei rapporti sociali, si può affermare risolutamente, in riferimento all’esperienza storica e sulla base di analisi critica circostanziata, che l’umanità ha già dato. La trasformazione dell’individuo in articolazione periferica dello Stato è un dato significativo ma in fin dei conti non nuovo e meno saliente della contestuale mutazione antropologica rappresentata dalla sua riduzione tendenziale alla dimensione digitale e alla sua espressione finanziario-contabile.

23
Set
2019

Una costosissima illusione

1.000 miliardi: è la somma spesa dai governi dell’area UE e dall’Unione stessa, tra 1995 e 2016, per sussidiare le ferrovie, a discapito delle alternative (automobili e aerei), che sono state, invece, iper tassate. Proprio in questi ultimi giorni, diversi governi europei stanno discutendo l’introduzione di nuove tasse sul trasporto aereo, in modo da disincentivarne ancor di più l’utilizzo a vantaggio dei treni: è il cosiddetto “cambio modale”. Buona parte degli economisti e degli accademici concordano, infatti, da decenni, sulla generale efficacia di sussidi e tasse per, rispettivamente, incentivare e disincentivare determinati comportamenti. Negli ultimi anni ha anche preso piede e, di conseguenza, trovato maggior adesione la cosiddetta “economia comportamentale” per cui Richard Thaler ha addirittura vinto il Premio Nobel per l’Economia nel 2017. Quest’ultima si configura praticamente come corollario ai concetti di microeconomia sviluppati dai predecessori secondo cui, per l’appunto, l’intervento – più o meno vistoso – dei governi può spostare nella “giusta” direzione le scelte dei singoli individui e della società nel suo complesso.

Gli economisti, in ogni caso, hanno sempre riconosciuto che misure fiscali come sussidi e imposte sono economicamente svantaggiose, in quanto interferiscono col “meccanismo” di incontro tra domanda e offerta, diminuendo – o, comunque, distorcendo – il numero di “scambi” che avverrebbero in assenza di interferenze e, quindi, allocando malamente le risorse disponibili: il che genera uno spreco di quest’ultime (a meno che non vi siano esternalità: solo in questo caso la riduzione degli “scambi” può evitare di sprecare risorse). Ora, come fa notare Francesco Ramella), queste misure – oltre a generare una perdita per la società – provocano un ulteriore danno, in quanto non raggiungono neanche gli obiettivi prefissati. Come si vede dai due grafici elaborati da Ramella, utilizzando i dati sull’evoluzione della domanda nel trasporto di merci e persone, i sussidi al settore ferroviario e la tassazione elevata su auto e voli non hanno causato alcun notevole cambiamento nelle scelte di individui e imprese.

A parte le contraddizioni etiche – essere eletti come rappresentante della cittadinanza e legislatore non rende gli eletti meno fallibili degli elettori, quindi nessuno può sapere quali siano le GIUSTE scelte da prendere – e i controsensi logici  – com’è possibile che i cittadini non siano abbastanza intelligenti per scegliere il giusto mezzo di trasporto (o il giusto cibo da mettere in tavola), ma lo siano abbastanza per votare e scegliere il prossimo governo che prenderà quelle decisioni al posto loro? – del paternalismo statale, questo dimostra soprattutto di non funzionare e di essere, soprattutto, una costosissima illusione. Non solo in questo caso: la storia è piena di esempi che rivelano quanto inutile e controproducente sia imporre qualche comportamento per legge. Basta guardare solo ai più recenti casi di proibizionismo: indottrinamento, educazione forzata e violenza non hanno eliminato, per esempio, lo spaccio, la detenzione e il consumo di droga.

Il caso qui analizzato è semplicemente l’ennesima dimostrazione del fatto che ciò che politici e legislatori pensano sia utile, giusto o meglio per i cittadini, non lo è. Spendere miliardi di euro dei contribuenti per incentivare scelte che poi non vengono rispettate, è un totale spreco di tempo e denaro. E’ giunto il momento, per la politica, così come per i movimenti che si battono per imporre determinate scelte sulla società, di realizzare che tali sforzi saranno sempre vani. Se si vuole che le persone cambino determinati comportamenti si deve cominciare a proporre delle alternative accettabili da una buona parte di essi, invece di forzarli a prendere decisioni che non condividono e che non replicheranno nel tempo. Siamo tutti esseri fallibili: nessuno  è in grado di comprendere quale siano le giuste politiche da adottare. Accettata la nostra imperfezione ed inadeguatezza, il passo successivo è realizzare che solo la possibilità di scegliere liberamente ci mette in grado, tramite un processo di “trials and errors”, di prendere – individualmente e, di conseguenza, collettivamente – le scelte migliori possibili.

9
Set
2019

Il Venezuela non sorride

di Paolo Squillaci

Cercate, se vi riesce, un ritratto ufficiale in cui Stalin non sorride, o almeno non abbia la faccia calma e placida, quella del vecchio zio che da piccolo ti portava in campagna a cercare le castagne. Se avete tempo e voglia di rivincita, fate la stessa cosa anche con Kim Il-sung e discendenti, Pol Pot, Mao, Ho Chi Minh, Fidel e gli altri simpaticoni che saltano alla mente. Mentre i dittatori di destra hanno storicamente la tendenza ad apparire marziali, quelli di sinistra di solito cercano di sembrare buoni e paciosi. Ricordate il manifesto in cui Stalin solleva allegro un bambino piccolo, anche lui al settimo cielo? Cose del genere. E questa è praticamente tutta la differenza tra un despota di sinistra e uno di destra.

Tutti i dittatori, come notava sagacemente Von Hayek, in fondo sono socialisti. A maggior ragione quelli che dicono di esserlo, e se ne vantano. Tipo? Tipo un certo Maduro. Ma se uno dovesse basarsi solo su i telegiornali e gli articoli di buona parte della stampa, direbbe solo una frase: “Ma no, Maduro non è un dittatore”. Più dittatore sembra, per esempio, Jair Bolsonaro del Brasile, che di recente è salito agli onori della cronaca per alcuni aspetti abbastanza curiosi della sua gestione degli incendi dell’Amazzonia brasiliana. C’è un tag per qualsiasi cosa, e dunque il nuovo #PrayForAmazonas da qualche giorno si staglia minaccioso contro il presidente eletto del Brasile; inutile dirlo, il cattivone è di destra. Non certo di destra liberale, ma si dichiara conservatore.

Ebbene, un altro signore che comanda giusto vicino a lui, Evo Morales, socialistissimo, il 9 luglio ha permesso l’incendio di una zona di circa 800mila ettari di foresta pluviale in sedici giorni (decreto n° 3973). E nessuno gli ha detto niente. Anche perché una fondazione ambientalista boliviana gli contesta la distruzione, in tredici anni, di sette milioni di ettari di Amazonas, per sostituire gli alberelli con torri di estrazione.

Di più: Maduro, il baffuto Maduro che per un certo partito (pardon, MoVimento…) non è così tanto cattivo come lo dipingono i media, solo in questo 2019 ha dovuto registrare, nel suo tratto di Foresta Amazzonica (meno dell’11% della superficie totale) oltre 26mila incendi; per sostenere el pueblo unito, il governo chiude volentieri un occhio sull’attività mineraria illegale. Sicuramente, i funzionari del partito che permettono queste cose non lo fanno per mazzette e regalie, ma nel superiore interesse del Venezuela e del popolo venezuelano. Come sono nell’interesse del popolo venezuelano le FAEN, le squadre della morte che ricordano agli anti-chavisti che la libertà di pensiero e di parola è una bella cosa, ma campare a lungo è anche meglio.

Come lo è accusare il presidente colombiano di “aggredire con minacce il territorio venezuelano”, salvo poi ospitare i guerriglieri delle FARC e, in questi ultimi giorni, portare le postazioni sul confine tra i due paesi al livello di allerta arancione.

Come lo è l’emergenza energetica nazionale, proclamata nel 2010, affrontata con l’unificazione e nazionalizzazione delle nove compagnie elettriche venezuelane e da allora mai conclusa, che sa tanto di presa in giro nel paese con più riserve di petrolio al mondo.

Come lo sono i CLAP (Comités Locales de Abastecimiento y Producción), il programma statale di distribuzione di generi alimentari, dove a mangiarci sono i grand-commis (vedi Alex Nain Saab Mora), non la gente comune, che della razione di cereali, latte, riso e prodotti in scatola adesso vede solo le briciole. Considerando che nel 2013 Maduro è stato premiato dalla FAO per la lotta contro la fame nel suo paese, è quasi un obbligo chiedersi con che razza di criteri vengano dati quei premi, visto che i CLAP sono di fatto uno strumento di controllo sociale bello e buono.

Chiediamocelo tutti insieme: perché alcuni dittatori, in Occidente, non sembrano dittatori, e altri sì? Perché alcuni sembrano la signorina Trinciabue di Matilda 6 mitica, e altri al massimo vengono ritratti come la signorina Rottermeier, un poco antipatici ma fondamentalmente benintenzionati?

La differenza è il colore della casacca: nero non va bene, rosso… sì, dai, in fondo un socialista è uno che lotta per i diritti del popolo. Anche se uccide, affama, sbatte in carcere senza processo, tortura e diffonde corruzione e inefficienza. Anche se, davvero, rossi o neri cambia molto poco, perché in fondo (neanche tanto in fondo) sono tutti nemici della libertà.

Prendete lo straordinario saggio di Daniel Yergin sul petrolio, Il premio. Vi si legge questa frase: “La tirannica dittatura del generale Gomez in Venezuela era terminata nel 1935, nell’unica possibilità che rimane quando tutto il resto ha fallito: la morte del dittatore. Gomez aveva lasciato un ostato di estremo disordine; aveva trattato il paese come proprietà personale esclusiva, un’azienda agricola gestita per arricchirsi. Gran parte della popolazione era rimasta povera”. Sostituite “generale Gomez” con “Nicolas Maduro”: c’è davvero tutta questa differenza?

Posso già dirvelo: nei ritratti ufficiali, il generale Gomez non sorrideva mai.