10
Lug
2026

L’arte non ha bisogno di patentini

Di recente la cultura italiana ha offerto alcuni episodi che, letti insieme, restituiscono con nettezza il clima da inquisizione riservato a chi non si allinea alla parte “giusta” di ogni questione – ambientale, di genere, geopolitica – o anche solo non ostenta il proprio “impegno”. Si dà per scontato che quella parte esista, e che a essa debba conformarsi soprattutto chi vive di cultura, chiamato a fare da avanguardia intellettuale e civile. Ma non basta pensarla nel modo “corretto”: bisogna dichiararlo, prendere posizione, ribadire pubblicamente la propria collocazione. Due episodi mostrano bene questo atteggiamento.

Il primo: per partecipare a “Più libri più liberi” gli editori avrebbero dovuto sottoscrivere una dichiarazione di adesione ai valori antifascisti, il “patentino”, come è stato ribattezzato. Ma in un Paese come il nostro rispettare le leggi e la Costituzione significa già, di per sé, accettare le regole della democrazia: a che serve un attestato ideologico ulteriore? È la domanda che si è posto Manuel Grillo di Settecolori, che ha rifiutato la firma non per prendere le distanze dalla Costituzione, ma perché il suo rispetto è già il “presupposto necessario e sufficiente” per partecipare. Gli organizzatori hanno poi fatto marcia indietro, decidendo di valutare anche le domande presentate senza la dichiarazione: un’ammissione implicita che quell’attestato era superfluo. E che, aggiungiamo noi, nessun editore avrebbe dovuto firmarlo.

Il secondo episodio riguarda il Premio Strega. Sul pulmino che accompagnava i finalisti in tour, Michele Mari avrebbe pronunciato frasi sgradevoli su Michela Murgia, provocando la reazione di Teresa Ciabatti. Erano parole dette in una conversazione privata, e private dovevano restare. Mari ha smentito la ricostruzione e si è scusato; giustamente, non è seguita alcuna sanzione né esclusione dal premio: anzi, lo ha poi vinto. Ma che un discorso privato – giunto a noi con toni scandalistici e ricostruzioni di seconda mano – diventi un caso pubblico da processare rivela un clima da grande fratello orwelliano.

I due esempi condividono la medesima radice: la tendenza a concepire la letteratura, e l’arte in genere, come educazione civica, quasi una propaganda del buonismo. Si è diffuso un clima di “correttezza” che pretende purezza ideologica e muove dal linguaggio per arrivare alle forme dell’arte: una caccia alle streghe in cui l’opera vale per la conformità del messaggio e non per la sua qualità letteraria, e in cui allo scrittore si chiede di ergersi a paladino delle cause giuste. È l’esatto opposto di ciò che la grande letteratura sa fare: non rassicurare o essere assertiva, ma mettere in dubbio.

In una bella biografia di Milan Kundera uscita in questi giorni vengono riportate queste sue parole: “La stupidità della gente deriva dall’avere una risposta per tutto. La saggezza del romanzo deriva dall’avere una domanda per tutto. (…) Oggi in tutto il mondo la gente preferisce giudicare invece di capire, rispondere invece di domandare, così che la voce del romanzo può essere udita a stento in mezzo alla rumorosa imbecillità delle certezze umane”.

In un tempo che esige risposte e dichiarazioni nette, la “lezione” di Kundera andrebbe rivalutata.

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