Dio e la tecnica: tre configurazioni
Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Carlo Galli uscito oggi su Lisander
Il mito greco narrato da Esiodo nella Teogonia (520 sgg e 565 sgg) e nelle Opere e i giorni(47 sgg) lega la tecnica a un rapporto difficile e non lineare con la divinità. Per la dimenticanza del malaccorto (amartinoon) Epimeteo gli uomini restano senza doni e senza potere, e quindi Prometeo, versatile e astuto (poikilon aiolometin), che in precedenza ha tentato di ingannare Zeus sulle vittime dei sacrifici, ruba agli dei il fuoco, inizio di ogni tecnica, e lo regala agli uomini.
L’ira di Zeus colpisce notoriamente il titano ma anche l’umanità intera, perché il dio per vendicarsi fa fabbricare da Efesto Pandora e la fa portare agli uomini da Epimeteo. E in Pandora sono simboleggiati tutti i mali che dilagano nel mondo. La tecnica dunque in parte è un risarcimento di una incolpevole mancanza e in parte, per una sorta di responsabilità oggettiva degli uomini nel furto, è una colpa meritevole di pena, perché va potenzialmente incontro alla hybris, alla pretesa umana di autosufficienza.
Al contrario, grazie alla tecnica l’umanità avrà sì straordinarie capacità di “signoreggiare oltre ogni speranza l’intelligenza che escogita risorse (technai)” (Antigone 364-366), ma non sarà onnipotente e anzi sarà sempre impegnata a mettere riparo, tecnicamente, ai mali che Zeus per punizione le ha mandato.
Detto altrimenti, la tecnica ha una radice divina in negativo, e per volontà del dio non è in grado di saturare il vivere sociale: non solo non ha mai riposo, perché sempre fronteggia i mali del mondo, ma per di più non è in grado di dirigersi da sola, poiché «inclina ora al bene e ora al male» (ancora Antigone).












