Paranoia e politica
Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Serena Sileoni uscito oggi su Lisander
Ho letto con grande interesse i numerosi e autorevoli contributi su Peter Thiel e la sua versione dell’Anticristo pubblicati su Lisander. La newsletter mi ha richiamato alla mente un piccolo libretto di Richard Hofstadter, professore di storia americana alla Columbia University, che mi pare calzi a pennello per descrivere le intenzioni, più che la sostanza, delle predicazioni di Thiel.
Erano gli anni Sessanta, il maccartismo era appena alle spalle ma le due parti del mondo si guardavano ancora in cagnesco. Non c’era stato il Covid ad aver reso popolare il complottismo ma Hofstadter aveva già elaborato una teoria dello stile paranoide nella politica.
Il 21 novembre 1963, il giorno prima dell’assassinio del presidente Kennedy che, per ironia della sorte, avrebbe generato un’abbondanza di ricostruzioni complottistiche, Hofstadter tenne alla Oxford University la “Herbert Spencer Lecture” dedicata allo Stile paranoide nella politica americana, oggi leggibile in italiano come libretto Adelphi o in inglese nella sua versione originale pubblicata dalla Harper’s, anche online.
Per Harper’s, appunto, uscì nel numero di novembre 1964, durante la campagna per le presidenziali che vide fronteggiarsi Goldwater e Johnson. Il saggio aveva dunque un tono anche elettorale. Anche ma non solo. Richard Hofstadter era stato iscritto da giovane al partito comunista ma ne era uscito molto presto, simpatizzava apertamente per i dem e apparteneva all’area liberal del pensiero americano. È un dettaglio importante, perché lo stile paranoide di cui parla è quello che aveva osservato dal vivo col maccartismo e che, riteneva, sarebbe potuto proseguire in caso di vittoria repubblicana alle presidenziali. Ma nel saggio quello stile viene generalizzato attraverso l’analisi di precedenti storici che fanno, appunto, di una descrizione dell’azione politica una piccola teoria: il mistero Illuminati di Baviera, l’antimassoneria degli anni Venti dell’Ottocento, il nativismo anticattolico.
Il maccartismo era solo l’ultima manifestazione di un metodo, uno stile appunto, politico che si basa su alcune costanti. In primo luogo, la centralità, nel discorso pubblico, di una cospirazione ampia e losca da stanare. Complotti e cospirazioni appaiono “la forza motrice” della storia, come se la storia si riducesse a essere il frutto di quelli. In secondo luogo, il mancato riconoscimento dell’avversario politico. Se c’è una cospirazione da sventare prima che sia troppo tardi, il paranoico non riconosce il valore dello scontro politico come dialettica e dell’avversario come contendente, ma l’una come lotta definitiva e l’altro come nemico diabolico. Un nemico totale, che come tale va trattato ed eliminato, perché il nemico “è un perfetto modello di cattiveria”, “un attore libero” e “demoniaco”, “pone in essere da sé, anzi addirittura costruisce, il meccanismo della storia, oppure devia in maniera malvagia il normale corso della storia”.
Un terzo elemento dello stile paranoide è il fatto di collegare fatti in sé reali e veritieri con un postulato di fondo, che è appunto la minaccia incombente di un’unica cospirazione che lega quei fatti. A un certo punto del racconto, i fatti non sono più slegati o magari correlati, ma sono le tracce inequivocabili di un disegno minaccioso, così da chiudere ogni altra possibile valutazione della realtà. Il passaggio avviene con un salto logico, ma come tale necessariamente difeso: l’immaginazione che diventa visione politica.
Un elemento ulteriore dello stile paranoide è il richiamo delle forze del male. La storia, scrive l’autore, «è una cospirazione messa in moto da forze demoniache dal potere quasi trascendente, e si sente che per batterla c’è bisogno non dei soliti metodi di botta e risposta politico, ma di una crociata senza quartiere. Il rappresentante dello stile paranoide vede il destino di questa cospirazione in termini apocalittici: traffica con la nascita e la morte di interi mondi, di interi ordini politici, di interi sistemi di valori. In ogni istante presidia le barricate della civiltà. Vive costantemente a un punto di svolta: il momento per organizzare la resistenza alla cospirazione è ora o mai più». L’apocalisse, in Hofstadter, non è una metafora originale: è il materiale grezzo da cui parte, a cominciare da un discorso del 1798 del presidente di Yale, che legge la rivoluzione francese e la congiura degli Illuminati proprio attraverso L’Anticristo, il Dragone, la Bestia, il falso Profeta e, come lui, molti altri illustri cospirazionisti, a partire da Jedidiah Morse, il padre di Samuel Morse.
Nemmeno in Thiel, naturalmente, l’Anticristo è una metafora originale, ma torna utile per rinfocolare – e stavolta dalla parte dei vincenti più che dei perdenti – un sentimento coagulante: la paura. Una paura ancora più tremebonda se l’Anticristo non solo non ha le apparenze del Male, ma soprattutto se ha tante apparenze: è molte cose insieme e nessuna di esse con certezza: la burocrazia? I regolatori? Gli evangelizzatori dell’ecologia? I buonisti? I filantropi? È, in una parola, l’amministratore globale?
Fino a ieri, c’era una categoria del globale che veniva usata come spaventapasseri: il mercato. Inconsistente come il mercato rispetto ai mercati è l’amministratore rispetto agli amministratori. In entrambi i casi, l’uno idealizzato (e demonizzato) tanto quanto reali (e fallaci) gli altri.
L’Anticristo dalle tante facce di Thiel suscita ancor più dei precedenti di Hofstadter la paura della catastrofe (la stessa paura che gli smascheratori dell’Anticristo pretendono di sciogliere), perché la minaccia proviene da tanti fronti. Su questa paura si innesta quello che sembrerebbe un banale, banalissimo conflitto di interessi: pochi potranno garantire la sopravvivenza e trattenere l’umanità dal baratro in cui sia il successo che il fallimento dei piani dell’Anticristo la stanno spingendo. Chi si candida?
Peter Thiel non era ancora nato nel 1963. Ma la teoria dello stile paranoide sì. Forse la lettura di Hofstadter aiuterebbe, come sempre accade con la storia, a dare la giusta proporzione ai fatti e alle profezie.












