La necessità del garantismo
Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Lodovico Festa uscito oggi su Lisander
Concordo largamente con l’analisi di Nicola Zanon e quindi mi limito solo ad alcune osservazioni. Le forze che volevano confermare la riforma Nordio del sistema giudiziario erano in vantaggio quando fu indetto il referendum. Era infatti maggioritaria – così rilevavano i principali sondaggi – a livello nazionale l’opinione che l’Italia dovesse conformarsi alle regole di più o meno tutte le altre nazioni europee accettando la separazione radicale delle carriere tra pubblici ministeri e giudici.
Il fronte del “Sì” ha iniziato a perdere quando l’Associazione nazionale magistrati ha chiesto più tempo per discutere delle proposte referendarie e le forze della maggioranza di governo non hanno saputo rispondere a questa richiesta subito e in modo convincente.
Da quel momento in poi lo schieramento del “No” è passato all’offensiva con l’argomento che chi sosteneva la radicale separazione delle carriere nascondeva un’ispirazione sostanzialmente autoritaria evidente nella volontà di non lasciare il tempo per una discussione nel merito.
I gruppi dirigenti del centrodestra hanno rivelato anche in questa occasione di avere un certo deficit di cultura politica, e insieme di avere rapporti molto limitati con un establishment nazionale che avrebbe potuto rimediare a questo deficit, dimostrando così di essere in grado di condurre prevalentemente battaglie politiche (peraltro talvolta decisive e sacrosante) solo se semplici e non troppo articolate.
Ha pesato in questo senso, poi, anche la decisione di non costituire un vero centro unitario per condurre e coordinare la campagna del “Sì”, e non si è saputo così, anche grazie a questa scelta, sfruttare l’ampia area, non di destra ma garantista, a favore della legge Nordio. E alla fine si è lasciato prevalessero, nella propaganda per il Sì, insulti e argomentazioni rozze come per esempio che il caos del processo sui delitti di Garlasco era, ultra semplificando l’analisi, colpa della non separazione delle carriere.
Nella vittoria del “No” sono stati fondamentali due elementi: da una parte il recupero di elettori collocati nella cosiddetta area del non voto, quelli di un’ala ribellistica (o solo rabbiosa) che non vota alle politiche o alle municipali ma che ha finito per schierarsi contro una supposta scelta autoritaria. In questo senso bisognerebbe riflettere sugli orientamenti della cosiddetta generazione Z che è peraltro oggi anche l’anima delle tendenze proPal. Ha contato poi molto il comportamento dell’elettorato meridionale che in regioni decisive come la Campania e la Puglia, dove pure gli orientamenti moderati-conservatori hanno avuto nel passato un forte radicamento, il centrodestra pare non saper più competere con l’egemonia della sinistra. E così non solo si sono persi molti elettori preoccupati dalla forte presenza della criminalità organizzata, ma non si è colto neanche come le varie camorre, mafie e ‘ndranghete considerassero un rafforzamento di una “politica” che deleghi meno il governo del territorio a una magistratura organizzata corporativamente e che dunque possa sottrarre alla criminalità consenso sociale, più pericoloso persino di una repressione penale pur, peraltro, molto dura in questi anni.
Sono, inoltre, assolutamente condivisibili le riflessioni di Zanon sul fatto che alcune proposte centrali della riforma Nordio non saranno ripresentabili nel medio-lungo periodo dopo la sconfitta referendaria. Però l’impegno contro lo strabordare del ruolo della magistratura non deve cessare con la vittoria del “No”. Un rinnovato slancio liberalgarantista dovrà acquisire piena consapevolezza della lezione del referendum: da una parte essendo coscienti che quando si discute di “regole” l’atteggiamento deve essere di apertura e non improntato a una disciplina partitica irritante per ampi settori dell’opinione pubblica. Dall’altra parte tenendo conto anche di come una semplificazione propagandistica, non in grado di tener conto della delicatezza istituzionale di questioni come quelle legate al sistema giudiziario, sia tendenzialmente dannosa politicamente (e nel medio periodo sicuramente perdente) per chi la persegue.
In questo senso l’esigenza di un nuovo impegno liberalgarantista aperto e riflessivo, e non settario e propagandistico, richiede anche un soggetto capace di impostare e gestire questo indirizzo tenendo conto che le idee non sono “caciocavalli appesi” pronti all’uso, ma devono essere meditate ed elaborate. Non credo che nel medio periodo i partiti di centrodestra per come si sono storicamente determinati siano in grado di adempiere completamente a questo bisogno elaborativo e penso quindi che sarebbe assai utile impegnarsi a costruire una sorta di “cervello” del centrodestra (per esempio “un osservatorio” permanente e diffuso sul territorio) sulle questioni della giustizia capace di integrare l’elaborazione culturale non del tutto adeguata delle forze politiche dell’attuale maggioranza di governo.
Infine, per chi confida che nonostante tutto abbia ancora chance il processo d’integrazione europea ed è convinto in questo senso della necessità/possibilità di una Costituzione dell’Unione, non è irragionevole sperare che la questione di una vera organizzazione liberale e razionale della giustizia (reale solo se si separa strutturalmente magistrati giudicanti da quelli inquirenti), possa essere risolta su scala comunitaria














