28
Set
2026

Le ragioni di Peter Thiel

Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Mario Tesini uscito oggi su Lisander

Nel corso di qualche decennio, e dunque in modo tutt’altro che occasionale, Peter Thiel è andato elaborando un pensiero che a me sembra in grado di arrivare alle midolla di alcune questioni cruciali. E questo in forme di indubbia suggestione retorica e a partire da una personalità che se è possibile ridurre alla caricatura, risulta difficile ignorare. L’attenzione nei suoi confronti ha avuto in Italia un’impennata in occasione delle quattro conferenze svoltesi a Roma nel marzo del 2026 (alle quali ho avuto l’onore e il piacere di essere invitato) sul tema dell’Anticristo. Tra le tante cose che sono state scritte in quei giorni, può essere segnalata l’intuizione di Maurizio Crippa su “Il Foglio”: quel riferimento alla radicalità del rischio esistenziale in cui l’umanità si verrebbe oggi a trovare, andrebbe considerato come nulla più (e nulla meno!) di una «metafora politica intelligente».

Quella metafora (la sfida ultima dell’Anticristo che reclama la necessità di un Katekhon, forza storica di resistenza e di contenimento, mai definitiva ma che nell’immediato risulta efficace), viene da Thiel declinata in forme di ragguardevole stimolo intellettuale. I riferimenti filosofico-politici nel contesto dei quali essa si colloca sono noti (e opportunamente richiamati in vari interventi di questo forum): da Carl Schmitt a Leo Strauss e, con un’intensità del tutto specifica, a René Girard, maestro di Thiel a Stanford e figura ispiratrice di tutto quanto egli avrebbe in seguito compiuto: come venture capitalist non meno che come teorico della politica e protagonista del dibattito pubblico.

In Thiel – è bene osservarlo subito – la riflessione teorica opera in stretta connessione con le realizzazioni della sua vita. Ci sono diversi modi di divenire miliardari: il suo ha evidentemente a che fare con una comprensione profonda del funzionamento delle società umane e dei presupposti psicologici che stanno all’origine delle scelte e dei comportamenti individuali. In tutto questo, l’ispirazione e il successivo, costante e mille volte dichiarato confronto con l’opera di René Girard, svolgono un ruolo centrale. Teoria del desiderio mimetico e intuizione sulle potenzialità di quello che agli inizi del secolo era nulla più che l’embrionale sito Facebook.com, sono due realtà che si tengono. Persistenze antropologiche e trasformazioni tecnologiche, la possibilità delle seconde di agire sulle prime, costituiscono un tema ricorrente della sua riflessione e di un agire (imprenditoriale, politico) a questa strettamente connesso. Si possono leggere qui le ragioni di un’evoluzione e anche di una diversità qualitativa del coinvolgimento: da PayPal a Facebook, alla ricerca biomedica fino all’ulteriore svolta rappresentata da Palantir.

In questo intervento vorrei pormi soprattutto nella prospettiva specificamente europea della provocazione intellettuale di Thiel (anche se non mi piace del tutto questo termine – provocazione – che rimanda al cliché un poco abusato del contrarian). Thiel è nato in Germania, nel 1967 a Francoforte. Anche se l’anno successivo la sua famiglia si è trasferita negli Stati Uniti, la stretta relazione con la sua origine tedesca e in particolare con la storia della Germania nel XX secolo è ravvisabile come uno degli elementi fondativi di una personalità intellettuale complessa, alla quale rendono poca giustizia i modesti lavori biografici fin qui disponibili (penso ad esempio al libro di Max Chafkin, al quale largamente attingono successivi compilatori).

La persuasione che sta alla base di questa nota – in parziale o totale divergenza rispetto ad alcuni degli interventi che mi hanno preceduto – è che in Peter Thiel debba vedersi uno dei più interessanti pensatori politici del nostro tempo. Con un’avvertenza: nelle forme e nelle modalità espressive, alcune delle quali radicalmente nuove, che sono proprie al XXI secolo. A chi svolge attività di insegnamento universitario nell’ambito della storia del pensiero politico, capita di ricordare agli studenti come l’espressione delle idee politiche sia stata sempre legata alle mutevoli forme degli strumenti tecnici disponibili e all’insieme dell’organizzazione sociale: dai ponderosi trattati ai pamphlet e ai tract (gli antenati dei novecenteschi volantini) la cui diffusione avrebbe accompagnato i conflitti religiosi in Francia e in Inghilterra tra XVI e XVII secolo, fino al discorso parlamentare dagli anni della Rivoluzione francese e nei due secoli successivi (oggi certamente non più) alla televisione nel Novecento etc. In questi primi decenni del XXI secolo, una delle forme che veicolano con maggiore efficacia le idee a un pubblico potenzialmente assai vasto è rappresentata ovviamente dalle diverse possibilità offerte da internet. A esse Peter Thiel ha fatto un ricorso ampio e per taluni aspetti originale, privilegiando apparizioni regolari nella forma di interviste e ampie conversazioni che possono arrivare alla durata di oltre tre ore, con interlocutori di elevato livello e (è bene sottolinearlo) assai diversi da loro.

Talvolta – ma non con eccessiva frequenza – ha tenuto discorsi presso fondazioni culturali o in incontri con studenti di diverse università americane e inglesi: Oxford, Cambridge, Harvard, Yale. Pur nel riferimento a temi occasionali e di circostanza, in tutta questa documentazione reperibile online, è visibile l’intenzione di offrire un quadro sistematico del suo pensiero. Peter Thiel non si esprime in tweet ma in podcast. Lungi da una narcisistica tendenza a épater les bourgeois con sporadiche esternazioni, il tono del discorso si mostra ancorato a una visione di fondo, espressa anche con il ricorso a frequenti ripetizioni di temi ed esempi, ribaditi in contesti diversi anche a distanza di anni e di decenni. Se dunque è certo importante ricorrere alle pagine scritte di Thiel, per accostarsi alla complessità del suo pensiero, più ricco di nuance di quanto non si sia soliti pensare, queste conversazioni online costituiscono una fonte primaria.

Tra le questioni ritenute da lui cruciali, ci limiteremo a evocarne due. La prima è relativa al tema della decadenza della civiltà occidentale, delle minacce esterne rivolte nei suoi confronti da forze che le sono ostili. La seconda, connessa alla prima, tocca invece la natura della democrazia nel mondo contemporaneo e della capacità di svolgere ancora la funzione di argine (Katekhon) alla catastrofe totalitaria, che dalla metà del Novecento a oggi ha saputo esercitare con indubbia efficacia. Sfida esterna ed esaurimento interno: due questioni che nella cultura istituzionale europea dei nostri giorni, appaiono oggetto di una sostanziale rimozione.

Le preoccupazioni di Peter Thiel hanno del resto la loro radice nel contesto di una riflessione che scaturisce dalla stessa realtà dell’Europa. Tra gli autori che troviamo da lui citati (ad esempio nel saggio su Il Momento straussiano, scritto in dichiarata reazione all’evento traumatico dell’11 settembre) c’è ad esempio Pierre Manent, oggi uno dei protagonisti del dibattito filosofico-politico in Francia. Agli inizi degli anni settanta, giovane assistente di Raymond Aron al Collège de France, Manent era stato da Aron esortatoa studiare l’opera di Leo Strauss. Nel 2014 Thiel avrebbe accettato di venire a Parigi su invito del Magazine philosophique per incontrare Manent e confrontare le rispettive posizioni in una conversazione pubblicata in seguito sulle pagine della rivista. In quell’occasione sarebbero emerse assonanze ma anche distinzioni in materia di giudizio sulla democrazia: più incline a una difesa del modello rappresentativo classico l’interlocutore francese. In relazione alla politica europea doveva invece registrarsi una sostanziale convergenza. Nel contesto politico francese, non di rado viene oggi citata la caustica osservazione di Pierre Manent secondo cui nella visione politica dell’Unione europea, «l’impotenza dell’Europa è garanzia di innocenza». In un mondo in cui altre realtà statuali (Russia e Cina, ad esempio) appaiono assai meno attraversate da comparabili scrupoli, tale attitudine europea – in certa letteratura accademica tradotta nella compiaciuta auto-definizione di “potenza gentile” – non sembra premessa di un rassicurante futuro.

Nel recente Manifesto in 22 punti di Palantir (aprile 2026) al punto 4 si fa riferimento ai «limiti del soft power e della retorica altisonante fine a sé stessa». «La capacità di prevalere delle società libere e democratiche richiede qualcosa di più del semplice appello morale». E al punto successivo: «La domanda non è se verranno costruite armi basate sull’IA, ma chi le costruirà e per quale scopo». Questa prospettiva, che tiene conto dell’esistenza di forze avverse e della necessità di “armi proprie”, ha evidenti radici nel contesto intellettuale europeo. A metà del Novecento questi temi sarebbero stati ripresi, tra gli altri, da Julien Freund, studioso di Carl Schmitt e primo traduttore in Francia de La politica come vocazione di Weber (accompagnata da una prefazione di Raymond Aron). Rimasto nella memoria per la sua natura emblematica è un episodio (giugno 1965) relativo alla discussione in Sorbona della tesi di Freund, destinata a divenire un libro importante: L’essence du politique. In quella circostanza,un membro autorevole della commissione, il filosofo pacifista Jean Hyppolite, aveva con qualche vivacità obiettato che se le idee esposte nella tesi fossero state vere non avrebbe potuto far altro che ritirarsi a coltivare il suo voltairiano giardino. La risposta di Freund fu immediata: «è il nemico che la designa come tale e alla fine verrà a cercarla nel suo stesso giardino». Non sorprende che Peter Thiel, invitato all’inizio del 2026 a tenere una relazione presso l’Accademia di Scienze Morali e Politiche di Parigi, si sia nell’occasione richiamato a Julien Freund, come a uno dei pensatori utili a comprendere i fenomeni di crisi della civiltà nell’orizzonte contemporaneo.

Sullo sfondo sta ovviamente la domanda se l’occidente e l’Europa abbiano ai giorni nostri nemici nel senso appena evocato. Nonostante la percezione illusoria immediatamente successiva all’invasione dell’Ucraina, Putin è oggi tutt’altro che un paria. Al momento di stendere queste note, si è appena concluso in India il vertice dei Brics: il presidente russo (per Thiel «non un leader del mondo cristiano ma un agente del KGB») e Xi Jinping (a giudizio di Thiel «nazionalista, comunista totalitario e razzista», nonché possibile figura dell’Anticristo) si sono ritrovati in un contesto d’intese economiche e geopolitiche che va dal Sudafrica al Brasile, fino alla Repubblica islamica dell’Iran. In Africa – continente che non è soggetto al collasso demografico dell’Europa e dell’Asia e dove vive un quinto della popolazione mondiale, destinato nel 2050 ad arrivare a oltre un quarto con due miliardi e mezzo di abitanti – le milizie jihadiste operano pressoché quotidiani massacri: dalla Nigeria al Congo; dal Burkina Faso e tutto il Sahel alla Somalia; di recente persino in Mozambico: un poco dappertutto insomma, mettendo a parte, per le sue immani dimensioni, la catastrofe del Sudan. Oggi la più realistica prognosi sul futuro dell’Africa è quella di un condominio tra l’influenza russo-cinese da un lato e l’insorgenza jihadista dall’altro. Dal momento che geografia e demografia sono quello che sono, anche sotto questo profilo una qualche preoccupazione circa il futuro dell’Europa appare francamente legittima.

Siamo dunque – per usare la fraseologia di Peter Thiel – alle soglie dell’Armageddon? Possediamo le risorse istituzionali e politiche per impedire un tale sleepwalking nella catastrofe? Qui sta il secondo e decisivo aspetto della riflessione di Thiel: l’interrogativo circa la capacità della democrazia– così come oggi funzionante – di orientare le scelte e le azioni necessarie. Occorre al riguardo osservare che la riflessione su questi temi ha in Thiel una connotazione di estrema concretezza sociale (non lo si nota spesso). Condizione storica della democrazia negli ultimi due secoli – i soli in cui di democrazia in senso proprio si possa parlare – è stata la costante espansione delle classi intermedie. È un punto in lui di particolare insistenza: «I define the middle class as the people who expect their kids to do better». Ora, per la prima volta nella storia quell’aspettativa si è andata affievolendo o addirittura è scomparsa: «this generational compact is somehow broken down between the boomers and the millennials». Ad aggravare i termini di questa frattura sta un aspetto che a Thiel sta particolarmente a cuore e che richiama di continuo, nelle più diverse occasioni: il perverso funzionamento di un mercato immobiliare che nel lungo periodo ha operato «the incredible wealth transfer from the young and the lower middle class to the old and the upper middle class». Con in più, in particolare nei grandi centri urbani, un dilagante fenomeno di degrado sociale, ove i landlords assumono sempre più i caratteri di slumlords. Su questi temi l’“eroe” di Peter Thiel è un quasi dimenticato economista americano di fine Ottocento, Henry George «ai suoi tempi considerato un socialista e oggi quasi un libertarian»: da lui ripetutamente citato, al punto da considerare la situazione presente come «a georgist real estate catastrophe».

In tema di democrazia, il discorso economico e quello politico sono in Thiel strettamente connessi. In una situazione di crescita-zero e di stagnazione effettiva, la consistente parte della popolazione che non vede più una prospettiva migliore per i figli (e anche per questo motivo rinuncia a procrearne) sarà inevitabilmente portata a ridurre il senso di appartenenza allo Stato, ad assumere attitudini di dissociazione o anche comportamenti ribellistici, tali da sfociare nella violenza. Thiel sostiene che tutta la sua riflessione e il suo agire pratico (dunque Palantir inclusa) siano orientati, in prospettiva girardiana, a un fondamentale obiettivo: la riduzione della violenza. Tra i commentatori recenti, non sono forse in molti a dargli credito su questo terreno. Ma, occorre dire, non sembrano neppure molti coloro che si siano dati la pena di veramente ascoltarlo. Sembrano invece prevalere etichette omologanti: tecno-oligarchi etc.; quando in realtà Peter Thiel, comunque lo si voglia giudicare, sta a sé; ed è in tale prospettiva che mi pare ci si debba rapportare al suo pensiero.

A Thiel viene non di rado attribuito un consapevole e sofisticato disegno per affossare la democrazia, prima negli Stati Uniti e poi, potenzialmente, in prospettiva globale. È forse la cosa che maggiormente arriva di lui al grande pubblico: una sorta di “genio del male”, il tecno-oligarca concentrato in un cupo, egoistico disegno di dominio sul mondo. In una parola, il “cuore di tenebra della Silicon Valley”. Non aveva del resto affermato in un suo saggio del 2009 dal titolo The Education of a Libertarian: «Non credo più che la libertà e la democrazia siano compatibili»?

La critica della democrazia – non è forse inutile ricordarlo – costituisce un luogo classico nella storia ultra-bimillenaria del pensiero politico occidentale. Quanto al potenziale conflitto tra dinamiche egalitarie e libertà individuali, ci troviamo di fronte a una tematica eminentemente tocquevilliana. Si può anche aggiungere che con ogni probabilità tali riflessioni critiche hanno complessivamente giovato alla definizione dei valori democratici e al loro stesso successo. E del resto, al momento in cui si realizza attorno alla democrazia un unchallenged consenso, viene di fatto a determinarsi – nelle parole di Giovanni Sartori – una sorta di «evaporazione concettuale». Questo vale particolarmente oggi, in relazione al dibattito sul populismo, il termine del linguaggio politico che, come tutti sappiamo, maggiormente connota i primi decenni del XXI secolo. Per esprimere la sua posizione al riguardo, Thiel ricorre a una figura retorica introdotta nel secondo dopoguerra da Bertrand Russell e nota come Russell’s conjugation: vi sono parole che costituiscono nella sostanza sinonimi ma che in termini emotivi divengono antonimi. “Democrazia” è quando gli elettori votano bene, “populismo” quando votano male. Thiel dichiara di condividere le preoccupazioni originate dalle varie forme di populismo ma di estendere tali preoccupazioni a quella che si continua a definire democrazia, in un contesto in cui appare a lui profondamente mutata la relazione tra gli orientamenti della pubblica opinione e il concreto funzionamento delle pubbliche istituzioni. Gli Stati Uniti, fin dalla loro origine, hanno sempre avvertito la necessità di temperare gli impulsi maggioritari attraverso le forme di una «Repubblica costituzionale». Quel modello, fino a un recente passato straordinariamente efficace, è gradualmente entrato in crisi in ragione di un colossale trasferimento di poteri reali a una burocrazia tecnocratica non eletta. La libertà di ricerca e di sperimentazione nell’ambito dell’IA, rivendicata da Thiel, non costituirebbe dunque un modello più elitario e più tecnocratico di quello che, nei fatti, appare oggi vigente.

In materia di democrazia, si pone come centrale la questione del rapporto tra sviluppo tecnologico e istituzioni politiche. Il punto oggi ovunque in discussione è se convenga porre freni all’intelligenza artificiale – e in tal caso a chi competa tale ruolo, di impedimento e di controllo. Tutta la riflessione di Thiel ruota attorno a una citazione: «Quis custodiet ipsos custodes?» si era chiesto nel primo secolo dell’impero, il retore e poeta latino Giovenale. Un problema rimaneva ineludibile, quello di un potere ancora superiore, riassumibile nella formula di «sorvegliare i sorveglianti». Con una consapevolezza ulteriore: se anche si fosse giunti – in occidente – a un controllo ispirato alle migliori intenzioni etiche e politiche, la corsa all’IA non sarebbe stata certo frenata o sottoposta a particolari vincoli etici dalla maggiore potenza competitrice: ovviamente la Cina (con tutto l’insieme di alleanze economiche e geopolitiche che abbiamo sopra accennato). Lungi dall’essere un’entità neutrale, la tecnologia non può non porsi al servizio di idee, forze storiche, tradizioni culturali ed entità statuali. E del resto, nel conflitto oggi in atto tra un’autocrazia aggressiva e un paese, l’Ucraina, che si difende nella rivendicazione di un’appartenenza valoriale all’Europa, Palantir gioca un ruolo importante. Un ruolo che nella vasta e per lo più polemica pubblicistica inerente le attività di quell’impresa, risulta spesso, o quasi sempre, sottaciuto.

Di fronte alla sfida globale la risposta di Peter Thiel ha il merito di essere nitida: occorre puntare senza esitazioni sulla tecnologia, mantenere e rafforzare l’insidiato primato occidentale (di fatto – realisticamente – americano). È una prospettiva sbagliata? Peter Thiel ragiona in termini di valutazione dei rischi comparati. L’alternativa – frenare l’IA e affidare a qualcuno, quel compito di controllo – non sarebbe certo priva di rischi per la stessa democrazia. Non foss’altro perché chi fosse investito di quel davvero inedito e inusitato potere, finirebbe per trovarsi ai vertici di quello paventato da Thiel come una sorta di «stato unico totalitario». L’umanità, nelle sue scelte relative allo sviluppo della tecnologia si trova dunque di fronte a due differenti opzioni: da un lato la libertà dei ricercatori/imprenditori in un contesto di valori occidentali; dall’altro un non troppo facilmente definibile controllo totale. Due alternative che corrispondono ad altrettante scommesse; ma il faut parier, secondo il celebre detto di Pascal.

Vi sarebbe infine da dire qualcosa a proposito della ricorrente imputazione rivolta a Peter Thiel di essere il fautore di una forma estrema di trans-umanesimo. Verrebbe al riguardo da chiedersi perché, se così fosse, impacciarsi in così insistiti e filologicamente articolati richiami alla tradizione giudaico-cristiana, considerabile oggi come una delle frontiere ultime dell’umanesimo, nelle sue forme classiche. Talvolta liquidato come un ideologo radicale e misticheggiante, o peggio l’ispiratore di posizioni tecno-oligarchiche, il capofila addirittura del tecno-fascismo, Peter Thiel pare a me un pensatore politico che – nelle forme espressive che sono specifiche al XXI secolo – pone interrogativi e ipotizza risposte in una prospettiva essenzialmente realistica e, al fondo, persino moderata. È un giudizio, mi rendo conto, opinabile – e certo in controtendenza rispetto a numerose valutazioni in senso contrario. Richiederebbe dunque di essere ulteriormente e meglio argomentato. Ma questo non è certo possibile nello spazio già troppo esteso della presente nota.

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