Lisander. Peter Thiel, il kathecon e la democrazia
Ripubblichiamo questo articolo di Robi Ronza pubblicato il 28 settembre sul blog dell’autore.
Aperto da un intervento di Sergio Belardinelli, è in corso sul substack Lisander, https://lisandermag.substack.com/, un dibattito su una questione che oggi, a fronte dell’evidente crisi della democrazia, anzi della convivenza civile in genere, è più che mai urgente: che cosa può preservare l’ordine senza sacrificare la libertà in un’epoca segnata, come la nostra, da una profonda trasformazione delle strutture del potere? Come si può sfuggire al pericolo che si trasformino in strumenti di dominio le stesse istituzioni che sono incaricate di preservare l’ordine nella libertà? Come si può evitare insomma che, nel cruciale confronto planetario attualmente in corso tra democrazia e autoritarismo, la democrazia pur vincendo naufraghi, ossia vinca ma paradossalmente al prezzo della libertà?
“La domanda acquista una nuova urgenza”, come giustamente intervenendo ha osservato GabriMaria Rigotti, “alla luce della progressiva moltiplicazione e diversificazione dei centri di potere. Gli Stati continuano a esercitare un ruolo fondamentale, ma convivono ormai con imprese multinazionali, piattaforme digitali, reti finanziarie globali e sistemi di intelligenza artificiale sempre più autonomi. La crescente capacità di questi soggetti di incidere sulla vita collettiva rende necessario estendere la riflessione alle forme di potere che si sviluppano al di fuori delle istituzioni statali e agli strumenti necessari per limitarle e controllarle.
Prendendo le mosse dalla lettura di un saggio di Peter Thiel, Belardinelli si domanda dove ci si può volgere alla ricerca di un potere che sbarri oggi la strada che conduce al caos o alla tirannide. Per dirla con parole e concetti che risalgono a san Paolo — e che Thiel sorprendentemente ricupera – dove ci si può volger alla ricerca di un kathecon, ossia di qualcosa in grado di trattenere le forze che oggi ci spingono in tale direzione.
Nel saggio, ricorda Belardinelli, “scritto a seguito dell’11 settembre 2001, intitolato Il momento straussiano, recentemente pubblicato anche in italiano da Liberilibri con una bella introduzione di Andrea Venanzoni, Peter Thiel scrive: «Il XXI secolo si è aperto con lo sconvolgente boato dell’11 settembre 2001. In quelle ore, l’intero quadro politico e militare dei secoli XIX e XX, e dell’intera epoca moderna, basato su un’idea generale di deterrenza armata, sulla razionalità degli Stati-nazione, sull’opinione pubblica e sulla diplomazia internazionale, è stato incrinato”.
Tutto ciò infatti non era bastato a dissuadere “un manipolo di individui folli, ben determinati e dagli istinti suicidi, individui che si situavano del tutto fuori dall’orizzonte normativo e culturale dell’ordine liberale occidentale” dal decidere di fare ciò che hanno poi fatto. Tutto ciò nemmeno è comunque bastato a fermarli.
Secondo Thiel, ricorda ancora Belardinelli, “il crollo delle Torri Gemelle ha come squarciato il velo che in epoca moderna ha coperto gli occhi degli occidentali. La violenza ha fatto di nuovo irruzione sulla scena politica del mondo, portando con sé il fallimento dell’idea di poterla contenere con dei patti ragionevoli e con lo sviluppo economico. Gli esecutori dell’attentato non erano poveri disperati di qualche periferia del mondo, bensì sauditi di classe medio alta guidati da un miliardario. Vano pensare che con gente del genere si possa venire a patti. Di qui l’urgenza di rivedere tutto l’armamentario concettuale col quale la modernità politica occidentale ha interpretato se stessa.”
A questo punto però non è molto chiaro e convincente ciò che Thiel propone come soluzione del problema. Se ho capito bene, indica come via d’uscita l’adeguamento più alto possibile alle urgenze della storia. Se ciò fosse tuttavia “vorrebbe dire semplicemente”, obietta Belardinelli, “che siamo nelle mani di ananke, la necessità. E invece la ragione e la libertà ci dicono che il mondo è contingente, che vale la pena battersi contro il male anche quando sembra una battaglia contro i mulini a vento. È il solo modo che abbiamo di anticipare la «Gerusalemme celeste» dell’Apocalisse o, se si vuole, di trattenere la fine: l’unica variante del katechon che mi convince”.
In questo quadro ci si deve domandare “quali assetti sono oggi in grado di svolgere la funzione di contenimento che la tradizione ha attribuito al katechon, rimanendo al tempo stesso fedeli all’impegno liberale verso la dignità della persona umana? (…) La sfida che si presenta oggi alla teoria costituzionale è quindi qualitativamente diversa da quella affrontata dalle generazioni precedenti: il contenimento deve confrontarsi con una molteplicità di centri di potere, evitando che proprio il tentativo di controllarli produca nuove forme di autorità sottratte a ogni responsabilità democratica.”
Non tento di riassumere qui il dibattito complesso ma illuminante che si sta svolgendo su Lisander. Invito piuttosto i lettori interessati ad andarsi a vedere di persona su https://lisandermag.substack.com i vari interventi.
ll’acutezza delle analisi mi sembra però non corrisponda una proporzionata offerta di proposte convincenti. A questo punto conviene più che mai a mio avviso volgersi di nuovo là dove già si è attinta l’idea di kathecon; e in tale quadro riscoprire che sulla storia dell’uomo veglia positivamente pure la Divina Provvidenza di cui il kathecon è uno strumento. È all’ombra di essa che ha sempre senso battersi contro il male “anche quando sembra una battaglia contro i mulini a vento”.
Con riguardo al tema in questione, osservo concludendo che oggi in questa battaglia possiamo muoverci avvalendoci tra l’altro di una linea assai ben tracciata. Mi riferisco a quanto si dice nel conclusivo capitolo quinto, dal titolo “La cultura della potenza e la civiltà dell’amore”, dell’enciclica Magnifica Humanitas: qualcosa che può dare decisiva consistenza a quel contenimento di cui parla GabriMaria Rigotti, che “potrebbe non richiedere un unico potere sovrano, ma emergere dall’interazione di istituzioni differenti, autonome e reciprocamente responsabili, ciascuna delle quali esercita una funzione di controllo senza pretendere una supremazia assoluta”.












