3
Ott
2022

Il nuovo Governo scelga un ministro liberale per il Mezzogiorno

Il risultato elettorale è ormai archiviato. La competizione interna alle coalizioni – assai più che quella fra le coalizioni – ha definito i nuovi rapporti di forza e definirà in queste settimane i veri obiettivi programmatici della nascente legislatura. Per quanto se ne sa, la nuova maggioranza è già al lavoro – con apprezzabile sobrietà – per dare al più presto un governo al paese.

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12
Set
2022

La sfida dei liberal-conservatori

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Lorenzo Annicchiarico

La sfida dei liberal-conservatori è stato il primo di volume pubblicato dal think tank Lettera150, in cui viene discussa la filosofia politica del liberal-conservatorismo, come modello alla base di una ristrutturazione della politica italiana, che ormai da tempo naviga a vista, avendo per lo più abbandonato l’ancoraggio a specifiche tradizioni di pensiero politico.

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4
Set
2022

Caro bollette e pulsioni anti-mercato. L’Italia spende troppo, le ferite si allargano

L’Italia è il terzo paese europeo che più ha speso, in proporzione al Pil, per arginare gli effetti dell’inflazione energetica. Secondo un’indagine di Bruegel, il nostro paese ha stanziato finora circa 50 miliardi di euro, pari a 2,8 punti percentuali del Pil. In questa particolare classifica, davanti a noi ci sono solo due paesi piccoli e che – per ragioni diverse – si trovano in una situazione assai peculiare, cioè la Grecia e la Lituania. Le grandi nazioni europee sono state assai più parche nell’elargire denari: la Spagna ha impegnato il 2,3 per cento del suo Pil, la Francia l’1,8 per cento, la Germania l’1,7 per cento.

Non è un primato di cui vantarsi. Tutti questi soldi, peraltro spesi all’ombra di un debito pubblico grande una volta e mezza il nostro prodotto interno lordo, hanno tre effetti. Il primo consiste nell’aver annacquato il segnale che i mercati ci stanno mandando: bisogna consumare meno perché non ci sono abbastanza risorse energetiche per soddisfare tutti i nostri bisogni. Non è un caso se il calo dei consumi in Italia è stato esiguo, diversamente da altre nazioni. Secondariamente, il governo ha bruciato risorse immense, lasciando pochissimo spazio fiscale a chi verrà dopo. Sarebbe stata una politica sensata se la crisi che stiamo attraversando fosse una fiammata passeggera: invece, purtroppo, dovremo navigare in queste acque ancora a lungo. Infine, politiche di aiuto generalizzate si sono tradotte in molti casi in una riduzione tutto sommato modesta dei prezzi, perché – per dare qualcosa a tutti – non si è dato abbastanza a chi aveva veramente bisogno.

Non a caso, il dibattito politico si sta gradualmente spostando dalle richieste inverosimili di decine di miliardi in deficit a proposte, spesso altrettanto o più dannose, di riforma e revisione dei mercati. Per esempio molti invocano un tetto ai prezzi del gas o dell’energia elettrica. Può essere vero che il famigerato Ttf è oggetto (anche) di pressioni speculative. Prima di mettere mano alle regole, tuttavia, bisogna dimostrare che i prezzi di mercato non riflettono i fondamentali. E bisogna anche rendersi conto che la speculazione, vera o presunta, è un problema di second’ordine rispetto alla questione principale, cioè lo squilibrio tra domanda e offerta.

Bisognerebbe dunque interrogarsi su come contenere la domanda e mitigare gli effetti più devastanti della crisi, anziché proseguire sulle strade gemelle della distribuzione dei pani e dei pesci o dell’intervento a gamba tesa sui mercati.

31
Ago
2022

Quale futuro per la giustizia tributaria in Italia?

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Francesco Lucifora e Marco Montanari

In un recente editoriale IBL dedicato alla flat tax (cfr. I sei pilastri di una flat tax sostenibile) veniva, opportunamente, anzi ovviamente, sottolineato come qualunque riforma fiscale si voglia introdurre, se non si vuole che fallisca miseramente, non possa prescindere da un corretto rapporto tra fisco e contribuente; come non concordare? però, strano, gran dibattito nell’agone politico sulla riforma fiscale con “rilanci” sempre più forti dei vari movimenti e partiti a tutela della propria fascia sociale di riferimento, mentre nessuno parla o ha parlato della riforma del processo tributario; insomma fa notizia la riforma del processo civile, del processo penale ma pare che del processo tributario alle forze politiche non interessi alcunché.

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29
Ago
2022

Prescrizione tributaria: una concreta proposta per la campagna elettorale

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Edoardo Nadalini

In piena campagna elettorale si sprecano le proposte dei partiti su quasi ogni aspetto dello scibile umano, senza poter avere, in mancanza di progetti di legge, contezza della precisa direzione che essi intendono prendere. Tra le tante questioni di cui si dibatte ha sicuramente un posto di rilievo il problema del condono fiscale, la cui definizione è evanescente e con il quale il presente contributo non ha nulla a che vedere.

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26
Ago
2022

Come si dice Azzeccagarbugli in inglese? La risposta di Antonin Scalia

C’è una nuova traduzione inglese de I promessi sposi, la prima dopo quasi mezzo secolo: The Betrothed, in libreria il prossimo 13 settembre.

Il suo autore, l’italianista Michael Moore, è stato intervistato oggi su Repubblica. Moore ha raccontato il processo creativo di traduzione dei nomi dei personaggi del capolavoro manzoniano. In alcuni casi, la dizione originaria è rimasta immutata: il cardinal Borromeo, ad esempio, è rimasto Carlo e non è diventato Charles. In altri casi, la traduzione è stata invece necessaria: così, due dei componenti della banda dei bravi, Sfregiato e Tiradritto, sono diventati, rispettivamente, Scarface e Straight Shooter

La scelta più complicata, nemmeno a dirlo, è stata quella relativa all’Azzeccagarbugli. Moore spiega di essersi imbattuto nella soluzione leggendo, un giorno, le sentenze del giudice della Corte suprema americana, Antonin Scalia. Quest’ultimo, infatti, usava “Argle-Bargle”, un nomignolo di origine scozzese, per deridere quelle argomentazioni che solo apparentemente sembrano solide, ma che in verità nascondono le proprie debolezze dietro ipse dixit ed espressioni altisonanti. E così, nella traduzione inglese de I promessi sposi, l’Azzeccagarbugli è diventato Argle-Bargle.

C’è da immaginare che Scalia sarebbe stato particolarmente orgoglioso di questo prestito linguistico, non solo per via del suo retaggio culturale, cui teneva molto, ma anche per il significato che assume alla luce del lavoro del padre, Eugene. Questi, nato Salvatore Eugenio a Sommatino, un paese nella provincia di Caltanissetta, era emigrato diciassettenne negli Stati Uniti, senza conoscere una parola di inglese, e lì aveva studiato fino a diventare professore di lingue romanze al Brooklyn College e uno dei più noti traduttori, tra gli altri, di Dante e Carducci. 

Antonin Scalia è stato uno dei giuristi più influenti della storia più recente, e un ingrediente fondamentale del suo successo è stato proprio il caratteristico stile delle sue sentenze, con cui è riuscito a coniugare un pensiero rigoroso e un uso virtuosissimo del linguaggio. Sulla vita, sull’opera e sul pensiero di Scalia è ora disponibile una piccola monografia, la prima in lingua italiana, intitolata proprio Antonin Scalia. Nel libro, tra le altre cose, si trovano ampi stralci tratti dalle sentenze, dai saggi e dai discorsi pubblici di Scalia, e che testimoniano la capacità, rara se non unica, che il giurista aveva di rivolgersi non solo ai colleghi ma anche al cittadino comune, senza mai sacrificare la profondità del pensiero alla chiarezza e al brio dell’esposizione.

Twitter: @GiuseppePortos

Il libro Antonin Scalia è disponibile sul sito dell’Istituto Bruno Leoni (spedizione gratuita) e in tutte le librerie online, anche in versione e-book.

10
Ago
2022

La guerra tra Cina e Taiwan? Farebbe esplodere il caos a livello globale

Uno scontro economico oppure a tutto campo tra Cina e Taiwan produrrebbe un disastro politico-economico su scala mondiale

di Richard W. Rahn, direttore dell’Institute for Global Economic Growth e di MCon LLC

Non appena iniziato il suo mandato, Joe Biden ha subito messo in pratica la sua promessa di ingaggiare una guerra contro i big del petrolio e del gas. Ha chiuso la Keystone Pipeline, limitato le operazioni di trivellazione di petrolio e gas sul suolo federale e intrapreso altre azioni volte a ridurre l’approvvigionamento futuro. Sebbene nessuna di queste misure abbia avuto impatti sull’offerta e sulla produzione nell’immediato, i prezzi del petrolio e del gas sono subito aumentati – e tutto ciò è successo ben prima che Putin invadesse l’Ucraina. Dunque perché è successo?

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9
Ago
2022

Extraprofitti, un flop annunciato. “Intollerabile elusione” o riflesso della sospetta incostituzionalità della norma?

La reazione indignata per quella che è stata definita una “intollerabile elusione” perpetrata dalle imprese destinatarie dell’imposta straordinaria sugli extraprofitti (QUI un Focus IBL per saperne di più), esposte all’odio popolare e addirittura minacciate con un inasprimento delle sanzioni per essersi sottratte agli obblighi di versamento, dovrebbe forse lasciare spazio a un atteggiamento più prudente e meno assertivo.  

A quanto pare i versamenti dell’acconto risultano largamente inferiori al previsto, con un incasso pari appena al 20% di quanto era stato stimato dal Mef: ora, è possibile che i calcoli dei tecnici governativi fossero sovrastimati, anche perchè, in caso contrario, saremmo di fronte a un prelievo di entità abnorme e a una vera e propria stangata posta a carico di un ristretto gruppo di imprese, atteso che i 10,5 miliardi di euro preventivati ammontano a circa un terzo dell’intero gettito Ires!

Si può tuttavia ipotizzare che, al netto di eventuali sovrastime nel calcolo del gettito atteso, le minori entrate registrate siano effettivamente da ascriversi, per una parte più o meno significativa, a una deliberata sottrazione agli obblighi di versamento.

Se così fosse, non credo che questo comportamento possa essere biasimato, anzi appare tendenzialmente il più razionale e cautelativo per le ragioni delle imprese interessate dal prelievo.

In primo luogo, non va dimenticato che, come molti hanno notato (si veda questo precedente intervento), la norma che ha introdotto l’imposta sui c.d. “extraprofitti”  realizzati dalle aziende energetiche non è affatto in grado di individuarli nemmeno per larghe approssimazioni, e dunque, per questa ed altre ragioni, presenta numerosi profili di incostituzionalità. In una situazione del genere, è ben possibile che i soggetti colpiti dal prelievo abbiano preferito non versare il tributo (fermo restando che lo stesso potrebbe essere regolarmente “dichiarato” come dovuto a consuntivo, con la dichiarazione Iva da presentare nel 2023), e quindi attendere la cartella di pagamento con l’intento di impugnarla davanti ai giudici tributari e in quella sede sollevare l’eccezione di incostituzionalità del tributo e chiedere nel contempo di  sospenderne la riscossione. Il mancato versamento dell’imposta da parte delle imprese obbligate potrebbe cioè essere il semplice riflesso dell’insensibilità dimostrata dal Governo e dal Parlamento nei confronti delle tante criticità e dei dubbi di costituzionalità della norma, che sono stati del tutto ignorati e semmai aggravati a seguito dell’aumento dell’aliquota del prelievo (dal 10 al 25 per cento) ad opera del D.L. 50/2022.

In secondo luogo, non può essere trascurata l’influenza che può aver esercitato la sentenza della Corte Costituzionale n. 10/2015, in cui i giudici, dopo aver rilevato l’incostituzionalità dell’addizionale Ires sulle aziende energetiche nota come “Robin Hood Tax”, sancirono inopinatamente, del tutto a sorpresa, la irretroattività degli effetti della sentenza e la sua valenza solo per il futuro, rendendo definitive e non rimborsabili le imposte già versate. Si pose a quel punto la questione di quale fosse la sorte delle imposte non versate in relazione agli anni di imposta anteriori al 2015: anche se l’Agenzia delle Entrate ha ritenuto di poterle richiedere attraverso atti di accertamento, diverse commissioni tributarie hanno negato tale possibilità, giacché non può essere accertata un’imposta ormai sfornita di base legislativa, per essere stata la norma istitutiva dichiarata incostituzionale (come si legge in qualche sentenza, non si può chiedere ai giudici tributari di “resuscitare un morto”).

In questo scenario, è evidente che per un’impresa il comportamento più prudente e attento ai diritti dei suoi azionisti potrebbe essere proprio quello di non versare l’imposta, confidando in una pronuncia di incostituzionalità della legge istitutiva del prelievo e ponendosi al tempo stesso al riparo dal rischio di una riedizione della sentenza sulla “Robin Tax”, cioè di una pronuncia di incostituzionalità priva di effetti sul piano della rimborsabilità del tributo. Un monstrum giuridico, qual è la sentenza n. 10/2015, non poteva che produrre frutti avvelenati.

Alla luce di ciò la mirata stretta sulle sanzioni che si va profilando, con accorciamento dei tempi per il ravvedimento operoso (versamento tardivo) e la riduzione dell’abbattimento sanzionatorio ottenibile, potrebbe non sortire alcun effetto e prestarsi a sua volta a censure di compatibilità ordinamentale.

Sul piano effettuale, non si vede perché un’impresa che ha scelto come strategia di non versare l’imposta, onde attendere l’atto della riscossione e impugnarlo per sollevare la questione di costituzionalità della norma, dovrebbe poi versare l’imposta in sede di ravvedimento operoso. Avrebbe al più senso farlo laddove il mancato versamento non risponda a una strategia deliberata ma ad altri fattori, come una (temporanea) crisi di liquidità: l’inasprimento sanzionatorio rischierebbe così di colpire dei soggetti posti in difficoltà dal gravoso onere finanziario di un prelievo inaspettato, il che non mi pare un obiettivo commendevole.

Sul piano ordinamentale, un intervento in senso peggiorativo, con carattere selettivo, sui meccanismi del ravvedimento operoso, modificherebbe in peius il quadro sanzionatorio con riferimento a violazioni già commesse, ponendosi così in contrasto sia con il principio di irretroattività delle sanzioni, che trova copertura costituzionale, sia con il principio di uguaglianza e quello di proporzionalità cui le norme sanzionatorie devono conformarsi: perché mai proprio la violazione degli obblighi di versamento connessi all’imposta straordinaria sugli extraprofitti dovrebbe essere sanzionata più pesantemente rispetto ad altre omologhe violazioni, dato che non vi è alcun elemento di particolare disvalore (ad esempio, la presenza di frodi) nei mancati versamenti relativi alla fattispecie in esame?

Le misure appena adottate da un Governo al crepuscolo sembrano insomma più una reazione indispettita e collerica a un inaspettato “buco” nel gettito che una risposta razionale a un problema che dipende anzitutto dall’aver escogitato una fonte di entrate sorretta da meccanismi approssimativi e irrispettosi delle regole costituzionali sulla tassazione, prima di tutto gli artt. 3 e 53 Cost.. Non basta certo la denominazione di “contributo straordinario” attribuita al prelievo, come pure qualche sottosegretario ha pubblicamente affermato, a mutarne la natura giuridica: è fuori discussione che si tratti di un’imposta, e non è affatto detto la sua “straordinarietà” riuscirà a convincere i giudici costituzionali della sua conformità a Costituzione.

(dal blog di Dario Stevanato)

31
Lug
2022

Oltre la siccità. Abbandonare il dirigismo in agricoltura

Per il Nord Italia l’estate del 2022 si sta rivelando molto calda, con temperature di maggio e giugno simili a quelle del torrido 2003. Inoltre un’analisi pluviometrica svolta dal 1902 ad oggi indica che il 2022 è l’anno più povero di precipitazioni in assoluto, a pari merito con il 1922 e seguito da 1990, 1944 e 1938. Gli effetti delle anomalie termiche e idriche sulla produzione agricola sono evidenti. In alcune aree – specie in Pianura Padana – le produzioni appaiono già compromesse, in altre la situazione è molto difficile, anche alla luce di previsioni meteo non incoraggianti. Si prospetta un quadro complesso e delicato, tra le comprensibili preoccupazioni (e talvolta le lagnanze) degli agricoltori che rischiano di veder compromesso il loro lavoro senza particolare speranza di ristoro (i fondi stanziati per le “calamità naturali” sono poco più che irrisori) e la necessità di salvaguardare le scarse risorse idriche e di mantenere un equilibrio precario (basti pensare all’avanzata del “cuneo salino” nell’asta del Po). 

La concomitanza di circostanze avverse (ivi comprese le conseguenze del conflitto tra Russia e Ucraina) può rappresentare un rischio per la nostra stessa sicurezza alimentare e per la tenuta di alcune filiere. Quella del riso è in ambasce per la sicura perdita di produzione, potenzialmente drammatica alla luce di qualche decisione tecnicamente discutibile dei consorzi di irrigazione su cui infuriano polemiche degne dei manzoniani “polli di Renzo”. A rischio pure le filiere zootecniche, strette tra scarsità dei mangimi (oltre al mais ucraino mancherà pure gran parte di quello nazionale) ed aumento dei costi energetici. 

Tuttavia, ogni crisi dovrebbe indurre alla riflessione per meglio programmare il futuro (Est Sesia, il più grande consorzio irriguo italiano, nacque dopo la siccità del 1922; canali irrigui come Regina Elena o Diramatore Alto Novarese furono messi in opera dopo le siccità del 1944 e 1965). In ogni caso servirebbero una visione sistemica, una gestione più equilibrata delle riserve, e sistemi irrigui ad alta efficienza che tuttavia non alterino un equilibrio fondato sulla ricarica delle falde. Serve più libertà di ricerca, per ottenere anche attraverso le nuove tecnologie genetiche, piante più “resilienti”. Servono scelte pragmatiche che non ripetano errori altrui (si pensi alla drammatica situazione in atto in Sri Lanka a seguito della decisione ideologica di imporre ope legis il “biologico” vietando l’uso dei moderni mezzi di nutrizione e protezione delle colture). Servirebbe un Politica Agricola Comunitaria meno dirigista, che tuteli i produttori con un agile meccanismo di assicurazione del reddito, non un sistema di contributi che senza ironia si definiscono “a pioggia”, sotteso da elefantiaco e paralizzante apparato di norme spesso assurde dettate da burocrazia e malinteso “ambientalismo”. Perché, come diceva Eisenhower, “l’agricoltura sembra terribilmente semplice quando il tuo aratro è una matita e sei a migliaia di miglia da un campo di grano”.


Flavio Barozzi e Luigi Mariani, Società Agraria di Lombardia