Debito, investimenti, privatizzazioni
La stretta dell’energia
Un recente documento europeo del Dipartimento dell’energia, AccelerateEU, rende giustizia, con molto ritardo, a quanto aveva indicato il Rapporto Draghi: la tendenza europea a produrre norme sofisticate per regolare i mercati digitali e non solo, lungi dal creare un unico mercato europeo, finisce per rallentare questo processo e sicuramente frena gli investimenti. AccelerateEU sceglie di non produrre nuove norme, ma indica la necessità di sveltire le procedure e di ridurre i carichi burocratici che gravano sui processi autorizzativi.
Dal 2010 ad oggi, le rinnovabili sono cresciute in Italia di 1,5 gigawatt (GW) all’anno, in Spagna di 3,6 e in Germania di 7,5. Questa diversa capacità e velocità di installazione alla lunga incide significativamente sui prezzi, oggi sotto pressione a causa della guerra israelo-americana contro l’Iran. La rilevazione del 21 marzo 2026 rivela il prezzo di un megawattora (Mwh) all’ingrosso: 38 euro in Spagna, 102 in Germania e 157 in Italia. La velocità con cui la Spagna sviluppa le fonti rinnovabili riduce la dipendenza del Paese dalle fonti fossili: nel 2019 i combustibili fossili guidavano i prezzi per il 75% del tempo, ma nella prima metà del 2025 ciò accade solo per il 19% del tempo. Siamo bloccati sulle fonti fossili che rappresentano da 51%, contro il 43% in Germania, il 23% in Spagna, il 6% in Francia, grazie al nucleare. Questa debolezza ci pone fuori dalla corsa allo sviluppo dell’intelligenza artificiale, che ha fame di energia, nonostante la straordinaria crescita dell’efficienza dell’hardware e dei modelli.
Sforare!
Il governo chiede, anche il prudente Giorgetti, di poter “sforare”, ossia allargare ancora il debito. Sforare oggi, con le tensioni economico-finanziarie in corso, presenterebbe rischi di alimentare l’inflazione ed elevare i tassi di interesse in modo assai oneroso per famiglie e imprese: ma la sete della setta degli sforisti vuole altro debito nella botte, anche se essa ha tracimato da tempo. Andrebbe fatto notare agli sforisti che l’inflazione importata nel 2026 per effetto dell’aumento del prezzo dei combustibili fossili, produrrà una riduzione del rapporto debito/pil pari a 1,4 punti per ogni punto di inflazione aggiuntiva. Non che questa sia una consolazione, perché, alla lunga, l’inflazione aumenterà i tassi di interesse e gli oneri sul debito pubblico, palla al piede dell’economia italiana (già paghiamo il 4% del pil per interessi, la più alta quota dell’Eurozona). Infine, a quanti vogliono ulteriore debito, per rilanciare con urgenza l’economia colpita dalla crisi del Golfo, ricordiamo che il PNRR – costruito per uscire dalla crisi pandemica – , nei primi quattro anni (2021-2024) ha speso il 30% delle risorse disponibili e negli ultimi due (2025-2026) dovrà rendicontare il restante 67%.
La generazione elettrica e la rete di distribuzione
La necessità di investire nell’intelligenza artificiale, ossia nel cloud, nelle reti di telecomunicazione e, non ultimo, nell’università per aumentare il numero di laureati in particolare nelle materie STEM (scienza, tecnologia, ingegneria e matematica dove siamo ultimi in Europa) richiede una disponibilità di risorse che è prevalentemente – salvo l’università – in capo al settore privato. Ma richiede un’offerta stabile e sicura di energia a costi competitivi, investendo di più nelle fonti rinnovabili, nella rete di trasmissione che collega le centrali tra di loro e alle cabine primarie, nella distribuzione tra queste ultime e i consumatori (famiglie e imprese). Ma investire nella generazione non basta, poiché la rete di distribuzione ha bisogno di colossali investimenti per rendere accessibili le sorgenti distribuite di generazione da fonte rinnovabile: idraulica, solare, eolica, biomasse. Serve l’intelligenza artificiale per gestire la rete elettrica, e serve l’energia distribuita dalla rete per sviluppare e utilizzare l’intelligenza artificiale: occorre sciogliere un doppio nodo. Occorrono investimenti su tre fronti: generazione, distribuzione e intelligenza artificiale: Altrimenti si corrono rischi enormi. Come è accaduto nel 2024, quando 70 terawattora (TWh) – pari al consumo dell’Austria – sono rimasti indisponibili a causa delle strozzature della rete europea. In quello stesso anno 1,7 TWh erano bloccati per le liste di attesa nelle connessioni.
Lo Stato affamato di dividendi
Il cluster di aziende sistemiche, in cui sono presenti ENI, ENEL, TIM, TERNA, Poste Italiane, vede lo Stato con quote di tale rilievo da condizionare la politica dei dividendi e quindi gli investimenti. Non solo, ma la contiguità di queste aziende con l’amministrazione pubblica fa sì che i regolatori, ossia le varie autorità che dovrebbero tutelare la concorrenza e i consumatori rispetto all’abuso di posizione dominante, siano molto sensibili a tutelare la politica dei dividendi (che vanno in buona parte allo Stato come azionista) più che il benessere del consumatore e la contendibilità, ossia il grado di apertura del mercato alla concorrenza. Queste aziende svolgono sia in Parlamento sia nelle Autorità di settore un continuo lavorio per garantirsi tariffe “protette” e controlli “riguardosi”.
Un recente studio (OECD/World Bank, Dividend payments by state-owned enterprises: Policies and practices, 2024), ritiene che “dividendi più elevati per il proprietario statale non sono sempre auspicabili, in quanto possono riflettere profitti monopolistici … o privare le imprese dei fondi necessari per gli investimenti”. E’ il caso di ENI. Il suo bilancio 2024 indica che i dividendi pagati sono stati superiori all’utile netto: 3,7 e 2,6 miliardi rispettivamente. Allo Stato interessa la stabilità, la prevedibilità dei proventi provenienti dall’azienda controllata: così nei tre anni dal 2022 al 2024 i dividendi sono praticamente costanti, mentre l’utile netto dell’azienda è crollato da 13,9 a 2,6 miliardi. Ne è conseguito un aumento dell’indebitamento netto da 7 a 12,2 miliardi: per pagare i dividendi si sono chiesti soldi in prestito.
Il punto è questo: abbiamo bisogno di investimenti, solo il settore privato li può fare, perché è più efficiente ed esposto alla competizione internazionale. Anche il caso di TIM, ri-nazionalizzata con l’acquisto da parte di Poste Italiane è discutibile sotto il profilo della disponibilità ad investire in futuro. TIM ha venduto la rete per ridurre il proprio indebitamento, che le impediva di investire. TIM può solo competere sui clienti finali, in particolare entrando, come ha già fatto con successo con TIM Enterprise, nelle infrastrutture e nei servizi per le aziende, connessi allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Si tratta di un mercato dove la competizione è formidabile: ci si confronta con Google, Amazon, Microsoft, Oracle, per ricordarne alcuni. Servono investimenti, capacità imprenditoriale e professionalità. Ma Poste Italiane, prima di acquisire il controllo su TIM, con esborso di 2,8 miliardi ed emissione di nuove azioni, ha deliberato di pagare il 70% degli utili come dividendi (payout ratio) aumentando la quota precedente di 5 punti. Ha anche annunciato che non cambierà questa politica a seguito dell’acquisizione di TIM. Quindi i nodi verranno al pettine: TIM Enterprise ha un piano di investimenti da 1 miliardo in tre anni – ma i competitor globali investono quella cifra in poche settimane. Per continuare a essere competitivi occorre investire ma con un payout ratio al 70% e il consolidamento del debito TIM nel bilancio Poste, lo spazio per aumentare significativamente la spesa per investimenti di TIM Enterprise sarà limitata.
Riavviare le privatizzazioni?
L’Italia ha un bisogno urgente e vitale, più ancora degli altri partner europei, di investimenti nelle infrastrutture essenziali per garantire la competitività del sistema: energia, energia elettrica, telecomunicazioni, cloud, intelligenza artificiale, formazione di alto livello. Lo Stato, con il suo indebitamento, rende fragilissimo il nostro sistema finanziario: ogni soffio di vento avverso sui mercato internazionali rischia di bloccare qualsiasi scelta intesa a restituire competitività al sistema (investimenti nella ricerca, riduzione delle tasse, aumento di efficienza dei servizi pubblici essenziali). Lo Stato dovrebbe quindi proteggersi e proteggerci: dovrebbe vendere, non acquistare nuove imprese. Dal 2021 ad oggi il numero di imprese controllate in via diretta e indiretta dal Ministero dell’Economia e Finanze (MEF) è aumentato del 35%. Per non parlare delle società controllate dagli enti locali, con cui nel 2023 si arriva alla cifra fantastica di 40.722 partecipate. In fondo la fase borsistica è ancora positiva: l’indice FTSE-MIB della Borsa italiana è ancora in una zona positiva, con 47.500 punti rispetto a 30.348 di fine 2023 e 18.600 di gennaio 2019.
Vendere un po’ di partecipate, per le amministrazioni pubbliche e per l’economia italiana, sarebbe una boccata d’ossigeno.
















