5
Nov
2022

Un insegnamento di Franco Tatò

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Mario Dal Co

Franco Tatò si è spento il 2 ottobre lasciando nel dolore le persone a lui più vicine e molti che hanno avuto l’onore di lavorare con lui. Non c’è lo spazio e non ho le competenze per ricordare tutti i successi manageriali raccolti nella sua lunga vita professionale. Mi limiterò quindi ad alcuni aspetti dell’esemplare processo di privatizzazione dell’Enel, che egli seppe condurre con mano ferma, raggiungendo risultati di grande rilievo, che possono riassumersi nella riduzione di 3 punti del debito pubblico italiano per effetto degli incassi che lo Stato fece con il solo primo collocamento, nel 1999, del 30% delle quote in mano pubblica.

Con la sua guida fu scorporata e venduta la metà della capacità di generazione dell’ex-monopolista, fu scorporata e resa indipendente la rete di trasmissione, creando le condizioni per l’ingresso di altri operatori, fu scorporata la rete di telecomunicazioni, creando, con France Telecom e Deutsche Telecom, Wind, il terzo operatore mobile italiano. La necessaria riduzione di personale, fu gestita senza conflitti, lavorando in modo deciso sul turn-over dell’azienda, che passò da quasi 100.000 dipendenti, che praticamente non producevano profitti, a 70.000. Gli utili netti del primo bilancio (per l’anno 1997) maturato compiutamente sotto la responsabilità di Tatò superarono i 4 mila miliardi di lire. L’ultimo da lui firmato, dopo aver condotto in porto il ridimensionamento nella generazione e nella distribuzione/trasmissione prescritto dal decreto Bersani del 1999, sfiorava ancora i 4 mila miliardi.

Trasformò una azienda monopolista in una azienda competitiva, presente in diversi mercati sia in Italia, sia all’estero, avviò la generazioni da fonti rinnovabili e pose una nuova attenzione al cliente, che prima era semplicemente l’utente, ossia un cittadino privo della possibilità di scegliere e trattato con la tipica opacità del monopolista troppo sicuro di sé.

Merita un cenno un esempio significativo di questa attenzione. Quando leggeva le bollette dell’Enel l’utente non ci capiva nulla: tra linguaggio burocratico volutamente involuto e regole complesse nella determinazione delle tariffe elettriche, occorreva essere esperti. Tatò fece ingaggiare uno dei massimi linguisti italiani, Tullio De Mauro, per riscrivere la bolletta (e fece scuola) per renderla più semplice e più comprensibile possibile. Quando si profilò la necessità di avviare la comunicazione digitale su internet, vide nelle nuove tecnologie l’opportunità sia di ridurre i costi e aumentare i ricavi, sia di migliorare la comunicazione con il mercato ed in particolare con le imprese e le famiglie, senza dimenticare la comunicazione interna con i dipendenti.

Era salda la sua convinzione che l’etica imponesse all’azienda di essere efficiente nell’uso delle risorse, nel riconoscimento del merito, nella trasparenza verso i mercati ed era convinto che questa efficienza, traducendosi in profitti e nuovi investimenti, rappresentasse il migliore contributo che l’azienda poteva dare allo sviluppo di una società democratica aperta e innovativa.

E’ utile ricordare il contributo che Franco Tatò ha dato nell’affermare un ruolo del manager pubblico, che evitava ogni commistione del moralismo con l’etica professionale temendo la confusione che ne sarebbe derivata nell’assunzione delle responsabilità aziendali e individuali.

Sarebbe un grande bene per il Paese, in questo momento assai critico della contingenza politica ed economica, ricordare e valorizzare l’insegnamento di Franco Tatò. Era così lontano da ogni forma di assistenzialismo, che ebbe a dire recentemente, rara avis anche tra imprenditori e manager, che il PNRR lo faceva rabbrividire per la pretesa di chiedere soldi senza sapere come spenderli. La storia della ripresa dell’economia italiana successiva alla pandemia renderà giustizia a questo suo giudizio rimasto fino ad oggi tanto lucido quanto isolato.

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