21
Apr
2009

Zagrebelsky, il mito e la libertà

Può l’amore per la libertà far breccia a sinistra? Una risposta lapidaria è difficile. Ciò che tuttavia balza agli occhi dei più attenti osservatori è che negli ultimi quindici anni, in Italia, il vessillo del liberalismo è stato innalzato (solo) quando si è trattato di combattere il rivale politico per eccellenza, ossia Silvio Berlusconi. La concorrenza, il mercato, la libertà di espressione sono diventati degli strumenti di lotta partigiana e non qualcosa di intrinsecamente buono per cui valeva la pena battersi. Qualcosa insomma di cui appropriarsi temporaneamente, come clava da dare in testa all’avversario. In un’intervista concessa al Sole 24 Ore in occasione dell’inaugurazione di Biennale Democrazia, l’ex presidente della Corte Costituzionale Gustavo Zagrebelsky mostra di inserirsi pienamente nel solco di questa strana tradizione intellettuale. Fa infatti davvero piacere sentirsi mettere in guardia dal rischio di una “società come palazzo di cristallo dove tutto è regolato perfettamente e che in vista dell’ordine abolisce la libertà“; e ancora, citando Montesquieu, dal fatto che “la paura è la molla che fa funzionare il dispotismo“. Clap, clap. Ma alla tanto bella quanto teorica dichiarazione di principio sui pericoli della società massificata, non fa poi seguito alcuna condanna del costruttivismo, della pianificazione economica e della ipertrofia legislativa. Anzi. Nel suo amore sviscerato per il mito della democrazia e della sua neutralità, Zagrebelsky ricorda ad esempio come “la tutela della sicurezza è per quintessenza il luogo dell’imparzialità” e ancora come “negli Stati ben strutturati, il Ministero dell’interno è il meno politico, il più oggettivo“. Le ronde e l’autodifesa si collocherebbero secondo Zagrebelsky “fuori da cinque secoli di cultura costituzionale“. Al di là del fatto che il professore sembra essersi perso per strada il secondo emendamento della Costituzione americana, ebbene al di là di questo, considerare come fumo negli occhi la possibilità che i cittadini sopperiscano alle inefficienze dello Stato, approntando strumenti di difesa volontaria di ciò che loro legittimamente spetta, significa non voler impedire che la politica usi proprio il tanto decantato Ministero dell’Interno per soggiogare e coartare le libertà del popolo; significa cadere proprio nel vortice dal quale Zagrebelsky intende salvarci; significa insomma permettere che l’uomo-massa deleghi in bianco allo Stato (Ortega y Gasset). Basterebbe avere a mente quante limitazioni alle nostre libertà sono state perpetrate negli scorsi anni dietro al paravento della lotta al terrorismo per accorgersi che l’imparzialità è e resterà un mito. “Quale Paese può conservare la propria libertà se ai suoi governanti non viene periodicamente rammentato che la popolazione conserva il proprio spirito di resistenza? Che il popolo si armi!”. Chi ha scritto queste righe non è né Calderoli né Borghezio, ma si chiamava Thomas Jefferson, lo stesso ad avvertire- parecchi secoli prima di Zagrebelsky- che “il prezzo della libertà è l’eterna vigilanza“. D’altra parte, anche nella deliziosa citazione di Dostoevskij (“Non c’è per l’uomo preoccupazione più ansiosa che di trovar qualcuno a cui affidare al più presto quel dono della libertà, con il quale quest’essere infelice viene al mondo“) non v’è alcun intento di demitizzazione della sovranità o delle istituzioni politiche, né alcuna denuncia dei pericoli che la democrazia in sé e per sé considerata comporta. A Zagrebelsky sfugge quello che è il nodo fondamentale della questione, ovvero quello- per dirla con Bruno Leoni- “dello Stato concepito come realtà sopranuotante agli individui; più buona, più giusta, più potente degli individui, a cui dovrebbe tendere la mano per renderli migliori”. Una volta dato per scontato che la Costituzione e la legge positiva sono frutto della volontà generale, che lo Stato nasce da un fantomatico contratto sociale e che la norma fondamentale kelseniana è un assioma imprescindibile, si rimuove il problema- a mio avviso fondamentale- della natura irrazionale e religiosa del potere o, per così dire, della nascita del diritto moderno “intorno ad un totem“. Che la democrazia possa tralignare nella dittatura della maggioranza lo sanno ormai anche le pietre. Certo, ricordarlo non fa mai male. Ma in momenti come questi occorrerebbe piuttosto non smettere di interrogarsi sulle ragioni intime della nascita dello Stato, sui motivi della costante espansione dei poteri pubblici e sulle perversioni della rappresentanza politica nella società democratica. Che Biennale Democrazia sappia far questo ne dubitiamo fortemente. Non foss’altro che per l'”educativo” incontro sulle “bellissime tasse” propinato ad innocenti bambini delle elementari. Il mito continua.

21
Apr
2009

Iride. Il paradosso della contendibilità incontendibile

La tensione tra il sindaco di Torino, Sergio Chiamparino, e quello di Genova, Marta Vincenzi, sul controllo pubblico di “Irenia” – il gruppo che dovrebbe nascere dalla fusione di Iride ed Enìa – ha ormai ampiamente superato i livelli di guardia, nonostante qualche cauto tentativo di ricucire. Ieri, sulla Stampa Luca Fornovo e Beppe Minello hanno accreditato le indiscrezioni diffuse da Quotidiano Energia, secondo cui la Mole sarebbe pronta a rompere l’alleanza con la Lanterna. Oggetto del contendere, la clausola sul mantenimento del 51 per cento della nuova compagnia in mani pubbliche, che Vincenzi vuole nello statuto, mentre secondo Chiamparino è garantita a sufficienza dai patti parasociali e che, nel lungo termine, rischia di essere più un ostacolo che un elemento di vantaggio. L’esito della vicenda dipende essenzialmente da due variabili: una di natura politica (Vincenzi avrebbe ceduto al diktat di Rifondazione e Italia dei Valori, ma lo stesso Chiamparino avrebbe problemi con l’ala sinistra della sua maggioranza), l’altra strategica. Infatti, per rompere il primo cittadino torinese deve anzitutto ottenere una revisione dello statuto di Fsu (la joint venture paritaria dei due comuni che ha il 58 per cento di Iride e avrà il 36 per cento di Irenia), e poi tessere un rapporto con gli enti locali emiliani azionisti di Enìa, che avranno il 23,6 per cento di Irenia. Se entrambi questi tasselli fossero sistemati, la manovra di Vincenzi finirebbe per ritorcersi contro di lei, e sarebbe una dimostrazione di grande dilettantismo, come ho sostenuto sul Secolo XIX. All’attacco di Chiamparino, Vincenzi replica oggi con un’intervista a Gilda Ferrari del Secolo XIX e alcune dichiarazioni alla Stampa (PDF) e al Sole 24 Ore, da cui traspare la debolezza del suo gioco. Da un lato, infatti, dice che la pretesa che il 51 per cento del gruppo resti pubblico “non toglie nulla alla contendibilità” – dichiarazione assurda, perché se lo statuto impone che il pacchetto di maggioranza dell’azienda sia posseduto da attori pubblici, non c’è spazio alcuno per un mutamento dei rapporti di forza che non passi per le stanze della politica. Dall’altro, ribadisce che la questione della contendibilità riguarda solo il servizio, che “dovrà essere messo a gara”, mentre è per lei essenziale che le reti “dovranno rigorosamente restare in mano pubblica”. Questa è un’affermazione surreale non solo perché è discutibile che la proprietà pubblica delle reti sia un elemento di garanzia e non di immobilismo, ma anche e soprattutto perché la pubblicità delle reti è un obbligo di legge imposto a chiare lettere dal disegno di legge 112 del 2008, art. 23 bis, comma 5, che fa piazza pulita dei (remoti) dubbi in merito lasciati dalla normativa precedente (me ne sono occupato con Federico Testa in questo articolo sul Sole 24 Ore e, più ampiamente, sulla rivista Management delle Utilities). Vincenzi sostiene, correttamente, che le nuove disposizioni entreranno in vigore solo allo scadere delle concessioni vigenti, che avverrà nel prossimo paio di anni, ma sarebbe ridicolo pensare che un attore privato potesse subentrare (anche ammesso che gli attuali proprietari delle reti, che nel caso di Iride ed Enìa sono a controllo pubblico e lo saranno per un po’ a prescindere dall’introduzione della clausola nello statuto) sapendo che non farebbe neppure in tempo a concludere il deal, che dovrebbe immediatamente cedere le reti agli enti locali interessati. E, in ogni caso, se si tratta di un problema di gestione della transizione, non si capisce perché i patti parasociali, che in merito sono ahimé chiarissimi, non possano bastare. La posizione della Vincenzi è, dunque, fragile e incomprensibile, ma soprattutto rischia di pregiudicare una futuribile evoluzione nella direzione della concorrenza e del mercato, cristalizzando gli assetti proprietari e trasformando sempre più queste operazioni di fusione, teoricamente necessarie a conseguire delle efficienze e delle sinergie, in semplici e inutili (ai fini industriali) operazioni di somma. Cioè: cambiare tutto perché ciascun ente locale mantenga il controllo diretto sui pezzetti di suo interesse.

18
Apr
2009

Paradisi fiscali sotto torchio

Se anche nell’odierno bailamme finanziario vale l’assunto di Carl Schmitt secondo cui è “sovrano chi decide sullo stato di eccezione”, allora si spiega con una certa facilità il giro di vite sui paradisi fiscali imposto dai grandi della Terra. Nessuno intende mettere in dubbio che vi siano delle ragioni concrete alla base delle prese di posizione recentemente assunte nel corso del G20, per carità. I motivi pratici in realtà ci sono eccome. E possono essere ricondotti ad unum: fare cassa. A spiegarlo meno rozzamente di noi ci ha pensato Mario Seminerio su Epistemes. Purtuttavia, ciò non toglie che le oasi fiscali nulla c’entrino con le origini della crisi in atto. Tutt’al più possono essere considerate come dei validi strumenti, ad uso e consumo degli Stati più forti, per risolvere i loro vincoli di bilancio, come l’esempio tedesco insegna. Ma con la palingenesi del dissesto davvero non hanno alcun legame. Si dirà: e come la mettiamo con il crescente bisogno di trasparenza? Anche qui ci troviamo a mio avviso dinanzi ad un falso problema. E’ certamente cosa buona e giusta combattere il crimine internazionale, in qualsiasi forma esso si manifesti ed ovunque esso si annidi. D’altro canto, la necessità che alcuni diritti vengano tenuti ben fermi non è, come potrebbe sembrare, un mero orpello ideologico, un fastidioso ed inutile ostacolo in vista dell’assicurazione alla giustizia di pericolosi malfattori, ma al contrario un elemento imprescindibile affinché uno Stato di diritto non traligni in uno Stato di polizia. Ciò per dire che se davvero pensiamo che la lotta contro l’evasione fiscale e tutti gli altri delitti ad essa associati, possa proseguire anche attraverso l’abolizione o l’allentamento di diritti e garanzie considerati inviolabili da certe tradizioni giuridiche (il segreto bancario, ad esempio) o ancor peggio, violando la sovranità di certi Stati, allora dovremmo conseguentemente ammettere anche la tortura o qualsiasi altro trattamento inumano e degradante per tutta quella sfilza di delitti così sensibili per l’opinione pubblica, come la mafia, il riciclaggio e via discorrendo. Dovremmo in poche parole eliminare o rinunciare a certe garanzie, fare a meno di determinati diritti, tutto in vista del fine supremo da realizzare, arrestare persone che il più delle volte fuggono dal torchio opprimente del fisco per proteggere i propri risparmi in oasi fiscali. Quali sarebbero le conseguenze? Lo smantellamento della nozione di certezza del diritto e l’arbitrarietà nell’uso dello strumento penale. Weberianamente parlando, sarebbe forse opportuno che in tempi come questi ad un’etica delle intenzioni fosse contrapposta un’etica della responsabilità.

17
Apr
2009

Due o tre cose sulla Banca Popolare di Milano

Il rinnovo degli organi della Banca Popolare di Milano sta assumendo una dimensione effettivamente nuova. Politics 2.0. Siccome, col voto capitario, a decidere le sorti della BPM sarà di fatto una grande assemblea, nella quale forze più o meno organizzate metteranno sul piatto uomini e voti per costruire un nuovo equilibrio all’interno della banca, la tenzone è, per così dire, “politica” – e rilievo politico le viene riconosciuto.
Il Presidente uscente, Roberto Mazzotta, è parallelamente incumbent e outsider. Incumbent per la sua storia, e il ruolo che occupa. Outsider perché si candida alla testa dei soci non-dipendenti, quindi non-sindacalizzati, con l’appoggio dei soci “privati”, e in nome di un programma di cauta modernizzazione dell’istituto.
Massimo Ponzellini, presidente in pectore in quanto appoggiato dai sindacati interni, ovvero i “padroni” della banca, è una faccia nuova ma rappresenta la continuità più piena. I due si sfidano su YouTube, in un singolare duello di video (affettato ma diretto Mazzotta, “mediato” da un’intervista Ponzellini), visti ad oggi all’incirca da un migliaio di persone. Sono quei mille gli elettori incerti, che potrebbero far inclinare da una parte o dall’altra l’ago della bilancia? Ponzellini in tutta evidenza parte in vantaggio, forte del sostegno di gruppi strutturati ed abituati a dettar legge. E’ Mazzotta ad avere bisogno dell’agone democratico, della segretezza del voto, della mobilitazione elettorale.
Su Mazzotta e Ponzellini, ormai s’è scritto di tutto. Su una questione di sostanza (il conflitto d’interessi di Ponzellini, che a detta dei giornali una volta presa la Presidenza di BPM non lascerebbe quella di Impregilo), s’è detto poco. Notazioni folcloristiche, non ne sono mancate.
Non si sono forse scritte due cose, che vale magari la pena di riportare – con stanca determinazione – al centro del dibattito, almeno in un luogo come questo. Primo, il vero punto del contendere sembra essere il consolidamento. La storia sembra dirci, ora, che certe fusioni hanno prodotto giganti dai piedi d’argilla. Ma questo non significa che piccolo sia sempre bello.
C’è un certo consenso, fra gli osservatori, sulla necessità di “aggregare” le popolari. Non avviene perché ovviamente i sindacati vedrebbero diluito il proprio potere. E’ una costante delle fusioni bancarie, in Italia: esse possono avvenire, solo quando ne risulta una banca nel quale i soci “forti” di prima siano ancora più decisivi, negli equilibri di governance (pensiamo a Intesa San Paolo, fusione generata per estromissione dei soci più “di mercato” delle rispettive compagini).
Secondo, la governance conta. Il voto capitario non si limita ad imporre una spettacolarizzazione politica, ma rende di fatto ingestibile la banca. Parte del lavoro del management diventa, nel caso della BPM è evidente, mediare fra gli azionisti-lavoratori. E’ proprio questa duplice natura a complicare le cose. Perché l’interesse di breve periodo (quello del lavoratore, naturalmente conservatore rispetto alla gestione dell’impresa in cui lavora) fa premio su quello di medio periodo, da azionista del medesimo istituto.
Bisognerebbe proprio ricominciare a parlare di riforma delle Popolari. In Italia, il tema è stato apparentemente al centro dell’agenda per alcuni anni. Come il federalismo, la riduzione delle imposte, l’innovazione in senso presidenziale della Costituzione, la privatizzazione della Rai, la disciplina del conflitto d’interessi, l’abolizione del valore legale del titolo di studio. Con gli esiti che sappiamo.