8
Giu
2026

Ciò che scarseggia davvero è la possibilità di esercitare i propri diritti riproduttivi

Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Chiara Saraceno uscito oggi su Lisander

Il crescente, e apparentemente irreversibile, invecchiamento della popolazione è entrato nel dibattito pubblico, non solo in Italia, non solo tardivamente, ma prevalentemente da una prospettiva che definirei societaria, ovvero delle conseguenze presenti e future per le società coinvolte, in molto minor misura dal punto di vista dei diritti riproduttivi delle persone. Se non si devono più, almeno nelle società democratiche sviluppate, fare figli perché siano un sostegno per la vecchiaia e neppure “per la patria”, li si dovrebbero fare per la sostenibilità del welfare o per sostenere lo sviluppo economico e la capacità di innovazione. Non vi è dubbio che – in Italia in modo più accelerato che altrove in Europa – il quadro demografico presenti forti problematicità rispetto a queste e altre dimensioni, richiedendo di incominciare già ora ad attrezzarsi per affrontarle. Anche se vi fosse in tempi brevi una sostanziosa ripresa della fecondità, i suoi previsti benefici sul piano della capacità di innovazione e di tenuta dei conti pubblici infatti si avrebbero solo dopo due-tre decenni, mentre nel frattempo l’aumento della popolazione in età minore aumenterebbe il tasso di dipendenza.

Per affrontare questa auspicata lunga traversata, sarebbe dunque necessario valorizzare la popolazione adulta, giovane e meno giovane, già presente e quella che lo sarà nei decenni immediatamente successivi: innanzitutto i giovani di ambo i sessi e le donne in tutte le età lavorative. Si stima, ad esempio, che se in Italia le donne avessero lo stesso tasso di occupazione degli uomini avremmo 3,8 milioni di occupate in più, compensando in buona parte gli effetti sulle forze di lavoro della riduzione della natalità avvenuta nel corso degli ultimi cinquanta anni. Analogamente, se il mercato del lavoro fosse più attrattivo per i giovani uomini e donne, in termini di remunerazione, riconoscimento delle competenze, equilibrio con altri aspetti della vita, e se il mercato dell’abitazione e il sistema di welfare fossero più inclusivi, molti giovani con buoni livelli di formazione non emigrerebbero, riducendo ulteriormente la quota di popolazione giovanile. E politiche migratorie non emergenziali o meramente contenitive valorizzerebbero meglio i flussi in entrata.

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