2
Apr
2016

Prima l’Olio Tunisino, ora le piattaforme di gas naturale: la politica scivolosa

La politica continua a scivolare. Prima è stato sull’olio tunisino, ora su quelle che impropriamente sono chiamate trivelle.

Su questo ultimo argomento torneremo in seguito, se non per dire che non si tratta di trivelle, ma di piattaforme che estraggono in gran parte gas naturale che altrimenti importeremmo da Russia e Libia.

Ma torniamo sull’inutile polemica che si è venuta a creare contro la decisione del Parlamento Europeo sull’olio tunisino che è cresciuta in maniera esponenziale in Italia sotto le spinte del populismo.

Ma cosa è successo? I Governi europei hanno deciso di incrementare la quota esportata di olio tunisino senza dazi verso la Unione Europea per 35 mila tonnellate. Per due anni, il 2016 e il 2017.

È bene tuttavia tornare alla realtà dei dati facendosi scivolare addosso una qualunque voglia di andare alla pancia degli elettori.

In Italia si sono consumati nell’ultimo anno circa 580 mila tonnellate di olio. Un consumo tra i più elevati in Europa, grazie alle nostre buone abitudini alimentari.

Nello stesso anno la produzione di olio “italico” ha raggiunto solo 350 mila tonnellate. Un dato che dimostra che esiste un enorme deficit di produzione di olio nel nostro Paese. Esattamente sono 230 mila tonnellate “mancanti”.

Oltre a questi dati che dimostrano come l’Italia abbia bisogno d’importare olio dall’estero, c’è da aggiungere che l’olio italiano è ricercato all’estero e che fortunatamente siamo in grado di vendere bene il nostro prodotto “Made in Italy”.

Per tale ragione le esportazioni di olio italiano, sempre nell’ultimo anno hanno raggiunto le 220 mila tonnellate.

Il deficit di produzione di olio per gli italiani sale dunque a circa 450 mila tonnellate. Un dato impressionante che ancora una volta evidenzia come ci sia la necessità di importare olio dall’estero.

Si potrebbe obiettare che tale mancanza è dovuta ai problemi produttivi degli ultimi due anni. Anche tale obiezione è falsa nel momento in cui andiamo incontro alla realtà dei dati.

Se prendiamo i dati dal 2009, nei 7 anni la produzione annua italiana di olio è stata in media di 388 mila tonnellate, mentre il consumo di 606 mila tonnellate annue.

Anche in questo caso il deficit produttivo è evidente. La domanda è superiore per oltre 200 mila tonnellate annue rispetto alla domanda.

A cosa serve dunque la decisione dell’Unione Europea? Serve ad eliminare i dazi per 35 mila tonnellate, pari all’1,7 per cento della produzione totale di olio del nostro Continente.

Una goccia in mezzo al mare.

Ad oggi, la mancanza di libero scambio con la Tunisia provoca una doppia perdita: per il Paese del Nord Africa, che ricordiamo essere l’unica vera democrazia al di là del Mediterraneo, che è sfavorita dai dazi doganali imposti attualmente dall’Unione Europea. Tale mancanza è inoltre una perdita anche per l’Italia che non è in grado di supplire con la propria produzione le esigenze dei consumatori.

Ad oggi il “gioco” della concorrenza è sfavorevole alla Tunisia poiché si impongono dei dazi per esportare verso l’Italia e gli altri Paesi dell’Unione Europea.

Quindi, permettendo alla Tunisia di esportare il proprio olio senza le barriere doganali dei dazi, si favorirebbe quello che in economia è chiamato “gioco a somma positiva”. Vincono tutti i consumatori italiani e vince la Tunisia che può sviluppare la propria economia (il famoso slogan aiutiamoli a casa loro).

È chiaro che le paura di frodi possa essere comprensibile in alcuni consumatori, ma questo non ha nulla a che vedere con i dazi. Le frodi sono una vera e propria concorrenza sleale e avvengono nel momento in cui si attua il comportamento illegale di alcuni produttori.

A chi serve imporre dazi? Chiaramente alla categoria dei produttori che in questo modo possono tenere dei prezzi più elevati.

Tuttavia voler difendere pochi, i produttori, sfavorendo tutti, i consumatori, è una scelta assurda e tafazziana.

Si dice che l’olio italiano sia di qualità e per questo i prezzi devono essere più alti? Perfetto, ma non è possibile imporre a tutti i consumatori le proprie scelte individuali.

Se personalmente posso essere disposto a pagare maggiormente un litro di olio extravergine premium italiano, non posso decidere anche delle scelte di consumo di altre famiglie.

Ancora una volta il populismo va di pari passo con collettivismo, come nel caso dei mutui. (link articolo:

Decidere addirittura delle scelte di consumo, tramite l’attuazione di dazi che sfavoriscono tutti i cittadini italiani è l’ennesima riprova che l’Italia soffre di una tragica malattia quale è il collettivismo.

1
Apr
2016

Due considerazioni estemporanee sulla giustizia

Sarà solo una coincidenza che ‘attore’ significhi sia colui che interpreta una finzione drammatica sia la parte di un processo?

La comune origine etimologica ha preso destini diversi: nel giudizio civile, l’attore è tale perché agisce innescando il processo, nella scena, l’attore è tale perché agisce recitando. Tuttavia, entrambi interpretano un ruolo e partecipano a una simulazione della realtà, fatta di propri riti e finzioni. Nel processo penale, si assiste alla ‘scena’ del crimine e sul palco salgono non solo i divi, ma anche gli imputati.

Le carte processuali hanno una letterarietà specifica, quella dell’oratoria giudiziaria, con le sue formule, parole e i suoi intercalari bizzarri fuori da quel copione. In fondo, cosa altro è la toga se non «un costume maestoso», come pare disse Carnelutti?

La correlazione tra finzione letteraria e processo è a doppio senso: se il secondo si è abbeverato di una certa retorica teatrale e narrativa, la prima si è ispirata alle vicende e alle formule giudiziarie generando intere correnti espressive, a teatro, al cinema, nei libri, dall’antichità ai giorni nostri, come documenta un bel libro di Jacques Vergès, «Giustizia e letteratura», pubblicato nel 2012 da Liberilibri a cura di Serena Sinibaldi.

Il cinema, in particolare, ha dimostrato per ovvi motivi di spettacolarizzazione una straordinaria capacità di raccontare la giustizia, con tendenze e stilemi tipici da paese a paese. Di quelli italiani raccontano magistralmente e con dovizia di esempi gli autori del libro «In nome della legge. La giustizia nel cinema italiano», edito nel 2013 da Rubbettino a cura di Guido Vitiello: una fonte filmografica straordinaria, ma soprattutto una lettura che, cinefilia a parte, stimola alcune riflessioni sulla giustizia italiana.

Due su tutte.

La prima: è ancora, o è mai stata, veritiera la rappresentazione del processo che la finzione artistica ci consegna? Se abbiamo in testa i legal movies americani, probabilmente non abbiamo idea di cosa sia un tribunale italiano. Nemmeno il cinema italiano è fedele alla giustizia odierna, molto più prosaica e banale nei suoi rinvii, lungaggini, formalismi e trascuratezze. Tuttavia, al cinema italiano possiamo sicuramente tributare la capacità di aver raccontato alcune storture tipiche della giustizia penale e di una cultura giustizialista del nostro paese: film come «Detenuto in attesa di giudizio» e «In nome del popolo italiano» valgono più di qualsiasi trattazione sulla carcerazione preventiva, sull’autoreferenzialità della magistratura e sulla ‘guerra fredda’ consumata nel nostro paese tra magistratura e mondo imprenditoriale.

La seconda: il sistema giudiziario, si dice ovunque, è in crisi. Inefficiente e ridondante, esso non rende giustizia, ma la nega, anche nel suo settore più delicato, quello penale. Così la finzione arriva dove non arriva la realtà: se ne impossessa e fa le sue veci. I processi diventano definitivamente farse e si svolgono, per finta ma un po’ anche per davvero, davanti la telecamera di trasmissioni televisive o dietro la cinepresa. Non è solo la storia del «Divo», citato nel libro, ma è la storia di tutti i casi irrisolti dai tribunali e però giù giudicati negli studi televisivi, oggetto di inchieste giornalistiche che anticipano (e influenzano?) quelle giudiziarie.

Anche questo è un effetto di una giustizia che non è (più) tale.

 (una versione ridotta del post è apparsa su La Lettura del Corriere della Sera del 13 marzo 2016).
29
Mar
2016

500 euro maledetti e subìti…—di Mario Dal Co

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Mario Dal Co.

Premessa: sono contrario a tutte le forme di elargizione occasionale da parte dello Stato con meccanismi straordinari e fuori standard. Ogni spesa che non rientra nelle attività assistenziali, secondo i canali del fisco e del welfare ordinario, collaudato e controllato, non è gestita, non è rendicontata, non si può evitare il diffondersi degli abusi e limitare al minimo il ricorso alle sanzioni. Sono contrario all’elargizione di qualsiasi incentivo discrezionale con cui l’autorità pubblica, sia essa il comune, la regione o lo stato, presume di saperla più lunga del mercato o delle istituzioni o delle imprese o dei singoli cittadini. Sono contrario a tutte queste misure straordinarie che mirano ad acquisire consenso a spese dei contribuenti attuali e più spesso di quelli futuri. Read More

22
Mar
2016

#PropertyIsFreedom: se lo Stato difende l’illegalità

16 marzo 2016. È un giorno come tanti: Gianni Di Marco e sua moglie escono dalla loro casa popolare ad Avezzano, in provincia di L’Aquila, per portare i tre figli a scuola e andare al lavoro. Quando rincasano, però, la “sorpresa”: un gruppo di persone ha smontato la porta d’ingresso e ne sta montando un’altra, occupando illegalmente l’appartamento in cui vivono. Inutile ogni tentativo di interrompere l’azione degli occupanti: le loro minacce bastano a intimidire la famiglia Di Marco, convincendola a richiedere l’intervento delle forze dell’ordine.

Una volta intervenuta, la polizia fa sloggiare i nuovi “inquilini”, i quali tuttavia tornano alla carica dopo poche ore, cacciando – letteralmente – di casa la famiglia Di Marco e riprendendo possesso dell’appartamento, con alcuni minori al seguito, probabilmente consci che proprio questa circostanza garantirà loro la totale impunità. Cosa che potrebbe sembrare incredibile ma che, nel nostro paese, è nient’altro che la norma.

La famiglia Di Marco, a questo punto, si rivolge al sindaco di Avezzano, il quale li fa sistemare provvisoriamente in un albergo. Nel frattempo, racconta il signor Di Marco, “quando siamo rientrati non abbiamo più trovato vestiti e libri delle mie figlie, mentre i mobili sono stati accatastatati e spostati nel garage, e alcuni sono stati danneggiati nell’operazione”.

In un paese civile, a questo punto, le forze dell’ordine dovrebbero intervenire nuovamente, per ristabilire la legalità e assicurare alla giustizia gli occupanti. E invece no. Anzi: quando un gruppo di persone si è presentato di fronte all’abitazione per cacciare gli abusivi, ad attenderli c’erano decine di agenti della polizia e dei carabinieri, che hanno impedito l’accesso all’abitazione, di fatto tutelando l’occupazione. Il consiglio delle forze dell’ordine ai manifestanti è stato quello di “parlare agli inquilini dalla finestra”.

Il caso è stato seguito anche dal programma Mi manda Rai 3 che, qualche giorno fa, ha accompagnato gli agenti della Polizia locale all’interno dell’abitazione, intervistando una degli occupanti, la quale ha spiegato che, avendo una bambina di sei mesi, a lei “la casa serve”, mentre “ai precedenti inquilini non serviva, perché hanno già degli appartamenti di proprietà”.

Indignarsi per l’accaduto, purtroppo, serve a poco. Non soltanto perché, così facendo, si rischia di sottovalutare le ragioni che stanno dietro a casi come questo e che fanno sì che – di casi come questo – ne accadano moltissimi, ogni anno, in tutta Italia. Ma soprattutto perché a spiegare il comportamento degli occupanti è il nostro ordinamento. L’ultima sentenza della Cassazione in merito è la n. 44363 del 2014, che condusse all’assoluzione di una donna che aveva occupato un alloggio popolare mentre era malata e in stato di gravidanza.

La tolleranza nei confronti delle occupazioni abusive non è, purtroppo, esercizio di solidarietà e attuazione del “diritto alla casa”, tanto più che le occupazioni avvengono per la maggior parte in case popolari. Tale tolleranza, a ben vedere, non fa invece altro che legittimare la legge del più forte. Una più incisiva e rapida protezione della proprietà privata difenderebbe i più deboli, più e meglio di qualsivoglia presunta “solidarietà”.

Twitter: @glmannheimer

17
Mar
2016

La saggezza economica ne I promessi sposi–di Carlos Rodríguez Braun

Di Carlos Rodríguez Braun
Questo testo è tratto da due articoli pubblicati da Expansion.

Grazie alla ferma raccomandazione di Alberto Mingardi, ho letto questo celebre romanzo del 1827 di Alessandro Manzoni, che un economista del calibro di Luigi Einaudi ha qualificato come «personificazione vivente della sapienza ed insieme della chiarezza». [L. Einaudi, “Galiani economista”, in Atti dell’Accademia Nazionale dei Lincei. Rendiconti della Classe di Scienze morali, storiche e filologiche, Serie VIII, vol. IV, fasc. 3-4, 1949, ora in Saggi bibliografici e storici intorno alle dottrine economiche, Roma, Edizioni di storia e letteratura, 1953, p. 274] Read More

17
Mar
2016

Il caso Avastin/Lucentis approda alla Corte di giustizia europea

Due anni fa, l’Autorità garante della concorrenza italiana comminava a due case farmaceutiche una multa record di 180 milioni di euro. E’ la vicenda, divenuta nota per l’esemplarità della sanzione, del presunto accordo illecito tra Roche e Novartis per l’uso dei farmaci Avastin e Lucentis. Il caso ha avuto, sulla stampa e nell’opinione pubblica, tutti i cliché dell’apparente spregiudicatezza della ricerca del profitto sulla pelle dei pazienti, confermati in primo grado dal giudice amministrativo e rimbalzati anche nel circuito politico, con prese di posizione del ministero della salute e interventi legislativi specifici sull’uso off label dei farmaci.

Tuttavia, un esame approfondito della vicenda dal punto di vista regolatorio avrebbe fatto emergere più di un dubbio sul sistema di regolazione del settore farmaceutico, piuttosto che sulla condotta delle imprese coinvolte, come ipotizzato dall’Istituto Bruno Leoni nel paper «Caso Avastin/Lucentis. La regolazione del commercio dei farmaci, tra tutela della salute e vincoli di spesa».

La condotta censurata, ridotta in parole povere, riguarda la mancata richiesta di autorizzazione alla commercializzazione in ambito oftalmico del farmaco di gran lunga più conveniente tra i due, commercializzato come antitumorale ma usato off label per alcune patologie dell’occhio curate, a costi ben maggiori, dall’altro. Un atteggiamento forse indiziario di un’intesa tra le due società, o forse rispettoso delle regole sulla sicurezza terapeutica che non l’antitrust ma le competenti autorità di regolazione del settore farmaceutiche impongono alle imprese e certificano come tale, a seguito di complesse procedure di immissione in commercio. Di certo, un atteggiamento poco vantaggioso non tanto per i pazienti, quanto per la spesa sanitaria regionale, sempre più costretta al risparmio, anche forse a scapito della salute delle persone.

Il Consiglio di Stato sembra oggi nutrire dubbi simili, al punto da aver sottoposto alla Corte di giustizia dell’Unione europea alcune questioni pregiudiziali sull’interpretazione del diritto europeo che potrebbero portare a una diversa valutazione del caso rispetto a quella effettuata sia dall’AGCM che dal giudice amministrativo in primo grado.

Sono questioni simili a quelle avanzate proprio dall’Istituto Bruno Leoni, in particolare riguardo la definizione di mercato rilevante nel settore farmaceutico a prescindere dal contenuto delle autorizzazioni in commercio dei farmaci rilasciate dalle competenti autorità nazionale e europea; il peso dato all’uso off label dei farmaci nella definizione del mercato rilevante; la configurabilità quale condotta restrittiva della concorrenza di una condotta precauzionale circa la sicurezza e l’efficacia terapeutica di un farmaco.

Il rinvio alla Corte europea dei quesiti dimostra ancora una volta che il caso in questione non riguarda solo i bilanci di due grandi case farmaceutiche, ma rappresenta un caso di enorme rilevanza anche teorica per verificare l’efficacia della regolazione del settore farmaceutico, un settore fortemente regolato e vigilato su più livelli territoriali e purtuttavia, o forse anche a ragione di ciò, incerto, confuso e spaesato tra il dovere di sorveglianza sulla sicurezza dell’uso dei farmaci e la necessità di risparmio della spesa sanitaria pubblica, la quale ha rappresentato, in fondo, la miccia del caso in questione.

16
Mar
2016

18 misure da assumere contro l’illegalità del sistema-Campidoglio

I candidati sindaci a Roma devono studiarle a memoria, le 15 pagine dell’Autorità Anticorruzione con cui si seppellisce l’autodifesa della giunta Marino alle durissime osservazioni critiche già avanzate dagli uomini di Raffaele Cantone. L’ANAC non è criticabile di pregiudizio politico. Aveva già fatto a pezzi la mancata trasparenza, efficienza ed economicità delle procedure di appalti, gare e affidamento seguite sotto la giunta Alemanno. Ma l’autodifesa opposta dai Dipartimenti del Campidoglio e dai Municipi per gli anni più recenti di Marino è risultata infondata, per certi versi addirittura patetica. Tanto che i 18 rilievi finali del rapporto ANAC costituiscono il più sintetico e spietato atto d’accusa delle condizioni di pervasiva illegalità amministrativa DEL Campidoglio. Condizioni che l’attuale commissario Tronca sta già tentando di affrontare, ma che oggettivamente costituiranno l’alfa e l’omega per giudicare la prossima sindacatura. Altro che la miserevole lotta a coltello attualmente in corso all’interno del centrodestra e del centrosinistra.

Quando da anni e anni è l’organizzazione stessa di Campidoglio e Municipi è stata modellata per aggirare le norme, non servono chiacchiere sulla legalità e attestati di onestà dei candidati. Serve una lista esplicita di impegni precisi, capaci di offrire agli elettori rimedi puntuali, adeguati alla gravità degli illeciti indicati dall’ANAC. I diversi livelli coinvolti nel marciume amministrativo della Capitale sono infatti almeno tre, di ordine diverso ma insieme sinergici.  C’è un problema di catalogazione dei dati, cioè del loro controllo. Un problema di risorse umane. E un problema di regole.

Partiamo dai dati. E’ ovvio che i diversi sistemi informatici tra loro non interfacciati e usati da ogni Dipartimento del Campidoglio e Municipio per gestire appalti, gare e affidamenti, sono stati realizzati con l’effetto di compartimentare e oscurare ogni processo centralizzato di controllo, e di segmentare ogni riversamento alla banca dati nazionale dei contratti pubblici. Gli impegni a superare questa babelica maschera di possibili illeciti sono rimasti sulla carta. Mentre occorrerà realizzarli in tempi rapidissimi.

Passiamo alle risorse umane. La prassi invalsa in ogni Dipartimento è stata quella di affidare ogni singolo affidamento alla valutazione del dirigente responsabile del procedimento, in maniera singola o per affinità di materia. E’ una logica che a propria volta aumenta l’opacità, poiché ostacola l’omogeneità dei criteri seguiti e l’uniformità delle norme prescritte dal Codice dei Contratti Pubblici. Ha radicato nel tempo prassi distinte di aggiramento degli obblighi di gara, ha consentito artificiosi abbassamenti e frazionamenti degli importi per procedere ad affidamenti diretti, ha determinato prassi diverse da Dipartimento a Dipartimento di protrazione per anni e anni, in alcuni casi addirittura vent’anni, degli affidamenti scaduti, ha evitato ogni evidenza immediata dei soggetti che cumulavano quote di affidamenti assolutamente improprie, come nel campo delle cooperative per i servizi sociali e agli immigrati: indizio evidente di collusione amministrativa, oltre che di sistematica possibilità di prassi corruttive.

Mentre per i sistemi informativi la risposta viene da una svolta digitale, la rivoluzione del capitale umano da portare in Campidoglio e Municipi sarà una battaglia durissima.  Dovrà fare i conti con la mutazione radicale dell’approccio che dirigenti e responsabili di procedimento dovranno d’ora in poi adottare. Bisognerà spezzare cordate formatesi nel tempo, procedere a nuove nomine per portare in prima fila chi non ha partecipato – ci sono eccome –  alla spartizione degli affidamenti collegandosi a interessi economici o di partito, procedere a rotazioni sistematiche d’incarichi. E, se possibile visti i limiti pesantissimi di bilancio – perché a Tronca intanto tocca tagliare il 5% della spesa rispetto al bilancio 2015, per via dei buchi ereditati – anche immettere professionalità nuove e forze fresche, estranee allo sfascio profondo determinato da partiti affamati e funzionari pubblici piegati alla collusione. Senza un corpo amministrativo chiamato alla fierezza di saper dire no a richieste improprie e di segnalarle pubblicamente, in nome dell’articolo 97 della Costituzione che fissa il dovere di autonomia e imparzialità della PA, Roma non può aprire un capitolo nuovo.

Infine, le regole. La lista di articoli violati del Codice dei Contratti Pubblici è spaventevole.  Su questo, i candidati sindaci devono dichiarare pubblicamente a quali criteri si atterranno. Dovranno dire che standard propongono per la motivazione delle procedure negoziate, quale il termine massimo delle proroghe e in presenza di quali circostanze, come intendono impedire il frazionamento  degli importi, qual è il limite massimo di aggiudicazioni al medesimo soggetto, che tetti porranno alle varianti contrattuali e alle aggiudicazioni in economia, quali requisiti professionali dovranno inderogabilmente avere i responsabili di procedimento e dei lavori, chi centralmente risponderà degli obblighi informativi nei confronti dell’ANAC.

Com’è ovvio, non è richiesto al nuovo sindaco di essere lui personalmente un campione del diritto amministrativo. Ma una cosa è sicura. Le promesse di legalità che ogni candidato farà assumeranno credibilità se e solo se ciascuno di essi saprà indicare da subito un superassessore tecnico alla trasparenza e al rispetto della legge, non solo competente ma dotato di poteri d’intervento in tutti i Dipartimenti, senza dover mediare con gli assessori. Con 14 miliardi di debito alle spalle, le sovrattasse cittadine al più alto livello in tutta Italia, e le maggiori municipalizzate purtroppo ai vertici dell’inefficienza nazionale, alla nuova guida del Campidoglio sarà difficile chiedere miracoli finanziari immediati (anche se Tronca sta dimostrando che basta volere, e in pochi mesi si assumono provvedimenti equivalenti finora, se li proiettassimo su scala nazionale, a 40 miliardi di euro di spesa pubblica  in meno su 800 italiani…) . Bisogna ripartire dal rispetto della legge, e misurarne mese per mese pubblicamente il ripristino attraverso dati certificati. La scommessa vera è una: quella che, dopo un anno, la prima ispezione generale dell’ANAC possa prendere atto di 18 soluzioni efficaci, e non più di 18 piaghe aperte.

16
Mar
2016

Pizza che fattura versus pizza che fa cultura—di Gemma Mantovani

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Gemma Mantovani.

L’on. Pecoraro Scanio passerà alla storia per questa sua epica battaglia? Sarà colui che tramuterà in arte il fare la pizza napoletana, facendo diventare questa arte patrimonio immateriale dell’umanità? Nella petizione si sottolinea che “La falsificazione dei prodotti alimentari made in Italy, fenomeno denominato ‘italian sounding’, si allarga a macchia d’olio, producendo enormi danni alla nostra economia e, secondo le ultime stime Coldiretti, costerebbe all’Italia 300.000 posti di lavoro”. Read More

11
Mar
2016

Mercati e governi chiedono a BCE più droga: ma così non si guarisce

Draghi e la BCE hanno preso decisioni toste, ma i mercati sono delusi. In questo, ho vinto la scommessa che avevo fatto il giorno prima. I miracoli che tutti si aspettano da Draghi servono infatti a mascherare le debolezze delle politiche di bilancio pubblico, e l’assenza totale – in Italia, ma non solo – di misure volte ad affrontare il guaio numero uno del nostro paese che è – sorpresa – l’andamento ventennale della bassa produttività, più e peggio ancora che il debito pubblico.
Nasce da queste premesse la novena mariana in corso da anni perché ogni tot mesi Draghi faccia l’ennesimo miracolo. Bastava guardare alla lista infinita delle attese degli analisti delle grandi banche, per capire che prima di un’ora dall’annuncio oggi delle nuove misure i mercati si sarebbero afflosciati e l’euro avrebbe guadagnato sul dollaro, invece di scendere. Poiché nessuno si fida più dei governi europei – e in effetti l’Europa sta andando in pezzi, tutti deridono Trump ma due terzi dei paesi europei erigono muri alle frontiere come il magnate americano vorrebbe fare con il Messico, la Merkel prenderà una legnata in tre Laender domenica, in Spagna bisogna rivotare, Brexit è dietro l’angolo e chi più ne ha più ne smetta – alla Bce si chiedono liste di cose impossibili.

Mentre la ragionevolezza dovrebbe condurre in direzione opposta. Imporrebbe di prendere atto che finora la deflazione importata dal mondo coi bassi prezzi di petrolio e commodities , e le attese di minor crescita europea da rallentamento del commercio mondiale, impongono una revisione critica del Quantitative Easing e dei tassi negativi. Perché non stanno funzionando. Bisognerebbe cambiare radicalmente strada. I tassi negativi servono solo agli Stati per abbattere l’onere del debito pubblico. Per il resto mordono ferocemente il margine d’intermediazione delle banche cioè la loro già bassa caapicità di fare utili, e spingono l’oceanica liquidità in circolo non a investimenti produttivi di cui è impossibile calcolare la redditivà se i tassi decennali dei titoli pubblici – vedi l’emissione giapponese della scorsa settimana – hanno rendimenti negativi, ma alla ricerca di high yields “mordi e fuggi”, di cui si pasce l’instabilità dei mercati in questi mesi.

Al contrario, invece, di QE e tassi negativi i mercati (e i governi) ne vogliono di più, molto di più. E rispetto a queste attese, la BCE non può che risultare “corta”, ogni volta deludendo chi la cambia per la Madonna di Lourdes.

Fatta questa premessa, anche stavolta la BCE si è spinta molto avanti. Ma con misure alcune delle quali generano più dubbi e problemi di quel che intendono risolvere. Ok, passiamo da 60 a 80 miliardi di euro di acquisti mensili sui mercati secondari. E poiché i limiti agli acquisti di titoli sovrani – per percentuale invalicabile di paesi emittenti, pari alla quota di sua partecipazione in BCE; e per percentuale di ogni emissione – iniziano a pesare e cioè la BCE ha poca roba da comprare, si alza al 50% il secondo tetto e soprattutto di estende l’acquisto alle obbligazioni corporate di aziende non bancarie, bonds però che devono essere investment grade. Non sono aziende che allo stato attuale occorre aiutare: sono perfettamente solventi, e anzi i loro bonds, per quelle più indebitate e che approfittano i bassi tassi per ristrutturare il debito, sono oggi amati dai risparmiatori perché offrono rendimenti abbastanza sicuri ma superiori a quella di una curva dei tassi azzerata sul decennale “per esigenze di Stato”. La mossa della BCE serve a fare in modo che quelle aziende sane liberino capitale per acquisire titoli di Stato, visto che le banche ne sono troppo piene: ma i risparmiatori ci rimettono. Restano delusi tutti coloro che continuano in Italia a riempire pagine dicendo che la Bce deve comprare ABS fatti di crediti deteriorati delle banche: e meno male, per quanto mi riguarda. Le banche italiane devono ricapitalizzarsi e fondersi, non avere regali dalla Bce dopo decenni di cattivo credito praticato risparmiando capitale per non far diluire i loro inefficienti e conniventi azionisti.

La BCE poi abbassa tutti e tre i tassi fondamentali: quello di riferimento va a 0%, quello di rideposito scende da -0,3% a -0,4%, e l’overnight è limato di uno -0,5% anch’esso. Poiché però i tassi negativi impattano ulteriormente il margine d’intermediazione bancario, ecco che la Bce oggi s’è inventata una modalità per aggirarne l’effetto negativo. Nascono le aste di liquidità vincolate esplicitamente all’utilizzo nell’ampliamento dell’offerta di credito ad aziende e famiglie, a tasso 0 ma con possibilità di tasso negativo fino a -0,4% quanto più le banche prenditrici faranno uso crescente di tale canale.

E’ una misura discutibilissima. Significa che la BCE per la prima volta “monetizza” il sostegno al credito, cioè paga creando moneta affinché le banche facciano credito aggiuntivo: ma a farlo possono essere non le banche scassate ma solo le banche più sane, che abbiano capitale libero da impegnare a garanzie dei crediti aggiuntivi concessi, e prenditori solventi. Facendo così, però, la BCE frammenta e segmenta ulteriormente il canale bancario, tra banche sane e meno sane, riservando l’agevolazione solo alle prime. Il non detto di questa misura è che i tassi negativi sulle aste TLTRO servono ad agevolare il funding bancario che oggi vede un inaridirsi rapidissimo del canale obbligazionario (praticato con disinvoltura truffadina in Italia come in nessun altro paese non solo dell’euroarea ma OCSE, rifilando oltre 70mld di subordinate per lo più a clienti retail invece che istituzionali), e a questo fine anche le scassate possono partecipare alle aste in pool con le più forti. Vediamo se come collaterale sarà possibile apportare in garanzia in BCE obbligazioni subordinate bancarie. Ma ripeto: i TLTRO a tassi negativi sono al più un aiutino al funding per banche scassate che devono affrontare intanto oltre all’impossibilità di emettere obbligazioni come prima anche la fuga dei depositi, ma a MPS o Carige ed altre italiane non danno una minima mano per la ricomposizione delle passività. A fronte di tutto questo, le pagine che domani troverete sui giornali sotto lo slogan “ma i tedeschi sono incazzati contro la BCE” sono la ripetizione del mantra che regolatori e sistema bancario vi propinano per allontanare da sé le responsabilità pesanti della situazione che ESSI – non i tedeschi – hanno creato in anni e anni di prassi collusive nostrane col regolatore domestico.

La verità è che la teoria monetaria cammina a tentoni, perché gli effetti di queste misure non ortodosse non sono misurabili facilmente ex ante né sono incorporati nelle serie storiche su cui si muovono i modelli econometrici della BCE, visto che in passato ad averle massicciamente usate c’è solo – con scarsa fortuna – il Giappone. E il caso FED non fa testo in Ue, perché da noi il risparmio delle famiglie partecipa molto meno ai mercati finanziari. Ma ormai passeranno anni, prima di smontare questa droga monetaria che distorce prezzi e mercato. Non stupiamoci, se i governi chiedono tantissimo a una BCE che ha già salvato l’Europa più volte, in questi anni, “comprando tempo” che la politica non ha saputo-voluto utilizzare. E’ una richiesta che serve a mascherare la scarsa propensione a interventi incisivi sulla finanza pubblica, sulla produttività in generale, e su un sistema del credito che non sia degli “amici per gli amici”.