8
Ott
2026

Riflessioni conclusive su un autore da leggere, nonostante tutto

Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Sergio Belardinelli uscito oggi su Lisander

Lisander prevede che chi scrive il pezzo d’apertura di un fascicolo scriva anche una replica finale. Ma in questo caso, più che di una replica, si tratterà di un breve commento e di qualche precisazione. D’altra parte diversi contributi, nello spirito di Lisander, prescindono completamente dal mio pezzo d’apertura, e la maggior parte degli altri lo utilizzano per lo più per approfondire alcuni aspetti che non ho considerato o che ho considerato soltanto superficialmente. C’è quindi assai poco da replicare e molto invece da imparare. Ma soprattutto c’è molta soddisfazione per l’interesse suscitato da Peter Thiel e per la qualità dei contributi che ci sono pervenuti in questi mesi.

Il lettore avrà notato che si tratta in larghissima parte di contributi critici, a volte molto critici, ma tutti animati dalla consapevolezza di avere a che fare con un autore che, per quanto controverso, sta come pochi altri al centro del cambiamento d’epoca che stiamo attraversando, incarnandone in modo emblematico, almeno secondo me, alcuni dei lati più inquietanti. Tra questi la crisi della democrazia liberale, i nuovi scenari geopolitici, il ritorno degli imperi e della guerra, la crisi degli organismi internazionali, la grande potenza tecnologica che, grazie alle intelligenze artificiali, sembra riconfigurare tutti gli ordini della vita, individuale, sociale e politica, nonché una certa tendenza a interpretare tutto questo sullo sfondo di categorie che appartengono alla religione cristiana – l’Apocalisse, l’Anticristo, il katechon – ma usate come se Cristo non ci fosse.

Siccome quest’ultimo aspetto, come dimostrano la quasi totalità dei contributi raccolti nel presente fascicolo di Lisander, rappresenta senz’altro il punto chiave per comprendere quella che Carlo Galli chiama la “teo-tecnologia” di Peter Thiel, le sue sfide, nonché i suoi limiti più vistosi, vorrei spendere in proposito qualche ulteriore, breve considerazione. Thiel, l’ho già detto nel mio saggio d’apertura, ha senz’altro il merito di sottolineare come negli attuali dibattiti sulla situazione del mondo permanga una «sistematica sottovalutazione della portata della violenza apocalittica». Per inciso, una settantina d’anni fa anche Guenther Anders, dopo il bombardamento atomico di Hiroshima e Nagasaki, parlò di “cecità apocalittica” (cfr. L’uomo è antiquato, 1956). Ma mentre Anders lo fece per scongiurare la reale e terribile possibilità di una distruzione totale, della quale a suo avviso sarebbero state imputabili anche le vittime qualora non avessero fatto tutto il possibile per evitarla, Thiel sembra farlo per dare forma a una sorta di “destino”, una teoria esoterica per pochi eletti sulla fine del mondo, dove l’Anticristo è colui che produce la fine e l’unico che nel contempo la può trattenere, il katechon appunto. È un po’ come se l’odierna tecnica fosse il problema e la sua soluzione. Rispetto alla sicura catastrofe che secondo Thiel si verificherebbe se l’Occidente, meglio, l’America, seguisse, poniamo, l’indicazione di Leone XIV a non spingere il progresso tecnologico fino alla più radicale dispiegamento in tutti i campi delle potenzialità dell’intelligenza artificiale, visto che certamente lo farebbero altri, è molto meglio salvare quel poco di libertà e umanità che resterebbe assecondando senza esitazioni questa tendenza estrema, generatrice certo di conflitti radicali, che però sono sempre da preferire alla “pace e sicurezza” garantite magari da uno stato mondiale.

Non nego che su questo punto si giochi una partita importantissima. Massimo De Angelis e Mario Tesini lo hanno evidenziato molto bene nei loro contributi, riconoscendo a Thiel il merito di aver posto il problema nella sua radicalità. Tuttavia, dopo l’attacco sconsiderato sferrato da Thiel la scorsa settimana a Leone XIV, accusato di essere, suo malgrado, un “utile idiota” per conto dei cinesi, soltanto perché costoro di sicuro non ascolteranno l’appello di “Magnifica humanitas” a non assecondare senza limiti lo sviluppo tecnologico, mentre potrebbero ascoltarlo in Occidente; dopo questo attacco, dicevo, aumentano ulteriormente le mie perplessità nei confronti della tendenza di Thiel a lasciare la sola tecnica come padrona della scena, visto che morale e politica, specialmente quella liberaldemocratica, sono diventate a suo avviso irrimediabilmente obsolete, non mi piace. Quanto al suo riferimento all’Apocalisse, sembra che serva più a coprire un progetto di potere che a fornire un’interpretazione realistica e non cinica della storia presente e del male che la segna. Come dice Andrea Venanzoni, siamo di fronte a una sorta di «politica internazionale privata, nel cuore delle dinamiche politiche americane».

Il saggio che Thiel ha scritto insieme a Sam Wolfe, intitolato The Pope and the Antichrist, pubblicato su “First Things” di Agosto/Settembre 2026, vorrebbe essere un invito a guardare senza “reticenza filosofica” l’Apocalisse che sta ormai arrivando a grandi passi, ma in realtà, per quanto si sforzi di coinvolgere a sostegno delle sue argomentazioni nientemeno che papa Ratzinger e Robert Spaemann, non mi pare che il saggio riesca nell’intento. In primo luogo perché, contrariamente a quanto sostengono Thiel e Wolfe, quando Benedetto XVI parla della crisi del nostro tempo e della chiesa non usa “allusioni”, né “messaggi in codice”; in secondo luogo perché non mi pare che la citazione di un passo Kantiano nell’ enciclica Spe Salvi (18), dove si parla dell’Anticristo, e la stessa enciclica possano essere derubricati a “parossismi apocalittici” misteriosamente trascurati dagli esegeti (con un’unica eccezione rappresentata, secondo Thiel, da Agamben); in terzo luogo infine, perché sono certo che né Ratzinger né Spaemann, che pure sono stati critici durissimi del “Weltethos” del teologo Hans Kueng, avrebbero mai accettato di identificarlo con l’Anticristo, come vorrebbero Thiel e Wolfe. L’Apocalisse è un discorso sulla salvezza non uno strumento per individuare amici e nemici. Meglio non incoraggiare insomma la tentazione, ben evidenziata nel contributo di Francesco Galofaro, a identificare l’Anticristo nei nostri avversari. «Politica non è apocalittica», direbbe in modo lapidario Dorf Sternberger

«Di fronte all’ora della tenebra come possiamo ritrovare fiducia nel futuro?»: questa la domanda che i due autori pongono all’inizio del loro saggio. Ebbene io non credo che per rispondere a questa domanda sia necessario dare un nome all’Anticristo. Questi è sempre tra noi e il suo potere si espande nella storia ogni volta che teologi, politici, preti, papi e gente comune gli offrono un pretesto per farlo. Ma proprio come dice Benedetto XVI nella Spe Salvi, «Ogni agire serio e retto dell’uomo è speranza in atto…un contributo affinché il mondo diventi un po’ più luminoso e umano e così si aprano anche le porte verso il futuro» (35). Secondo Benedetto XVI, solo la «grande speranza» che è Gesù Cristo ci dà questo coraggio di operare nonostante le difficoltà e i fallimenti, nonché la consapevolezza che «il nostro agire non è indifferente davanti a Dio e quindi non è neppure indifferente per lo svolgimento della storia».

Posso concordare con Thiel e Wolf sul fatto che «il nostro mondo abbia perso interesse per il proprio passato e fiducia nel proprio futuro»; lo stesso dicasi del fatto che il cristiano «sa che nulla dura per sempre, poiché questo mondo ha un inizio e una fine» e che «l’Apocalisse – la rivelazione di ogni segreto e la fine di ogni interpretazione – alla fine arriva». Transumanesimo, completa ibridazione uomo-macchina sembrano volerci dire che ci siamo quasi. Ma, per usare le parole di Thiel e Wolfe, «quando il tempo stringe e l’ora si fa tarda», davvero non possiamo fare altro che assecondare il nostro destino? Che significa? Il contributo di Lorenzo Ornaghi cerca di nobilitare in qualche modo questo interrogativo, sottolineando come, in ogni caso, «nessuna immaginazione del futuro, temuta o auspicata, può distogliere colpevolmente dall’agire nel nostro tempo». Ma ciò che manca a Thiel è esattamente quel “principio spirituale” che può guidare le nostre decisioni; sembra che dobbiamo semplicemente assecondare la potenza della tecnica, senza sapere nemmeno se in questo modo, uso un’immagine di Massimo Cacciari, stiamo combattendo «le iene dell’Anticristo» o stiamo invece salendo «sul loro carro». In realtà temo che per questa strada si finisca per scegliere la seconda opzione, come mostrano peraltro in modo molto convincente i contributi di Flavio Felice, Danilo Breschi e Lorenzo Zambernardi.

A questo proposito, qualche settimana fa, parlando al microfono di un podcaster evangelico, il Vicepresidente degli Stati Uniti, J. D. Vance, notoriamente amico di Peter Thiel, si è intrattenuto sulla fine del mondo, sull’Anticristo e sulla necessità che il politico cattolico faccia il più possibile la volontà di Dio: «Se questo porta alla fine dei tempi – ha dichiarato –, va bene; se porta invece a costruire un mondo che duri a lungo, va bene lo stesso». Insomma tutto sembra andar bene indifferentemente. Ma se per uno che si definisce cattolico può essere normale interrogarsi sulla fine dei tempi, non lo è altrettanto dichiarare che “va bene” anche se a procurarla dovesse essere il suo proprio operato. Chi intende fare la volontà di Dio non può prescindere dagli effetti che il suo operato ha sugli altri uomini. Per i cristiani l’Apocalisse annuncia una speranza che, contrariamente a quanto mi obietta Alberto Garzoni, è anche per me strettamente legata all’urgenza storica. Solo che questa urgenza riguarda ogni attimo della nostra vita, non un giorno particolare, quello della catastrofe finale, appunto. Meno che mai si può utilizzare la catastrofe dell’ultimo giorno per stabilire chi lavora per l’Anticristo e chi invece per tenerlo a freno.

Il Vangelo di Matteo (24, 36) ci dice che nessuno conosce quel giorno e quell’ora. Non sappiamo quando né perché. Meno ancora credo che spetti alla politica o alla tecnopolitica individuare l’Anticristo o autoproclamarsi katechon, la forza che, come dice Giovanni Giorgini «è positiva perché allontana il male, ma è negativa, perché, finché esercita la propria azione, il Regno dei cieli non può affermarsi su questa terra». È vero che i Padri della Chiesa riferivano questa forza all’Impero Romano. Nella Lettera ai Romani (13) Paolo lo considera come un’autorità voluta da Dio. Ma è pur vero che nell’Apocalisse di Giovanni (13) lo stesso Impero Romano è una potenza avversa a Dio. Difficile dunque attribuire il ruolo del “frenatore”, come dimostra peraltro Carl Schmitt che finì per inflazionarlo, tanti ne aveva individuati.

Non vorrei sembrare irriverente di fronte a una tradizione di pensiero che prende politicamente molto sul serio il tema del katechon, ma forse giova domandarsi se la figura di “colui che trattiene” non attribuisca troppo all’Anticristo e troppo poco a Dio. Come ho imparato da Henning Ottmann, non spetta all’Anticristo decidere quando Cristo tornerà; ciò è rimesso alla volontà di Dio. Semmai è Dio stesso a trattenersi. Quanto a noi cristiani, anziché affannarci troppo per il katechon, dovremmo forse pregare di più, riflettendo sulle nostre preghiere. In fondo nel Padre nostro diciamo «venga il tuo regno», non «il tuo regno venga trattenuto».

Un’ultima considerazione. Ho una diffidenza istintiva per ogni politica che si occupa di questioni “ultime”, ma mi rendo conto che spesso è la realtà a richiederlo. In questi casi una certa sensibilità apocalittica, chiamiamola così, potrebbe essere senz’altro d’aiuto. Ma non per individuare il nemico, quanto per individuare il bene possibile nelle situazioni più difficili, sgravandoci anche un po’ dalla nostra responsabilità: faccio tutto quanto è nelle mie possibilità per scongiurare un pericolo, ben sapendo che il destino del mondo dipende solo in un’infima parte da me – un po’ di più da Thiel che dispone di un patrimonio di quasi trenta miliardi di dollari, ma questo è un altro discorso. Ritorna insomma la figura a me molto cara del “servo inutile”. La quale non ci esime, ad esempio, dal batterci, più di quanto faccia Thiel, per difendere il modello liberaldemocratico occidentale, «una pluralità di istituzioni che si limitano reciprocamente» per proteggere la dignità delle persone libere, come osserva GabriMaria Rigotti; meno che mai ci spinge ad assecondare il potere di autocrati capaci di sfruttare a proprio vantaggio l’intorpidimento digitale e un certo wokeism che hanno infettato le liberaldemocrazie occidentali. Al contrario. Per quanto limitata, la nostra responsabilità vuole che si faccia di tutto per riabilitare educazione, conoscenza, amore per la libertà e senso del proprio dovere. Un po’ come sottolinea Carlo Altini, per gli imperi russo e cinese possiamo fare ben poco, ma per il nostro, quello occidentale, possiamo fare più di quanto non crediamo.

Quanto al katechon, politicamente mi piace molto l’interpretazione che ne dà Pier Giuseppe Monateri: una preziosa forma di attrito capace di rallentare tutte le crisi e farci guadagnare tempo, segnalando in questo modo «un problema strutturale della modernità accelerata». In un mondo in cui tutto tende ad accadere simultaneamente, il katechon cerca insomma di mantenere le cose in successione, dandoci tempo per correggere le nostre azioni; «Non offre candidati alla parte del salvatore, ma criteri per giudicare banche centrali, piattaforme, parlamenti, confini, alleanze e sistemi di intelligenza artificiale». Un modo, direbbe Raimondo Cubeddu, «per rallentare i processi di innovazione tecnologica e così evitare nuove disuguaglianze e conflitti»; una forma di saggezza, di phronesis, avrebbero detto i greci: esattamente ciò che abbiamo colpevolmente smesso di coltivare, ma senza la quale non è nemmeno pensabile che la politica e il potere ritrovino la loro serietà.

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