18
Ago
2009

Laffer rules

Segnalo questo bel paper di Dan Mitchell, che sviluppa un’analisi empirica su diversi casi recenti di tagli fiscali. La conclusione è che, in generale, la Curva di Laffer – secondo cui una riduzione delle imposte può determinare un aumento del gettito – descrive piuttosto bene il comportamento dell’economia. Quindi, una seria riforma fiscale può costare poco (nell’immediato) e addirittura essere conveniente (nel lungo termine) dal punto di vista delle finanze pubbliche. Purtroppo, nessuna evidenza è abbastanza solida per chi non vuol capire.

17
Ago
2009

Par condicio per obesi ed ortoressici

Sul Corriere di oggi la notizia da manuale dell’uomo che morsica il cane: “di cibo sano si può morire”. La malattia inizia con l’esclusione dall’alimentazione dei cibi trattati con pesticidi o con qualsiasi additivo artificiale. Poco alla volta, poi, i criteri di ammissibilità di un alimento diventano sempre più restrittivi fino a portare il malato ad avere una dieta talmente povera da poter riportare gravi danni sul piano nutrizionale. L’Economist racconta invece del consenso sempre più ampio  che vi sarebbe negli Stati Uniti all’introduzione di una fat (senza “l”, purtroppo) tax per internalizzare i costi che le persone sovrappeso scaricano su un sistema sanitario avviato ad accentuare il suo carattere socialista. Dubitiamo che in futuro le stesse voci si alzeranno per invocare analoghi provvedimenti per i cultori del, politicamente corretto, cibo sano (oggi, spesso, generosamente incentivato e propagandato dal soggetto pubblico). Insomma, i classici due pesi e due misure. Due regolamentazioni opposte e sbagliate: meglio fare affidamento su mercato e responsabilità individuale.

17
Ago
2009

Mamma (Stato)

Breve dialogo con una giovane venticinquenne finlandese, a dir poco stupita del fatto che in Italia gli studenti universitari (non necessariamente „bamboccioni“) vivano per lo piú con i propri genitori.

GB: “E tu quindi vivi sola?”

St: “Ma certamente..”

GB: “E lavori?”

St: “No, devo ancora finire l´Universitá. Mi manca poco..”

GB: “Capisco. E quindi i tuoi genitori ti passano dei soldi, perche’ tu possa vivere da sola, non e´così?”

St: “No, non i miei genitori, lo Stato naturalmente”.

17
Ago
2009

Ritorno alla realtà

Venerdì scorso la Federal Insurance Deposit Corporation (FDIC) ha preso il controllo dell’ennesima banca in condizioni di dissesto. Una liturgia, dai tratti anche spettacolari, che nel solo 2009 si è ripetuta 77 volte. La differenza è che questa volta il profilo della banca commissariata è peculiare, per dimensione degli attivi e diffusione territoriale. Si tratta infatti di Colonial BancGroup, istituto basato a Montgomery, Alabama, con 25 miliardi di dollari di attivi e 346 sportelli, disseminati tra Florida, Alabama, Georgia, Nevada, e Texas. Una banca le cui dimensioni sono di circa 10 volte superiori a quelle medie dei precedenti interventi. Si aggravano quindi le condizioni dell'”altro” sistema bancario statunitense, quello che non assume la forma di holding bancaria ma di realtà creditizia statale o interstatale dedita in prevalenza alle tradizionali attività di banca commerciale, la raccolta di depositi dalla clientela e l’impiego prevalente attraverso erogazione di prestiti.

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17
Ago
2009

Amato e la patrimoniale: l’eterno dirigismo

Oggi sul Messaggero Giuliano Amato ha rilanciato un suo vecchio pallino, l’imposta patrimoniale. Come rimedio per reperire risorse analoghe a quelle che verrebbero meno abbattendo in maniera significativa l’IRPEF, cosa di cui ci sarebbe gran bisogno, dice. del resto, è lo stesso uomo politico che nel 1992, da premier, dovendo fronteggiare una crisi della lira pressoché da default e un deficit pubblico fuori controllo, mise le mani nei conti correnti bancari degli italiani. Onestamente, lo ricorda egli stesso. La patrimoniale è un tema ricorrente a sinistra, e non a caso solo pochi mesi fa Giulio Tremonti sul Corriere della sera respinse chi, in cattedra ma da sinistra, citava Luigi Einaudi come fautore dell’imposta.  Non è questo il luogo per aprire un dibattito generale. Ma almeno per fissare almeno un punto fermo, ricordando un grande “classico” italiano di scienza delle finanze, direi di sì.

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17
Ago
2009

Il libertarismo secondo Michael Shermer

Michael Shermer e’ piu’ noto per i suoi lavori contro la “pseudo-scienza” e al sua rubrica su Scientific American, ma e’ anche (al pari di un altro famoso autore di divulgazione scientifica, Matt Ridley) un fervido libertario. Il suo ultimo libro, “The Mind of The Market”, e’ una interessante lettura dell’insorgenza delle istituzioni del mercato, e della cultura che vi e’ sottesa.
Sull’Huffington Post, Shermer pubblica un “The Case for Libertarianism” in cui spiega in modo semplicissimo, e persuasivo, senza citare Hayek e Mises ma piuttosto “Codice d’onore” (il film con Jack Nicholson, Tom Cruise e Demi Moore), perche’ la filosofia del governo limitato mette assieme il meglio di destra e sinistra. Il tutto in dodici punti. Personalmente, chiarirei solo che l’infrastruttura di cui al punto quattro non deve essere per forza finanziata coi soldi di tutti, e che l’educazione di massa di cui al punto sette puo’ e deve essere fornita in regime di concorrenza. Senza censori.

17
Ago
2009

Uomini, mezzi uomini, ominicchi, pigliainculo, quaquaraquà… e politici di professione

Non c’è bisogno di aver letto Gaetano Mosca per aver compreso che i politici sono una «classe» : che rappresentano, insomma, un gruppo separato. Quel che è peggio, però, è che essi perdono la stessa capacità di percepire la realtà, fino al punto di vivere in un universo tutto loro, in cui esiste da un lato la nostra realtà, piena di limiti e difetti, e dall’altro quell’eccezionale conglomerato di elezioni, visioni globali, posti di sottogoverno e destini da compiere che impregna la quotidianità della politica.

Chi ancora non si fosse avveduto di tale patologica deformazione percettiva che affligge quanti detengono un qualche potere, dovrebbe ascoltare questa intervista di Jan Helfeld a Nancy Pelosi, speaker della Camera statunitense. Il giornalista si limita a chiedere quanto siano retribuiti, dai parlamentari americani, i vari intern e collaboratori di cui i politici si avvalgono, e poi interroga l’esponente del partito democratico in merito al salario minimo obbligatorio.

L’intenzione è mostrare che non si può accettare che alla House of Representives vi sia chi lavora anche gratuitamente (“come volontario”, nelle parole della Pelosi), se poi si scende in guerra contro quanti lavorano per un pugno di dollari da McDonald’s o da Walmart.

Naturalmente la Pelosi trova offensive le stesse domande e pretende che il proprio interlocutore accetti la totale contraddittorietà di una posizione, la sua, che al tempo stesso contesta e legittima l’esistenza di retribuzioni sotto il minimum wage.

La parlamentare americana è però in buona fede. Servire la gente preparando panini imbottiti o sistemando beni alimentari sugli scaffali ai suoi occhi è un lavoro svilente, mentre il solo fatto di poter muoversi nei corridoi del Potere rappresenterebbe una promozione: un cambio di status. In fondo, nella linea di pensiero della parlamentare statunitense forse non ci sarebbe niente di male neppure se i suoi giovani collaboratori versassero qualcosa in cambio del privilegio che è riservato loro.

Il lavoro è per gli uomini comuni, mentre la politica è per il ceto superiore. Questo è il retropensiero che rende possibile uno schema argomentativo altrimenti del tutto irrazionale.

16
Ago
2009

Tirannia totale

Lo Stato che avanza. Quello con la “S” maiuscola, e vuole sempre di più. Non pensiate sia un divertimento per attivisti ed ultra-fan dei diritti civili. Il “Nuovo Stato nazionale di Sorveglianza”, così ben descritto da Jack Balkin avrà un impatto profondo anche sulle vicende economiche: “This new kind of State uses surveillance, data collection, collation and analysis to identify problems, to head off potential threats, to govern populations, and to deliver valuable social services”.

Avevo tempo fa già indicato un prezioso articolo di Tony Buyan pubblicato dal Guardian.  Statewatch ora torna alla carica e con questo report ci dice come la buona Unione Europea entra dritta dritta nei nostri pc. C’e’ ben poco da ridere, altro che  Tavaroli.

16
Ago
2009

Ferragosto Sartori mio non ti conosco

Ieri come ogni Ferragosto, il professor Giovanni Sartori ci ha spiegato, dalla prima pagina del Corriere, che il mondo è in grave pericolo a causa della crisi ambientale. Stranamente assente dal suo pezzo la consueta enfasi sui guasti della sovrappopolazione (gli sarà nato un nipotino), resta invece la sua verve anti-americana – del resto gli Usa sono il paese che, nonostante la crisi, più e meglio di tutti gli altri incarna l’idea capitalistica, almeno in punto di percezione pubblica – mitigata solo per la vittoria di Barack Obama, grazie al quale

ci siamo liberati del “texano tossico”, del nefsto ex presidente Bush.

Sartori però deve aver letto un po’ troppo rapidamente i giornali, perché attribuisce al nuovo inquilino della Casa Bianca l’approvazione, da parte del Congresso, di una fantomatica legge anti-inquinamento. Le cose sono un po’ diverse e, almeno per ora, migliori dal punto di vista mio e peggiori da quello di Sartori. Poi il professore se la prende con Silvio Berlusconi, reo di aver detto che

Trovo assurdo parlare di emissioni quando è in atto una crisi.

Chiosa Sartori:

Sì, ma no. Perché una catastrofe ecologica sarebbe mille volte più grave della crisi in atto.

Naturalmente, non possiamo saperlo. Nel senso che ancora non conosciamo il bilancio reale della crisi in atto, compreso l’effetto dell’immensa liquidità gettata sul terreno dalle banche centrali, né quello della violenza perpetrata dai governi ai mercati a suon di stimoli. Ma soprattutto, non sappiamo cosa Sartori intenda – e più ancora, quale possa essere l’effettivo aspetto – di una “catastrofe ecologica”. Probabilmente la collisione di un asteroide col pianeta Terra sarebbe effettivamente più grave della crisi in atto, e anche di quella del ’29, e anche di tutte e due messe assieme. Ma se parliamo dell’aumento graduale e moderato delle temperature medie, chissà.

Sul futuro, taccio. Ma il passato lo conosciamo: a fronte di un riscaldamento di circa 0,7 gradi, nel ventesimo secolo il Pil pro capite medio globale è aumentato del 1700 per cento. Alzi la mano chi avrebbe preferito un mondo più freddo.