29
Ott
2013

La fine della recessione spagnola – parte 1

Alla fine la Spagna è uscita dalla recessione. Una timida crescita del prodotto interno lordo nel terzo trimestre, come indica la Banca di Spagna, evidenzia la fine della recessione.

Da un punto di vista tecnico, si ricorda, una recessione è sostanziata da almeno due trimestri consecutivi di caduta del PIL e in Spagna erano due anni che l’economia mostrava il segno meno. Read More

28
Ott
2013

RAI: evitare finte privatizzazioni, il cosiddetto servizio pubblico si affidi con gara aperta

Da un mesetto, affiora sempre più spesso nelle parole del premier Letta e in quelle del ministro dell’Economia Saccomanni un piano di dismissioni pubbliche nel 2014. Ad aziende pubbliche di cui si è capito il governo pensa di cedere quote pubbliche senza per questo rinunciare al loro controllo – un grave errore per noi, l’abbiamo detto mille volte  – e a partite di giro immobiliari tasferite alla sgr Invimit del Tesoro con lo scopo di attuitrare capitali privati sdenza cedere immobili ma “valorizzandoli, altro errore per noi – l’ultima novità da parte di Saccomanni è stata ipotizzare un’operazione che potrebbe riguardare anche la Rai. Con immediate stroncature, del sindacato Usigrai come delle confederazionui nazionali, come delle diverse parti politiche.  Oggi a sparwere contro il ministro dell’Economia è il viceministro allo Sviluppo Catricalà, intervistato dal Messaggero: “la Rai deve restare pubblica”. Del resto lo stesso Saccomanni lo aveva lui per primo detto, che era comunque esclusa la cessione del controllo.

E come sbagliarsi: la politica non ne vuole neanche sentir parlare. Perché toccare la Rai significa intervenire al cuore di due problemi centrali della vita italiana: il conflitto d’interessi che oppone e insieme lega sin qui inscindibilmente i due ex duopolisti dell’emittenza, quello pubblico e Mediaset; nonché il più elevato livello di politicizzazione e partitizzazione realizzato in tutte le emittenti pubbliche dei Paesi avanzati. Eoppure, se sul resto delle privatizzazioni Letta pensa che tanto vale cominciare con dimissioni senza perdita di controllo perché è già qualcosa, in attesa che la politica capisca che la mano pubblica deve cedere anche il controllo e limitarsi al ruolo – quello pubblico sì, – di regolatore, certo che intervenire sulla Rai assumerebbe un’importanza ancor più rilevante di cambiamento possibile.

La Rai ha perso 244,6 milioni nel 2012, oggi il direttore generale Gubitosi dice che nel 2014 il pareggio operativo sembra a portata di mano. vedere per credere. Ma il nodo non è solo l’equilibrio dei conti. E’ l’insuccesso dell’idea italiana di servizio pubblico. Ieri a Londra il partito conservatore ha ammonito la BBC che può perdere la conferma al canone di oltre 3 miliardi di sterline annue, al 2016 quando si discute il contratto di servizio, senza svolte profonde nei conti e nella trasparenza. Da noi il contratto di servizio Rai 2013-2015, in vista della nuova convenzione generale del 2016, non suscita alcun interesse pubblico.

Il punto non è quotare la Rai aprendola a capitali minoritari privati: non servono ennesime finte privatizzazioni. Né puntare a far cassa, magari cedendone delle reti tematiche o degli asset. La questione è interrogarsi su come adottare un modello di privatizzazione facendolo discendere da una ridefinizione del servizio pubblico. Sarebbe una svolta vera anche rispetto al tema centrale per la vita del governo, cioè il superamento – o meno – del ventennio berlusconiano.

Ma ci vuole coraggio e visione, per questo. Non esiste un modello unico di servizio pubblico, nei Paesi avanzati. C’è un modello “liberale”, come in Gran Bretagna, dove il servizio pubblico è molto indipendente dalla politica del governo. C’è un modello “pluralista polarizzato”, con livelli considerevoli di lottizzazione e clientelismo politici, con l’Italia al peggio, insieme – un po’ meno peggio di noi– a Spagna e Grecia. C’è poi un modello di “stakeholder sociali”, a cavallo tra politica, fondazioni, consumatori, enti locali: tipico dei paesi scandinavi, Olanda, Austria, Svizzera, Belgio e Germania.

Il modello “mediterraneo” è quello più inefficiente, per conti economici e ascolti. Se la BBC ha ancora il 50% dello share radio-televisivo, l’Italia vede la Rai combattere per il 40% nella tv e per difendere il 15% nella radio. L’offerta di servizio pubblico generalista iperpoliticizzata funziona assai peggio di quella indipendente. Il paradosso è che sia fallita prima in Grecia, dove il canone bassissimo finanziava solo l’1% delle entrate dell’azienda pubblica mentre l’80% veniva da pubblicità.

Solo partendo da un modello diverso, ha senso scegliere nel ventaglio possibile di opzioni societarie per la Rai di domani, e con quale ruolo dei privati. Purtroppo, da noi il modello BBC, cioè di una Royal Charter che davvero impedisce ogni quotidiana intromissione partitica in carriere e nomine, né prevede formule di governance iperpoliticiste come la nostra Commisisone di vigilanza parlamentare con poteri d’intervento,  appare lunarmente antitetica ruispetto a natura e appetiti “storici” della politica italiana: destra, sinistra e centro. Quanto al “federalismo all’italiana”, che ha aumentato costi senza inroraggiare virtù, eviterei di immaginarne uno virtuoso applicato a una RAI “germanizzata”, affidata ai presidenti e alle giunte delle Regioni.

Qui occorrerebbe immaginare una gara aperta a più soggetti del settore, per aggiudicarsi la convenzione di servizio pubblico. Il solo fatto di doverla bandire, obbligherebbe a ridefinire con precisione l’evanescente concetto italico di “servizio pubblico”, oggi fritto mistyo di puro intrattenimento, bassa qualità culturale, grande spazio a informazione “orientata” filo schieramenti politici. Una gara aperta che affidasse il servizio a gestori che potrebbero affiancare, in caso di vittoria, alle reti sottoposte a standard qualitativi di servizio pubblico e con meno pubblicità in cambio di un canone di servizio, anche proprie reti distinte societariamente e finanziariamente , e puramente commerciali. Una Rai contestualmente aperta a privati dovrebbe partecipare alla gara su base paritaria, e allora avrebbe davvero un senso la mutazione della sua veste giuridica e societaria. E  in quel caso i partiti – alla lunga – non avrebbero più voce in capitolo. Non è affatto un sogno. L’Italia ha bisogno di visioni forti, per tornare a correre.

 

 

27
Ott
2013

Ufficio parlamentare per il bilancio: chi l’ha visto?

L’anno scorso è entrata in vigore la riforma costituzionale che ha introdotto nell’ordinamento italiano il pareggio di bilancio.

Come l’istituto Bruno Leoni ha fin da subito (PDF) e ripetutamente sostenuto, non basta tuttavia scrivere pareggio di bilancio nella rubrica della legge perché pareggio effettivamente sia.

In effetti, rispetto alla rigidità del concetto di pareggio di bilancio, che resta solo nella rubrica della legge costituzionale, il primo comma accoglie il concetto di un saldo elastico rispetto al ciclo, con esclusione di un vincolo di parità tra entrate e uscite assoluto per ogni bilancio, consegnando una “visione dinamica del principio dell’equilibrio, grazie alla quale in caso di output gap negativo la regola è rispettata in presenza di un disavanzo, nell’ambito di un saldo strutturale di medio periodo in pareggio”.

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25
Ott
2013

Romanzo d’evasione — di Antonio de Rinaldis

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Antonio De Rinaldis.

Il Corriere della Sera di ieri nell’edizione on-line ha pubblicato l’ennesima notizia di un imprenditore assolto dal GUP dal delitto previsto dall’art. 10-ter del DLgs. 74/2000 “omesso versamento di IVA” (“Evade l’Iva per 180 mila euro, assolto «È stato costretto per via della crisi»”).

Al di là della semplificazione giornalistica che evidenzia l’inadeguatezza terminologia già nel titolo, di cui diremo subito dopo, la notizia ci consente di fare luce su un delitto che oramai colpisce molti imprenditori come effetto collaterale della crisi in atto ma anche su un aspetto giurisprudenziale disomogeneo.

Andiamo con ordine.

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24
Ott
2013

I sei punti critici della nuova imposta immobiliare, che da 20 bn può arrivare a 30 di gettito

La legge di stabilità è solo all’inizio del suo esame parlamentare. Ma a otto giorni dal suo varo abbiamo finalmente testi, e si è fatta così giustizia di alcuni proclami troppo roboanti, al suo varo mentre per altro il Consiglio dei ministri ancora era ben lungi dall’esser concluso. Sappiamo per esempio che il saldo della manovra per il 2014 vede la spesa pubblica aumentare di 2,6 miliardi, e che sul fronte fiscale la somma degli sgravi fiscali previsti e dei numerosi aggravi contestualmente disposti smentisce l’annuncio “niente più tasse”, visto che lo Stato incassa circa un miliardo di euro in più nel 2014 rispetto al 2013. Sappiamo che sul fronte delle pensioni la mancata indicizzazione vale 3,5 miliardi di euro in meno ai pensionati in un triennio, mentre il contributo di solidarietà sulle maxi rendite vale solo 21 milioni di euro l’anno. E via continuando.

Molte saranno le voci sulle quali il Parlamento cambierà in profondità il testo. Basta vedere le dichiarazioni di Pd e Pdl negli ultimi due giorni. Ma una cosa è sicura. La correzione dovrà per forza riguardare la nuova imposizione immobiliare che ingloba le “vecchie” IMU e Tares sostituendole con la Trise, composta dalla somma di Tasi e Tari. Stando alla relazione tecnica della legge di stabilità, il nuovo tributo dovrebbe portare ai Comuni dalle abitazioni principali 3.764 milioni di euro, invece dei 3.331 milioni garantiti dalla vecchia IMU. Sempre in teoria, la nuova imposta non dovrebbe superare il gettito complessivo – compreso di seconde case e immobili strumentali – del 2013, cioè 20 miliardi visto che dai 24 dell’anno precedente andrebbe defalcata la seconda rata 2013 di 4 miliardi (ancora da coprire). Al contrario, stando al dispositivo varato, l’imposizione sulla prima casa sembra proprio poter passare come detto da 3,3 ad almeno 3,7 miliardi. E quella complessiva può sfiorare addirittura i 30 miliardi invece dei 20 previsti nel 2013. E’ ovvio che incertezze di questo genere, per milioni di italiani alle prese con un reddito disponibile a prezzi correnti tornato a quello di 25 anni fa e con rate di mutui per questo sempre più ardue da coprire, esercitino un pesante effetto-sfiducia. Che non si riverbera solo sull’immobiliare, già in crisi verticale di suo e con compravendite nei primi sei mesi scese a 200mila unità dai 400mila precrisi, ma che colpisce anche i consumi generali. Per difendere la casa, se non so quanto pagherò davvero fino a che i Comuni approveranno i bilanci l’anno prossimo, risparmierò anche più del giusto e comprimerò così ulteriormente la domanda interna. E’ veramente bizzarro, come si possa essere concepito un simile pasticcio proprio mentre si dichiara di voler dare fiducia agli italiani.

Vediamo quali sono, gli almeno sei aspetti sui quali i conti non tornano.

 

Primo: l’aliquota Tasi prima casa. La Tasi, ricordiamolo, è l’imposta sui servizi indivisibili, che ingloba dunque una componente patrimoniale. Il Tesoro ha fatto un conto medio del gettito tenendo per ferma l’aliquota base, dell’1 per mille. Ma in realtà il conto è fatto senza l’oste, perché l’aliquota Tasi può salire fino al 2,5 nello stesso 2014. E per gli anni successivi nulla si dice, aprendo la porta all’incertezza di ulteriori aumenti. A fare la differenza saranno i Comuni, pienamente titolari della decisione sull’aliquota a seconda delle condizioni del proprio conto economico. Inutile dire che, in una situazione di tensione generalizzata delle finanze locali, supporre che a tenersi al minimo dell’aliquota saranno in tanti sindaci non è un esercizio ragionevole, ma di fantascienza. Apparentemente, visto che l’aliquota IMU andava dal 4 per mille base al 6 maggiorabile dai Comuni, il vantaggio dovrebbe essere netto, ma…

 

Secondo: le detrazioni sulla prima casa. La vecchia Imu prevedeva una detrazione di 200 euro per tutti. In più, anche se la norma scadeva a dicembre 2013, a questa soglia si aggiungevano altri 50 euro per ogni figlio convivente nella prima abitazione e inferiore ai 26 anni di età. Il combinato disposto era tale che oltre 4 milioni di unità immobiliari registrate come “prime case”, un buon 20% dei potenziali soggetti d’imposta, risultavano “sotto la linea” ed erano così completamente esenti dal tributo. Le detrazioni non sono più previste con la nuova TASI. In realtà i 400 milioni di maggior gettito TRISE dalla prima casa, che si deducono dai testi varati dal Tesoro, vengono tutti di qui. Al ministero hanno ragionato che poiché la detrazione sui figli conviventi veniva meno a fine anno, la base impositiva andava reintegrata esattamente come se la detrazione non ci fosse stata. Ma c’era eccome, e una furbizia contabile non può giustificare che che chi non pagava ora pagherà, al contempo dicendogli che non è vero.

 

Terzo. L’aliquota complessiva. La vecchia aliquota massima IMU sulle altre abitazioni diverse dalla prima casa era fissata nel 10,6 per mille. Le nuove norme prevedono che quello resti come tetto, aggiungendovi però l’aliquota base della nuova Tasi, e così arriviamo all’11,6. Ragioniamo sempre nell’ipotesi realistica delle estese difficoltà finanziarie dei Comuni. Poiché sappiamo dai dati del gettito 2012 che l’aliquota media IMU sulle abitazioni diverse dalla prima casa è stata intorno al 9,3 per mille, fare i conti dell’aggravio possibile nel 2014 è agevole. La Tasi, se ha come tetto l’11,6 per mille della rendita immobiliare, può salire di 2,3 punti rispetto alla vecchia IMU. Cioè del 30% del gettito complessivo precedente. Ed ecco perché, se sommate gli aggravi su tantissime prime case prima esenti dall’IMU, la vasta applicazione possibile della Tasi al 2,5 per mille invece che all’1 per mille (che da solo secondo il Tesoro vale 3,7 miliardi), e l’aumento generalizzato fino a un terzo del prelievo sugli altri immobili, spannometricamente ma non sbagliando arrivate fino a oltre 9 miliardi di gettito potenziale aggiuntivo tra prime case e altre abitazioni (senza prima casa abrogata nel 2013, se si conferma anche l’abrogazione della seconda rata). In altre parole, si potrebbe passare da 20 a quasi 30 miliardi sul totale.

 

Quarto. Le facoltà dei Comuni. Il governo si difende da questo conto – ripetiamo deducibile dalle norme varate – affermando di aver dato un bonus ai Comuni di un miliardo, per “star sotto” al precedente gettito IMU. Capite bene che 30 miliardi di possibile gettito meno un miliardo fa sempre 29 miliardi rispetto a 20, e la stangata resta. Con un nuovo siluro al mercato immobiliare, sceso nel primo semestre 2013 a 200mila compravendite dalle oltre 400 mila del precrisi. Come è evidente, occorre porre delle “griglie” più penetranti alle facoltà concesse ai Comuni. E’ giusto che la nuova imposta sia pienamente “locale”. Ma nel cambio di passo e con l’acqua alla gola tanto diffusa nelle Autonomie, l’effetto può essere disastroso. In questi giorni, per fare un esempio, Roma e Milano sono ancora alle prese con l’approvazione del bilancio preventivo 2013, e tengono tutte le aliquote del prelievo fiscale al massimo loro possibile. Oltretutto, visti i tempi di approvazione dei bilanci preventivi comunali, che slittano sempre più verso fine anno, significa che quanto davvero si pagherà potremo apprenderlo solo in sede di conguaglio, poco prima dell’ultima rata: tra un anno, appunto.

 

Quinto. Dalle imprese, ditte individuali e società, nel 2012 venivano 16,7 miliardi di IMU pagato all’aliquota del 7,6 per mille su capannoni a immobili vari e diversi strumentali all’attività di lavoro. Da questa cifra, le deduzioni previste con la Tasi a fini Irpef – per i titolari di ditte individuali – e Ires – per le società, varranno in tutto 274 milioni, secondo la relazione tecnica della legge di stabilità. Stiamo parlando di uno sgravio alle imprese pari a meno di un sessantesimo del gettito totale precedente. In quanto la deducibilità Ires-Irpef del 20% dell’imposta sugli immobili strumentali, prevista dalla stessa legge di stabilità, crea uno sconto medio da 58 euro ogni 100mila di valore catastale, ma la Tasi produce un aggravio che può arrivare ai 100 euro. Ergo ancora una volta gli effetti tendono ad elidersi,e le imprese resteranno a portafoglio assai più vuoto di quanto sperassero all’annuncio della deduzione.

 

Sesto. L’Irpef sullo “sfitto”. In ogni caso, le deduzioni per le imprese sono collegate al ritorno in tassazione Irpef delle abitazioni sfitte, sia pur promettendo di non prevederlo nella generalità dei casi ma con attenzione a congiunti. Qui la questione è di principio: per molti proprietari tenere sfitte una seconda casa significa da una parte temere i mancati pagamenti di affittuari in difficoltà, dall’altra necessità se si sta tentando di venderla, dovendo scontare i tempi di molto allungatisi su un asfittico mercato immobiliare per la realizzazione del valore del bene. Significa, in altre parole, colpire chi è in difficoltà. Insieme ai titolari prima casa prima esenti, a coloro che hanno seconde abitazioni in Comuni dove l’aliquota era prima lontana da quella massima, mentre oggi magari i Comuni faranno una scelta diversa, e agli imprenditori che avranno solo una modestissima boccata d’ossigeno. Niente male, come bilancio di un’operazione presentata come “epocale”, e concepita invece dal Tesoro come strumento per liberarsi dalle pretese dei Comuni a spese del contribuente e con aliquote crescenti negli anni.

23
Ott
2013

L’ombrello di Maradona: qualche osservazione — di Antonio De Rinaldis

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Antonio De Rinaldis.

Il debito di Diego Armando Maradona con il Fisco italiano – circa 40 milioni di euro – non è affatto estinto. È vero. Si è estinto quello di Alemão, Careca e del Napoli e non quello di Maradona.

Maradona, Careca e Alemão erano tutti e tre dipendenti del Napoli che erano stati citati in giudizio in campo penale e poi in campo tributario per evasione. La vicenda penale ha escluso che si tratti di evasione. La vicenda tributaria ha invece seguito due diversi filoni, il primo riguardante il Napoli, Alemão e Careca e il secondo Maradona. Ecco come è andata.

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23
Ott
2013

Save the date: conferenze ISFIL

La realtà ci offre oggi un panorama talmente concatenato da far apparire lampanti l’arretratezza e l’inadeguatezza delle istituzioni che agiscono sul nostro territorio e nel quadro globale. È nostro dovere come individui volgere lo sguardo al futuro per permettere alle presenti e prossime generazioni di vivere, agire e dirigere un mondo in cui la libertà è il valore indiscusso e fondante.

È questo il motto dell’ISFIL (Italian Students For Individual Liberty), associazione che -prendendo le mosse dall’americana Students For Liberty- promuove e diffonde idee e coordina movimenti studenteschi e universitari di stampo liberale.

L’ISFIL ha organizzato due conferenze che si terranno prossimamente a Roma e a Milano, in cui interverranno, tra gli altri,  Serena Sileoni, Kishore Jayabalan, Carlo Stagnaro e Micheal Severance. Questi i dettagli delle conferenze:

 

ROMA (qui il programma completo)

Quando : Sabato, 26 Ottobre 2013, ore 10h-18h. Seguirà aperitivo.

Dove: Università LUISS Guido Carli – Viale Romania 32, Roma

Sponsor: Acton Institute – Istituto Bruno Leoni – Montalbera S.p.a

Costo d’iscrizione : GRATIS

Dress code : Business casual

Facebook: https://www.facebook.com/events/404859339619079/

Iscrizione:  https://www.eventbrite.com/event/7903608907

 

MILANO

Quando : Mercoledì, 13 Novembre 2013, , ore 10h-18h. Seguirà aperitivo.

Dove: Università Luigi Bocconi, Via Roberto Sarfatti, 25

Sponsor: Acton Institute – Istituto Bruno Leoni – Montalbera S.p.a

Costo d’iscrizione: GRATIS

Dress code: Business casual

Facebook: https://www.facebook.com/events/229445187202717/

Iscrizione: eventbrite.com/event/7903679117

23
Ott
2013

Dal decreto istruzione un contributo alla concorrenza postale?

Il decreto istruzione, attualmente all’esame della Camera, pare destinato a estendere i propri effetti ben oltre l’ordinamento scolastico. In ossequio della consueta caccia al tesoro per le coperture, il provvedimento disponeva dapprima un insaprimento delle imposte ipotecaria, catastale e di registro e un aumento delle aliquote di accisa su birra, prodotti alcolici intermedi e alcol etilico. Un emendamento introdotto da Giancarlo Galan, relatore in Commissione Cultura, risparmierebbe il primo provvedimento, supererando il secondo tramite un intervento sull’esenzione IVA riconosciuta ai servizi postali rientranti nel servizio universale.

La disciplina comunitaria richiede agli stati membri di applicare tale privilegio alle prestazioni di recapito effettuate dagli operatori del servizio universale nell’ambito di quest’ultimo (direttiva 2006/112/CE, art. 132, co. 1); e la normativa italiana in materia di imposta sul valore aggiunto recepisce il medesimo orientamento (d.p.r. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 10, co. 16). Alla luce di tali elementi, potrebbero apparire giustificate le perplessità di chi paventa il rischio di una procedura d’infrazione da Bruxelles.

Tuttavia, la storia non finisce qui. In primo luogo, i paesi dell’Unione godono di una considerevole elasticità nel determinare il perimetro del servizio universale. Inoltre, come ha riconosciuto la Corte di giustizia, e come ha confermato nel marzo scorso – proprio sulla scorta di quel pronunciamento – l’Antitrust, i requisiti per l’esenzione vanno interpretati in modo alquanto restrittivo, escludendone la configurabilità nel caso in cui le condizioni del servizio siano il frutto di contrattazione individuale tra l’operatore del servizio pubblico e l’acquirente,

Su questa linea si situa anche l’emendamento Galan, il quale precisa che esulerebbero dal campo di applicazione dell’IVA unicamente quelle prestazioni fornite a consumatori non professionali alla tariffa massima regolata; rientrerebbero, pertanto, nell’ambito del tributo i soli servizi business. Sembra del tutto azzardato ipotizzare ingerenze comunitarie in risposta a scelte legislative che non solo non collidono con la normativa europea, ma anzi si conformano all’interpretazione sposata dalla CGUE.

Invero, l’emendamento presta il fianco ad alcune critiche: il secondo comma dell’art. 25, con formulazione ambigua e demagogica, vieta all’operatore postale «di traslare l’onere della maggiorazione d’imposta sui prezzi al consumo»; infine, l’inserimento di una simile previsione in un provvedimento dedicato a tutt’altra materia perpetuerebbe il deprecabile e ormai tradizionale ricorso a strategie legislative improvvisate.

Occorre, però, osservare che l’incremento delle accise sugli alcolici sarebbe almeno altrettanto fuori posto; che un’impresa che riesce a scialacquare 75 milioni nell’ennesima operazione di sistema potrà altrettanto agevolmente sopportare un lieve incremento fiscale; che tale inasprimento tributario, infine, contribuirebbe a rafforzare la concorrenza nel mercato postale e forse a promuovere una discussione sul corretto perimetro del servizio universale. Ogni occasione è buona per una piccola iniezione di mercato.

@masstrovato

22
Ott
2013

L’unione bancaria europea, il protezionismo e le solite foglie di fico

Dum Romae (anzi, in questo caso Bruxelles) consulitur
Un commento sull’unione bancaria europea, il nuovo mantra recitato in pompa magna dai numerosi esponenti nostrani del Partito del senno di poi, non potrebbe che esordire così. Che questi anni abbiano fatto emergere tutti i limiti del “protezionismo bancario” non è una novità; che questo sia stato uno dei più grandi fallimenti del progetto europeo, nemmeno (ne ha parlato qualche mese fa con inusitata chiarezza Nicolas Véron, Senior Fellow del Bruegel Institute. Potete leggere il suo intervento qui).

La globalizzazione dei mercati bancari è stata spesso indicata come causa della recente crisi finanziaria da chi le contrappone più trasparenza e più controllo da parte dei singoli Stati sulle attività di erogazione del credito. Le analogie con la crisi del ’29, in questo senso, non mancano, e sembra proprio che la storia non abbia insegnato nulla: il vento protezionista torna a spirare. È il caso di BNP Paribas, che ha fatto rimpatriare capitali per 150 miliardi di euro negli ultimi 2 anni, o di Commerzbank, che rifiuta dichiaratamente i prestiti che non vanno a sostegno di Germania e Polonia. Per non parlare della scalata ad Antonveneta.

Quello che ci si poteva auspicare era una pronta risposta delle istituzioni, ma le stanze dei bottoni di Bruxelles non sono poi tanto diverse da quelle romane. Un mese fa Parlamento Europeo e BCE hanno trovato l’accordo per istituire il Sistema unico di sorveglianza, con cui la BCE acquisirà poteri di supervisione diretti sulle banche ‘sistemiche’ dell’eurozona e indiretti su tutte le altre. Ma l’avvio trionfale nel nuovo sistema bancario europeo si è inceppato poco più tardi, durante l’ultima riunione dell’ECOFIN che doveva stabilire i dettagli del Meccanismo unico di risoluzione delle crisi. Quello, cioè, che dovrebbe essere il naturale complemento del sistema di sorveglianza. Secondo il progetto presentato quest’estate dalla Commissione Europea con tale Meccanismo, in caso di crisi bancarie che possano riversare i propri effetti sull’economia reale, la BCE avrebbe il potere di costituire un Comitato unico di risoluzione (composto da rappresentanti della stessa BCE, della Commissione europea e delle autorità nazionali) dotato di ampi poteri per risolverle. I problemi sorti, tuttavia, sono molteplici, e le cose vanno per le lunghe, come ha ammesso poche ore fa anche lo stesso premier Letta. Ed è inevitabile il nervosismo di Mario Draghi, che sa bene come, senza un meccanismo di risoluzione strutturato e un’autorità indipendente forte alla sua guida, l’unione bancaria valga ben poco.

Nel frattempo, dall’altro lato della Manica, David Cameron continua a rafforzare la partnership finanziaria tra Regno Unito e Cina. Londra è diventata il maggiore centro offshore di scambio dello yuan, superando Hong Kong, ha aumentato gli investimenti diretti sul mercato cinese e fatto in modo che la sterlina diventi la quarta valuta (dopo dollaro americano, dollaro australiano e yen giapponese) a poter essere scambiata direttamente con lo yuan a Shanghai. Ma la novità più significativa è l’apertura del governo britannico ai circuiti bancari cinesi, che potranno aprire nella City filiali dirette, senza dover creare enti sussidiari giuridicamente separati, “consentendo così un aumento significativo delle loro attività nel Regno Unito”, come ha spiegato ieri il Cancelliere dello Scacchiere George Osborne. In questo modo le filiali non saranno più soggette alla sorveglianza del Regno Unito e ai vincoli di trasparenza, capitale e liquidità previsti dalle norme europee, ma potranno operare secondo la normativa cinese.

Come intuibile, le critiche non sono mancate e la mancata sottoposizione delle banche estere alla Vigilanza nazionale non è vista di buon occhio. Il fallimento di Icesave, nel 2008, fu un vero e proprio disastro per i risparmiatori inglesi, che affidarono i propri soldi alla banca islandese proprio in virtù di un accordo analogo a quello stipulato con la Cina. D’altra parte, negare libertà di scelta ai consumatori in nome della tutela del Leviatano è una strategia discutibile. La tutela offerta, infatti, è tutt’altro che garantita (Lehman Brothers era sottoposta alla vigilanza della FED, tanto per dirne una). I vantaggi di un’operazione del genere, invece, sono molti e visibili. E una completa apertura del mercato bancario potrebbe segmentare i rischi tra i diversi operatori, minimizzando i pericoli per il singolo correntista (o, quanto meno, riducendolo al pericolo comunque assunto dalle banche sottoposte alla vigilanza nazionale).

In Italia sono presenti solamente tre filiali -tre- della ICBC, la più grande banca cinese (considerata la banca più affidabile del mondo dall’autorevole rivista The Banker).
Come mai? La risposta è ovvia: siamo vittime del protezionismo bancario. Barclays denuncia da anni le difficoltà di fare banca nel nostro paese. I problemi li conosciamo: burocrazia farraginosa, giustizia lenta e incerta, regolamentazione asfissiante. Se non siamo capaci di risolverli, affidiamoci a chi all’estero lo fa meglio di noi. La (finta) tutela dei risparmiatori è soltanto l’ennesima foglia di fico.

Giacomo Lev Mannheimer