L’occidentalismo apocalittico di Peter Thiel
Ripubblichiamo di seguito l’articolo di Massimo De Angelis uscito oggi su Lisander
Quello di Peter Thiel è un pensiero difficile. Difficile perché Thiel non è filosofo di professione. Afferra i pensieri che attraversa per dominare il mondo di oggi. Difficile anche, soprattutto per noi europei, perché il suo pensiero politico è anche teologia politica. E noi europei abbiamo trascurato e anzi anatemizzato la teologia (e la filosofia) politica chiudendoci nelle anguste stanze della politologia, della filosofia del diritto, della geopolitica.
Come si potrebbe definire Thiel? Pensatore occidentale e cristiano, a suo modo, e conoscitore di prima mano della tecnologia come destino. Cristiano in primo luogo perché parte e pone al centro il Male nella storia. Male non come assenza di bene talché basta resistere a esso, ma come realtà che richiede lotta. È questa una scelta concettuale decisiva. Qualcosa che il progressismo cattolico, oggi dominante almeno in Europa, fa fatica a seguire.
C’è un punto da cui occorre prendere le mosse per comprendere il pensiero di Thiel, perché è il suo inizio. L’inizio è l’11 settembre 2001: uno spartiacque. L’approdo potrebbe essere il 7 ottobre 2023. Anche qui. Il peso e il senso di quegli eventi sono drammaticamente diversi, in Usa e in Israele, rispetto all’Europa.
Per l’Europa si è trattato di attacchi brutali ma infine di una parentesi. Per alcuni persino in parte giustificata. Per Usa e Israele si tratta del manifestarsi di una volontà di annientamento della violenza islamista. Cambio d’epoca. Punto e a capo. Se non si parte di qui non si capisce Thiel e non si comprendono tante altre cose che avvengono in America e in Israele.














