Per una riforma del gioco del calcio in senso liberale
Riceviamo e volentiri pubblichiamo da Daniele Vecchi
Questo post ha natura puramente provocatoria e probabilmente è frutto della nostalgia che s’insinua subdolamente con l’età.
In una recente intervista hanno chiesto a Rivera di ricordare il gol del 4-3 alla Germania a Messico 1970 e il famoso golden boy ha replicato: “Passaggio di Boninsegna e faccio gol: 4-3. Ma sa una cosa? Oggi non l’avrei fatto”. “Avrei dato il pallone indietro a Boninsegna, che l’avrebbe dato indietro a De Sisti, che l’avrebbe dato indietro a Facchetti, che l’avrebbe dato indietro al portiere Albertosi. Oggi si gioca così…”.
Certamente una frase paradossale, ma che rispecchia lo stato d’animo di chi ha visto il calcio totale dell’Ajax di Michels, del Milan di Sacchi/Capello, del Liverpool, del Manchester United di Sir Alex Ferguson, del Barcellona di Guardiola e di tante altre grandi squadre.
Paradossalmente il calcio, stando ai numeri, è in grande salute, godendo di spettatori crescenti, diritti televisivi in aumento, merchandising che cresce e file di sponsor. Ma lo spettacolo credo non sia più allo stesso livello. La mia impressione è che le persone amino l’esperienza di andare allo stadio in compagnia, pizza e birra davanti alla TV, ma poi per quanto riguarda la partita in sé ci sia parecchia sonnolenza, e gli highlights siano sufficienti.
In questo post vorrei dare libero sfogo ad alcune idee su come si potrebbe migliorare lo spettacolo, mutuando le classiche idee liberali di deregolamentazione, ampiezza del mercato, meritocrazia, responsabilità individuale, regolatore meno invasivo.
Premessa
Per caratteristiche il calcio è paragonabile ad altri sport come basket, rugby, pallamano, pallanuoto, con la complicazione che si gioca coi piedi. Azione continua, contatto fisico, riferimento alla propria posizione, a quella della palla e dei compagni/avversari, gioco di squadra ma con la possibilità di esprimere il proprio talento: sono gli ingredienti che rendono questo sport incredibilmente bello da giocare e possibilmente da vedere.
L’altra grande differenza rispetto agli altri sport paragonabili è che il calcio non incorpora regole che incentivino il gioco d’attacco, se non il sistema introdotto qualche anno fa dei 3 punti per la vittoria. Il basket, ad esempio, ha regole che incentivano l’azione d’attacco, e l’introduzione del tiro da 3 punti fu un cosiddetto game changer. Lo stesso dicasi del rugby, dove l’obbligo di passare la palla all’indietro spinge naturalmente ad avanzare il baricentro della squadra in possesso dell’ovale.
Cosa cambiare?
- Linea del fuorigioco spostata all’altezza dell’area di rigore
- Risultato che segue una logica di punteggio e non di gol
- Il rigore viene battuto da chi subisce il fallo
- Il portiere non può ricevere la palla dai propri compagni di squadra più di due volte consecutive
- Espulsioni a tempo e non per tutta la durata della partita
- Cambi illimitati
- VAR a chiamata
La linea del fuorigioco attuale, a metà campo, condizione necessaria per stabilire se un giocatore sarà o no in fuorigioco, porta le squadre a comprimersi in 30-40 metri. Ovvio che il gioco tenda a svilupparsi in orizzontale o all’indietro verso il portiere, che per inciso in alcune squadre effettua 30-40 passaggi a partita. Economicamente è un caso di eccessiva regolamentazione e limitazione del mercato contendibile. Non dico di abolire il fuorigioco, ma spostare la linea all’altezza dell’area di rigore sarebbe quantomeno da sperimentare.
Oggi il risultato di una partita è funzione dei gol segnati. In un sistema premiante, tipo il tiro da 3 punti nel basket, che incentivi l’assunzione di rischio, i gol dovrebbero avere un peso diverso: un gol su azione vale più di un gol su rigore, magari accordato per un fallo di mano discutibile. Si ridurrebbero anche le simulazioni, in maniera drastica.
Nel basket spesso si usa la strategia di commettere fallo su giocatori che sono mediamente più scarsi nel tiro libero. Se i tiri liberi potessero essere effettuati da qualsiasi giocatore, il sistema sarebbe iniquo. In un’ottica di responsabilità personale e meritocrazia, chi subisce il fallo dovrebbe calciare il rigore. Ovvio che in caso di incapacità fisica a battere il rigore, a causa dell’infortunio conseguente al fallo, si ricorrerebbe a una soluzione alternativa.
Da italiani abbiamo tutti bellissimi ricordi del 1990 e di quel mondiale giocato in casa. Non tutti però ricordano che furono proprio gli escamotage difensivi delle squadre — Italia compresa — a indurre un cambiamento di regole: da allora il portiere non può più raccogliere la palla con le mani se gli viene passata coi piedi da un compagno di squadra. Come detto sopra, oggi il portiere tocca un numero di palloni paragonabile a quello dei compagni di squadra, e la cosa genera un generale arretramento dell’azione. Si potrebbe argomentare che lo fanno per costringere l’avversario a esporsi per recuperare la palla, ma non funziona così. Di fatto il portiere diventa custode di un capitale, il pallone, che viene utilizzato male: una sorta di misallocation di risorse, in termini economici. Quindi, perché non limitare il numero di passaggi consecutivi al portiere?
L’espulsione nel calcio conduce a una disparità di forze in campo. Si dirà che è il prezzo da pagare per un comportamento gravemente scorretto. Vero, ma come sempre c’è un costo dietro ogni scelta: lo spettacolo tende a scadere perché la squadra in inferiorità numerica si arrocca in difesa. Ci sono trade-off anche nel calcio. La soluzione potrebbe essere un’espulsione, ma con la possibilità di rimpiazzare il giocatore espulso, oppure espulsioni di 5 minuti con rientro in campo dopo aver scontato la penalità.
L’obiettivo di incrementare o mantenere una produttività elevata non è solo economico: lo si può perseguire anche nel calcio. Con cambi illimitati il gioco rimarrebbe molto più avvincente e combattuto. Lo si è già visto con le 5 sostituzioni al posto delle 3 originarie; in passato erano addirittura 2.
Sono ampiamente a favore della tecnologia, e il VAR può fare tanto nell’evitare errori gravi. La dicotomia tra la situazione attuale e il VAR a chiamata è molto simile alla differenza tra ordinamenti che prevedono l’obbligatorietà dell’azione penale e ordinamenti che ne prevedono la discrezionalità. I secondi mi sembrano nettamente più efficienti e focalizzati su obiettivi chiari. Funziona così nel football americano.
Conclusione
Il calcio muove interessi economici e sociali importanti. È un momento di svago per le famiglie e le persone in genere, ma sembra aver perso quella capacità di emozionare e di tenerci incollati alla TV per 90 minuti. Un po’ di fantasia tra le varie associazioni calcistiche e qualche piccola riforma potrebbero ridare interesse ancora maggiore a questo sport.
















