26
Mag
2009

Clima: dalla Cina la notizia che non c’è

“Taglio gas serra, la Cina apre. -40% entro dieci anni”. Così la Repubblica titola il pezzo di Antonio Cianciullo sui negoziati in vista del prossimo vertice dell’ONU che si terrà a Copenhagen nel prossimo dicembre. Una notizia davvero clamorosa se si pensa che negli ultimi dieci anni le emissioni cinesi sono pressoché raddoppiate con un tasso annuo di crescita intorno al 7%, superando quelle degli Stati Uniti. Ma la notizia non c’è. La Cina, infatti, si legge nel pezzo, “ha ufficialmente appoggiato l’idea di un taglio del 40 per cento da parte del cartello dei paesi industrializzati, mentre per quanto riguarda le proprie emissioni è rimasta ferma a una generica disponibilità alla riduzione senza fissare paletti”. E’ solo wishful thinking.

26
Mag
2009

Petrolio indietro tutta. Si torna ai posted price?

Dopo Paolo Scaroni, anche Nicolas Sarkozy chiede un intervento globale per stabilizzare i prezzi petroliferi. Intervenendo lunedì al G8 Energia, il capo dell’Eni aveva sottolineato come l’instabilità delle quotazioni del greggio fosse un elemento di forte preoccupazione, in quanto rende più incerti gli investimenti sia in ricerca e sviluppo di giacimenti di oro nero, sia in tutte le fonti a esso più o meno legate (dal carbone alle rinnovabili fino al nucleare). In uno scenario di alti prezzi, le imprese investono; in uno scenario in cui, invece, si teme che i prezzi possano crollare dall’oggi al domani l’atteggiamento tende a essere più cauto. Per esempio, una cosa che tutti sanno e pochi dicono è che, in genere, in questi anni (a dispetto delle dichiarazioni pubbliche) le principali major hanno valutato la bontà dei loro investimenti prevedendo uno scenario di prezzo tra i 30 e i 50 dollari al barile, in modo da minimizzare gli effetti della “sberla” che avrebbero preso nel caso di una contrazione del valore (come in effetti è puntualmente accaduto). Per questo, Scaroni ha suggerito la creazione di una sorta di “Agenzia mondiale del petrolio” che avesse lo scopo non lo di rendere più trasparenti le transazioni, in modo da discernere meglio il sovrapporsi di una componente speculativa ai fondamentali, ma anche di limitare le fluttuazioni. In particolare, l’amministratore delegato dell’azienda di San Donato ha parlato di un “global stabilization fund”, pronto a intervenire quando il prezzo scende “troppo” (comunque si voglia definire il troppo).

Sul tema torna oggi il presidente francese, che ha promesso (o minacciato?) di portare al G8 dell’Aquila un progetto di accordo

tra paesi produttori e consumatori su un orientamento generale di prezzo da dare al mercato, anche su una forchetta di prezzo che garantirebbe la continuità degli investimenti senza penalizzare le economie consumatrici.

L’idea di Scaroni fa leva su un meccanismo a suo modo di mercato (l’ingresso di un attore in grado di acquistare o rilaciare grandi quantità di greggio, così da influenzare il mercato rallentando le dinamiche “naturali”). E’ ovvio che si tratterebbe di un soggetto pesantemente invadente, ma tutto sommato esso agirebbe secondo logiche trasparentemente speculative (comprare a poco e vendere a tanto). In un certo senso, dunque, Scaroni propone di far emergere un attore speculativo talmente forte da trainare il mercato nel senso ritenuto desiderabile (da chi?). Non è un sistema entusiasmante, ma almeno ne sono chiare logica, funzionamento e scopi, se non altro in termini del tutto generali.

Al contrario, l’idea di Sarkozy è molto più radicale e distorsiva, e potrebbe avere un effetto devastante. Di fatto, il presidente francese propone di costruire una sorta di Opec globale, che includa tutti i maggiori soggetti (paesi produttori e consumatori e aziende) in una sorta di mostro che riassuma in sé tutte le fattispecie anticoncorrenziali note in letteratura. Per di più, non è per nulla chiaro il modo in cui tale mostro dovrebbe muoversi. Qualunque cosa abbia in mente Sarkozy, ricorda da vicino il metodo dei “posted price”, che ha retto i mercati petroliferi dall’inizio degli anni ’50 fino all’epoca degli shock petroliferi. Come spiega Leonardo Maugeri nel suo The Age of Oil (p.58 dell’edizione americana),

Prendendo spunto dell’abitudine delle compagnie petrolifere di pubblicare i prezzi del loro greggio, i paesi produttori chiesero e ottennero un “posted price” stabile come punto di riferimento per il “profit sharing”. Quei prezzi divennero uno strumento artificiale per cementare gli interessi delle compagnie e dei paesi, una sorta di patto che prescindeva dalle reali condizioni del mercato. In verità, per diversi anni le compagnie preferirono ingoiare le perdite quando i prezzi reali scendevano, piuttosto che mettere in discussione i “posted price” su cui si erano accordate coi paesi produttori, allo scopo di non destabilizzare le relazioni reciproche.

Come si vede, i “posted price” furono uno strumento (efficace) di stabilizzazione del mercato in un preciso contesto storico, politico ed economico, che era totalmente diverso da quello attuale. Al di là di altre, pur importanti, differenze, era radicalmente diversa tanto la natura dei soggetti coinvolti quanto la loro forza relativa: le compagnie erano l’intermediario tra i paesi produttori e quelli consumatori, e dunque si trovavano necessariamente nella condizione di trovare un punto di mediazione ragionevole per entrambe le parti. Nel disegno di Sarkozy, invece, le compagnie (tra l’altro oggi più pubbliche che private) di fatto sarebbero destinate a diventare le reggicoda di un gioco tutto politico, fatto di proclami e dettato dalle scadenze elettorali dei leader interessati e dai rispettivi populismi.

Il meccanismo dei “posted price” ha, durante una precisa fase storica, funzionato egregiamente e garantito stabilità (petrolifera) e crescita (economica). Oggi quell’epoca è conclusa, e mutuarne gli strumenti sarebbe come voler risolvere i nostri problemi sanitari tornando alle tecnologie di mezzo secolo fa.

25
Mag
2009

Rapporto Caio, svelato l’arcano

Tranquilli, Francesco Caio non è diventato un apostata del libero mercato, né agisce in nome e per conto di neostatalizzatori. Nel fine settimana ho partecipato a una convention organizzata da Fastweb con i suoi grandi clienti, e il clou del programma era un confronto diretto con Caio e Parisi, confronto che ho animato con provocazioni di altri colleghi giornalisti aggiunte alle mie. Al centro, ovviamente, il suo report non-più-riservato su “Portare l’Italia alla leadership europea nella banda larga”. Al riparo da orecchie indiscrete di stampa – eravamo a Cascais – ho azzannato le tre ipotesi conclusive del rapporto, condividendo e rilanciando in maniera tagliente le domande già avanzate da Massimiliano Trovato sul nostro blog. Le risposte di Caio sono state all’altezza, e abbiamo continuato a chiarirci le idee per l’intera serata con un ottimo rosso di Cintra. Sintetizzo, dando per scontato che chi ci legge qui abbia letto il rapporto.
Caio non mette affatto sullo stesso piano l’ipotesi uno – “leadership europea”: copertura di 100 città al 2015 con il 50% delle case collegate con FTTH P2P – l’opzione due – “per non arretrare”: 40-50 città con il 25% delle case collegate FTTF P2P – e quella tre – “flessibilità sul territorio”: 10-15 città attraverso partnership con utilities locali. Caio, come del resto Parisi, sono entrambi convinti dell’opzione uno. Ma con un caveat grande come una casa: nessun esproprio della rete fissa Telecom Italia, nessuna rinazionalizzazione della rete in rame della prima, magari unita a quella in fibra di Fastweb. I 10 miliardi di euro di spesa ipotizzata per la realizzazione dell’ipotesi uno sono concepiti come sostenibili in un piano di politica industriale che realizzi nel tempo più breve possibile l’integrazione tra rame e fibra, con la migrazione più rapida dal primo alla seconda per le NGN e tranne che per le aree a bassa domanda, che resteranno sempre. L’ipotesi di bancabilità privata del cash flow necessario si basa sull’ipotesi che sia il regolatore – non il proprietario eventualmente pubblico – attraverso le sue decisioni anche e soprattutto di politica tariffaria, a “indirizzare” le reti vecchia e nuova verso lo shift alla frontiera più avanzata, remunerando chi è più avanti maggiormente rispetto a chi ha già da decenni ammortizzato il rame e campa oggi di rendita, per quanto inevitabilmente decrescente  e resa ancor più periclitante dalle sforbiciate agli investimenti imposti dal debito di TI e dalle minusvalenze attuali dei soci di controllo.

Messa così, è un’ipotesi suggestiva, che naturalmente non ha nulla a che vedere né con la necessità di un exit favorevole agli attuali soci Telco, né con le più diverse opinioni intorno all’eventuale ruolo di Mediaset – chi realizza e gestisce autostrade continuerà ad essere diverso da chi fa automobili, idem vale tra carrier e broad o narrowcaster – né ancora con chi sogna da tempo il ritorno alla Stet, ammantandola magari di richiami fuori luogo al Giappone odierno, come da un paio d’anni fa il mio caro amico Massimo Mucchetti sul Corriere.

Ho chiesto però a Caio di chiarire pubblicamente il suo pensiero, visto che la pensa così, in maniera tale da uccidere sul nascere ogni equivoco potentemente alimentato da chi lo descrive come un neostatalista . Ha promesso che lo farà. Naturalmente, l’ipotesi regge se c’è un regolatore che adotti politiche di remunerazione degli investimenti, tariffe di terminazione e scelte su OTA e Open Access esplicitamente volte ad accelerare e rendere sostenibile la transizione al nuovo, invece che dettate dalla necessità di sostenere TI in difficoltà  finanziaria. Vedere per credere, visto il track record di quella che considero, tra le Autorità italiane di settore, la più e peggio inficiata dalla politica.

25
Mag
2009

Italia libera a metà

Secondo l’edizione 2009 dell’Indice delle liberalizzazioni, che presenteremo oggi alle 18,30 a Milano, l’Italia è liberalizzata a metà: per la precisione al 51 per cento, contro il 49 per cento dell’anno scorso. Un cambiamento impercettibile, dunque, che riflette un paese sostanzialmente fermo sul fronte dell’apertura dei mercati. Il settore più liberalizzato, come l’anno scorso, è il mercato elettrico (77 per cento), segno che quando si supera un certo livello di libertà economica, l’andamento “inerziale” tende a essere verso un progressivo miglioramento. Il settore meno liberalizzato è quello delle infrastrutture autostradali (29 per cento, inserito per la prima volta proprio quest’anno), caratterizzato da una scarsa trasparenza e un alto livello di intromissione pubblica e instabilità normativa. Qui è disponibile, settore per settore, un sunto dei risultati ottenuti quest’anno dai nostri ricercatori (Fabiana Alias, Ugo Arrigo, Massimo Beccarello, Rosamaria Bitetti, Silvio Boccalatte, Luigi Ceffalo, Piercamillo Falasca, Andrea Giuricin, Christian Pala, Paolo Pamini, Massimiliano Trovato e Andrea Villa), che hanno indagato quindici settori dell’economia italiana (elettricità, gas, servizi idrici, tlc, trasporto ferroviario, trasporto pubblico locale, infrastrutture autostradali, televisione, servizi postali, trasporto aereo, mercato finanziario, ordini professionali, mercato del lavoro, fisco e pubblica amministrazione) confrontandoli coi casi di maggior successo nel panorama europeo.

L’Indice esce in un momento di profonda crisi non solo dell’economia, ma anche della legittimità delle idee di libero mercato. Un’indagine come la nostra ha dunque non solo uno scopo, per così dire, informativo – cioè scattare una fotografia del nostro paese – ma anche “politico”: dimostrare che il “troppo” mercato non può essere responsabile dei mali italiani, semplicemente perché, tranne un paio di casi, il grosso dell’economia italiana soffre semmai di “troppo poco” mercato. Un’altra funzione dell’Indice è quella di inserire un tema importante nell’ambito del dibattito di questi giorni, lanciato tra gli altri da Emma Marcegaglia, sulla necessità di riprendere il percorso delle liberalizzazioni sia perché è giusto farlo, sia perché sarebbe utile a rilanciare la ripresa economica. Infatti, il nostro Indice dice quali mercati marcano il passo e perché: è, insomma, una sorta di “guida” agli errori passati, per non sbagliare più nel futuro.

23
Mag
2009

Liberalizzare gli slot? Non solo a Linate

Le dichiarazioni di Antonio Catricalà, presidente dell’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato circa la “l’apertura” di Linate alla concorrenza con un incremento degli slot disponibili sono certamente condivisibili e l’invio di una segnalazione all’Ente Nazionale dell’Aviazione Civile è un primo passo significativo.

Meno comprensibile, dal punto di vista della concorrenza è la visione di Vito Riggio, presidente dell’ENAC, il quale ha dichiarato che per motivi “infrastrutturali ed ambientali” l’aumento degli slot è “difficilmente praticabile e sconsigliabile”.

Attualmente a Linate sono permessi 18 movimenti orari, nonostante l’aeroporto abbia una capacità di circa 32 movimenti orari. Il traffico passeggeri è stato di circa 9 milioni passeggeri nel 2008, mentre lo scalo potrebbe accogliere almeno 15/16 milioni di clienti l’anno.

Tale limitazione è stata introdotta col “Decreto Bersani bis” del gennaio del 2001, quando si pensava di fare di Malpensa un grande hub internazionale di Alitalia.

Si ricorda che un hub non è un aeroporto, come impropriamente viene detto, ma è la struttura di network di una compagnia aerea che fa di un aeroporto una propria base. In quest’ottica è comprensibile, ma non giustificabile la limitazione dell’epoca, poiché Alitalia faceva di Malpensa una propria base importante per le rotte intercontinentali.

Restare al 2001 sarebbe un grave per due motivazioni, la prima di carattere generale del trasporto aereo e la seconda specifica di Milano.

In primo luogo il mercato aereo ha avuto un’evoluzione molto differente dal sistema hub & spoke; infatti sempre più i collegamenti sono point to point, cioè diretti tra due destinazioni, grazie alla crescita delle compagnie low cost.

In secondo luogo avendo Alitalia definitivamente cancellato nel marzo 2008 dai propri piani il posizionamento su Malpensa, non ha più alcun senso parlare di hub sullo scalo varesino.

Per queste due motivazioni economiche e di mercato non ha più alcun senso mantenere limitazioni di voli su Malpensa.

Aumentando anche a soli 25 movimenti orari la capacità di Linate si potrebbe aprire finalmente alla concorrenza, non solo la Linate – Roma Fiumicino, ma anche altre numerose rotte.

La congestione aeroportuale è stata riconosciuta essere una delle principali barriere alla concorrenza nel settore aereo dalla stessa Commissione Europea e l’opportunità di avere spazio di sviluppo di aeroporto dovrebbe essere sfruttata per favorire il mercato stesso.

Nel mese di Aprile mentre Malpensa, che aveva slot disponibili, ha saputo catturare una timida ripresa del mercato aereo ed ha visto aumentare il numero di passeggeri transitati dell’8 per cento, Linate, con la sua chiusura, ha visto una diminuzione del traffico del 10 per cento.

I limiti infrastrutturali e ambientali di Linate sono dunque fittizi, poiché la limitazione aveva un carattere politico e sicuramente non tecnico ed economico.

Un’altra argomentazione contro lo sviluppo di Linate è quella che Malpensa verrebbe cannibalizzata; andando a guardare i dati delle fughe, cioè i passeggeri che partono da Linate verso un hub europeo, risulta quasi del tutto inesistente questo problema.

Esiste semmai un altro problema, la mancata liberalizzazione dei voli intercontinentali.

Attualmente, per molte destinazioni, non è possibile alcun collegamento da Milano a causa della restrizione degli accordi bilaterali. Non solo si limitano le destinazioni, ma anche il numero delle compagnie operanti e il numero di frequenze settimanali. È urgente una liberalizzazione di tale mercato al fine di dare a Malpensa l’opportunità di trovare le compagnie che possano servire tali mercati.

Vengono riportati due semplici esempi; il primo riguarda Taiwan, importante economia del sud est asiatico, con un PIL procapite superiore a 15mila dollari che non è possibile collegare da Milano a causa della restrizione dell’accordo bilaterale. Il secondo riguarda un paese partner economico più importante, la Russia. Verso tale Stato la frequenza settimanale è limitata a 70 voli dall’Italia e i voli diretti possono essere effettuati solamente da due compagnie. Non è un caso, che da un’analisi di prezzo effettuata a marzo, risultava che era più caro andare direttamente a Mosca che raggiungere gli Stati Uniti, che invece vedono un mercato liberalizzato e che dista 2 volte e mezzo la destinazione Russa.

La questione di Malpensa e Linate, non può essere analizzata senza affrontare il tema degli slot in generale; attualmente essi sono assegnati secondo il criterio del grandfathering, cioè le compagnie che hanno un tale diritto lo mantengono gratuitamente se lo utilizzano almeno per l’80 per cento del tempo nella stagione precedente.

Questo criterio, come giustamente ricorda Vito Riggio, fa si che comunque non esista un mercato degli slot.

In definitiva è necessario liberalizzare gli slot su Linate, ma è altrettanto importante introdurre un mercato secondario degli slot in Italia, come è stato richiesto anche dall’Unione Europea.

Introdurre un secondary trading degli slot, come succede già nell’area londinese, farebbe aumentare l’efficienza e in parte aiuterebbe a risolvere i problemi di congestionamento degli aeroporti.

Il Governo dovrebbe agire urgentemente per creare un mercato degli slot; questa sarebbe una riforma essenziale per lo sviluppo del trasporto aereo, senza alcun costo per le casse dello Stato e potrebbe essere fatta molto velocemente.

22
Mag
2009

Quattro domande sul rapporto Caio

Ora che del rapporto Caio sappiamo tutto, sebbene continui a sfuggirci il motivo di tanta segretezza, è il momento dell’analisi. La mia impressione è che il rapporto sia una buona risposta a domande cattive: proviamo, dunque, a porre le domande giuste.

1) Siamo convinti che spetti al governo il compito di determinare l’ammontare di connettività desiderabile nel nostro paese?

La risposta è un chiaro no. Vi sono certamente delle azioni che i pubblici poteri possono intraprendere per agevolare (rectius: non ostacolare) il raggiungimento del livello ottimale: rientrano in questa categoria la predisposizione di un quadro regolamentare certo ed equo e la digitalizzazione della pubblica amministrazione. Ma – come per ogni altro bene – sono la domanda e l’offerta a dover determinare la quantità. La banda larga non sfugge alle leggi dell’economia.

2) Questo vale anche per il digital divide?

Sì. Le zone di digital divide sono banalmente le aree in cui è (ancora) anti-economico portare l’accesso in banda larga. Non si tratta, come molti sembrano pensare, di una market failure ma piuttosto di una market feature: quando il gioco non vale la candela, si passa la mano. Ora, è legittimo sostenere che il digital divide vada combattuto, ma l’argomento va posto per quello che è: una richiesta di redistribuzione a beneficio di individui ai quali – brutalmente – non ha ordinato il dottore di vivere in aree digitaldivise.

3) Come la mettiamo con le reti di nuova generazione?

La risposta è giocoforza la medesima. L’ottimo Stefano Quintarelli rilancia oggi uno studio del regolatore spagnolo che dimostrerebbe l’impossibilità per il mercato di portare le NGN ad oltre metà dei sudditi di Juan Carlos: da ciò consguirebbe la necessità dell’intervento pubblico. Si tratta però di un non sequitur: ad esempio, il mercato non ha ancora trovato il modo per fornire a ciascun maschio maggiorenne un jet privato, e nessuno si sogna di richiedere l’intervento del governo a correzione di tale stortura. Se le stime della CMT fossero corrette ne seguirebbe unicamente che quello della rete di nuova generazione è un progetto prematuro ed, allo stato attuale delle tecnologie e dei processi, insostenibile. Va appena ricordato che non sono le stime a fare la storia dell’economia, ma le concrete operazioni degli agenti economici.

4) Posto che la politica ha deciso di piantare (almeno) una bandierina su internet, si possono individuare strategie d’intervento più o meno dannose?

Mi pare che non si tratti di una questione di poco conto. Se un esborso pubblico dev’esserci, è necessario che esso sia il meno distorsivo possibile. Un finanziamento diretto agli operatori violerebbe questa condizione, attribuendo allo stato un ruolo imprenditoriale che – storicamente – esso ha dimostrato di saper interpretare con esiti tragici. Inoltre, si imporrebbe un notevole sforzo di vigilanza successiva. Perché, allora, non riflettere sulla possibilità di un broadband voucher assegnato direttamente ai cittadini e spendibile presso qualsiasi operatore e senza distinzioni di tecnologia? Si tratterebbe d’un’opzione assai più efficace e rispettosa dei principi di un mercato che la bramosia della classe politica potrebbe seriamente compromettere.

22
Mag
2009

Mr Obaaaaama…!

Le aspettative per un esito “positivo” del vertice di Copenhagen (di cui da un po’ si parla in toni meno entusiastici) oggi hanno ricevuto una bella gelata. La Cina ha affidato a un documento della Commissione per lo sviluppo e le riforme la sua posizione sulle negoziazioni. Come era lecito attendersi, si tratta di un’elegante manovra di smarcamento: i cinesi chiedono che il mondo sviluppato riduca le sue emissioni di almeno il 40 per cento (un obiettivo del tutto, e volutamente, irrealistico) e contestualmente si dicono disponibili a contribuire solo se, in qualche modo, saranno risarciti dello sforzo economico necessario. Tradotto: Pechino se ne lava le mani e non ha intenzione alcuna di sacrificare la sua crescita economica alla presunta salvezza del clima. Poche settimane fa era stata l’India a esprimere un punto di vista analogo. E Barack Obama, l’indiscusso protagonista del vertice di dicembre, al momento ha generato una quantità di fumo decisamente non proporzionale all’arrosto (in pratica, un po’ di crediti fiscali che possono servire a far crescere gli investimenti nelle rinnovabili e dintorni, ma certo non a centrare alcun obiettivo ce sia definibile come ambizioso). Gli europei da un po’ si stanno sbracciando per chiedere a Washington di fare la sua parte (la parola d’ordine è co-leadership) ma, apparentemente, senza grande successo. La vernice verde si sta già squagliando?

21
Mag
2009

Liberali teutonici contro le tasse

Di recente i liberali tedeschi sono andati a congresso. L’assemblea riunita ad Hannover ha licenziato il programma elettorale da sottoporre alla “ratifica” degli elettori il prossimo 27 settembre. Si tratta di un elenco di proposte estremamente poco dettagliate quanto a modalità e tempi di attuazione, ma che ha comunque il pregio della chiarezza. Se dovesse approdare all’esecutivo, su un punto siamo certi che l’FDP darà battaglia: le tasse. Il ministro delle Finanze in pectore, Hermann Otto Solms, un distinto ed equilibrato signore sulla sessantina, ha già illustrato il suo progetto: tre aliquote, 10% fino a 20.000 Euro, 25% tra 20.000 e 50.000 e 35% oltre i 50.000. La no tax area verrebbe ulteriormente ampliata con il risultato che una famiglia composta da padre, madre e due figli incomincerebbe a pagare le tasse a partire dai 40.000 euro. E non finisce qui: l’FDP propone un ulteriore abbattimento delle aliquote sulla tassazione di impresa con l’eliminazione della Gewerbesteuer (la tassa sull’esercizio dell’attività). Va infatti detto che già dal 1 gennaio 2008 il governo ha portato il carico fiscale complessivo (composto da un’omologa dell’Ires nostrana, da un’imposta comunale sul commercio – la Gewerbesteuer appunto – e da una tassa di solidarietà) dal 38,6% sotto la soglia fatidica del 30%. Solms propone ora due aliquote, del 10% per profitti sotto i 15.000 euro e del 25% al di sopra. L’idea è quella di creare un ambiente attrattivo per le imprese straniere e ad un tempo impedire (usando la leva fiscale e non i poliziotti) a quelle tedesche di rifugiarsi altrove. Il programma è stato aspramente criticato da socialdemocratici, verdi ed estrema sinistra. Non sono mancate voci di distinguo nemmeno nella CDU/CSU, impegnata a difendere il proprio profilo sociale. L’obiezione più ripetuta in questi giorni è la seguente: l’FDP vende fumo perché l’idea non è affatto finanziabile. In realtà lo è eccome. Basta chiudere i rubinetti della spesa pubblica. Il Ministro delle Finanze Steinbrück intende iscrivere a bilancio per il 2009 circa 298 miliardi di euro di uscite. Si tratta esattamente di 38 miliardi in più rispetto all’inizio della legislatura (2005). Alla faccia del Ministro del rigore! La riforma di Solms ne costerebbe, a quanto pare, 33. L’SPD si conferma il partito del tassa e spendi.

21
Mag
2009

La crisi lascerà solo un bel po’ d’inflazione

Questa crisi non è servita a nulla e ci lascerà solo un bel po’ di inflazione.

Il discorso del presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, è senza dubbio condivisibile. Chi potrebbe sostenere il contrario: ovvero che non servono riforme. «Novità subito per superare la crisi, consolidare la coesione sociale bene assoluto da salvaguardare», ha giustamente detto alla platea di Viale dell’Astronomia l’imprenditrice. «Bisogna  rilanciare la produttività e i salari», ha aggiunto rivolgendosi  in particolare a Silvio Berlusconi seduto in prima fila, ricordando il momento è quanto mai opportuno visto che «il governo può contare su un consenso che  è un patrimonio politico straordinario, da mettere a frutto». Verissimo. Tant’è che Berlusconi ha fatto presente di essere «d’accordo al 100%». E come Silvio tanti altri.  Eppure le riforme non si fanno. Solo l’altro giorno il Premier ha ricordato che i mass media sono tutti disfattisti e pessimisti e l’ordine del giorno è ottimismo e  orgoglio. Come dire: bisogna guardare avanti e incentivare i consumi. Tremonti bacchetta giustamente le banche perché «hanno usato i bond di Stato solo per abbellire i bilanci» senza fare interventi strutturali sul credito e sui mutui. Ma gli spread offensivi applicati dai singoli Istituti restano alo loro posto.  Ha ragione dunque la Marcegaglia, ma sono appelli che cadono nel vuoto. Anzi che si scontrano con un muro di gomma.

Con tali premesse sembra molto difficile intraprendere una strada riformista. Nemmeno i dati sui fatturati del primo trimestre hanno spinto qualcuno a parlare di “nuovo fisco”. Ed era la speranza delle Pmi, degli artigiani e dei commercianti. Il project financing che potrebbe servire per le infrastrutture giace agli ultimi posti della classifica Ue. L’editoria si ridimensiona, ma non cambia. Infine gli asset tossici sono congelati in aree come la bad bank della Merkel. E quando arriverà il disgelo? Viene da pensare che questa crisi non è servita a nulla e probabilmente ci lascerà una bella eredità inflazionistica. Per il 2009 le stime medie del disavanzo dei bilanci pubblici si attestano sul 9% del Pil. Peggio ancora per quanto riguardo il debito complessivo. Nel 2008 i salvataggi delle banche hanno creato un po’ di fango. Lo stock di debito pubblico e privato in Uk è passato dal 40 all’80%. Tanto per fare un esempio. Le continue iniezioni di liquidità delle banche centrali sono al momento intangibili. Ma giusto fra un anno faranno schizzare i tassi d’inflazione secondo l’Ocse di almeno un 6/7%.