31
Ago
2026

La meritocrazia non si decreta: bisogna rimuovere gli ostacoli che le impediscono di affermarsi

Riceviamo e volentieri pubblichiamo da Luigi Capoani e Silvia Fusar Bassini

Negli ultimi anni la meritocrazia è diventata una delle parole più utilizzate nel dibattito pubblico italiano. Ogni governo promette di valorizzare il talento, ogni riforma dichiara di voler premiare i migliori e ogni concorso afferma di essere costruito secondo criteri di imparzialità. Eppure la percezione diffusa, soprattutto tra i giovani, è che il merito continui a rappresentare un’eccezione piuttosto che la regola: nel Meritometro 2025, indice che misura lo stato del merito in Europa, realizzato dal Forum della Meritocrazia con Deloitte, l’Italia si colloca ultima su 12 Paesi europei con un punteggio di 27 su 100, lontanissima dai paesi scandinavi che registrano punteggi intorno ai 60 punti su 100.

Forse il problema è stato affrontato dal punto di vista sbagliato. Si continua a discutere di come selezionare i migliori, mentre si riflette molto meno su ciò che impedisce ai migliori di emergere. Una società meritocratica non nasce perché vengono istituiti nuovi premi o nuove graduatorie. Nasce quando vengono eliminate le barriere che limitano la possibilità di competere.

Le barriere invisibili

Non tutte le barriere sono normative. Alcune sono culturali, altre organizzative, altre ancora derivano da procedure amministrative sempre più complesse.

Per un giovane ricercatore possono voler dire anni di precariato prima di ottenere una posizione stabile: secondo la XII Indagine dell’Associazione Dottorandi e Dottori di Ricerca in Italia, l’86,5% delle posizioni post-doc oggi attive scadrà entro luglio 2026, spesso senza alcuna reale prospettiva di stabilizzazione. Per un imprenditore possono tradursi in autorizzazioni, adempimenti e tempi incompatibili con la velocità del mercato: la Banca Mondiale colloca l’Italia al 98° posto al mondo per facilità di avvio di un’impresa, tenendo in considerazione valori come il numero di procedure necessarie, i giorni e i costi previsti. Per un professionista significano percorsi di accesso sempre più lunghi e costosi: secondo i dati OCSE relativi alla regolamentazione del mercato dei prodotti, in Italia le barriere all’ingresso nei settori dei servizi e delle professioni altamente regolamentate sono tra le più elevate della zona OCSE, con impatti negativi sulla produttività e la concorrenza.

A queste difficoltà si aggiungono dinamiche ancora più difficili da misurare: reti relazionali, meccanismi di cooptazione, logiche di appartenenza e selezioni poco trasparenti. Non è necessario immaginare sistemi illegali di raccomandazione per comprendere come, in molti contesti, conoscere le persone giuste possa risultare più importante che possedere le competenze migliori: nel rapporto Giovani 2024, curato da Eures per il Consiglio Nazionale dei Giovani, le raccomandazioni risultano appena dietro alle competenze personali tra i fattori che regolano l’ingresso al mercato del lavoro, arrivando a superarle per le donne.

Quando il rischio diventa immobilismo

Negli ultimi decenni si è affermata una tendenza crescente a regolamentare ogni aspetto della vita economica e amministrativa. Ogni problema genera una nuova procedura, ogni eccezione una nuova autorizzazione, ogni criticità un nuovo controllo: il costo annuo sostenuto dalle imprese italiane per gestire i rapporti con la pubblica amministrazione è pari a 57,2 miliardi di euro, ovvero il 3,3% del PIL, e il 74% delle imprese giudica la complessità delle procedure amministrative un problema grave, contro il 66% della media UE.

L’intenzione è spesso condivisibile. Il risultato, però, è che il costo di ingresso aumenta continuamente.

Chi dispone già di una struttura consolidata riesce ad assorbire questi costi. Chi deve ancora entrare nel sistema, invece, li affronta da solo. La conseguenza è un progressivo irrigidimento della mobilità sociale ed economica: secondo l’OCSE in Italia servono in media 5 generazioni perché i discendenti di una famiglia collocata nel decile di reddito più basso raggiungano il reddito medio nazionale.

In questo contesto il talento perde importanza, perché la difficoltà non consiste tanto nel dimostrare il proprio valore quanto nel riuscire ad accedere alle opportunità. Non stupisce che, tra il 2011 e il 2024, circa 630.000 giovani tra i 18 e i 34 anni abbiano deciso di lasciare il Paese: secondo il CNEL tra le cause principali figurano proprio la scarsità di opportunità lavorative e la percezione di un sistema che premia più l’appartenenza del valore individuale.

Il problema delle rendite

Ogni sistema tende naturalmente a difendere gli equilibri esistenti. Accade nella pubblica amministrazione, nelle professioni regolamentate, nell’università, nelle grandi organizzazioni e, più in generale, in tutti gli ambienti nei quali chi prende le decisioni appartiene già al sistema che dovrebbe rinnovare.

Non si tratta necessariamente di cattiva fede. È un fenomeno ampiamente studiato dall’economia delle istituzioni: ogni organizzazione sviluppa incentivi che favoriscono la conservazione dello status quo.

Il risultato è che l’innovazione incontra inevitabilmente resistenze. Nuove idee, nuovi operatori e nuovi modelli organizzativi vengono valutati con maggiore diffidenza rispetto a chi è già conosciuto e inserito nelle reti decisionali.

La meritocrazia richiede mercati aperti e istituzioni aperte

Per questa ragione la meritocrazia non può essere costruita esclusivamente attraverso concorsi migliori o criteri di valutazione più sofisticati.

Occorre intervenire sulle condizioni di accesso.

Ridurre gli adempimenti inutili, semplificare le procedure rendere più trasparenti le selezioni, limitare la discrezionalità amministrativa, favorire la mobilità tra istituzioni e rendere realmente contendibili le posizioni significa aumentare le probabilità che il merito emerga spontaneamente.

Il punto non è garantire il successo a tutti. Nessun sistema può farlo. Il punto è garantire che il successo dipenda il più possibile dalle capacità e il meno possibile dalle conoscenze personali, dall’appartenenza a determinate reti o dalla capacità di orientarsi dentro procedure sempre più complesse.

Dal culto del merito alla libertà di emergere

Forse il dibattito italiano dovrebbe smettere di chiedersi come premiare i migliori e iniziare a domandarsi perché, troppo spesso, i migliori fatichino perfino a entrare in gioco.

La meritocrazia non è una politica pubblica. È il risultato di istituzioni aperte, regole semplici, procedure trasparenti e mercati nei quali nessuno possa considerare la propria posizione definitivamente acquisita.

Finché continueranno a esistere barriere burocratiche, rendite di posizione, selezioni opache e meccanismi che premiano l’appartenenza più dell’innovazione, il talento resterà una condizione necessaria, ma non sufficiente.

La sfida non consiste nel creare nuovi sistemi per misurare il merito. Consiste nel costruire un Paese nel quale il merito abbia finalmente la possibilità di manifestarsi.


Luigi Capoani è economista, ricercatore e docente di Economia Internazionale presso l’Università Ca’ Foscari Venezia. Ha conseguito il dottorato di ricerca in Economia presso l’Università di Salerno. È un esperto riconosciuto a livello internazionale nello studio dei sistemi complessi e dei modelli di gravità. È fondatore e presidente dello European Youth Think Tank (EYTT), organizzazione indipendente che promuove ricerca interdisciplinare, innovazione e cooperazione scientifica internazionale. Si occupa di economia internazionale, politica industriale, innovazione, sistemi monetari e trasformazione digitale.

Silvia Fusar Bassini è analista dello European Youth Think Tank (EYTT). Si occupa di economia, innovazione, trasformazione digitale e politiche pubbliche, con particolare attenzione all’impatto delle nuove tecnologie sulla governance economica, sui sistemi finanziari e sulle relazioni internazionali.

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