Dopo il referendum, resta il problema dei processi inutili. Una proposta
Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Stefano Emanuele Pizzorno
L’esito del referendum, con la netta vittoria del No, ha lasciato, immutati i problemi della giustizia italiana, come ha ricordato anche Sabino Cassese sul Corriere della Sera del 16 aprile. In particolare, rimane la questione del grande numero di processi che vengono celebrati e che terminano con il proscioglimento dell’imputato (intorno alla metà, un dato su cui entrambi i fronti, del No e del Sì, concordavano).
Questo dato si può leggere in due diversi modi. Da un lato, infatti, come sosteneva il No, non si potrebbe dire che il giudice che giudica sia condizionato dal vincolo di colleganza con il pubblico ministero, visto che nella gran parte dei casi assolve. Allo stesso tempo però non si può certamente affermare che il PM svolga questa gran attività di ricerca delle prove a favore dell’imputato, che sarebbe stata messa in crisi dall’approvazione della riforma, visto che fa celebrare processi che il più delle volte si concludono con un proscioglimento.
Evidentemente la cosiddetta cultura della giurisdizione, che deriverebbe dalla comune appartenenza di giudici e pubblici ministeri allo stesso ordine, non è idonea allo scopo. Si tratta di un problema grave, sia per i costi economici a carico della collettività, sia per quelli, personali ed economici, a carico del singolo.
Nel tentativo di porre un freno, la legge Cartabia ha stabilito che il pubblico ministero possa esercitare l’azione penale solo quando gli esiti delle indagini preliminari consentano di formulare una ragionevole previsione di condanna. La nuova disposizione normativa non si è però dimostrata sufficiente. Occorre qualcosa di più.
Si può pensare a rafforzare ulteriormente la figura del Giudice per le indagini preliminari, con maggiori poteri di valutazione delle prove. Ma soprattutto, occorre prendere atto che la cultura della giurisdizione non può funzionare come una sorta di automatismo o, se si vuole, come uno Spirito Santo che cala sul pubblico ministero solo per il fatto di appartenere alla medesima carriera del giudice.
Da questa constatazione nasce la nostra proposta: consentire l’accesso alle funzioni di pubblico ministero solo a chi abbia prestato servizio come giudice, esercitando la funzione giurisdizionale per un congruo numero di anni, ad esempio cinque. Allora sì che si potrebbe pensare che venga acquisita la cultura della giurisdizione, attraverso il concreto esercizio della funzione. Solo l’esperienza concreta della funzione giurisdizionale può infatti favorire una reale interiorizzazione dei criteri di valutazione delle prove e delle garanzie dell’indagato.
Per invogliare i giudici, occorrerebbe stabilire degli incentivi economici o di altro tipo, ad esempio di carriera. I posti non coperti verrebbero messi a concorso (la Costituzione non lo impedisce e comunque si può pensare anche ad un concorso in cui chi abbia esercitato la professione di avvocato abbia una posizione preferenziale) ma i nuovi entrati opererebbero affiancati dai colleghi ex giudici, provenienti dalla funzione giudicante, venendone influenzati nel modus operandi.
Una semplice operazione diretta a creare vera cultura della giurisdizione e quindi in grado di incidere sulla riduzione dei processi inutili, da attuare con legge ordinaria senza interventi sulla Costituzione.















