5
Nov
2014

Dietro lo schiaffo di Juncker c’è una novità politica: sui 30 miliardi di risanamento rinviato con la legge di stabilità

Che cosa è successo davvero ieri? Come si spiegano le parole del neo presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker, espressioni molto dure verso il premier Matteo Renzi, durissime addirittura se si tiene conto che Juncker è un politico di lunga esperienza e pelo sullo stomaco, totalmente disavvezzo a perdere la calma e a usare espressioni forti, se non sulla base di un preventivo consenso acquisito e di forti appoggi? A queste domande due sono le risposte possibili. La prima è che la risposta a brutto muso a Renzi di Juncker – “non sono a capo di una banda di burocrati, tu forse sì” – dipenda dai numeri, dall’aggiornamento delle stime di crescita che Bruxelles ha diramato ieri per l’Italia e l’Unione europea. La seconda è che ci sia una novità politica sin qui imprevista, un mutato atteggiamento verso Renzi non tanto di Bruxelles, quanto di Berlino che di Juncker è punto di riferimento, visto che alla Merkel deve l’incarico. Con ogni probabilità, le due risposte si sommano.

 

Quanto sono diversi i numeri di Bruxelles? In effetti, ieri la Commissione europea ha corretto al ribasso le stime sull’Italia. Mentre Irlanda, Grecia e Spagna meritano il plauso – e c’è da riflettere che l’Irlanda veda il Pil crescere nel 2014 del 4,6% dopo aver rischiato il default bancario perché mantiene il totale delle entrate pubbliche inchiodato al 35% del Pil, mentre noi siamo al 49% – l’Italia secondo Bruxelles nel 2014 avrà un Pil a -0,4% e un deficit al 3%. Il prossimo anno il deficit resterà al 2,7%, contro il 2,6% previsto dal governo, e un debito pubblico che passerà dal 132,2% del Pil nel 2014 al 133,8% nel 2015. Sono tutte stime peggiori di un decimo o qualche decimo di punto di quelle ufficiali del governo italiano. Se dovessimo stare a questi discostamenti, la risposta diventerebbe: no, non può essere per questo che Juncker ieri improvvisamente, da neo presidente della Commissione Europea sul quale Renzi faceva affidamento rispetto al “cattivo” Barroso uscente, improvvisamente muta registro e riserva al premier italiano parole corrosive, che un presidente di Commissione Euuropea non rivolge al premier di un grande paese membro se non a nome di quella che ritiene la maggioranza delle euro-capitali. Ma c’è un però: ai discostamenti su stime di crescita e cosneguenti effetti su saldi pubblici e debito si somma una riserva, che deriva dall’impianto della legge di stabilità.

 

Si torna a minacciare una procedura d’infrazione? Formalmente, è più che possibile. Sostanzialmente, Renzi è persuaso di aver stipulato un patto politico co Merkel e Juncker, basato sulla comune valutazione che è meglio per tutti evitarlo. Ma questi patti orali valgono quel che valgono. La settimana scorsa, quando il governo italiano ha concordato con il vicepresidente della Commissione Katainen un’ ulteriore correzione del deficit per circa 6 miliardi rispetto alla versione originaria della legge di stabilità, la Commissione NON ha dato l’ok definitivo, ma con riserva rispetto alla stime di crescita aggiornate che la Commissione ha reso note ieri. Al netto delle considerazioni tecniche, significava e significa che la Commissione ha facoltà di rivolgere ulteriori richieste al governo italiano, visto che le stime di crescita e debito risultano leggermente peggiorate. Il patto europeo di stabilità e crescita prevede che i paesi inadempienti alle raccomandazioni della Commissione, in caso di violazione del limite del 3% di deficit pubblico, siano tenuti a un deposito infruttifero pari allo 0,5% del Pil (8 miliardi di euro), che diventa vera sanzione da pagare dopo 2 anni di violazione persistente. In realtà non è praticamente mai avvenuto, e in ogni caso bisognerebbe prima passare per il monito formale, poi per le raccomandazioni, poi per la violazione, poi per i 2 anni di persistente inadempienza: 4 anni di tempo. Il punto è un altro. Che il governo Renzi abbia sospeso la riduzione del deficit nel 2015 e rinviato a 2016 e 2017 il risanamento, per di più attraverso la stangata fiscale delle clausola di salvaguardia con l’IVA in crescita fino al 25%, porta l’Europa a non fidarsi che al 2017 l’Italia davvero , dopo 2 anni di ritardo, arrivi a un deficit zero corretto per il ciclo. Storicamente Bruxelles ha ragione: le clausole di salvaguardia fatte con aumenti pazzeschi di entrate sono impraticabili in un paese come il nostro strozzato dalle tasse. Significano solo rinviare il problema del risanamento a dopo evebntuali prossime elezioni, prima delle quali meglio non alzare le tasse. L’Europa non si fida dei nostri numeri. Scusate, con ragione. Quel che i media italiani si ostinano a non capire è che la legge di stabuilità rinvia a 206-2018 una correzione per via fiscale pari a ben 30 miliardi di euro, e al momento NON tocca in alcun modo gli stock di patrimonio pubblico per abbassare il debito. E’ molto rilevante la differenza tra quanto il governo Renzi dichiara in legge di stabilità per abbattere il debito – un risicatuissimo meno 0,1% – e quanto servirebbe – tra meno 0,7%  e meno 0,9%. Qui non si tratta di deificare i parametri e i numeretti europei: semplicemente la scelta della legge di stabilità non toccando in alcun modo gli stock è quella di scommettere sulla sostenibilità a occhi chiusi di un debito pubblico che NON verrà ridotto da aumenti del denominatore – il PIL – se non di frazioni di punto. Su questo, ha perfettamente ragione Luca Ricolfi a scrivere che l’errore della legge di stabilità è il suo essere non troppo coraggiosa, ma assolutamente rinunciataria. Sono le cifre delle tabelle governative, a dire che resteremo con 3 milioni di disoccupati per anni.

Il nodo politico. Fino a ieri, la lettura politica prevalente dei rapporti tra Renzi , Merkel e Juncker vedeva di fatto prevalere una specie di accordo non dichiarato. Berlino e Bruxelles concedevano di fatto all’Italia un trattamento morbidissimo, visti i molto più consistenti sforamenti francesi – loro dicono che non scenderanno sotto il 3% di deficit prima del 2017, e anche a loro non crede nessuno – che però i tedeschi non possono prendere di petto. Di fatto, il tono di Juncker di ieri introduce una modifica netta. Vedremo quanto sostanziale e duraturo. Di fatto, Berlino non ha gradito affatto che Renzi si sia schierato con Cameron nel no agli aumenti di contributo al bilancio Ue, dovuti al fatto che il nostro Istat ci è andato giù molto pesante, nel rivalutare il nostro PIl quasi del 4%. Per la Merkel e Juncker, Cameron è il nemico, col suo antieuropeismo tosto dovuto alla paura del populismo di Farage che ruba voti ai Tories, ma che finisce per scimmiottarlo. Renzi non si è reso conto, di aver esagerato su quel punto. Secondo, la Merkel in Germania sta in questi giorni affrontando la prima offensiva degli eurosettici antilatini di AfD, che non a caso aprono a esponenti della Cdu che esplicitamente pensano al dopo Merkel. Dunque, meglio esser tosti con Roma, per la cancelliera, più di quanto Renzi immagini. Terzo, Berlino ha occhi e orecchie a Roma: e anche i tedeschi vedono che Renzi è sottoposto a dure pressioni per riscrivere pezzi essenziali della sua legge di stabilità. Regioni, Comuni, Province, sindacati, Banca d’Italia, Ufficio Parlamentare del Bilancio, Corte di conti: in questi giorni tra audizioni parlamentari e piazze il governo incassa colpi seri all’impianto della finanziaria. E si sa come va in Italia: le finanziare assaltate vedono la spesa aumentare, e il deficit peggiorare. Indiscrezioni vogliono che Berlino pensi che NMapolitano non si deve assolutamente dimettere, se è il prodromo di nuova instabilità ed elezioni anticipate. Vedremo come risponderà Renzi: a Juncker, ieri, ha replicato con assai meno durezza di quanto lo avesse per primo attaccato. Ma,al di là del colore che piace ai media, è sulla sostanza, che non ci siamo affatto.

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12 Responses

  1. adriano

    “..non sono a capo di una banda di burocrati,tu forse sì..”Vero a metà.Lo sono entrambi.Irlanda 11,4%;Grecia 26,4%,Spagna 24,4%.Sono questi i numeri che contano,non quelli del PIL,una volta truccato,oggi grazie ai prodigi della tecnica,anche drogato.La crisi che conta è quella della disoccupazione e del malessere dei cittadini.Il resto sono numeri che valgono per i burocrati.Appunto.

  2. Mauro

    …THE SHOW MUST GO ON ! Gli interpreti della fiction, sul palcoscenico pubblico, recitano la partitura… I media diffondono comunicati e talk ben confezionati, la gente ingoia ciò che viene loro propinato… E intanto la “governance mondiale ” ( occulta) si avvicina al goal ! Disoccupazione in aumento, redditi e consumi stagnanti, ripresa solo sperata… La delusione è lo sconforto sara grande.. Ci rassegneremo a qualsiasi soluzione. Amen

  3. v

    Sull’immediato piano formale – ma non solo – la rabbiosa sortita di Juncker ripropone, in termini allarmanti, la questione della gravosa cessione di sovranità nazionale che appartiene, ormai, al pesante fardello di perdita d’autorevolezza e credito dell’Italia negli ambienti europei. Per onestà, non dovute a fattori esterni ma, comunque, incombenti e duramente penalizzanti.

    Da ultimo, la questione ha offerto questa inopinata faccia. Il Presidente della Commissione Europea, dall’alto d’una pretesa superiorità gerarchica, si sente autorizzato a strigliare il Capo di governo di uno dei paesi fondatori dell’Unione con toni di signore feudale verso un irrequieto vassallo. Piaccia o no, l’anomalia non è giustificabile. Ma entra nell’attualità che sembra aver smarrito il senso dei corretti rapporti tra un organismo esecutivo privo di rango statuale e i Paesi della comunità europea. Come presidente della Commissione Europea – in varie forme subordinata a prerogative e poteri dei Governi membri – Juncker non ha alcun diritto di ritenersi Capo d’un super-Stato continentale sovraordinato e dotato dell’autorità politica e morale che gli consenta di trattare Renzi con l’arrogante piglio censorio del primus inter minores. E, tutto sommato, a Renzi è andata meglio di quanto il supponente Juncker ha riservato – più o meno nella inedita messa in riga di altri…sudditi – al premier inglese.

    Non sembrano esserci dubbi che la successione a Barroso al vertice dell’Esecutivo europeo apra, in varie direzioni, prospettive da osservare con attenzione. Il lussemburghese, navigato protagonista ma anche vecchio arnese dell’eurocrazia radicata a Bruxelles e teleguidata da Berlino, deve la sua ascesa alla Merkel. In tutto e per tutto legato ad un patto di fedeltà che incrocia il PPE, con il suo peso politico, nel vivo dei problemi che la Cancelliera tedesca ha per il mantenimento della propria leadership e le crescenti difficoltà di contrasto del fronte degli euroscettici in diversi paesi europei. In Inghilterra, Francia, Italia e nella stessa Germania le preoccupazioni per la Merkel sono notevolmente aumentate.

    Il primo riflesso lo si avverte nelle avvisaglie del diverso atteggiamento di Juncker e della burocrazia europea nei confronti dei maggiori paesi ribelli. Nelle sferzanti deroghe alla felpata diplomazia del passato e nei più vistosi colpi sotto la cintura a Cameron, dopo il rifiuto della richiesta ultimativa d’aumento del contributo inglese al bilancio europeo. E a Renzi, con il plateale riferimento alla incoerenza double face di “certi premier” tra ciò che dicono nelle segrete stanze comunitarie e fuori. Ed anche a Le Pen, e ai greci.

    Questo per restare nell’ambito della strategia comunicativa inaugurata – e francamente sconcertante – al debutto della Commissione. Nella quale, a latere, appaiono significative, in netta prevalenza, cooptazioni di ferreo patrocinio tedesco mitigate da qualche new entry di compromesso o irrilevante contentino (l’italiana Mogherini). Che rinnovano in continuità l’ipoteca politica germanocentrica affidata più che mai alla gestione tutoria del fido Juncker.

    Tuttavia, il tema non si esaurisce negli aspetti formali dei nuovi rapporti delineati in questi giorni. E’ certo che sulle questioni sostanziali del rigore, della crescita, degli investimenti, dei vincoli di bilancio, della stringente supervisione (sino alle occulte interferenze di berlusconiana memoria) delle politiche economiche nazionali, Juncker non concederà margini di flessibilità. E l’Italia sarà più che mai sottomessa a stringenti condizionamenti. Purtroppo propiziati dalla drammatica situazione interna dei conti pubblici e dalla devastante inadeguatezza della politica di governo nei settori del lavoro, della spesa pubblica e dello sviluppo. Le ultime analisi europee diffuse non promettono niente di buono. Bruxelles valuta che siamo e resteremo con l’acqua alla gola almeno per i prossimi due anni. Con buona pace delle guasconate di Renzi, è quanto di peggio occorra per essere esclusi da ogni apertura di credito o benevola agevolazione in Europa.

    Non è difficile concludere che tutto ciò implica la riaffermazione della cospicua cessione di sovranità di cui si diceva all’inizio. E spiega realisticamente l’atteggiamento sprezzante assunto da Juncker verso Renzi. Contro cui – senza condizioni – occorre reagire con pieno titolo e rivendicare il rispetto dovuto all’Italia e al Governo che la rappresenta in Europa e nel mondo. Opportunamente ricordando al Presidente della Commissione i limiti istituzionali e personali del suo ruolo effettivo di tecnoburocrate con cappello di politico e non di autoreferenziale autorità supergovernativa. Ma, detto questo, è bene anche riflettere tra noi sulle reali premesse che espongono l’Italia a siffatte situazioni.

  4. Gaetano Criscenti

    Caro Giannino, ci risiamo con l’atteggiamento da primo della classe. Non è stando dietro ai tavoli delle redazioni, e neanche – meno che mai – impartendo lezioni dalle cattedre universitarie che si è contribuito a far divenire ricettacolo ed incubatore di tutti i mali italiani, che si cambia l’italia. Crede forse che qualcuno, lei o l’esimio acciglioso ed insopportabilmente nordista, prof. Ricolfi, avreste potuto fare meglio nell’affrontare il combinato disposto – che bei termini burocratici/universitari che tanto piacciono ai Ricolfi – delle leggi e regolamenti del parlamento italiano e dei blocchi sociali che tali leggi difendono? forse che lei e Ricolfi siete dotati di un nuovo tipo di bacchetta magica capace di far sparire d’incanto la tradizione di conservatorismo e di occhiuta volontà ricattatrice della ragioneria dello stato? o che possa d’incanto rendere veloci efficiente e leali gli uffici legislativi dei ministeri? o che abbia il potere di superare la costituzione ed imporre alle regioni un nuovo modo di gestire sanità e sprechi? O che abbiate per le mani il modo di rendere in 30 giorni effettiva e compiuta l’alienazione del patrimonio immobiliare dello stato? La legge di stabilità è poco coraggiosa per pensatori che mai hanno convinto fuori delle ristrette mura degli istituti di sociologia di Torino? forse è così, ma, cosa che i professori alla Ricolfi, noti in patria – Torino – e sconosciuti fuori , dimenticano, è che c’è il piccolo ed irrisolvibile problema dei numeri: non quelli che il grande professorone trae dalle sue telefonate agli amici imprenditori per sapere quanti assunti si avrebbero con le sue idee – mi ricorda qualcuno, chissà chi?- ma quelli che ci sono in parlamento, e che avevano condotto il tenace Letta ad arenarsi sulla spiaggia del nonfarenulla e così nonsbagliniente. Già, i numeri che furono ostacolo impossibile per Bersani, Letta, oggi sono dimenticati dai soloni alla Ricolfi. E lei, Giannino, nella sua furia intellettualistica, legge queste teorie balzane e deboli come fatti, e non riesce a vedere che Juncker e la Merkel, stanno semplicenmente cercando di attaccare l’anello che loro ritengono debole, di un possibile futuro asse Anglo/Franco/Italiano. Certe volte la semplicità è invisibile!!!

  5. Gaetano Criscenti

    eda ggiungo che la frase rivelatrice,nel discorso di Juncker, è contenuta alla fine dell’intervento, quando accenna al fatto che Renzi e Cameron, sono loro ad avere problemi con altri capi di stato, non lui!!!! Se fossimo agli esami, a lei la rimanderei al mese successivo, e al Ricolfi un bel 13 come massimo.

  6. Marco

    Scusi Oscar ma concordo pochissimi sulla sua diagnosi.
    Politicamente coi problemi che abbiamo davanti, come europei, penso che si vada consolidando in Europa l’idea che chi sta in Europa non è un primo attore ma un collaboratore che si impegna per far marciare la macchina senza protagonismi e se non con efficacia almeno con efficienza. quindi un lavoro di gruppo serrato, da sgobboni (mediani visto che per ora di Maradona in squadra ce ne sono punto più che pochini). Lo splendido isolazionismo Cameroniano sta virando in isolamento e col referendum verrà sancito l’annullamento (non il divorzio) fortunatamente senza trauni perché l’Europa ne avrà una economia e molto meno rotture di scatole anche perché loro cercheranno di diventare il nodo logistico di India e Cina per l’Europa (tutto da verificare dopo un’uscita).
    Renzi ha puntato sul cavallo sbagliato indisponendo la comunità già irritata, non troppo da grande statista (la strada della Mogherini sarà in salita).
    Poi come giustamente dice lei, visto che hanno occhi e orecchie non solo a Roma, Renzi dice “ce ne faremo una ragione” all’uscia di Cottarelli Eh no! i tagli alla spesa sono l’asset principale di un terzo mondo debole nella lotta all’evasione fiscale come l’Italia. Poi una manovra bizzarra a debito per canalizzare 80 euro imbastendoci sopra un debito che molto più utilmente avrebbe potuto aumentare consumi ed occupazione con un piano di riassetto idrogeologico su cui nessuno avrebbe avuto da ridire in Europa e nemmeno i comuni e le regioni coinvolte visto i morti e le opinioni pubbliche. Una cervellotica riforma del senato di cui non si sa nemmeno bene di cosa farsene (forse meglio cancellarlo semplicemente?). Superficialità confermata da una cancellazione solo virtuale delle province. Superficialità reiteratamente confermata da un patto del nazareno ridicolo e logorante con revisioni sistematiche e logoranti di annunci, revisioni, smentite e ricatti. PER L’EUROPA IL NUOVO CHE AVANZA HA IL VOLTO DELLA CONTINUA INCOMPETENZA E SUPERFICIALITA’ DEGLI ULTIMI LUSTRI DI UN PAESE IN CADUTA LIBERA
    by the way da un paio d’anni (oltre 26 mesi) la Francia sta recuperando competitività e questo si vede nel loro aumento dei salari (cioè i fondamentali macroeconomici produttività e stock di debito pubblico sono di gran lunga migliori di quello italiano) il finanziere Serra ed il giovine Renzi sapranno mai lavorare su questi due dossier oltre ad esibirsi alla Leopolda per ben 3 giorni? Angea e Junker vogliono concentrare l’attenzione sui risultati piuttosto che sugli annunci Silvio style. Perché sanno che FACTS SPEACK LOUDER THAN WORDS looking forward for italian citizens understanding

  7. Alberto

    Riflettete pure, per carità, sono piu’ di due lustri che riflettete e non sembra abbiate prodotto granchè.
    Se guardiamo al nostro interno, vi è un grande problema di credibilità in capo a coloro che si sono stracciate le vesti per tutti questi anni al fine di difendere l’indifendibile, ovvero la UE e l’euro. Lo avete fatto a dispetto di tutto, dal buon senso alla logica, in spregio a tutte le regole di democrazia e con la piena consapevolezza strategica che sarebbe stato necessario cancellare una intera classe media produttiva per imporre questa ideologia malata, pensando che gli interessi dell’Italia fosse uguali a quelli della Germania.
    Si prenda pur tutto il tempo che vuole, tanto non vi è piu’ nulla in piedi: giorno piu’ o giorno meno, anno piu’, anno meno ormai non fa piu’ grande differenza.

  8. Francesco_P

    La questione di fondo è l’incapacità dell’Italia di riformarsi, non i vincoli europei. Infatti, con o senza Europa, con o senza euro, con piena o parziale sovranità, il risultato non cambia: l’Italia irriformabile è destinata ad un default catastrofico che creerà problemi terrificanti all’economia mondiale.
    Non è solo l’Europa che non si fida dell’Italia: la diffidenza è generale e i capitali tendono a stare alla larga per l’impossibilità di fare impresa nel Paese.
    Renzi, che pure è in carica da diversi mesi e il cui governo gode persino di una sorta di tacito e sofferto appoggio esterno (leggi Patto del Nazareno e eutanasia di FI), finora è riuscito a fare solo modeste ed incomplete “riformine”. Sono mesi che la politica è bloccata sul famoso articolo 18 mentre non si affrontano temi come le società municipalizzate e le partecipazioni pubbliche, comprese le fondazioni bancarie. Ci si guarda bene dal mettere in atto la cessione ai privati della RAI, non si cancellano gli enti inutili, non si snellisce la burocrazia.
    Il peggiore sgarbo che l’Europa potrebbe fare all’Italia sarebbe quello di cacciarla dall’euro e dalla UE: l’Italia lasciata nuda e sola ad affrontare le conseguenza del suo conservatorismo, delle paturnie dei suoi politici e della presunzione dei suoi burocrati.

  9. Roberto

    Egregio,

    aggiungo che Renzi aspetterà la troika per fare quello che non può e non vuole fare per preservare consensi a 360°, dalle caste varie ai consensi del pubblico.
    I cattivi arriveranno e faranno quello che è scomodo per tutti i politicanti cosi la copla sarà loro. Comunque i cittadini continueranno a soffrire.
    Tipico è un dejavù…
    R

  10. Piero

    Junker ? ma è lo stesso che ha costruito un paradiso fiscale legalizzato al 50% ed illegalizzato al 50% a beneficio delle multinazionali e dei ricchi e di mezzo milione di lussemburghesi mantenuti dalle tasse altrui ? mizzega : ma da che pulpito vien la predica !!! ci volevano gli Americani a farlo fuori (così come mandarono via Berlu quando x altri motivi diventava un problema).. e gli europei masochisti lo avevano eletto lo stesso e tutti i media tacevano (incluso voi) anche se tutti sapevano tutto.. PS: 30 mld la Fed Boj Boe li stampano in 3 minuti.. solo alla Bce fan tanto casino x colpa dei tedeschi.. ricordati : moneta = debito.. e se sai come funziona un qualsiasi stato patrimoniale di una qualsiasi banca commerciale in tutto il mondo da qualche centinaio di anni allora sai che è vero.. altrimenti 6 un economista dimezzato.. come il Visconte di Calvino.. ciao con simpatia polemica.. Piero

  11. dario villa

    Non è affatto un buon dato, anzi, dopo i sacrifici fatti da imprese e cittadini negli ultimi anni, ild ato è piuttosto preoccupante”: è il commento dell’imprenditrice reggiana Stefania Bigliardi sui dati comunicati da Bankitalia che hanno visto il debito pubblico italiano salire ad aprile di altri 26,2 miliardi, raggiungendo un nuovo massimo storico a quota 2.146,4 miliardi di euro”. “La quota di incremento corrisponde per 11,3 miliardi al fabbisogno delle amministrazioni pubbliche e per 15,4 miliardi all’aumento delle disponibilità liquide, che hanno raggiunto i 77,4 miliardi a fine aprile” spiega l’imprenditrice reggiana.

    http://www.sassuoloonline.it/2014/06/16/stefania-bigliardi-nuovo-record-del-debito-pubblico-ad-aprile/

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