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Giu
2026

La sindrome del maggiore Scarampi e la paura di decidere nella Pa

Riflessioni dopo il monito di Cassese alla Corte dei Conti

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Stefano Emanuele Pizzorno

Questo è lo scenario. Siamo nel novembre 1917, la battaglia del Piave è in corso. Il maggiore Scarampi, ufficiale d’artiglieria dislocato nel settore del Grappa, a un certo momento si accorge che i soldati austro-tedeschi stanno avanzando verso il Colle dell’Orso con il rischio di far crollare l’intera linea. Non esita. Ordina all’artiglieria di far fuoco, fermando i nemici. Il problema era che dopo Caporetto le munizioni scarseggiavano ed era stato vietato di far sparare l’artiglieria senza autorizzazione dei comandi superiori. Quindi il bravo Scarampi aveva salvato la situazione ma aveva violato le direttive.

Sull’episodio esistono varie versioni. Secondo alcune, gli sarebbe stato chiesto il rimborso del costo delle munizioni; secondo altre, dinanzi alle contestazioni di aver sparato senza la necessaria autorizzazione, lui stesso avrebbe risposto: “Pago io!”. Al di là dell’esatta versione, l’episodio è emblematico del rischio e della conseguente paura delle decisioni autonome che caratterizza la pubblica amministrazione italiana. Il funzionario italiano, con pochissime eccezioni, non solo ha timore della Corte dei conti o di possibili processi penali ma ha inoltre paura che qualcuno all’interno della sua stessa amministrazione possa contestargli qualcosa.

Il risultato è che dinanzi ad un’istanza di qualcuno il cui accoglimento ponga una questione dubbia o anche una questione nuova, il funzionario risponderà negativamente, rigettando la richiesta. Egli preferirà l’apertura di un contenzioso giudiziario con un risultato che gli dia torto, dichiarando illegittimo il rifiuto della PA, piuttosto che affrontare il rischio, da lui ritenuto ben più grave, di assumere lui stesso, con la conseguente responsabilità, la decisione di accogliere la richiesta del privato. 

Con questa tradizione culturale, si comprendono ancor di più le iniziative del legislatore che hanno portato all’abolizione del reato di abuso d’ufficio e alla limitazione, introdotta quest’anno, della responsabilità dinanzi alla Corte dei conti; tra le altre misure, in particolare, è stato introdotto un tetto al risarcimento per danni a cui i pubblici funzionari possono essere condannati, che non potrà in ogni caso superare il doppio della retribuzione annua.

Con riguardo alla nuova legge, Sabino Cassese, in un articolo apparso sul Corriere della Sera del 29 maggio (La Corte non fa sconti) ha denunciato i tentativi dei magistrati contabili di renderla inoperante. Al di là della questione sollevata nell’articolo, di un corpo dello Stato chiamato ad applicare una legge e che invece tenta di disattenderla, Cassese ha pienamente ragione nel difendere l’operato del legislatore, perché i meccanismi eccessivamente sanzionatori bloccano l’azione della PA, con l’effetto dell’aumento dei costi. Il problema dell’amministrazione italiana è, al contrario, che essa, per timore delle responsabilità, non è a sufficienza amica dei propri amministrati, e, se si vuole aumentare l’efficienza dello Stato e ridurre i costi, occorre renderla tale. Se lo Stato vuole essere davvero vicino ai suoi cittadini, questa è una delle priorità.

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