21
Lug
2017

Google Policy Fellowship at Istituto Bruno Leoni

Google offre una fellowship presso l’Istituto Bruno Leoni. La borsa di studio avrà una durata di sei mesi a partire dall’ottobre 2017. Per fare domanda vi preghiamo di inviare una breve e-mail all’indirizzo info@brunoleoni.org, allegando un CV.
Il termine di presentazione delle domande è il 27 agosto 2017.

Maggiori informazioni sono disponibili sul blog di Google.

 

Call for Istituto Bruno Leoni – Google Fellowship

Your fellowship at IBL

IBL and Google Italy are partnering for an exciting new fellowship program on competition in mobile markets. The aim is to bring together the tech industry and academics to focus on competition in mobile markets. You will be a key driver of that process – through research, organization and participation in the meetings, as well as contributing to the resulting report. Your time at IBL will be dedicated to exploring a number of specific themes relating to the impact of competition in this sector.

What this means concretely

During the fellowship, you will spend time working at Istituto Bruno Leoni on competition in mobile markets, through:

  • drafting and preparation of both internal and external briefing documents and materials
  • assisting in the organisation of workshops and trainings, monitoring of daily news sources of relevance
  • performing other duties as assigned.

Who are we looking for?

We want to encourage applicants from diverse backgrounds so previous experience in our specific field is not a requirement. Activism and social engagement – of any kind – is a strong plus. Our office is multilingual, but à good knowledge of Italian and English is necessary.

  • A higher education degree in social science, law, political science, international or EU affairs or other relevant field is desirable but can be compensated by relevant IT and/or non-formal education experience.
  • A passion for the issues related to competition and digital markets.
  • Quick learner with strong ability to develop knowledge on new concepts and adapt to new processes.
  • An open and avid communicator and a strong team player
  • Willingness to live in Italy.

REQUIRED SKILLS

Ability to formulate analyse documents and monitor processes.
Excellent writing skills in Italian and English.
Ability to research, collate, analyse and summarise information.
Ability to manage effectively your own time, activities and budget.
Sociable, service oriented and at ease in a multicultural environment.
Proactive, critical, flexible and solution oriented.
Ability to work independently and as part of a team on a common project.
A team player with excellent interpersonal and communications skills.
Computer literacy: good working knowledge of word processing, e-mail and Internet applications.

What’s in there for you?

As part of the partnership with Google, you will have access to interesting training opportunities offered by the Google Rome Office.

How to apply

To submit your application for this vacancy, please write to serena.sileoni@brunoleoni.org

Interviews for this vacancy will be held in August and/or beginning of September. The successful candidate will be expected to start in October.
CONFLICT OF INTEREST

IBL requires applicants to inform us about any possible conflict of interest.

IBL aims to ensure that no job applicant or employee receives less favourable treatment on the ground of race, colour, nationality, religion, ethnic or national origins, gender, marital status, caring responsibilities, sexual orientation, disability or chronic illness.

5
Mag
2009

“Paradisi” fiscali: Obama spalanca la strada a Tremonti

In Italia il dibattito è stato lanciato “a freddo” dal Sole24ore un mesetto fa, rendendo concreta con tanto di titoli di apertura per quattro giorni di seguito l’indiscrezione tra addetti ai lavori che fino a quel momento non aveva mai trovato conferma: e cioè che l’Italia stava elaborando un nuovo maxi scudo fiscale per il rientro dei capitali, che se ne era parlato al G7 di Roma come conseguenza del “nuovo legal standard contro i paradisi fiscali”, e che in tale quadro Tremonti si sarebbe però mosso in un concerto europeo, per evitare la rampogne franco-tedesche scattate nel 2004-05, quando l’Italia ottenne la bellezza di quasi 80 miliardi di euro retrocessi alla base imponibile nazionale, con un’aliquota estremamente attraente pari al solo 2,5% delle somme rimpatriate, che significò un paio di miliardi di euro d’incassi immediati.
Fedele al suo estremo riserbo, che in materia fiscale e di provvedimenti di clemenza è ancor più giusto e obbligato, Tremonti sulla materia è sempre stato restio a dare qualsivoglia particolare aggiuntivo. Il provvedimento è tornato a materializzarsi come possibile copertura in occasione di nuovi stanziamenti straordinari del governo, dall’Abruzzo all’eventuale nuova estensione di ammortizzatori sociali, se le cose dovessero prendere una piega ancora peggiore rispetto agli 8 miliardi a tal scopo drenati in buona parte ai Fas regionali, ottenuti decentrandone l’utilizzo in maniera che le Regioni siano compartecipi del processo decisionale. In realtà le imprese sanno che il provvedimento è in cottura, visto che il Sole prese a parlarne ex abrupto perché Tremonti stesso sollevò en passant il tema incontrando con Berlusconi la Marcegaglia, il martedì successivo al convegno di Palermo in cui il vertice di Confindustria aveva levato un grido d’allarme chiedendo “soldi veri”. Il governo e il ministro non ne parlano per non suscitare allarme in Europa e non spiazzare il lavoro degli sherpa, che tentano di strappare ai franco-tedeschi un’aliquota sufficientemente bassa da rendere il provvedimento realmente efficace e vantaggioso per le casse pubbliche. Le imprese e i giornali non ne parlano neanche loro, per non evocare la facile accusa di voler dare una mano a chi ha portato capitali all’estero. In realtà tutti sanno che la misura sarebbe utile non solo all’Erario in futuro – più base imponibile – e al Tesoro subito – per fronteggiare la diminuzione del gettito da calo delle attività economiche – ma altresì alle imprese, visto che la richiesta convenuta dal governo è di riservare una finestra ancor più vantaggiosa al rientro di capitali che fosse volto all’investimento immediato nelle imprese, per meglio patrimonializzarle. Ma la convenzione generale è di parlarne il meno possibile.
Sennonché ha quasi del clamoroso, che nessuno in Italia si sia accorto che l’annuncio dato lunedì 4 maggio da Obama significa non solo che lo scudo ci sarà qui da noi e in Europa, ma che a questo punto converrà farlo presto e bene.
Che il Congresso Usa approvi davvero quanto annunciato da Obama, francamente si stenta a crederlo. Perché in Senato non basta neanche il sessantesimo senatore Specter passato dai repubblicani ai democratici pur di riassicurarsi l’elezione, per garantire la maggioranza a una misura che butta nel water 25 anni di politica fiscale Usa. Negli Usa, i profitti realizzati da controllate estere di imprese americane sono sottoposti a differimento d’imposta finché non reimpatriati. E’ questa misura, ripresa e rafforzata da Clinton dopo l’introduzione reaganiana, ad aver potentemente spinto la grande impresa Usa a due comportamenti positivi. Estendere il più possibile nel mondo il proprio radicamento in Paesi a minor prelievo, classicamente in via di sviluppo e non solo le Isole Cayman per partite finanziarie estero su estero. Essere estremamente rapide e flessibili nell’impiantare attività nei Paesi che modificavano il proprio regime fiscale in senso favorevole all’impresa, dall’Irlanda all’Est europeo per restare al contesto a noi più vicino. Per la sola General Electric nell’ultimo esercizio, sono quasi 80 miliardi di dollari di profitti che la casa madre non intende reimpatriare. Il che significa che continuerà a investirili all’estero, dando carburante alla crescita mondiale. La resistenza della Corporate America sarà durissima, alla misura annunciata da Obama: negare le deduzioni fiscali sull’intero ammontare dei profitti finché essi non vengano reimpatriati, con la scusa che altrimenti è troppo favorito chi opera all’estero rispetto alla piccola impresa. I 210 miliardi di prelievo che Obama mira ad incassare, non sono solo utili che gonfiano i risultati su cui si calcolano i premi ai manager. Sono benzina per il pianeta (e la forza dell’America nel mondo).
So che su questo argomento noi siamo minoranza. E’ facile alla politica oggi attaccare i “paradisi fiscali” come una minaccia e un insulto, per i poveri Paesi ad alto prelievo messi alle corde dalla crisi e dal calo del gettito per finanziare il loro costoso welfare, vieppiù appesantito dai nuovi disoccupati. In realtà, la difesa della concorrenza fiscale al ribasso costituisce per noi tutela del motore che ha indotto i paesi Ocse nell’ultimo venticinquennio ad abbassare di ben 16 punti l’aliquota legale (dunque quella media, non parlo di quella marginale) sul reddito delle persone giuridiche, pur accrescendo del 34% il prelievo complessivo per effetto della maggior crescita indotta. Senza l’Irlanda e la flat tax esteuropea che oggi tutti i Paesi ad alta spesa pubblica vorrebbero affossare una volta per tutte, perché sino a ieri era la riprova che si cresceva assai di più a basse tasse (e tornerà ad esserlo appena riparte il commercio internazionale), i sistemi politici ad alta intermediazione pubblica del reddito avrebbero avuto vita meno difficile, nel difendere le loro alte pretese dalla protesta di contribuenti e imprese vessati. Su questo tema, segnalo i papers più recenti degli amici del Cato Institute, “Obama Offshore Tax Plan Will Cost U.S. Companies Business and Jobs” di Daniel Griswold, “Tax Havens Should Be Celebrated, Not Persecuted” di Daniel J. Mitchell, “In Defense of Tax Havens” di Richard W. Rahn, “International Tax Competition”, che è il manuale fiscale per politici che vogliano liberarsi della mitologia eticista in materia di fisco comparato.
Ma in realtà, al di là della nostra contrarietà a una classe di politici che crede davvero ora di realizzare l’armonizzazione fiscale internazionale al rialzo, da anni predicata in Italia dai Padoa-Schioppa, Monti e Visco, quel che conta è che l’annuncio di Obama segna la direzione che verrà seguita da molti. Meglio allora farne tesoro. Anzi Tesoro, con la “ti” maiuscola. Dunque si sbrighi Tremonti, e resista ai franco-tedeschi che chiedono aliquote dell’8 se non del 10 o 12% sul reimpatriato, che renderebbero lo scudo fiscale assai meno incentivante e dunque efficace. In un mondo in cui Usa e Germania vanno all’assalto del santo segreto bancario dietro il quale milioni di contribuenti si difendevano dalle alte aliquote, all’Italia spetta non alzare le proprie tasse – per carità, la promessa era ancora una volta di abbassarle – bensì approfittarne al meglio.

5
Mag
2009

Il paternalismo libertario

In effetti, il paternalismo libertario mancava. Ora ce l’abbiamo. Il 7 maggio uscirà anche in Italia il bestseller di Cass Sunstein e Richard Thaler (Nudge: Improving Decisions About Health, Wealth, and Happiness [negli USA] / Nudge. La spinta gentile – La nuova strategia per migliorare le nostre decisioni su denaro, salute, felicità [in Italia]). Oggi, ce ne parla Vittorio Zucconi su la Repubblica. Il quale ci dice che si tratta solamente in apparenza di un ossimoro (sarà, ma se quello che ci ha insegnato la nostra professoressa di lettere ha un senso: siamo in presenza di un ossimoro, non apparente… reale). Premesso che non ho letto il libro, dalla rete se ne ricavano interessanti commenti, che aiutano a farsi un’idea sul volume. L’assunto di base è che l’uomo sbaglia (e questa non è una novità: siamo ignoranti e fallibili, su questo non ci piove). Come dice la scheda di presentazione del volume:  “Siamo esseri umani, non calcolatori perfettamente razionali”. In altre parole, siamo degli Homer Simpson e non dei Mr. Spock. Per Sunstein e Thaler abbiamo allora bisogno di un “pungolo” (di un aiuto), che ci indirizzi verso la scelta giusta: “Per introdurre pratiche di buona cittadinanza, per aiutare le  persone a scegliere il meglio per sé e per la società, occorre imparare a usare a fin di bene l’irrazionalità umana.  I campi d’applicazione sono potenzialmente illimitati: dal sistema pensionistico allo smaltimento dei rifiuti, dalla  lotta all’obesità al traffico, dalla donazione di organi ai mercati finanziari, non c’è praticamente settore della  vita pubblica o privata che non possa trarre giovamento dal ‘paternalismo libertario’ proposto dai due intellettuali americani”. Sarà anche libertario, ma il timore di finire sotto il controllo paternalistico di élite è fondato. Non so se l’economia comportamentale implichi una qualche forma di paternalismo, di sicuro gli autori muovono da e si inseriscono in un simile approccio. Il contesto influisce sulle scelte degli individui, pertanto è possibile in un qualche modo determinare le loro azioni, nel bene e nel male. Per gli autori è importante quindi modificare l’ambiente in cui vengono prese tali scelte, manipolandolo si otterranno esiti differenti. L’aspetto paternalistico allora è evidente. Così pensando, si legittima un intervento che tenti di influenzare il comportamento delle persone per rendere le loro vite migliori, più sane e più longeve. La componente libertaria starebbe invece nel garantire alle persone più opzioni di scelta: si interviene sul contesto, ma si lasciano le persone libere di prendere le singole decisioni. Ma è veramente possibile non costringere le persone a compiere determinate azioni, ma solamente incoraggiarle a prendere decisioni che possono farle diventare persone migliori? Ovvio che, preliminarmente, si debba avere ben chiaro cosa rende le persone migliori. L’esempio più banale e abusato è quello legato all’obesità. Gli autori sembrerebbero dire: se l’obesità è un male dobbiamo limitarla, lasciando però le persone libere di rimpinzarsi quanto vogliono. Ma se non si interviene a valle, bisogna farlo a monte. Se l’obbligo non ricade sul consumatore forse ricadrà sul produttore o sull’esercente. Comunque, a questi dubbi potrà solamente rispondere la lettura del volume. Ad ogni modo, di una cosa sono sicuro: “paternalismo libertario” è e rimane un ossimoro.

5
Mag
2009

Una Thatcher per la Germania? Difficile

Quando l’Inghilterra scoprì la signora Thatcher, in quel di Bonn alla tolda di comando stava ormai da un lustro un certo Helmut Schmidt. Socialdemocratico di ampie vedute e mai schierato su posizioni massimaliste, Schmidt diede vita al secondo governo liberalsocialista nella storia della Repubblica federale dopo quello di Willy Brandt. Inutile dire che in quegli anni la Germania non visse alcuno shock liberista. Anzi, il governo di Schmidt è ricordato ancora oggi per la spasmodica ricerca di una concertazione un po’ all’italiana e per aver raddoppiato l’indebitamento dal 20 al 40% del Pil. E questo è tanto più singolare quanto più si pone attenzione al fatto che al governo stavano per l’appunto anche i liberali dell’FDP. In realtà non bisogna farsi ingannare dai simboli o dalle sigle. Il partito liberale tedesco, dalla sua nascita nel 1948 sino ad oggi, è il partito che più di ogni altro è rimasto al potere, ma è anche quello che più di ogni altro rimane afflitto da gravi paradossi, primo fra i quali quello di esistere, ma di non aver mai preso coscienza di sé stesso. Fino al 1982 l’FDP fu infatti alle prese con spinte centrifughe di segno opposto: keynesiani moderati da una parte e liberalconservatori dall’altra. Solo con il voto di sfiducia a Schmidt e l’ascesa di Helmut Kohl si posero le premesse per un parziale cambiamento. L’ala sinistra del partito abbandonò in blocco l’FDP, accasandosi un po’ presso l’SPD e un po’ presso i nascenti Verdi. Da quel momento in poi i liberali divennero gli alleati più stretti dei democristiani, anche se nei diciassette anni di alleanza con la CDU/CSU non furono in grado di realizzare un mutamento radicale di tipo thatcheriano. Anzi, se si eccettua la politica di parziale semplificazione del mercato del lavoro, ci fu una certa continuità con l’era Schmidt, incrinata solo dalle pressioni  all’apertura dei mercati (mai pienamente accettate e condivise) provenienti della Comunità europea. Tutto ciò per dire che, trent’anni dopo, la Germania attende ancora  oggi la sua Maggie. Nel 2005, quando Angela Merkel arruolò nella sua squadra il professor Paul Kirchhof, ex giudice della Corte Costituzionale e grande sponsor della flat-tax, la CDU precipitò nei sondaggi e per un soffio rischiò di perdere il treno per la Cancelleria. Il vocabolo “Neo-liberal” (come tutti i termini che in tedesco incominciano con “Neo”) incute ancora molta paura in Germania, e questo perché evoca lo spettro di una società profondamente estranea al comune sentire dei tedeschi, i quali dalla Repubblica di Weimar in poi- nazismo compreso-hanno sempre creduto fermamente (e talvolta ciecamente) nelle virtù benefiche del Sozialstaat. Questo è accaduto anche dopo la Wende, ossia dopo il crollo del Muro e la riunificazione, cui purtroppo o per fortuna  (a seconda dei punti di vista), non si è accompagnato alcun trionfo del liberalismo. Ecco perché sapere che nei sondaggi più recenti l’FDP è dato in forte ripresa non ci regala grandi illusioni. Westerwelle è certamente più thatcheriano del suo predecessore, il nazional-liberale e inguaribile anti-semita Möllemann, ma con una Angie così drammaticamente compromessa con l’ala più conservatrice e keynesiana del suo partito, le possibilità di una rivoluzione liberale anche in Germania si assottigliano ogni giorno di più.

4
Mag
2009

Non siamo figli della Thatcher, ma del Ventennio

Nonostante una certa cultura sembri talora dimenticarsene, la storiografia è per definizione revisionista. Non c’è quindi nulla di sorprendente nel fatto che ora, a vent’anni dal concludersi di quell’esperienza, vi sia chi punta il dito contro il decennio reaganiano e thatcheriano e contro l’antistatalismo che aveva animato quelle esperienze politiche. Ovviamente tali giudizi sono in larga misura la conseguenza di presupposti culturali: ed in questo senso non è difficile comprendere per quali ragioni i fautori di una società variamente tecnocratica non provino alcuna simpatia per la ventata di libertà che ha segnato il mondo anglosassone durante gli anni Ottanta.

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4
Mag
2009

Krugman e il computer di Picasso

A Paul Krugman hanno dato il premio Nobel per l’Economia, ma meriterebbe anche quello per la Pace. Se lo è guadagnato col suo editoriale di giovedì sul New York Times, nel quale afferma che l’adozione di uno schema di “cap & trade” negli Stati Uniti sarebbe un male necessario. Un male, perché come lui stesso riconosce che “limitare le emissioni avrebbe dei costi”. Ma necessario, non solo perché in questo modo potremmo “salvare il pianeta”, ma anche perché “darebbe alle imprese una ragione per investire”. Come ha notato David Henderson, però, con queste affermazioni Krugman adotta un punto di vista puramente keynesiano, secondo cui investire è tutto ciò che conta, a prescindere dalla produttività degli investimenti. E dunque, facciamo scavare alla gente delle buche che riempiranno il giorno dopo, oppure tappezziamo il paese di torri eoliche e pannelli solari.

Al di là di questo fraintendimento sul meccanismo che sta alla base della creazione di ricchezza, Krugman pare compiere una serie di assunzioni tutt’altro che pacifiche. Anzitutto, suppone che il cap & trade americano potrebbe funzionare. Non è scontato: in Europa è andata diversamente. Secondariamente, implicitamente sembra credere che (a) tutto il mondo si adeguerà introducendo politiche di controllo delle emissioni e (b) gli imprenditori americani siano idioti. Se infatti resterà almeno un paese sulla faccia della Terra che lasci libertà di CO2, e se esisterà almeno un imprenditore americano intelligente in un settore carbon-intensive, questi delocalizzerà le sue attività in quel paese, col risultato che i suoi concorrenti o chiuderanno la baracca, oppure si adegueranno. Ciò significa che, a livello globale, le emissioni non verranno significativamente ridotte, ma solo trasferite. Anzi, è probabile che addirittura aumentino, perché – come spesso accade – il paese in via di sviluppo di destinazione potrebbe essere meno efficiente, nell’uso dell’energia, degli stessi Stati Uniti. Per esempio, Dieter Helm – certo non sospettabile di anti-kyotismo – ritiene che il processo di “decarbonizzazione” dell’economia britannica non abbia in verità prodotto alcuna riduzione delle emissioni nette del paese, che si sarebbero solo spostate altrove.

Ma anche trascurando questo non secondario punto, e supponendo che gli imprenditori americani siano idioti e che tutto il mondo si innamori di Barack Obama a tal punto da seguirlo sulla via del cap & trade, c’è un ulteriore punto che a Krugman sembra sfuggire. Siamo sicuri che la riduzione di qualche punto percentuale delle emissioni globali abbia risultati discernibili sul clima? E, in subordine, siamo sicuri che il beneficio ambientale sia comparabile al costo economico? Le opinioni qui sono molto diverse e distanti, ma semplicemente il fatto che questa divergenza esista testimonia di una profonda incertezza di fondo. Ora, tra tutti i modi di gestire l’incertezza, quello meno efficace consiste nel rimpiazzarla con una falsa certezza. La sicumera con cui Krugman e quelli come lui affrontano le questioni climatiche, passando bellamente sopra all’infinità di cose che ignoriamo, ricorda quanto Pablo Picasso diceva del computer: “è inutile perché dà solo risposte”.

4
Mag
2009

Exit strategy: Antitrust batte Consob ma…

A proposito di quanto scritto in precedenza da Giannino, sulla temporaneità necessaria degli interventi straordinari giustificati dalla crisi economica, l’Antitrust ha appena battuto un buon colpo. Si tratta delle misure a potenziamento del controllo delle società quotate introdotte dal decreto legge numero 5 del 2009, in esame di conversione. Con un’apposita decisione comunicata al Parlamento, l’Antitrust ha preso in esame l’innalzamento dal 3 al 5% dell’ulteriore tetto azionario acquisibile senza obbligo di Opa da chi già detiene quote superiori al 30%, nonché l’aumento dal 10 al 20% del tetto di buyback. Per l’Antitrust, si tratta di misure restrittive del market for corporate control tali da ingenerare il rischio di un vero e proprio congelamento degli assetti attuali, dunque il legislatore deve disporre, all’atto della loro assunzione, espliciti limiti temporali di vigenza, al fine di restituire al mercato la sua fluidità ordinaria non appena cessata la dichiarata emergenza. Si tratta di una lezioncina che l’Autorità guidata da Catricalà alla Consob prima ancora che alla politica, poiché in realtà le misure restrittive erano state indicate da Cardia prima ancora che governo e maggioranza le facessero proprie. In materia di buyback fa del resto testo quanto dichiarato da Warren Buffet due giorni fa. “Credo che una sola volta nell’arco di tanti anni”, ha detto, “seri numeri alla mano il titolo Berkshire meritasse davvero di essere considerato a un fair value superiore a quello giudicato dal mercato. Mentre vale sempre, che i buyback non sono praticamente mai nell’interesse degli azionisti non di controllo”. Ottima decisione, dunque. Peccato che analogamente l’Antitrust avrebbe dovuto comportarsi, in materia di restrizioni alla concorrenza per esempio in materia di traffico aereo quando venne varato il decreto Alitalia, in base al quale avvenne poi la cessione a Cai… Ma meglio tardi che mai, come si suol dire.

4
Mag
2009

I politici chissà, ma almeno i banchieri centrali ricordino la Thatcher

Non prevedo facili ripescaggi a breve da parte di politici italiani, europei ed americani dell’eredità della Baronessa Thatcher, e di Ronnie Reagan che insieme a lei compone il binomio di riferimento dei migliori statisti del secolo scorso. L’ebbrezza da panico economico per il ritorno in grande stile dello Stato tende a far dimenticare a tutti che il ruolo pubblico di stabilizzatore del ciclo deve essere intenso quanto si vuole, ma dichiaratamente reversibile con tempi e procedure certe, annunciate all’atto stesso in cui si adottano le misure di intervento straordinario: esattamente ciò che manca in ogni intervento pubblico deliberato al mondo da ottobre 2008 a oggi, praticamente a qualunque latitudine. Pretenderlo dalla sinistra sarebbe forse troppo. Ma il problema è la destra, che confonde quasi in ogni Paese la soddisfazione per il “ritorno della politica” rispetto ai grandi interessi finanziari transnazionali, con un esanime tuffo nel neostatalismo, identificato come unico ambito residuo di una legittimità misurata alle urne ed esercitata con delega discrezionale, spezzando la maldigerita influenza del precedente cosiddetto Washington Consensus degli oggi tanto famigerati “mercati”.
Chi la pensa come noi deve tenere sempre distinta la politica – il pieno rispetto della legittima sovranità esercitata al voto e conquistata con programmi e soprattutto azioni concrete volte alla crescita e alla miglior libera soddisfazione della persona – dall’identificazione della politica nello Stato, nei suoi apparati e nelle sue regolamentazioni. La crisi economica non mi fa cambiare idea. Non mollerò mai la convinzione che in un Paese come il nostro – per la sua tipologia di piccola impresa diffusa e per la percentuale elevatissima di lavoro autonomo sul totale degli occupati – tale distinzione possa costituire la più naturale piattaforma di riferimento per un’azione politica non solo schiettamente liberale e liberista, ma soprattutto votata al successo. Non abbiamo avuto la Magna Charta nel XIII secolo né alcuna Glorious Revolution nel XVII. Lo Stato unitario è prodotto tardivo e recente, subito squassato dall’insuccesso della minoritaria classe dirigente liberale, a fronte dell’immissione delle masse nell’arengo politico veicolata da cattolici e socialisti, mentre fascismo e comunismo praticavano e teorizzavano lo Stato come unico attore della necessitata accelerazione di una storia “olista”. Malgrado tutto, però, le condizioni dell’Italia disegnano un Paese i cui géni restano potentemente antistatalisti: e questo è un bene, checché affermasse la cultura politica eticista nella quale mi sono formato in giovinezza, all’insegna del lamalfiano e amendoliano (nel senso di Giovanni, naturalmente, non del figlio Giorgio) “questa Italia non ci piace”.
Se le basi concrete di policy per un rilancio personalista e liberale oggi appaiono eclissate in Italia e nell’Occidente, ciò malgrado dovremo insistere. E insisteremo, per tutto il tempo necessario: per quanto mi riguarda, questo è il miglior tributo da rendere al trentennale dell’ascesa a Downing Street di Lady Thatcher.
Ma se tra i politici Bismarck vince su Adam Smith, almeno tra i regolatori indipendenti, assai meno soggetti se non – auspicabilmente – del tutto svincolati dai timori degli elettorati, dovrebbe essere praticata qualche migliore ritenzione delle lezioni del passato. Faccio un esempio concreto. Per noi fa testo la Storia monetaria degli Stati Uniti di Milton Friedman e Anna Schwartz. Ma a differenza dei cattivi neokeynesiani non ne abbiamo tratto solo la lezione che il regolatore monetario e dell’intermediazione finanziaria deve mettere in atto l’intera panoplia a sua disposizione, per evitare il collasso bancario e il credit crunch. Ricordiamo bene anche che occorre avere le idee chiare su che cosa in concreto sia, il fantasma tanto temuto della deflazione generale, rispetto invece a riallineamenti di prezzi degli asset che costituiscono autocorrezioni salutari, rispetto a picchi non sorretti da fondamentali.
Tradotto: i neostatalisti inneggiano oggi alla massa monetaria raddoppiata ogni semestre negli Usa mentre il tasso d’interesse è negativo, e attendono tra pochi giorni esiti degli annunciati stress test nelle 19 maggiori banche Usa che non solo non ne decretino la fine di alcuna, ma auspicabilmente anche che lo Stato entri nel capitale di parecchie di loro a cominciare da Bofa. Noi invece, non dimentichi thatcheriani, pensiamo che proprio l’uscita dall’inflazione fu strumento essenziale per debellare la stagflazione. Negli States ci pensò Paul Volcker, che alla Fed sotto Reagan la piantò di dar retta alle lamentazioni sugli effetti di maggior disoccupazione di una stretta monetaria dopo anni di politiche monetarie laschissime,e lasciò lievitare i tassi fino al 21,5%: ma vinse, perché aveva ragione.
Direte voi: ma che cosa c’entra questa reminiscenza storica, caro il mio sprovveduto liberista d’accatto, visto che oggi il main goal del mondo intero è uscire dalla crisi, mentre all’inflazione ci penseremo comodamente dopo, una volta manifestatasi la ripresa? E senza dimenticare che un po’ d’inflazione forse alla fine farà pure bene, perché contribuirà a diminuire il valore reale delle perdite accumulate? Risposta: proprio perché la storia insegna, se la si pensa come noi bisognerebbe chiedere che i regolatori monetari e bancari facessero sfoggio di indipendenza dalla politica. Cioè procedessero pure, se lo ritengono, ad annegare di liquidità i mercati e a tenere su anche per i capelli se necessario il balance sheet bancario. Ma accompagnando ciascuna delle decisioni in materia a un esplicito timing in cui si procederà a decisioni di segno esattamente contrario.
La ripresa dichiarata in anticipo dei tassi anti-inflazione doterebbe il governo dell’intera curva temporale dei rendimenti finanziari di strumenti mai sperimentati prima, più che mai necessari oggi proprio perché la crisi ha bisogno di interventi straordinari non solo “in entrata”, ma anche “in uscita”, se non vogliamo dimenticarci dei guai stagflattivi che rappresentarono per decenni l’eredità dei tardivi interventi di stabilizzazione che posero termine alla Grande Depressione (secondo conflitto mondiale in primis).
Idem dicasi per gli ingressi straordinari dello Stato in banche e imprese. Senza uscite stabilite sin dall’inizio, non solo si pongono le basi per nuove IRI: più semplicemente, al di là della bontà delle future decisioni di manager promossi per designazione o gradimento pubblico-sindacale, si pongono soprattutto le basi per un aumento asintotico della tassazione pubblica, per sostenere i costi crescenti di tanta subitanea espansione della sfera statale. L’esatto opposto di ciò che serve nel medio termine, per riprendere una crescita sana e il più possibile aperta alla libera scelta di milioni e milioni di consumatori e imprenditori, risparmiatori e investitori.
Come dite? Che negli Usa proprio le statistiche ufficiali dicono che la deflazione c’è, e dunque la richiesta è capziosa? Non sono d’accordo. Ha ragione Allan Meltzer. La deflazione non va misurata dagli indici dei prezzi al consumo, da quelli immobiliari e tanto meno da quelli alla produzione (sono col segno meno, negli States). Se si assume il deflatore del Gdp, negli Usa su scala annuale a fine marzo segnava un più 2,3%. La deflazione non c’è, signori miei. Ma anche se ci fosse, il ragionamento resta e così le richieste, da avanzare a politici e regolatori se non vogliamo venir meno a ciò che di buono è venuto al mondo – tanto! – dalla nostra scuola di pensiero. Più che da qualunque altra, nella storia del mondo.

4
Mag
2009

Ancora grazie, signora Thatcher

Il dibattito sulla crisi è a sprazzi molto concreto, ma spesso ideologico. Non è necessariamente un male. La crisi se non altro simola un ritoro alla discussione, costringe a ripensare ai fondamentali, porta ad interrogarsi su questioni che banali non sono. Sul Corriere di domenica, Massimo Mucchetti rendeva conto dell’articolo di Gideon Rachman sul Financial Times, cui oggi segue risposta di Maurice Saatchi. Mucchetti ha pochi dubbi nello scrivere:

Il 3 maggio 1979 Margaret Thatcher entrava al numero 10 di Downing Street dicendo: «Il popolo britannico ha chiuso con il socialismo. L’esperimento, durato 30 anni, è penosamente fallito e la gente è pronta a provare qualcos’altro». Il 3 maggio 2009, trent’anni dopo, potremmo dire: «Il thatcherismo, che fece ben presto scuola nell’America reaganiana e poi influenzò tutto il mondo, è anch’esso miseramente fallito».

Mi sembra difficile esser d’accordo con Mucchetti che “lo Stato sociale sia ancora un pensiero forte”, ma con lui e Rachman è impossibile non convenire su un punto: è cambiata la melodia di fondo. Chi misuri la realtà con l’impegnativo metro della libertà economica sa bene che non usciamo da trent’anni di “deregulation selvaggia”. Considerare Stati che confiscano, suppergiù, il cinquanta per cento del reddito prodotto da un individuo esempi di liberismo è semplicemente una follia. E neppure si può dire che le proposte liberiste negli anni scorsi abbiano avuto vita facile. E non solo da noi. Basti ricordare il misero fallimento di Bush, in una delle sue poche battaglie veramente condivisibili: quella per la trasformazione del sistema previdenziale americano. O l’andamento a zig-zag di Tony Blair, nei suoi tentativi di introdurre in Inghilterra misure di welfare-to-work. O i diversi tentativi di “ingessare” il mercato del controllo avutisi in tutto il mondo. O il fallimento della direttiva Bolkestein in Europa. O ancora la sostanziale impossibilità di modificare, nella direzione di una flat tax, il sistema fiscale americano – e come tacere la resistenza che nel nostro Paese c’era, anche da parte di commentatori che negli anni successivi hanno proposto agenda liberalizzanti, nei confronti della “flat tax annacquata” delle due aliquote berlusconiane prima maniera? E mentre fioccavano le prediche contro la globalizzazione, quanti passi in avanti reali sono stati fatti, dal 2001 in qua, nell’apertura degli scambi? In realtà, è dagli anni Novanta che non vi sono state, nel mondo, privatizzazioni di grande rilievo – ed è probailmente da fine anni Ottanta, come hanno sostenuto diversi autori (penso a Sam Peltzman e Stephen Littlechild), che il “ciclo” della deregolamentazione è sostanzialmente finito.

Detto tutto questo, ciò che era notevole negli anni scorsi era che, faticosamente, le idee di mercato sembravano essere destinate via via a guadagnare maggiore legittimità. Quella dei “fallimenti dello Stato” era una chiave di lettura accessibile anche a chi stava a sinistra. Le privatizzazioni avevano dato, dopotutto, buona prova di sé. L’onere della prova stava dalla parte di chi voleva aumentare le tasse. E l’inflazione sembrava un ricordo. Con la crisi, scrive Rachman, le idee di mercato (chiamiamole pure “thatcherismo” se serve) hanno perso il vantaggio che avevano, sul piano etico. L’espressione thatcheriana “l’economia è il metodo, l’obiettivo è cambiare l’anima” può sembrare sinistra, ma rappresentava una sorta di “ritorno all’età vittoriana”, un’enfasi sulla voglia di fare, sul self help (aiutati che il ciel t’aiuta) come più efficace che guadagnarsi un posto alla mensa pubblica. Insomma, la signora Thatcher voleva dire che l’economia di mercato “costringe” a prendersi le proprie responsabilità, e questa è una cosa buona per la società nel suo complesso.

Si potrebbe dire che “responsabilità” è una parola pericolosa, che è facile svuotarla di significato. Tant’é che oggi si esalta la “responsabilità” di attori collettivi (le imprese, le comunità, lo Stato) per levarne il peso agli individui, ma questo è un altro discorso. E’ invece interessante una osservazione di Rachman, che Mucchetti non recepisce nel suo articolo. La differenza fra il 3 maggio del ’79 e il 3 maggio del ’09, scrive l’editorialista dell’FT, è che piacesse o meno la Iron Lady arriva a Downing Street con una agenda, dei principi, un capitale di idee da mettere a frutto. Oggi invece i leader politici “combattono la crisi con qualsiasi strumento abbiano a disposizione”. Se ne può esaltare il pragmatismo, ma questo pragmatismo è sterile, non è in grado di elaborare “una visione alternativa” di lunga gittata, scrive Rachman, a meno di chiudere gli occhi e immaginare che il cantiere dello Stato sociale non abbia prodotto, come invece ha prodotto, un edificio pericolante.

Sarebbe ottimistico dire “tina”, there is no alternative. Ma proprio perché il pragmatismo autointeressato della classe politica è destinato a mostrare sempre più evidenti contraddizioni, questo non è il momento di smettere la coerenza come un abito usurato.

3
Mag
2009

Dopo vent’anni in Germania è ancora Ovest contro Est

INSM Regionalranking 2009Nelle scorse settimane il think tank tedesco Initiative Neue Soziale Marktwirtschaft, in collaborazione con l’istituto economico IW di Colonia, ha pubblicato l’indice annuale sul grado di benessere e sviluppo economico facente capo a ciascuno dei 409 distretti della Repubblica federale. L’analisi è stata condotta in maniera piuttosto accurata, prendendo in considerazione trentanove indicatori diversi- tra i quali attrattività del mercato del lavoro, tasso di disoccupazione, potere d’acquisto, produttività, costo del lavoro, infrastrutture, capitale umano e stato delle finanze pubbliche. Ne emerge un quadro (consultabile “graficamente” qui) che non si presta certo ad ambigue interpretazioni: città come Monaco, Stoccarda e Francoforte sul Meno rimangono, con i loro sobborghi, il traino economico del paese. I cosiddetti nuovi Bundesländer, i cui confini sono stati tracciati a seguito della riunificazione del 1990, continuano ad arrancare, se è vero che gli ultimi dieci posti del ranking sono tutti occupati da distretti dell’ex Germania Est, area nella quale il tasso di disoccupazione rimane tutt’ora doppio rispetto a quello occidentale. Niente di nuovo sotto il sole, si dirà: il sud-ovest della Germania bilancia ancora oggi gli scompensi dovuti ad un amalgama malriuscito. Nel corso di un suo recente intervento presso Biennale Democrazia, Hans Vorländer, politologo dell’Università di Dresda, ha ricordato molto bene come  l’ex repubblica democratica abbia in effetti tentato di attutire i rigori e le difficoltà derivanti dalla riunificazione, adagiandosi comodamente sulle spalle di un altro Sozialstaat – quello della Germania federale- e rinviando così l’appuntamento con il libero mercato e il capitalismo. Certo, come gli stessi curatori dello studio non mancano di rimarcare, anche ad Est qualcosa è cambiato e la cortina comincia lentamente a farsi più sottile. Dal 2000 ad oggi si nota un incoraggiante progresso di certe aree (evidenziate in blu, pagina 12) un tempo depresse, in particolare nel Brandeburgo, in Sassonia (il cui sistema scolastico primario è stato recentemente ritenuto il migliore dell’intera Germania) e in Turingia. Lipsia, ad esempio, città da cui nel 1989 ebbero inizio i moti insurrezionali contro il regime della DDR, è tornata ad essere un centro fieristico internazionale di enorme prestigio; Jena, giunta prima nella classifica limitata all’Est, ha una delle università migliori della Repubblica federale e le sue industrie tecnologiche sono tornate a fiorire. Infine Dresda ha ormai una vasta e dinamica rete di piccole e medie imprese. A questo iniziale, ma ancora debole riscatto dell’Est, si è d’altra parte accompagnato un relativo “declino”- si parva licet- di certe altre zone, come quelle intorno ad Hannover, a Colonia e alla stessa Francoforte sul Meno. Solo la Baviera e alcune parti dell’Assia e della Renania Palatinato sembrano aver tenuto il passo. Ora la crisi (come evidenziato in quest’ultimo grafico) minaccia di compromettere ulteriormente la stabilità economica degli agglomerati più produttivi dell’Ovest, mentre sembra non esporre l’Est, assai meno attivo nel campo dell’export, ad un rischio di tracollo. La povertà, si potrebbe dire, protegge l’Est. Assai magra consolazione.