Il premier, Salvati e i liberali—di Nicola Rossi
La politica italiana è di per sé piuttosto difficile da decifrare. Ogni sforzo dovrebbe essere fatto quindi per renderla, al contrario, pienamente intellegibile ai cittadini ed agli elettori. Non va in questa direzione, purtroppo, il recente articolo di Michele Salvati (“Un leader liberale per la sinistra”, Corriere della Sera del 3 novembre scorso) che descrive il presidente del consiglio come un liberale e anzi, per essere più precisi, come un liberale e non come un socialdemocratico. Pensiamo che sia una descrizione non corrispondente alla realtà delle cose. Ma prima di chiarire il perché, una premessa è necessaria.
Le righe che seguono non sono un apprezzamento o una critica dell’operato del governo e/o della figura del presidente del consiglio. Non è questo, infatti, il punto in discussione. Avere come proprio punto di riferimento la cultura liberale non può essere inteso, infatti, come una medaglia da appuntare sul petto proprio o di altri. Molto più prosaicamente, implica avere una visione della società ed informare ad essa le proprie strategie e le proprie scelte. Essere liberali non è un merito o un demerito: è semplicemente un modo di leggere se stessi e la società che abbiamo intorno. Si può tranquillamente essere leader politici di prima grandezza senza essere liberali (anche se, evidentemente, una presunzione molto diffusa sembrerebbe negarlo).











