2
Mar
2011

Mirafiori ha segnato un punto di non ritorno nelle relazioni industriali? Di Mario Unnia

Riceviamo dal Prof. Mario Unnia e volentieri pubblichiamo.

Un sondaggio dei Direttori del personale Associati Gidp sull’evoluzione dei  rapporti tra imprese e sindacati nel prossimo biennio, sponsorizzato da Confindustria Energia –Relazioni Industriali (*).

I risultati possono essere così riassunti. Alla domanda “il nostro Paese è uscito dalla crisi?” ha risposto no il 41%, mentre il 55% ritiene che l’Italia abbia superato solo in parte la congiuntura economica negativa. Anche le previsioni sul prossimo biennio non sono rosee poiché i tempi della ripresa, per il 47% del campione, andranno oltre il biennio; per il 38% bisognerà aspettare la fine del 2012 e solo per il 12% ci riusciremo entro l’anno in corso. Il contesto economico ha inasprito i rapporti  di lavoro: per il 54% la situazione non migliorerà nel prossimo biennio, un 20% ritiene che addirittura peggiorerà e un 23% ha, invece, la convinzione che la situazione è destinata a migliorare. Circa il 50% considera che il protrarsi di condizioni economiche critiche abbia effetti negativi sui rapporti di lavoro, mentre per il 34% le conseguenze potranno essere positive e per il 12% circa non sono rilevanti. In tale contesto si torna a dibattere sul ruolo del libero mercato e della funzione che dovrebbe avere lo stato. Secondo il 60%, seppure con riserva della maggioranza dell’opinione pubblica, al mercato nel prossimo biennio sarà riconosciuta una funzione chiave per lo sviluppo. Per circa il 75% del campione inoltre, le imprese si trovano ad operare in un contesto altamente competitivo che favorirà il recupero di prerogative manageriali ed imprenditoriali.

Circa la metà degli intervistati pensa che nel prossimo biennio il tasso di sindacalizzazione dei lavoratori si ridurrà rispetto all’attuale 30% attestandosi comunque tra il 25% e il 30%. Un 10% valuta che ci siano le condizioni per raggiungere il 35%. Si ritiene poco probabile una unificazione delle 3 maggiori sigle sindacali, CGIL, CISl e UIL, (86%), anche se il 78% valuterebbe come positivi gli effetti della riconciliazione. Scendendo nel dettaglio, per il 67% del campione le contrapposizioni tra CISL e UIL rispetto alla CGIL sono insanabili. Il ruolo antagonista della CGIL si giustifica a causa di: situazione conseguente alla crisi, componenti minoritarie che ostacolano un processo decisionale coerente, presenza attiva tra gli iscritti della componente ex Rifondazione, la CGIL inverte il processo di subordinazione del sindacato al partito.

Il campione si spacca a metà rispetto al quesito “i sindacati autonomi, nel prossimo biennio potranno diventare concorrenti delle sigle storiche?”, così come risulta diviso a metà rispetto all’ipotesi dell’affermarsi di un sindacalismo professionale non legato alla politica, ma rivolto alla difesa di interessi specifici della libera professione. L’alleanza tra Cisl e Uil è dovuta ad una  visione comune della società come non antagonista e conflittuale e alla volontà di superare la Cgil che ha un maggior numero di iscritti. Per quanto riguarda la contrapposizione tra Cisl e Uil rispetto alla Cgil, il 66,8% del campione ritiene che non è destinata a ricomporsi. La Cgil manterrà, in futuro, il suo ruolo antagonista.

L’idea di regolamentare la presenza sindacale per legge potrebbe contribuire a razionalizzare le relazioni sindacali: ne è convinto circa il 70% del campione poiché creerebbe le condizioni per una maggiore semplificazione e chiarezza, e offrirebbe uno spazio di negoziazione solo a chi ha effettivamente una rappresentanza. Secondo il 60% del campione la contrattazione collettiva nazionale è destinata a diventare, nel prossimo biennio, complementare rispetto a quella aziendale e solo per circa il 14% rimarrà dominante. I rapporti tra le federazioni sindacali che tutelano le nuove identità di lavoro cosiddette atipiche e quelle che rappresentano lavoratori inseriti nell’inquadramento di lavoro strutturato evolveranno in modo convergente per il 43%, parallelo per il 37% e divergente per il 15%.

Alla domanda su quali saranno gli argomenti da valorizzare nel rapporto tra azienda e collaboratori, queste le risposte: la condivisione e la realizzazione della responsabilità sociale d’impresa e il rafforzamento del ruolo del management. Inoltre, tra le forme di partecipazione dei lavoratori alla gestione d’impresa, si ritiene che la soluzione con maggiori potenzialità sia l’istituzione di forme di partecipazione dei lavoratori agli utili.

E’ stato chiesto quali potrebbero essere le politiche da attuare in azienda nell’ottica del miglioramento delle condizioni di lavoro pur in un contesto economico che rimane critico. Si registra la quasi l’unanimità dei consensi sull’ipotesi di sviluppare una previdenza complementare, insieme all’assistenza sanitaria integrativa. Da potenziare anche gli asili nido consorziati tra imprese e le mense interne ai luoghi di lavoro. Inoltre, il 90% dei rispondenti ritiene prioritario il passaggio dal sostegno del reddito per la disoccupazione al supporto e orientamento per politiche attive di ricerca di nuova occupazione o ricollocazione. Il campione degli intervistati dimostra di approvare eventuali politiche migliorative di sostegno all’occupazione.

Flessibilità in entrata, ma anche e soprattutto in uscita. Sono queste le parole chiave della futura evoluzione del mercato del lavoro, con eventuali forme alternative all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori ipotizzate da oltre l’80% dei rispondenti, convinti che questo possa notevolmente semplificare la vita ai giovani in attesa di occupazione. Accoglienza positiva anche delle ipotesi di incentivazione per la stipula di contratti a tempo indeterminato.

di Mario Unnia

(*) Il campione d’indagine

Hanno risposto 151 direttori del personale: oltre il 50% opera in aziende multinazionali e solo il 29% opera in aziende a conduzione familiare. Oltre la metà del campione opera in contesti con più di 500 dipendenti; per il 21% i dipendenti sono compresi tra 250 e 499 e per un altro 20% sono compresi tra 50 e 249. Il settore di attività è per il 26% l’industria meccanica ed elettronica, per il 10,60% l’industria chimica e farmaceutica, per l’8,60% il terziario innovativo e i servizi alle imprese, quasi l’8% è rappresentato dal commercio. La parte restante è suddivisa nei settori credito, energia, turismo, alimentare, abbigliamento,telecomunicazioni, editoria, trasporti e assicurazioni.

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1 Response

  1. Mark

    Salve,
    mi limito a commentare il discorso relativo alla “Flessibilità in uscita”
    la quale potrebbe “semplificare la vita ai giovani in attesa di occupazione”
    Indubbiamente potrebbe farlo:
    se per un’Azienda è più facile fare uscire sarà anche più facile entrare e questo potrebbe giovare anche ai giovani stessi, in generale a tutti i lavoratori in attesa di un ricollocamento, in quanto
    – incrementerebbe il loro bagaglio di conoscenze ed esperienze lavorative
    – fornirebbe loro diverse occasioni per dimostrare il loro valore

    Ma attenzione al rovescio della medaglia:
    e se questo meccanismo di rotazione non fosse poi funzionale ad una assunzione effettiva?
    Se le aziende lo sfruttassero per ottenere semplicemente manodopera a basso costo?

    L’ultima cosa che serva ai giovani di questo Paese è lo Stage 2.0
    il cui unico effetto potrebbe essere quello di illuderli
    con la possibilità di un Contratto che permetterebbe loro di raggiungere la solidità economica per passare dall’essere figli all’essere genitori

    Una giovane coppia che mette su famiglia è un toccasana per la domanda interna, correggetemi se sbaglio …
    Sottoscrivono un Mutuo per comprare casa, la arredano, eventualmente la ristrutturano, acquistano un’auto famigliare,
    elettrodomestici, … poi tutte le spese per gli eventuali pargoli …
    Naturalmente prima di fare tutto questo, devono disporre di adeguati Contratti di Lavoro, che forniscano loro
    – un adeguato stipendio
    – un’adeguata sicurezza

    Purtroppo mi pare che ad oggi tutto questo avvenga in Italia sempre meno spesso e che quindi i giovani siano sempre più orientati verso l’estero, ma allora mi domando:
    lasciare che questo avvenga è saggio da un punto di vista etico, strategico ed economico ?

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