L’euro digitale, una soluzione in cerca del problema
Il 9 luglio segna una data importante nel percorso di sviluppo e implementazione dei futuri sistemi di pagamento dell’UE. Giovedì scorso, il Parlamento europeo ha infatti confermato il mandato negoziale che consente al progetto relativo all’euro digitale di entrare nella fase decisiva della procedura legislativa eurounionale, volta a definire il testo finale di regolamento.
La decisione è stata accolta con particolare enfasi ed apprezzamento dagli organi dell’Unione e, soprattutto, dalla BCE. L’entusiasmo, tuttavia, non risponde ad alcune domande di fondo: a quale richiesta vuole dare riscontro e/o a quale anomalia del mercato intende rimediare una moneta digitale di banca centrale?
Come noto, il mercato europeo non difetta, infatti, di strumenti di pagamento digitali. Nondimeno, il progetto in parola è destinato a incidere su assi portanti del sistema economico e giuridico a cominciare dal rapporto tra banca centrale, banche e cittadini. Prima di celebrare l’avvio della fase di finalizzazione dell’euro digitale, conviene quindi interrogarsi con attenzione sui costi e sulla bontà delle scelte che si stanno adottando.
Qualche cenno sull’euro digitale
L’euro digitale consiste in una forma digitale di moneta di banca centrale, complementare al contante. La BCE lo presenta come l’evoluzione naturale della moneta unica in una società maggiormente digitalizzata, e come un necessario presidio di sovranità e autonomia strategica dell’Unione europea nel suo percorso di competizione internazionale con soggetti pubblici e privati.
A ben vedere, dietro considerazioni più alte circa l’innovazione tecnologica, il contesto geopolitico e la metamorfosi della moneta, vi sono però questioni ugualmente importanti, alle quali fanno da contraltare precisi aspetti critici.
I punti critici
Il progetto di euro digitale si caratterizza per diversi tratti di debolezza, dei quali è necessario dare atto, e che nel complesso sono in grado di sollevare più di un dubbio circa i futuri scenari di implementazione della moneta digitale. In particolare, è interessante soffermarsi su tre aspetti: domanda, privacy e disintermediazione.
In prima battuta, l’euro digitale pare allo stato destinato ad operare in un contesto socio-economico-giuridico che certo non difetta, come sopra anticipato e già evidenziato altrove, di strumenti digitali di pagamento e che, peraltro, è caratterizzato da un digital divide e da un’attrazione verso il contante a tal punto profondi da far seriamente dubitare della capacità degli operatori e dei cittadini di apprezzare (e, ancor prima, di comprendere) la novità di cui trattiamo.
In questo senso, il progetto eurounionale di moneta digitale non nasce da un’esigenza effettiva del mercato e della società, quanto piuttosto da una precisa scelta politica che trova fonte nel bisogno delle istituzioni di riaffermare un controllo pubblico – ancor più centralizzato in capo alla BCE – sulle infrastrutture dei pagamenti. Necessità, questa, non pienamente comprensibile a fronte delle altre priorità dell’UE, e della possibilità di offrire risposte meno invasive, quali sarebbero il rafforzamento dei circuiti di pagamento europei esistenti, una piena attuazione dei pagamenti istantanei e una regolazione più efficiente di alcuni asset digitali, già disciplinati dall’Unione.
In secondo luogo, il problema della privacy: come già anticipato in un puntuale approfondimento sul tema – correva l’anno 2023 – a prescindere dalle rassicurazioni di principio, è innegabile che l’architettura dell’euro digitale ponga dei temi di riservatezza, posto che le informazioni sulle transazioni esisteranno e dovranno essere gestite.
Questi temi sono particolarmente rilevanti se calati all’interno di un ecosistema digitale caratterizzato da crescenti dinamiche di raccolta, valorizzazione e utilizzo dei dati, spesso ricondotte alla categoria del “capitalismo della sorveglianza”.
Nei termini descritti, e in un contesto in cui le capacità tecnologiche permettono una sempre maggiore “invasione” degli spazi privati, anche la fine della possibilità di transazioni anonime – ferme restando le corrette cautele e la richiesta di trasparenza per finalità nobili, quali sono quelle perseguite dalla disciplina AML – non è un dettaglio tecnico ma è perdita di libertà.
Infine – e senza soffermarsi su altri aspetti di “dettaglio”, quali sono quelli relativi ai limiti di detenzione del nuovo euro, all’impronta ambientale degli asset digitali o al loro funzionamento offline – va evidenziato un argomento importante, consistente nel necessario riposizionamento degli intermediari classici (innanzitutto bancari) di fronte all’euro digitale.
Il tema è particolarmente interessante, rappresentando pur sempre l’evoluzione digitale dell’euro uno strumento potenzialmente capace di favorire fenomeni di disintermediazione del sistema, con possibile effetto dirompente delle nuove tecnologie sui servizi e sulla regolamentazione finanziaria classica. Regolamentazione che, tra l’altro, in forza del nuovo euro digitale dovrà necessariamente confrontarsi con un rinnovato bilanciamento degli equilibri oggi intercorrenti tra circuito bancario privato e BCE, all’insegna di una forte, ma non auspicabile, rivisitazione dei poteri di quest’ultima.
Conclusioni
I punti “critici” che saranno esaminati e (si spera) risolti nell’iter di avvicinamento all’euro digitale sono dunque molteplici, e impongono di ragionare con attenzione sulla concreta “messa a terra” di un progetto che, senza dubbio, intende costituire un punto di svolta per il sistema economico, sociale e giuridico europeo, tuttavia non senza tensioni o problemi.
Tra i tanti profili, resta di sicuro da chiedersi se la complementarità promessa, in questa fase di avvio, verso il contante, così come nei confronti delle banche e del circuito privato, sia un vincolo strutturale destinato a durare, o solo una condizione di partenza di un perimetro pubblico in progressivo ampliamento.
Nel contesto descritto, una riflessione più attenta circa l’opportunità di introdurre uno strumento nato senza domanda di mercato, potenzialmente costoso in termini di riservatezza e forse finanche destabilizzante per il sistema finanziario, sarebbe quindi più che mai utile.
















