La cultura della denatalità
Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Emma Fattorini uscito oggi su Lisander
L’8 aprile del 2023 fece molto discutere una nota dell’ISTAT. La notizia era che il tasso di nascita in Italia aveva raggiunto il livello più basso dal 1861 e che, con questo andamento, gli italiani nel 2070 sarebbero stati undici milioni in meno. Cifra che l’ONU considerava peraltro molto ottimistica, perché basata sull’ipotesi che il tasso di natalità per donna restasse almeno all’1,5.
In realtà solo il Trentino-Alto Adige raggiungerebbe questa quota. E non solo in ragione di ricchezza e di qualità della vita, come è ragionevole pensare: Bolzano ha il più alto tasso con l’1,72, mentre un’altra città “ricca” come Rimini, ad esempio, ha quello più basso a parità di servizi e di un welfare efficiente. Insomma medesimo benessere e tassi di natalità opposti: un esempio, questo, di come la denatalità sia la conseguenza di una pluralità di fattori spesso contraddittori tra loro. Lo spiega bene il saggio di Robi Ronza su “Lisander” quando scrive che «le due Province autonome di Bolzano e Trento mentre hanno praticamente la stessa politica sociale, fanno registrare tassi di denatalità assai diversi».












