2
Feb
2017

Come l’assenza di diritti di proprietà diffusi causò la Grande carestia irlandese—di Giuseppe Portonera

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Giuseppe Portonera.

La Grande carestia, che colpì l’Irlanda (in gaelico irlandese: An Gorta Mór) tra gli anni 1845-1850, uccise circa un milione di persone e ne costrinse all’emigrazione altrettante, causando un crollo tra il 20 e il 25% della popolazione dell’isola. Eric Hobsbawm la definì «la più terribile catastrofe umana della storia europea» di quel periodo. Com’è noto, la carestia scoppiò a seguito dell’attacco di un microrganismo conosciuto come “peronospora” che distrusse gran parte del raccolto di patate, il cibo principale della dieta irlandese. Ma il diffondersi del fungo fu solo la causa scatenante di quella tragedia: altre e ben più ataviche situazioni erano alla base del fragile sistema economico irlandese, come dimostra il libro “An Gorta Mór. La Grande carestia irlandese (1845-1850)” (edito da La vita felice per la Fondazione Ivo de Carneri e curato da Valeria Carozzi e Luigi Mariani). Il volume è di particolare interesse perché raccoglie una serie di scritti di Carlo Cattaneo e John Stuart Mill pubblicati nel periodo della Grande carestia e che ci offrono, quindi, il punto di vista sul tema di due grandi intellettuali del tempo, in presa quasi diretta.
Siamo abituati a leggere nella carestia irlandese un fallimento delle politiche liberiste. I saggi e gli articoli di Cattaneo e Mill ci aiutano, invece, a indagare le cause vere e profonde di An Gorta Mór, senza farci fermare da facili ma devianti interpretazioni. Come mostrano nei propri scritti Cattaneo e Mill, la colpa della Grande carestia non fu affatto del laissez-faire, ma della situazione istituzionale irlandese, che non conosceva una proprietà diffusa e tutelata dall’ordinamento. Proprio An Gorta Mór è una delle prove storiche dell’ineludibile nesso che lega il riconoscimento dei diritti di proprietà alla crescita economica.
Gli irlandesi erano nella loro quasi totalità impiegati nell’agricoltura (con percentuali simili alla Russia zarista: in quegli stessi anni, in Inghilterra, solo un terzo della popolazione lavorava professionalmente la terra). Essi facevano affidamento su un sistema noto come cottier-tenant system, che consisteva nell’affitto di piccolissimi appezzamenti di terra agli agricoltori, per il tramite di una sorta di “asta”. La sovrappopolazione di quegli anni spingeva in alto i prezzi degli affitti (troppa domanda per un’offerta relativamente scarsa) e il terreno veniva quindi affittato al contadino disposto a pagare di più. E poiché l’agricoltura era l’unico sbocco lavorativo possibile, gli affittuari erano pronti a indebitarsi oltremisura, pur di assicurarsi un pezzo di terra da lavorare. Con la conseguenza per cui – pagati i debiti – essi estraevano dal campo solo ciò che era a stento necessario per la propria sussistenza. Ciò spiega l’intensiva coltivazione di patate: un ettaro di terreno poteva sfamare per un anno tre persone adulte se coltivato a frumento, ma ben venti se coltivato a patate.
Il sistema che non riconosceva adeguati diritti di proprietà ai contadini, quindi, li privava di qualsiasi incentivo a migliorare le tecniche di coltivazione e ad apportare qualsiasi miglioramento al fondo, visto che non avrebbero avuto la sicurezza di goderne anche in futuro. L’assenza di diritti di proprietà diffusi aveva finito per negare agli irlandesi i necessari stimoli imprenditoriali, facendoli ripiegare sull’uso di tecniche agricole vecchie e inefficaci, di sovra-sfruttamento della terra e suo conseguente impoverimento, come nota Cattaneo nel suo saggio “Sullo stato dell’Irlanda nel 1844”.
Fu quindi un sistema di istituzioni “estrattive” e “non inclusive” (aggiungiamoci pure gli effetti delle politiche protezionistiche delle Corn Laws, su cui non possiamo soffermarci per ragioni di spazio) a causare An Gorta Mór. In un articolo del 13 ottobre 1846, Mill suggerisce che la soluzione stia proprio nel miglioramento delle condizioni istituzionali irlandesi: «si renda l’Irlanda tranquilla, si rendano la vita e le proprietà sicure – scrive – e lo spirito d’impresa per cui il mondo non è abbastanza ampio non trascurerà più quel terzo, e il terzo più fertile, del Regno Unito». Ma questo il Governo del Regno Unito non sembrò capirlo: pensò piuttosto che la soluzione potesse risiedere in leggi di tipo assistenzialistico, provocando così il triste sarcasmo di Mill: «questo è il risultato a cui ci hanno condotti il progresso della ragione e dell’esperienza… Quello che ha impoverito la quasi totalità della popolazione agricola dell’Inghilterra è l’espediente raccomandato per portare al benessere e all’indipendenza i contadini di Irlanda!».
Cattaneo e Mill sono d’accordo: solo la diffusione dei diritti di proprietà avrebbe risollevato la disastrate condizioni economiche irlandesi. Il filosofo e economista inglese scrive: «siamo convinti che a quei mali [dell’Irlanda] si porrà rimedio solo con la creazione di numerose proprietà contadine. La proprietà del suolo ha una sorta di potere magico, capace di generare operosità, determinazione e previdenza in una popolazione agricola», «è il fatto di non pagare un affitto che rende operoso il contadino proprietario; è il fatto che la terra è sua». È Cattaneo – nel saggio conclusivo della raccolta, “Dei disastri dell’Irlanda negli anni 1846 e 1847” – a mostrarci i benefici della diffusione della proprietà tra i contadini, diversi anni dopo An Gorta Mór. Superato il cottier-tenant system, la proprietà si era diffusa maggiormente e godeva adesso di opportuno riconoscimento sociale e giuridico: ciò aveva spinto i contadini a investire, a bonificare ampie zone paludose dell’Irlanda, a costruire per sé e per le proprie famiglie case più sicure e confortevoli. «Il capitale espropriò in Irlanda il privilegio e il feudo e rinnovò di pianta tutto l’ordine sociale» scrive il federalista italiano. Certo, conclude Cattaneo, «tuttociò si poteva conseguire con meno tardi e men luttuosi provvedimenti. Non era necessario l’esterminio di due millioni di poveri e la ruina di molte splendide famiglie».

 

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