31
Lug
2026

Mauro Marabini, il liberista mite

Ormai quasi una trentina di anni fa, quando gli anni Novanta, la nostra mai abbastanza rimpianta belle époque, consegnavano un breve orizzonte di speranza a una generazione di liberali, fra Bologna e Milano si pubblicava una rivista dalla grafica raffinata e ambiziosa. Si chiamava Federalismo e società, poi Federalismo e libertà. L’editore era un signore distinto, laureatosi in scienze politiche a Firenze e a lungo al timone di un’impresa di calzature. Ma le sue propensioni lo spingevano verso la cultura: proprietario della storica libreria Cappelli a Bologna e di un albergo cinque stelle nel centro di Milano, si era messo in mente di portare un po’ di cultura anche nel mondo della “non-sinistra” italiana.

Mauro Marabini aveva sostenuto i radicali nelle loro campagne liberiste, e sempre il liberismo lo aveva portato a guardare con interesse alla Lega. Federalismo e società voleva proporsi come spazio per dare l’ossigeno di qualche idea ben strutturata a chi pensava che fra i nodi venuti al pettine con Tangentopoli ci fosse anche l’assetto ipercentralistico, d’impianto francese, che l’Italia si portava appresso dall’unificazione, che il fascismo aveva irrigidito e che la repubblica non aveva avuto la forza di ripensare.

Il pensatore di riferimento era ovviamente Gianfranco Miglio, che però all’epoca era in Parlamento. Giulio Tremonti, in quegli anni un critico dello “Stato criminogeno”, era anch’egli un interlocutore. Gianfranco Morra, filosofo e sociologo cattolico, era una figura centrale, nel circolo che Marabini aveva riunito. Lo era pure Luigi De Marchi, segaligno psicologo e psicoterapeuta che aveva una rubrica, assai seguita, su Radio Radicale, e che aveva riscoperto, a modo proprio, la teoria liberale della lotta di classe: che vede contrapporsi non detentori dei mezzi di produzione e lavoratori, ma pagatori e consumatori di tasse. E così Mario Unnia, un altro sociologo, attento studioso di temi industriali.

Accanto ai professori con tanto di cattedra, prevalentemente di area bolognese, c’erano molti giovani studiosi, più un paio di ragazzini che avrebbero fatto meglio a giocare ai videogiochi. Marabini li accoglieva all’Hotel Duomo, simpatizzava con gli altri che avevano scelto l’editoria come campo di battaglia (Aldo Canovari, Leonardo Facco, Florindo Rubbettino), e cercava di annodare i fili fra politici di diverso orientamento e tuttavia uniti dalla stessa diagnosi sui mali della società italiana: avevano, in qualche modo, a che fare con una presenza esagerata dello Stato.

Amava la polemica pur avendo un carattere che la contraddiceva. La sua mitezza occultava in parte la sincerità delle sue passioni. Con la sua casa editrice, Il Fenicottero, pubblicò una serie di saggi importanti per l’epoca e per i suoi più giovani amici: un’antologia di Thomas Jefferson curata da Marco Bassani, quando di Jefferson non si trovava nulla nella nostra lingua; un libro di Guglielmo Piombini sulla teoria liberale della lotta di classe, appunto, una teoria che precedeva di decenni quella marxiana; un libro nero del sindacato, scritto assieme a Piombini e Carlo Stagnaro da Giorgio Bianco, radical-libertario torinese scomparso a un’età sconsideratamente giovane. Ma anche una biografia non autorizzata di Romano Prodi e una serie di testi di storia della cucina, che era una passione sua e della moglie Liana, poi produttrice cinematografica.

Agli anni Novanta seguirono gli anni Duemila: l’11 settembre, la fine della belle époque, la sterile, quanto a riforme, legislatura berlusconiana del 2001-2006. Marabini, che aveva scritto un libro sul principato di Monaco e guardava ai piccoli stati come a un correttivo alla bulimia dei grandi, si trasferì a Montecarlo. Fra Montecarlo e Mentone, continuò a imbastire iniziative che univano la capacità di fare affari al gusto del bello. Seguiva con simpatia le iniziative dei ragazzini che aveva conosciuto anni prima, nel frattempo invecchiati, ai quali teneva a dare il suo sostegno. È mancato il 27 luglio 2026. Gli sia lieve la terra.

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