20
Ago
2026
Thiel

Una dottrina redentrice? Peter Thiel e la consunzione del mondo moderno

Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Lorenzo Ornaghi uscito oggi su Lisander

«L’Appello», con cui Alfredo Oriani nel 1908 concludeva La rivolta ideale, mi offre una citazione, che utilizzo come una sorta di esergo di queste mie considerazioni. Oriani, giunto al termine della propria fatica, immagina che i lettori – spontaneamente, e magari un po’ sgomenti – si domandino «guardando le cime più alte del pensiero su quale di esse sia per spuntare la nuova stella mattutina, da quale scuola, da quale tempio, uscirà la parola redentrice». E all’interrogativo, prima di ricordare che egli ha sempre pensato «nell’ombra» del suo tempo, semplicemente e sinceramente risponde: «Non lo so».

Nell’ampio e persuasivo commento, che su Lisander ha già innescato una serie di ulteriori e assai utili interventi, Sergio Belardinelli concatena saldamente fra loro critiche serrate e attestazioni di condivisione di alcune tra le fondamentali premesse di Thiel. Le critiche vertono soprattutto sull’interpretazione (sarebbe forse più appropriato dire: sull’“uso”) dei grandi autori – René Girard, Carl Schmitt, il Cardinale John H. Newman, Vladimir Solov’ëv – da cui Thiel è maggiormente attratto e dalle cui opere estrae i materiali da lui ritenuti più confacenti all’architettura della propria costruzione teorica o, forse e più esattamente, “dottrinale”.

Essendo solida la concatenazione e fondate le critiche, ogni mia osservazione sarebbe del tutto accessoria: la corrispondenza con ciò che è stato argomentato da Sergio Belardinelli è infatti pressoché totale. Salvo il persistere di un dubbio, di cui la domanda di Oriani, una volta spogliata dei suoi paludamenti retorici tardo-ottocenteschi, vorrebbe essere una chiara avvisaglia. 

il dubbio è se il lavoro di Thiel non sia in primo luogo da esaminare e valutare nel suo proposito di rappresentare, oggi, una parola «redentrice» proprio perché capace di generare anche, o soprattutto, l’azione collettiva in grado di dare un “ordine” a un mondo nuovo, che non sta soltanto – com’è quasi sempre accaduto nell’avvicendarsi di civiltà e ordinamenti del potere – disordinando quello vecchio per ricomporlo in modo differente. È da qui che trae la sua massima forza l’impulso a «pensare pensieri nuovi e strani», a risvegliarsi dallo stato di «torpore» in cui l’Illuminismo ha via via avvolto e alla fine estenuato il pensiero, e quindi la vita, dell’Occidente.

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