17
Set
2009

Una recessione alle porte?

Non si fa in tempo a dire che la recessione sia finalmente finita che “il lungo urlante ed inamabil gufo” di macphersoniana memoria fa capolino, stavolta incarnandosi in questo articolo del Telegraph, che sostiene che M1 sta calando, M2 sta calando, M3 (come fanno a saperlo lo ignoro) sta calando, i prestiti delle banche stanno calando, e quindi ristiamo al ’29.

Un rapido controllo mi ha convinto che i dati non sono campati per aria, e quindi parrebbe che ci siano condizioni di stress in molti aggregati monetari e creditizi americani, anche senza tirare in ballo la disoccupazione, che ormai ha raggiunto livelli europei. E’ possibile dunque che la discesa non sia ancora finita e che ci saranno nuove crisi da qualche parte, anziché la tanto auspicata ripresa.

In ogni caso, diciamocelo, una buona volta: questa storia del ’29 ha un po’ stufato. La depressione che è seguita alla crisi del  ’29, senza pressioni (sin dai tempi di Hoover) a non tagliare i salari, senza protezionismo,  senza le spinte a rafforzare i sindacati e i cartelli, sarebbe stata così grave e così duratura? Probabilmente non ci sarebbe stata la disoccupazione al 20% fino al ’41 senza le grandi riforme del salvatore della patria dell’epoca, Barack… no, volevo dire F. D. Roosevelt. Il resto è più difficile da dire, e in letteratura credo di aver contato quasi una dozzina di spiegazioni possibili (e non credo di aver esaurito la lista), ma, essendo il ’29 un unicum nella storia economica, non bisogna esagerare con i paragoni.

Di rischi ce ne sono, ovviamente, ma non bisogna vedere la grande depressione guardando solo agli aggregati monetari e finanziari: c’era molto di più, purtroppo per loro e per nostra fortuna. Che quel di più torni, sfortunatamente, non me la sento, comunque, di escluderlo. Voglio essere ottimista, e quindi il paragone tra Smoot-Hawley Act e pneumatici cinesi non ho intenzione di farlo: nel primo c’erano 20,000 merci.

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4 Responses

  1. alex

    Caro Monsurrò, io non ci capisco più niente e gradirei molto se, lei potesse farmi capire cosa c’è di sbagliato nell’idea che mi sono fatto della situazione in cui ci troviamo. Non capisco, per restare in Italia, come sia possibile fare quadrare i conti, a fronte di un debito che s’invola verso il 120% del PIL e ad una contrazione delle entrate fiscali che si annuncia consistente, in forza della perdita di qualche centinaia di migliaia di posti di lavoro e dei cali fortissimi nel fatturato di molte aziende. E visto che l’Italia sta nel mondo non capisco anche dell’altro. Mi sono convinto che la crisi dei mutui americani, sia stata sì l’elemento scatenante ma non la causa della crisi. Questa è per me, il portato di un apparato industriale mondiale formidabile, in grado di produrre molto più del richiesto, dell’ingresso della Cina nel grande gioco, che per miopia, o avidità o quel che si vuole, è stato reso inevitabile in tempi velocissimi e in termini per noi suicidi. Per di più, inoltre, l’ammontare dei debiti contratti dagli stati per fronteggiare la crisi, è di un’entità così elevata da risultare praticamente impossibile da saldare se non con delle supersvalutazioni da brivido, il che significa una bella redistribuzione mondiale di fame e miseria. Scusi la grossolanità. Alex

  2. Pietro M.

    Fa bene a preoccuparsi per i conti pubblici: sono disastrati ora e saranno ancora più disastrati nel futuro prossimo (a quello anteriore meglio non pensarci). Un elevato debito pubblico non è detto che serva a molto (anzi, è quasi certo che servirà a poco) per uscire dalla crisi, visto che pare montino qui e lì evidenze che la politica fiscael è grandemente sopravvalutata. Inutile che sia nel breve termine, nel medio e nel lungo succhierà risorse via dai settori produttivi, e quindi avremo meno crescita e meno innovazione. Per migliorare i conti pubblici occorre ridurre la spesa pubblica, non c’è alternativa: aumentare le tasse ucciderebbe ancora di più l’efficienza economica. E tagliare non è poi così difficile: in Italia si possono ridurre i livelli di enti locali, aumentare l’età pensionabile, chiudere uffici ed enti pubblici inutili riducendo la burocrazia, vendere immobili e risparmiare sulla manutenzione… basta volerlo. Ma ovviamente nessuno lo vuole: se i politici controllano direttamente il 50% della ricchezza nazionale (in realtà di più), perché dovrebbero scendere volontariamente al 40 o al 30%. Non lo faranno mai, e questo indipendentemente da qualsiasi considerazione di “benessere sociale”, concetto che forse formalmente ha senso, ma in sostanza non significa altro che quello che la persona che usa il concetto vuole fare intendere. Roba da Humpty Dumpty, direbbe Hayek.

    Ovviamente c’è anche da preoccuparsi per le conseguenze sociali della crisi: in Italia ci sono già moltissimi sottooccupati, la versione post-riforme-del-lavoro dei disoccupati. Gran parte dello stato sociale è barricato in difesa di poche categorie sociali, come le grandi imprese e i grandi sindacati e i pensionati, e il resto si limita a pagare le tasse, e, quando può, a far finta di pagarle.

    Per quanto riguarda le altre fonti di preoccupazione, c’è ben poco di cui esser preoccupati: né la Cina in sé ne la sovrapproduzione sono spettri credibili, almeno nel medio-lungo termine.

    La sovrapproduzione non esiste, ad esempio, perché i redditi ricavati dalla produzione sono spesi per comprare i beni prodotti (legge di Say). E’ un’identità contabile e nella realtà ha sicuramente senso nel medio-lungo termine. Nel breve termine è possibile produrre cose che nessuno vuole (come le case all’apice del boom) e dover quindi eliminare risorse da certi settori per spostarle, quando possibile, altrove. Questa non è sovrapproduzione ma malinvestment, concetto che per il 95% degli economisti non esiste, salvo poi ovviamente rendersi conto che le gru usate per costruire case ora sono pezzi di metlalo arrugginito senza valore e non saranno mai convertite istantaneamente e a bassi costi in qualcos’altro. Ci sono innumerevoli risorse sprecate in settori ipertrofici come l’edilizia e la finanza, quindi, e sarà doloroso riconvertirli, sia che si tratti di gru che di operai edili. Ma il problema centrale è che c’è troppo debito: le aziende (poco), le istituzioni finanziarie (molto), i consumatori (molto), e ora i governi (moltissimo) hanno esagerato con gli acquisti e le immobilizzazioni, con il leverage e il carry trade, e ora chiaramente si rendono conto (tutti tranne lo stato, of course) che non potevano continuare così in eterno (nonostante le banche centrali facciano di tutto per illudere ulteriormente le persone). Questo sarà doloroso, perché essenzialmente significa che si è consumato troppo e ora bisognerà consumare molto di meno, per risparmiare quel che serve per produrre a sufficienza, e per recuperare una struttura finanziaria che tutt’oggi è estremamente fragile, visto che i debiti non è che si paghino in un paio di mesi.

    La crisi dei mutui non è quindi la causa scatenante, esattamente come la goccia che fa traboccare il vaso non è mediamente più colpevole delle altre gocce. Ciononostante ci sarà da lavorare, e molto, nonostante le politiche macroeconomiche si occupino dei sintomi e non delle cause, e, anzi, in genere peggiorino le cause stesse.

    Per quanto riguarda la Cina, i consumatori italiani pagano le cose di meno da quando possono commerciare col resto del mondo. Siccome per comprare merci cinesi noi dobbiamo produrre, non è logicamente né economicamente possibile che i cinesi producano così tanto che ci impediscono di produrre: non sapremmo con cosa pagare le nostre importazioni. L’unica vera alternativa a questo è comprare a debito, cosa che l’Europa abitualmente non fa, con molte eccezioni come la Spagna e molti paesi dell’Est Europa, e che è un problema quindi soprattutto americano. Anche qui, l’Italia dovrebbe imparare a specializzarsi dove è competitiva e non fare la concorrenza al Bangladesh con il tessile: ma per specializzarsi servono i capitali, e per avere i capitali servono risparmi che vengano incanalati attraverso mercati finanziari e bancari efficienti verso gli investimenti privati e non verso il settore immobiliare o peggio ancora il deficit pubblico. Purtroppo in Italia non abbiamo nulla di tutto ciò, e di certo non è colpa della Cina, checché ne dica un noto ministro.

  3. alex

    Gentile Monsurrò, lei è molto convincente e brillante nell’esposizione. Da parte mia concordo che non sia colpa della Cina. Quello che intendevo sottolineare è la NOSTRA IMPREPARAZIONE nel fronteggiare un player con quelle caratteristiche. Anche perché, di fatto, noi italiani più di tutti, siamo seduti su uno zoccolo fatto di “braghe, camixe, majete, ga£ose e ociaeti” (pantaloni, camicie, maglie, scarpe e occhiali – fuor di scherzo, manifattura dura e pura che lotta insieme a noi).

  4. Pietro M.

    Sì, la nostra industria funge per molti versi da Cina per il resto d’Europa. E’ vero che abbiamo anche altre produzioni, come la meccanica di precisione e l’ottica, ma settori labour-intensive (tipici del terzo mondo) come il tessile sono rilevanti. Il problema è che non abbiamo investito abbastanza in produzioni non da terzo mondo e quindi dobbiamo riadattarci.

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