31
Lug
2023

L’imprenditorialità negata: nebbie e inganni dell’ideologia. Parte 1

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Carlo De Filippis.

Sinistra ministerialista e lavoro: vecchie ricette, ancoraggi perduti e nuove alleanze

Criticavo già nel 2008 durante il governo del professor Romano Prodi l’abuso della categoria di “precarietà” nella discussione su situazione e tendenze del lavoro in Italia. In un documento riservato a una ristretta cerchia di amici e conoscenti esperti della materia, rilevavo che il termine risulta utile a denotare, piuttosto che fenomeni reali, ciò che v’è nella mente di chi lo usa. Infatti, mi sembrava che la suddetta categoria servisse primariamente a corroborare, per via indiretta mediante aprioristica esclusione di chiavi interpretative diverse, l’assunto indimostrato che il lavoro dipendente  possa costituire una sorta di modello unico di progettazione dei rapporti sociali, cioè un paradigma universalistico per sua natura (auto-evidente superiorità sul piano economico-sociale e su quello etico) normativo e totalizzante.

Ho studiato e direttamente organizzato, per decenni, innovazioni complesse all’interno di grandi aziende private ed enti pubblici. Pertanto, so bene quanto sia importante, al fine di un efficace sviluppo delle forze produttive e del miglioramento del posizionamento concorrenziale di un intero Paese, nonché degli stessi sistemi economici continentali, l’esistenza di un solido nucleo di occupazione a tempo indeterminato. Sulla medesima base empirica, so altresì che la prospettiva teorico-pratica dell’avversione pregiudiziale per il lavoro autonomo e della sussunzione forzosa, sotto la categoria del lavoro dipendente, di un’ampia gamma di forme di lavoro ritenute atipiche e perciò in se stesse sempre e comunque anomale, è una sciocchezza sia sul piano concettuale che su quello dell’azione riformatrice.

Nel prossimo capitolo, riporto mie datate riflessioni, esattamente come furono formulate, al termine delle quali aggiungerò considerazioni aggiornate. L’operazione è suggerita dall’attuale acritica riproposizione, con poche variazioni argomentative -sebbene il contesto sia notevolmente mutato-, di stereotipi e luoghi comuni già presi in esame e confutati allora.

Finalità principale del presente scritto  è l’analisi critica delle posizioni sul lavoro di gran parte della sinistra italiana di governo e in particolare del gruppo dirigente del Partito Democratico attualmente radunatosi attorno alla segreteria di Elly Schlein. Tali posizioni sono considerate nella loro continuità sostanziale con l’azione politico-ideologica e legislativa del governo Prodi (2006-2008), che ha assolto, relativamente alla specifica materia e non solo, la funzione di esperienza pilota. Il perseguimento della finalità critica comporta anche l’esplicitazione e la considerazione di opzioni alternative.

L’ipotesi interpretativa di partenza è la seguente: orientamenti e pregiudizi della sinistra italiana sul tema del lavoro risalgono all’esperienza di costruzione del socialismo in Unione Sovietica (e nei Paesi satelliti del cosiddetto socialismo realizzato) ma acquisiscono elementi significativi di originalità combinandosi con basilari orientamenti teorico-pratici del capitalismo finanziario internazionale.

Nel corso della disamina, viene ricostruito il modello fordista – colcosiano emergente dalla pluriennale azione di governo della sinistra, che può essere usato pure come chiave di lettura per riconoscere non solo i singoli alberi, vale a dire prese di posizione e provvedimenti particolari, ma l’intera foresta, vale a dire la logica di base e il disegno complessivo.

Non è trascurata una rivelatrice discontinuità rispetto a teorie e prassi del movimento operaio del secolo scorso: il venir meno del riferimento alla funzione produttiva dei soggetti sociali e la scomparsa dal lessico politico di concetti quali “ruolo di produttore”, “sviluppo delle forze produttive” e “alleanza dei produttori” che tentavano di conferire una connotazione progressiva e una funzione aggregante all’idea di “centralità operaia e dell’impresa”.

Il concetto di produttore è stato sostituito da quello di lavoratore dipendente e questo ha trovato, nella concreta azione di governo, la sua incarnazione più autentica nel dipendente pubblico. È quest’ultimo, più dell’operaio, lo stakeholder di riferimento della sinistra, all’interno del mondo del lavoro dipendente. La ragione di questa nuova sintonia tendenziale sembra riconducibile principalmente al fatto che il lavoratore pubblico è meno abituato a considerare in modo integrato produzione e retribuzione, lavoro e risultati, interno ed esterno; l’operaio, invece, l’integrazione di questi aspetti tende a effettuarla, per consapevolezza o perché, in caso di crisi, la subisce. Insomma, al cambio di cavallo sul terreno dell’insediamento sociale (dall’operaio al funzionario) e allo slittamento semantico (da “produttore” a “dipendente”) corrisponde un progressivo riposizionamento rispetto all’economia: l’interesse primario si sposta dalla produzione della ricchezza sociale alla sua distribuzione e dall’economia reale a quella virtuale.

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