11
Nov
2022

Se io fossi Carlo Nordio

di Pietro Di Muccio de Quattro

Se io fossi Carlo Nordio, non aspetterei che la finestra di opportunità si chiudesse alle spalle come la porta del ministero. Sarei ben consapevole d’incarnare la speranza. Da trent’anni fanno a cornate garantisti e giustizialisti, due categorie sbagliate perfino nei nomi che non significano nulla e dicono nulla se non ai tifosi dei due tori da talk-show. Chi mi conosce e mi apprezza, nutre verso di me i migliori sentimenti e la migliore predisposizione. La mia vita di magistrato, quello che ho detto e scritto, dentro e fuori delle sentenze, sta lì a comprovare che bisogna poter credere alla giustizia come essa è rappresentata dalla statua nei palazzi dei tribunali: una dea bellissima, bendata, che impugna una spada e regge una bilancia. Ebbene la bellezza, la dea italica l’ha persa da un pezzo; la benda le consente di vederci bene o nient’affatto, a discrezione; la spada è sdentata o tagliente a seconda dove colpisce; la bilancia, ah la bilancia, è un vero problema!

Perciò, se io fossi Carlo Nordio mi sentirei un grande restauratore e comincerei dal volto della dea, ma non con un semplice make-up, piuttosto con una bella stirata, con una plastica levigante, da farne una star hollywoodiana. Le darei una freschezza giovanile. E un sorriso meno arcigno. Vorrei conferirle una serenità compiaciuta di aver fatto innamorare i giusti, che scappano davanti a quei tori.

Poi le regalerei una frusciante benda di seta fittamente tessuta, trama e ordito impenetrabili, in modo che non potesse vedere proprio nulla, né luce, né cose, né persone. Preciso meglio: in modo che non potesse distinguere gli abiti degli avvocati difensori, dei testimoni, dei colpevoli e delle vittime. Senza vista, sarebbe costretta a concentrare l’attenzione sul senso dell’udito e far tesoro delle argomentazioni soltanto, quelle volte che esistono. Così non riconoscerebbe neppure il pubblico ministero, senza poterlo guardare in faccia.

La spada la terrei sempre affilata e pulita, affinché cadendo dove deve cadere, non faccia più male del dovuto e non infetti la ferita del colpito.

Quanto alla bilancia, la farei tarare elettronicamente e metterei i piatti in perfetto equilibrio perché l’equilibrio è, alla fin fine, l’essenza della “giustizia del diritto”, opposta alla “giustizia della politica”, tant’è che l’applicazione pratica la chiamano giurisprudenza.

Se fossi Carlo Nordio rivoluzionerei la giustizia civile, che tanto civile non pare perché son secoli che viene invocato il processo orale mentre anche le bagattelle esigono carte da distruggere intere foreste. Se io fossi un così stimato ministro, scelto provvidamente dal nuovo Governo, vorrei un giudice di pace degno del nome, che dovrebbe fare giustizia come in antico il saggio sotto una quercia. Adesso dovrebbe essergli appesa alle spalle, non più la ridicola e pretenziosa targa “la legge è uguale per tutti”, bensì “sono vietate le carte, ogni rivendicazione solo a voce”, consentendo ai cittadini anche di patrocinarsi finalmente da sé, se vogliono.

E se fossi davvero lo stimato ministro Carlo Nordio non dimenticherei di restituire alla giurisdizione tutti i magistrati annidati negli uffici del ministero. Gli ricorderei che il nostro comune editore Liberilibri ha pubblicato il pamphlet “L’ideologia italiana” dove sta scritto che “non esiste separazione dei poteri senza separazione degli uomini di potere”. Un giurista liberale chiamato al ministero della Giustizia dovrebbe farne tesoro.

L’articolo è stato originariamente pubblicato su L’Opinione delle Libertà del 10 novembre 2022

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