17
Set
2026

Il dominio dei maghi. Thiel, Trumpland e il “national conservatism”

Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Agostino Carrino uscito oggi su Lisander

I.

Negli ultimi tempi si è sviluppato un forte interesse per la figura di Peter Thiel, un imprenditore statunitense dell’intelligenza artificiale, di origine tedesca ma con cittadinanze plurime. Dubito che questo interesse dipenda dalla qualità intrinseca dei suoi scritti, compreso quello da poco tradotto in italiano, Il momento straussiano (Liberilibri 2026), risalente del resto a una ventina di anni fa.

Può essere che il clamore mediatico sia dipeso dal fatto che Thiel scrive con convinzione di “tempi ultimi”, della venuta dell’Anticristo e di come questa “venuta” possa essere “ritardata”, ma di profeti dell’Anticristo se ne trovano a carrettate a Hyde Park, a concionare su una cassetta della frutta contro la decadenza morale e la fine dei tempi.

Penso invece che l’interesse per Mr. Thiel, autore ben accolto e assai presente su una rivista dell’integralismo cattolico statunitense, First Things, dipenda dal fatto che si tratta di un multimiliardario, fondatore e proprietario con Alex Karp di Palantir Technologies (società di raccolta dati), “maestro” del vicepresidente americano J.D. Vance, membro del Bilderberg Club, finanziatore milionario di Donald Trump. Ecco perché non posso dare séguito alla pur forte tentazione di chiudere il libretto e per reazione, visto che Thiel in un suo articolo su First Things invita ad andare “alla fine del mondo”, sprofondarmi nella più appagante rilettura del Voyage au bout de la nuit di Céline.

Dovendo prendere sul serio Mr. Thiel, comincio dall’ultima pagina del pamphlet, dove troviamo scritto che «alla fine rimarrà una scelta tra Gerusalemme e Atene», tesi interessante, perché il riferimento indiretto è a Leo Strauss e alle sue tematiche sulla compresenza nella cultura europea di due tradizioni, quella classica (Atene) e quella giudaica (Gerusalemme). Qui però si chiede una scelta, Atene o Gerusalemme. E cosa sceglie Mr. Thiel? Ovviamente Gerusalemme, per il suo significato prima giudaico e poi giudaico-cristiano (questo lemma senza senso introdotto nel linguaggio storico-culturale solo da qualche anno, come ha dimostrato Sophie Bessis nel suo La civiltà giudaico-cristiana è un’impostura?, Einaudi 2024). In tal modo Thiel si inserisce in uno specifico filone di convinzioni pseudo-mistiche che non riconoscono, anzi disdegnano, la radice greco-romana, politeista, della nostra cultura.

Questa rottura con Atene si materializza – correttamente o meno qui non interessa – nel rifiuto della tradizione illuministica. L’Illuminismo va superato perché è alle origini, con il suo rifiuto della rivelazione cristiana, di governi puramente laici basati su regole giuridiche finalizzate alla pace, al welfare e alla convivenza tra i popoli. Un modo di pensare, di agire e di costruire i sistemi politici, dice Thiel, che ha fatto illudere l’Occidente che il mondo potesse progredire nel rifiuto della violenza e nella costruzione di un mondo pacificato per sempre. La Bibbia e anche il Vangelo insegnano il contrario.

Tutto ciò fino a quando, l’11 settembre 2001, il pacifico Occidente è stato risvegliato dal suo torpore dal crollo delle Torri gemelle e dalle migliaia di vittime causate dal terrorismo arabo, costringendo gli irenici abitatori del tempo occidentale a rendersi conto che la realtà era ed è assai diversa da come i liberal e i costituzionalisti se l’erano immaginata. Il mondo che fino ad allora si reggeva sulle norme del diritto deve prendere atto che esiste un diritto della forza che non ha bisogno di norme. E che c’è ancora un nemico in questo mondo, un nemico vivo e vegeto.

Per spiegare la sopravvivenza del nemico, che pratica la violenza, esalta la morte, non vuole tregue con l’Occidente, Thiel si rifà a tre autori: Carl Schmitt, Leo Strauss e René Girard. Essi devono servire a giustificare lo spostamento del modo di pensare dell’Occidente dalla pace alla violenza, dai precetti evangelici (male intesi) alla verità che il mondo si è sempre retto sull’uso della forza e sull’esercizio della violenza, a partire dal famoso ‘capro espiatorio’ di Girard, sul quale si concentra la violenza intrinseca di ogni società, fino alla presunta esaltazione della guerra contro il nemico in Schmitt, al ‘segreto’ che spiega per Strauss come il mondo procede su due registri differenti.

Per prima cosa va detto che Thiel mostra di non aver affatto compreso Carl Schmitt, al quale fa dire che se vi fosse uno Stato universale cadrebbe anche la distinzione tra amico e nemico. Schmitt sostiene invece che ove cadesse questa distinzione ciò sarebbe la conseguenza non della creazione di uno Stato universale, bensì della scomparsa di Stato e politica in quanto tali. Thiel del resto non coglie la sostanza del pensiero del giurista tedesco, ovvero che la guerra non ha valore in sé per fare la guerra, bensì – quando non la si può evitare con i mezzi della politica – per fare la pace, la pace col nemico, ipotesi che Thiel non prende nemmeno in considerazione, perché il nemico, per lui, è da eliminare, essendo nient’altro che il Male. Siamo insomma all’opposto delle ipotetiche, «oscure riflessioni» (sic!, p. 37) di Carl Schmitt.

La falsa interpretazione di Schmitt serve però a Thiel per dimostrare che i nostri non sono più i tempi della coesistenza pacifica o degli aiuti elargiti in giro per il mondo (un mondo che ti ricambia appunto con la violenza e il terrore). Gerusalemme non può convivere con Atene perché ciò significherebbe far sopravvivere nel XXI secolo le idee dell’Illuminismo, che sono state la causa dell’11 settembre, dell’irrompere improvviso nei salotti buoni di New York e San Francisco della violenza. Il mondo, purtroppo, non si tiene sulle buone intenzioni, ma sulla consapevolezza che in esso opera il Male, il nemico esistenziale.

L’idea che al mondo esiste il Male e che questo deve essere combattuto anche con la violenza non è ovviamente nuova. La lettura del libretto di Thiel mi ha fatto ricordare le tesi di un aristocratico russo, Ivan A. Ilyin, autore negli anni Venti del secolo scorso di On Resistance to Evil by Force, nel quale il russo bianco esiliato a Parigi se la prendeva con Tolstoj e la “non violenza”. Qualcosa di simile a quanto scriveva un autore di Thiel, Soloviev, nel suo libro del 1900, I tre dialoghi e il racconto dell’Anticristo. Per Ilyin (salvato dalla fucilazione dal vecchio Lenin per «aver scritto il miglior libro su Hegel»: altri tempi!) al male non si può rispondere con il bene o porgendo l’altra guancia, ma bisogna contrastarlo con la forza. I bianchi contro i rossi, semmai al séguito del “barone pazzo” von Ungern-Sternberg. Non a caso Ilyin è oggi tra gli “amori filosofici” di Putin, che però rispetto a Thiel sta esattamente dall’altra parte, come dimostra il fatto che Palantir Technologies è al servizio di Zelensky.

Per la verità, a parte i fraintendimenti del pensiero di Schmitt, in Thiel opera una falsificazione più grande. L’idea che la violenza dei terroristi sauditi delle Torri gemelle abbia rappresentato un novum nella storia dell’Occidente moderno è una menzogna, che solo un seguace – forse in anticipo sui tempi, non so – di Donald Trump poteva inventare. Assai più emblematico, nella sua gravità, dello spettacolare atto dei sauditi mi pare infatti essere stato il terrorismo sistematico degli Americani nelle pianure del West, alla ricerca di pellirosse da sterminare, o – volendolo ascrivere all’Occidente via Karl Marx – il terrore staliniano in Unione Sovietica, o i lager britannici per i Boeri in Sud Africa, preludio dei lager nazisti, questi stessi a loro volta anticipazione della violenza scatenata su Hiroshima e Nagasaki, qualcosa di simile a quanto gli ebrei stanno facendo da parecchi anni in Palestina. Per non parlare di ben due guerre mondiali e dei milioni di morti che hanno causato. Thiel non menziona il Vietnam, ma chi ha vissuto quegli anni si ricorda bene dei B-52, che sganciavano bombe sui villaggi dei contadini, del napalm che bruciava vivi i bambini. Altro che 11 settembre! La violenza non è mai mancata proprio nell’Occidente figlio dell’Illuminismo ed è significativo che quella più brutale abbia riguardato sempre gli elementi dello stesso cosiddetto Occidente che rifiutavano di ‘occidentalizzarsi’ sul modello ‘Gerusalemme’, dagli Stati Confederati americani agli Imperi centrali europei.

Tuttavia, come cittadino di Trumpland, Mr. Thiel, dicevo, va preso sul serio, anche quando pare che vaneggi, perché dietro le sue stravaganze si nasconde un progetto politico e di potere, un tentativo di trovare una giustificazione “ideologica” – puntando su discorsi pseudo-teologici che hanno forte presa sul modo di vivere americano – alla volontà di Trump e del suo mondo di non durare gli anni di una presidenza, ma di rovesciare radicalmente la condizione storico-politica di quelli che furono gli Stati Uniti d’America e trasformarli appunto nel mondo nuovo di Trumpland (o Vanceland), la cui struttura di governo può essere intuita dalle cose che dicono proprio Trump, Thiel e Vance.

II.

In effetti l’Occidente moderno, “razionale” e laico, che secondo Thiel pensa solo al welfare, conosce da sempre un modo tutto suo di seminare il terrore, diverso da quello dei cristiani delle Crociate perché assai più “motorizzato”. Le violenze che gli uomini commettono si differenziano nella qualità del crimine, se così vogliamo chiamarlo, non certo nella sua essenza. La tecnica, infatti, consente oggi un’efficienza prima sconosciuta, come qualcuno (forse Primo Levi) notò già per i crimini nazisti; premessa e conseguenza sono però le stesse.

Il libretto di Thiel è un florilegio di amenità, coerenti però con l’ideologia che egli sostiene oggi, quella del cosiddetto “national conservatism, una “dottrina” in realtà pseudo-conservatrice fondata sul primato e su una lettura politica della Bibbia ebraica, della Torah (cfr. A. Carrino, Ascesa e caduta del conservatorismo, “Il Politico”, 2025), che si ritiene debba essere insegnata nelle scuole e nelle università per radicare nella gente la verità del primato delle nazioni. Si legge in National Conservatism: A Statement of Principles del 15 giugno 2022 e firmato anche da Peter Thiel: «For millennia, the Bible has been our surest guide, nourishing a fitting orientation toward God. The Bible should be read as the first among the sources of a shared Western civilization in schools and universities». Si tratta di una corrente politica di origine ebraica (Yoram Hazony, il suo fondatore, vive a Gerusalemme come ebreo ortodosso, scrivendo libri tradotti anche in italiano), ma che si inserisce anche in una specifica tradizione americana, quella dei telepredicatori evangelici, che da molti anni leggono il Vecchio Testamento a modo loro, fingendo, come la predicatrice personale di Trump (quella Paula White che al tocco delle sue dita manda in trance interi campi sportivi), di avere un rapporto personale con “Jesus”.

Il modello di tutte queste sette evangeliche è da sempre un signore oggi dimenticato, perché la sua “chiesa” fallì e i suoi sacerdoti furono accusati di malversazioni e abusi sessuali, ma che è stato la quintessenza di questo modo di considerare la religione, un misto tra profetismo, dollari e politica: Herbert W. Armstrong (1892-1986), fondatore della Worldwide Church of God. Chi leggesse il suo libretto del 1956, 1975 in Prophecy!, si troverebbe dinanzi più o meno alle stesse cose che scrivono oggi da un lato il fondatore del “national conservatism”, Yoram Hazony, sulle “nazioni” (traduzione moderna delle tribù ebraiche), dall’altro Peter Thiel a proposito della fine dei tempi, dell’Apocalisse, qui con l’aggiunta – questa è la novità – del katèchon, che deve ritardare la fine dei tempi.

Per evitare l’apocalisse, secondo Thiel, bisogna affidarsi al nuovo dominio della tecnologia (e naturalmente ai suoi maghi), che sembra fungere da katèchon. Rifiutarla o pretendere di controllarla è un errore. In verità, però, questo dominio della tecnologia, che Thiel auspica e i cui “nemici” combatte, non è uno scenario futuro, è la realtà propria dell’Occidente, perché noi viviamo già da molti anni dentro questo dominio, ne siamo qualche volta i protagonisti, più spesso le vittime. Certo, cambia la potenza della tecnica, ma la sostanza è la stessa. E in fondo sono gli stessi anche i criteri che ci devono portare a giudicare. Nel 1944 Carl Schmitt scrisse: «Il pericolo che minaccia oggi lo spirito scientifico dell’Europa non viene più dalla teologia, né da una metafisica; esso viene da un tecnicismo scatenato» (Stato e diritto costituzionale nel Terzo Reich, Mimesis 2026, p. 613). Il tecnicismo scatenato è forse oggi più scatenato, la sua velocità è enormemente accresciuta, ma la qualità del processo è la stessa e così il problema, grave e radicale, che questo tecnicismo pone. Con una sola, grande differenza, che i maghi del dominio tecnologico non dipendono più, apparentemente, da una qualche politica, bensì la politica dipende dalla tecnica e dai suoi maghi (non a caso Giorgia Meloni a New York indicò per la propria laudatio Elon Musk).

Anzi, a dir meglio, oggi la politica è morta, eliminata proprio dal progresso tecnico e dalla incapacità di resistenza dei “politici”, che nel frattempo si son fatti abbindolare dai teorici del moralismo buonista, esso stesso in verità irradiazione del potere tecnologico.

III.

Ma se questi nuovi sacerdoti fossero degli apprendisti stregoni? La domanda credo abbia già trovato una risposta nei dubbi di Papa Leone XIV. Si tratta di dubbi seri, sui quali meditare, anche se, a mio avviso, l’invito a non calpestare l’uomo e la sua dignità si scontra con il fatto che nessuna ipotesi alternativa è mai stata in grado di arrestare il processo tecnologico. Il punto però è un altro. Siamo sicuri che questo processo inarrestabile non sia la conseguenza certamente della tecnica e del suo scatenarsi, ma anche della debolezza e delle incapacità della “politica”, meglio: di quel che resta della politica nel cosiddetto Occidente?

Se il “Politico” oggi si incarna in Trump, che vive unicamente sul guadagno e per il guadagno, inteso come processo inarrestabile di accumulazione di ricchezza, innanzitutto monetaria, questo “politico” è veramente tale o è, piuttosto, il mascheramento dell’Economico in “politico”? Non è forse vero che il mondo moderno vive non tanto per o sulla ricchezza (questo è un fenomeno eterno), ma su una concezione della ricchezza intesa strutturalmente senza limiti? Esattamente come la tecnica, che anch’essa ignora ogni limite? Il rifiuto dei confini è proprio del Moderno, strutturalmente “universalista”. Qui si colloca l’avvertimento del Papa: poniamo un argine. Non è vero che la tecnica deve procedere senza limiti, perché altrimenti – sostiene Thiel – si fa un favore alla Cina. Ma nonostante le differenze, anche la Cina sta dalla nostra stessa parte, come tutto il resto del mondo, e usare un pezzo di mondo contro l’altro è un gioco che può (dovrebbe) essere scoperto facilmente. L’argine, dice il Papa, deve essere sempre l’uomo, la dignità dell’uomo.

Certo non basta quanto il Papa scrive, ovvero che «è necessario distinguere con chiarezza: una cosa è integrare le tecnologie in una visione umana e relazionale, un’altra è lasciarsi guidare da un immaginario che svaluta il limite e promette una “salvezza” puramente tecnica». In sé è solo un’esortazione, temo impotente. La critica al funzionalismo non tocca il fatto che la società moderna è una società strutturalmente funzionale. È per questo che il pur cristiano Mr. Thiel, che fa celebrare le messe in latino, può permettersi di accusare il Papa di non avere capito la teologia cristiana (così il suo “pupillo”, il vicepresidente J.D. Vance). Ma oltre le critiche e i richiami a filosofi dal mio punto di vista anche assai discutibili come Agamben e Girard – il cui “desiderio mimetico”, come notò già Alain de Benoist, rischia di tradursi in mera invidia –, il progetto è assai concreto: rovesciare le istituzioni esistenti, chiamate democratiche, e sostituirle con la volontà di personaggi la cui azione trova un solo limite: la morale privata di chi decide (cito Trump).

Che fare, di contro alla totale indifferenza dei nuovi maghi per la giustizia e l’equità, per non parlare della verità? Penso che siamo tutti ancora debitori di una risposta alla domanda di Ernst Jünger nel suo Der Arbeiter del 1932, ma anche all’avvertimento di Heidegger sul dominio del man impersonale, ovvero dell’astrattezza normativa, della pallida impotenza del puro Sollen, per citare Hegel. Il dominio della norma ha creato in duecento anni di retorica un nomos, quello del costituzionalismo prima borghese, oggi universalistico, che ha forse avuto i suoi momenti di nobiltà, ma quel nomos si era esaurito già prima della costituzione di Weimar ed è poi stato tenuto in piedi solo dalla potenza americana. Quel nomos, come avevano ben visto Schmitt, Jünger, Heidegger e altri, si è esaurito. Per impedire che i nuovi maghi instaurino il loro dominio, da Gerusalemme a Washington, occorre dare ascolto a un altro nomos che romba nelle profondità della storia e che rivendica i suoi diritti, alternativo al razionalismo normativo sempre più vuoto.

Viviamo in un passaggio d’epoca e per governarlo non servono né i vecchi politicanti dello Stato universale, teorici dell’inganno, né i nuovi maghi della tecnica, che come s’è visto dietro il richiamo alla Torah, all’Apocalisse e alla fine del mondo nascondono i loro propri interessi e i loro propri progetti di governo del mondo

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