21
Lug
2017

Google Policy Fellowship at Istituto Bruno Leoni

Google offre una fellowship presso l’Istituto Bruno Leoni. La borsa di studio avrà una durata di TRE mesi a partire dall’ottobre 2017. Per fare domanda vi preghiamo di inviare una breve e-mail all’indirizzo info@brunoleoni.org, allegando un CV.
Il termine di presentazione delle domande è il 27 agosto 2017.

Maggiori informazioni sono disponibili sul blog di Google.

 

Call for Istituto Bruno Leoni – Google Fellowship

Your fellowship at IBL

IBL and Google Italy are partnering for an exciting new fellowship program on competition in mobile markets. The aim is to bring together the tech industry and academics to focus on competition in mobile markets. You will be a key driver of that process – through research, organization and participation in the meetings, as well as contributing to the resulting report. Your time at IBL will be dedicated to exploring a number of specific themes relating to the impact of competition in this sector.

What this means concretely

During the fellowship, you will spend time working at Istituto Bruno Leoni on competition in mobile markets, through:

  • drafting and preparation of both internal and external briefing documents and materials
  • assisting in the organisation of workshops and trainings, monitoring of daily news sources of relevance
  • performing other duties as assigned.

Who are we looking for?

We want to encourage applicants from diverse backgrounds so previous experience in our specific field is not a requirement. Activism and social engagement – of any kind – is a strong plus. Our office is multilingual, but à good knowledge of Italian and English is necessary.

  • A higher education degree in social science, law, political science, international or EU affairs or other relevant field is desirable but can be compensated by relevant IT and/or non-formal education experience.
  • A passion for the issues related to competition and digital markets.
  • Quick learner with strong ability to develop knowledge on new concepts and adapt to new processes.
  • An open and avid communicator and a strong team player
  • Willingness to live in Italy.

REQUIRED SKILLS

Ability to formulate analyse documents and monitor processes.
Excellent writing skills in Italian and English.
Ability to research, collate, analyse and summarise information.
Ability to manage effectively your own time, activities and budget.
Sociable, service oriented and at ease in a multicultural environment.
Proactive, critical, flexible and solution oriented.
Ability to work independently and as part of a team on a common project.
A team player with excellent interpersonal and communications skills.
Computer literacy: good working knowledge of word processing, e-mail and Internet applications.

What’s in there for you?

As part of the partnership with Google, you will have access to interesting training opportunities offered by the Google Rome Office.

How to apply

To submit your application for this vacancy, please write to serena.sileoni@brunoleoni.org

Interviews for this vacancy will be held in August and/or beginning of September. The successful candidate will be expected to start in October.
CONFLICT OF INTEREST

IBL requires applicants to inform us about any possible conflict of interest.

IBL aims to ensure that no job applicant or employee receives less favourable treatment on the ground of race, colour, nationality, religion, ethnic or national origins, gender, marital status, caring responsibilities, sexual orientation, disability or chronic illness.

1
Mag
2009

Fiat-Chrysler e l’editto di Caracalla

Per l’industria dell’auto italiana, cioè per Fiat Group Automobiles, l’intesa con Chrysler è l’equivalente dell’editto di Caracalla. Nel 212 dopo Cristo, Marco Aurelio Antonino figlio di Settimio Severo prese definitivamente atto che Roma era irreversibilmente “internazionalizzata”, dunque la sua cittadinanza andava estesa a tutti gli abitanti dell’Impero per riscuoterne le tasse, altrimenti le casse imperiali col cavolo che bastavano a pagare le legioni senza di cui non si ascendeva (e si restava) sul trono. La conseguenza fu la sempre più accentuata e poi definitiva emarginazione del Senato, come organo di legittimità e controllo della sovranità. In cambio, però, c’erano un paio di altri secoli di sovranità da guadagnare. Le cose non andarono proprio come previsto, ma era un atto di realismo.
Anche nell’intesa Fiat-Chrysler, c’è non solo un comandante militare capace di grandi intuizioni e veloci campagne come Marchionne, ma pure un Senato che accetta la rischiosa prospettiva di contare assai meno: cioè Exor che ha il controllo di Fiat, la Giovanni Agnelli&co alla quale partecipano in forma di sapa gli eredi Agnelli che controlla Exor, e risalendo ancora la Dicembre ss, in cui John Jaki Elkann con il 30,1% della sapa custodisce i custodi dell’intera catena. Tra le tante cose che all’indomani dello storico accordo i media italiani non mettono molto a fuoco, per le ragioni oggettive richiamate da Alberto Mingardi (a proposito, però: il neodirettore della Stampa mi è piaciuto, Mario Calabresi invece di levare peana ha preferito fare il giornalista vero, con un’intervista a Marchionne nella quale l’ad ammette che con le donne non batteva chiodo vergognandosi dell’accento, e aggiunge per amor di verità che senza Opel e altri pezzi di Gm nel mondo l’accordo è ancora largamente subottimale…) c’è innanzitutto il saggio realismo di chi, alla testa della catena, mostra davvero di non essere più tetragono nella difesa del controllo, di Fiat com’è e soprattutto di ciò che è obbligata in qualsivoglia modo a diventare, se intende sopravvivere. Jaki Elkann l’aveva già detto diverse volte, ma tra il dire e il fare ci sono di mezzo tutti i numerosissimi matrimoni internazionali falliti dalla Fiat in passato. Questa volta si fa sul serio, ed è bene così. Si potrebbe parlare di paradossale rivincita della posizione umbertina su quella dell’Avvocato, come in fondo da Umberto venne l’indicazione di Marchionne nel 2004. Ma sarebbe pura letteratura fiattista, quella in cui eccellono Castronovo e Berta. In realtà, l’esplosione dei mercati dell’auto è una delle più benefiche conseguenze della crisi finanziaria, perché ha mandato al pettine d’un colpo tutti i nodi che nell’ultimo decennio i giganti dell’auto -soprattutto americani – tentavano di eludere. E’ questo, a rendere del tutto diversa la situazione, e dunque fuori luogo anche ogni riferimento al passato torinese.
Proprio per questo, la consapevolezza di dover fare di necessità virtù a Torino poteva essere condivisa solo da un controllo societario estraneo alla vecchia generazione, e perseguita e realizzata da un capoazienda che la Fiat l’ha rimessa in piedi dal fallimento in cui versava proprio perché geneticamente altro e diverso, dalla precedente tradizione subalpina. Un anno e mezzo fa misi al lavoro una giovane giornalista del giornale che allora dirigevo a un libro che resta ancor oggi la miglior guida interpretativa (insieme a quello del professor Giuseppe Volpato, edito dal Mulino la scorsa estate) per comprendere che cosa davvero abbia fatto nei primi 4 anni a Torino Marchionne, al di là dell’agiografia mediatica. Si intitolava appunto “Il rebus Marchionne”. Davamo atto a Mr. Pullover, numeri alla mano, di aver realizzato nei primi tre anni gli obiettivi di recupero efficienza e utili annunciati per il quarto. Ma concludevamo con un giudizio e una domanda. Il giudizio era relativo al fatto che i piani al 2010-11 risultavano, nelle date e allora prevedibili condizioni di mercato, non alla portata dell’azienda (soprattutto per i marchi Alfa e Lancia, di cui si ipotizzava più del raddoppio dei volumi con oltre 300mila veicoli a testa l’anno). Lo slogan marchionnesco, “in 5 anni ciò che Toyota ha fatto in 50”, era attuato e credibile per la miglior efficienza del management e degli impianti, ma non poteva funzionare a fronte di un’intensità di capitale in ricerca per unità prodotta drammaticamente sottodimensionata, rispetto a quella dei maggiori concorrenti (FGA ha investito tra 2002 e 2006 poco più di 11 miliardi, i francesi di PSA 22, Daimler 25, Renault 26, Nissan 32, Volswagen 46, Toyota 73). La domanda, di conseguenza, era rivolta agli azionisti. O un matrimonio con un partner complementare e forte, accettando il ridimensionamento sia pur portando in dote motori e cambi avanzati e una ricca panoplia di alleanze già operanti nei diversi segmenti, da Ford a Psa a Tata. Oppure uno “spacchettamento” della conglomerata, separando l’auto da camion, veicoli industriali e agricoli, per liberare valore e aumentare la leva possibile dei finanziamenti da chiedere al mercato per crescere.
La crisi mondiale è come dicevo benefica, perché mette l’intero settore dell’auto di fronte a interrogativi che prima gravavano solo su Fiat. Ma la proprietà intanto una risposta l’ha data, accettando di mettersi in gioco in un matrimonio con un partner debole ma che rappresenta l’accesso diretto al mercato Usa, e che consente di avere tutt’altre credenziali dal passato per aggregare anche ciò che più serve, cioè partner credibili in Cina e Russia (il peggior fallimento internazionale di Marchionne, purtroppo, sta in quei due mercati decisivi), nonché rafforzamenti in Europa e Sudamerica (per questo servono gli asset che GM potrebbe dismettere, tra Vauxhall e Opel come in Brasile dove Fiat è leader, e per fortuna che il Brasile di Lula regge alla crisi visto che in questi anni l’utile auto di Fiat viene al 90 e più per cento solo dal Brasile e dalla Polonia, gli unici stabilimenti del gruppo torinese che in questi anni sono andati in over capacità produttiva, con margini altissimi).
Nessuno è in grado di dire oggi a quali condizioni societarie avverrà un domani la “salita” di Fiat al 35% di Chrysler, perché ciò comporterà denari da investire che oggi la Fiat non ha (più 6 che 5 miliardi di debiti finanziari, più di 7 miliardi di debito obbligazionario, da poche settimane degradato al rango di junk bond). Ma quei denari potrebbero venire davvero, non solo dal governo e da primarie banche Usa oltre che italiane, se entro i primi 9-12 mesi Washington e i mercati vedranno che il tornado Marchionne si produrrà in Chrysler come ha beneficamente funzionato a Torino.
Di incognite ce ne sono moltissime. Mi limito ad elencarne alcune, tra quelle che mi sembrano maggiori. Il mondo degli analisti per esempio è diviso sulla “natura” della crisi in corso. Gli ottimisti a oltranza ritengono che si tratti di una pura crisi della domanda, effetto del piantarsi drastico dei consumi a causa dello spavento
ingenerato dalla crisi finanziaria e bancaria. Basterà che i governi varino iper rottamazioni incentivate in Europa – come puntualmente avvenuto in Germania, Italia, Francia, UK ecc -e magari stanghino di tasse alla pompa gli americani per indurli a “comprare verde”, ed ecco che i volumi torneranno tali da poter consentire a ciascuno il suo, senza necessità di grandi rivoluzioni. Non sono di questa idea. La crisi è salutare perché mette alla frusta il settore dell’auto mondiale dal versante dell’offerta: la sovraccapacità produttiva nell’ordine del 30% è figlia di un quindicennio di rinvii di scelte necessarie, poiché tranne la Gran Bretagna nessun grande Paese avanzato ha voluto rinunciare al suo o ai suoi campioni nazionali dell’auto, senza mai imboccare un’ottica davvero globale (Renault-Nissan è stata l’eccezione, grazie a Goshn), con la scusa che l’auto resta “strategica” e ogni occupato in fabbrica se ne porta dietro altri sei nell’indotto. L’auto, in realtà, è un settore a tecnologia matura assai meno decisivo dell’ICT o dell’energia, e quei ragionamenti sono solo comprova di come politici e regolatori ragionino con la testa rivolta all’indietro, e manager e proprietà siano lesti nel saperne approfittare.
Se la crisi è dell’offerta – e dunque l’America deve accettare di incidere in profondità, come sta facendo a spese del contribuente, i suoi tre giganti malati – è pur vero che nessuno è in grado di dire davvero oggi quali saranno le modifiche “strutturali” della domanda, una volta che si esca dal puro terrore ribassista in materia di redditi disponibili dei consumatori. Su questo capitolo gravano molti equivoci, quanto a lettura della futura domanda di veicoli nel mercato Usa, come negli altri avanzati. Solo degli sciocchi possono credere che la 500 si venda a centinaia di migliaia di unità nell’America profonda o nel Nordovest (idem dicasi per le Alfa, al di là di qualche migliaio per amatori). Una delle tre condizioni sottoscritte da Marchionne come test del successo verificabile in progressione, per consentire a Torino di giungere domani al controllo industriale di Chrysler (quello di fatto, resterà per chissà quanto ai sindacati, che oggi ragionano, ma un domani che la domanda riparta, auguri) è di produrre entro il 2012 una vettura che faccia 40 miglia a gallone, 16,5 km a litro. Si può fare benissimo, già oggi qui in Europa siamo pieni di auto che consumano meno. Ma il punto è che quella da produrre in Chrysler dovrà essere una vettura “americana e per gli americani” a tutti gli effetti, non una 500 superfetata. E quanto a Daimler e BMW, saranno le loro berline di lusso a continuare ad attirare volumi crescenti di ricchi russi e cinesi, così come VW è il gruppo che meglio in questi anni ha saputo giocare a livello mondiale la complementarietà di ben 7 marchi diversi.
Marchionne lo sa benissimo. E del resto all’accordo c’è potuto arrivare proprio perché era l’unico capoazienda dell’auto al mondo più canadese e americano che del proprio Paese d’origine, e insieme perché la nazione su cui insiste Fiat è, paradossalmente, la meno “ingombrante” agli occhi Usa rispetto alla tetragona Germania o all’infida ma velleitaria Francia. La relativa debolezza dell’Italia ha aiutato il deal, invece di ostacolarlo. Oltre alla memoria del terribile errore compiuto da Gm pagando 2 miliardi per non esercitare l’opzione su Torino negoziata da Fresco.
Marchionne se ne sarebbe andato, se non fosse scoppiata la crisi che gli ha prima impedito di lasciare Torino per UBS, e poi sempre la crisi non gli avesse fatto balenare quella che oggettivamente è l’occasione della vita. Per gli eredi Agnelli, in termini machiavellici è una fortuna assai superiore alla virtù. Una fortuna da alimentare con preghiere incessanti a Numi dell’Olimpo, e con la necessità di iniziare rapidamente a pensare a nuovi mezzi finanziari per il balzo mondiale, ben superiori al miliardo di euro che Exor ha in cassa, e che del resto non intende convogliare nell’auto. Senza adeguate risorse per crescere, si rischia di ripetere l’errore dei successori di Caracalla. Si affidarono solo all’alea delle legioni, e furono 70 anni di terribile anarchia, fino a Diocleziano.

1
Mag
2009

Debutta il federalismo. Anzi, no

Era necessario approvare il tutto prima delle elezioni europee, perché Bossi doveva incassare il dividendo di maggioranza. Ma non si creda che la nuova “legge quadro” sul federalismo fiscale cambi qualcosa, perché non è così.
Si tratta di un testo nato da mille compromessi, dato che durante l’estate Calderoli ha girato tutte le parrocchie per ottenere il loro placet, e alla fine ha messo insieme un progetto che accontenta il Sud e il Nord, le province e i comuni, le regioni e lo Stato centrale, la destra e la sinistra. Insomma, un pasticcio.
Anche la decisione di passare dai costi storici a quelli standard sarà, nel migliore dei casi, un modo per passare da una gestione centralista confusa ad una gestione centralista un po’ meno confusa. Sempre che la definizione dei costi standard non metta in moto un meccanismo infernale e non finisca quindi per moltiplicare il caos.
Resta che, se proprio saremo fortunati, avremo avuto una razionalizzazione dell’esistente, dato che nel contorto catalogo di possibilità messe sul tavolo dal testo della riforma vi è un netto prevalere di tributi decisi dal centro e in maniera uniforme sull’intero territorio nazionale.
Quella che sembra mancare, in primo luogo, è la scelta di innescare una competizione tra territori che permetta a comuni e altri enti di “manovrare” le aliquote e anche di elaborare autonomamente tributi propri. Ma senza lo sviluppo di un’intensa concorrenza tra governi locali non ci può essere alcun federalismo.
Eppure non è lecito essere del tutto pessimisti, dato che quello che prende il via – di tutta evidenza – è un processo destinato a conoscere tappe che oggi non possiamo immaginare. Come è stato immaginato e prefigurato fino, il disegno dell’Italia di domani non ha nulla di federale. Ma nulla esclude che cammin facendo l’introduzione di qualche tributo davvero affidato all’arbitrio degli enti locali e quindi tale da mettere in concorrenza le differenti realtà non inneschi qualche circolo virtuoso e non educhi un po’ alla volta una popolazione ancora del tutto digiuna di ciò che è veramente il federalismo competitivo.
Roma non fu fatta in un giorno, e neppure la Svizzera.

1
Mag
2009

La sacra famiglia

Che cosa sia il deal Fiat/Chrysler, ce lo dirà solo il tempo. Con Franco Debenedetti, ci eravamo fatti qualche domanda del genere che sui giornali di oggi non si trovano. Il perché, si capisce. Da una parte, i giornali hanno tutto l’interesse a descrivere con toni epici la “avventura americana” di Marchionne, se non altro per ragioni di prioprietà e quattrino. L’influenza di Fiat non si sente solo su Stampa e Corriere, ma anche sul Sole, in quanto socio di peso (e, tradizionalmente, “azionista di riferimento”) di Confindustria. Questi tre giornali, più Repubblica, sono quelli che contano in Italia. I giornalisti di tutte le altre testate dove vogliono finire a scrivere? Ma lì, è ovvio. Pertanto, conviene loro mostrarsi accomodanti, rispettosi e gentili verso la Real Casa. Non è un’accusa di dettaglio, è solo la constatazione di un trend.

A questo atteggiamento della stampa, che non è il piatto del giorno ma un filo rosso della storia italiana, si aggiunga che la comunicazione del governo (Giulio Tremonti in primis) è tutta improntata sull’Italia che ce la fa mentre gli altri affondano, il nostro sistema bancario che non sa le lingue e quindi non langue, “la vera ricchezza che viene solo dal lavoro e mai dalla finanza” (Berlusconi, ieri, fra una dichiarazione sulle veline e l’altra), eccetera. Quindi che Obama “chiami” Fiat fa garrire le bandiere al vento.

Tutto torna, tutto si capisce. Non ho gli strumenti per fare un’analisi puntuale del deal – quale spero possa fare magari Oscar Giannino, su queste colonne. C’è solo una cosa che mi stupisce e mi lascia ammirato. La diversa fine degli Agnelli e dei Savoia. Monarchi a Torino prima gli uni e poi gli altri, l’una famiglia e l’altra forse più fortunate negli esponenti tenuti lontani dal bastone del comando (Umberto II, e Umberto Agnelli), a differenza dei principi finiti a ballare sotto le stelle, gli Agnelli sono riusciti a conservare la corte all’estinzione del casato. Il mio regno, per un giornale!

30
Apr
2009

Zulù

Da La collezione di Giampiero Mughini:

Se in tanti secoli un governo italiano degno del nome non c’è stato, vuol dire che gl’Italiani sono individui straordinari (come dimostrano le arti e il pensiero) ma che l’Italia non esiste. È una brutta invenzione, perché è una illusione. L’Italia è balcanica, è levantina. Per pranzare, andare a letto insieme, far un viaggio nulla di meglio dell’Italiano; ma come compagno di società, come concittadino, meglio gli Zulú.»
(Giuseppe Prezzolini, lettera ad Ardengo Soffici, 23 novembre 1946)

[HT: Giorgio Dell’Arti]

29
Apr
2009

Sto con Kobayashi, contro Krugman

Ora che i cento giorni del mitico Obama sono alle spalle e non c’è giornale Usa che non noti come sia troppo presto per capire quale sia davvero il segno della presidenza Usa, a parte una massiccia reflazione davvero senza precedenti e un appeasement generale in politica estera che è riuscito a rilanciare insieme Corea del Nord, Iran, pirati somali e chi più ne ha più ne metta (ora capisco meglio gli amici che in Israele hanno cercato di “pararsi il culo” votando per Lieberman e salutando l’alleanza con Bibi, mentre io avrei forse un po’ ingenuamente votato Kadima…), viene il momento di dichiarare un primo tassello “identitario”, da sottoporre all’attenzione e al commento di tutti voi nostri iniziali lettori. Come la pensate, nella polemica a puntate che sta opponendo il Nobel Paul Krugman a Keiichiro Kobayashi, senior fellow al Research Institute of Economy, Trade and Industry nonché abituale alimentatore del sito voxeu.org? La domanda non è spocchiosa né di quelle che lasciano il tempo che trovano. Perché schierarsi nella controversia significa in realtà esprimere il giudizio più pregnante, tra quelli attualmente possibili, sull’amministrazione Obama. Per gli interessati ad approfondire, qui trovate l’ultima replica alla precedente di Krugman. Per chi si fosse perso le precedenti puntate, in sintesi Krugman difende a spada tratta la spesa pubblica aggiuntiva a tonnellate senza stare troppo a cavillare sul 75% che è destinato a pork barrel, anzi la critica perché ancora insufficiente. Kobayashi ha scritto per primo e continua a ripetere con nuovi argomenti che dieci anni di indebitamento pubblico a go go non risollevarono il Giappone negli anni Novanta, e che i primi segni di ripresa reale arrivarono solo nel 2003 quando infine le autorità si decisero a far fallire qualche banca dopo aver scrutinato dall’interno la qualità degli asset di tutti i maggiori istituti, invece di continuare a coprirne asintoticamente il balance sheet enfiato. Krugman replica che è falso, perché dal 2003 la ripresa giapponese aveva a che fare con la ripresa dell’export trainata dai consumi Usa e non dalla pulizia degli asset tossici. E Kobayashi gli controreplica che proprio quella ripresa dell’export fu resa possibile in realtà da lending bancario che tornava a poter incoraggiare i fondamentali. Che il dibattito non sia affatto teorico, si comprende intuitivamente dal fatto che, per esempio, Martin Feldstein sia a favore degli stress test, delle maxi garanzie pubbliche alle banche e anche della nazionalizzazione di qualcuna a tempo, se necessario, accompagnata dall’aggregazione o dal fallimento di quelle più “tossiche”, ma sia risolutamente contrario al più delle spese pubbliche varate dal Congresso allo scopo non di uscire dalla crisi, ma di realizzare il maggior inspessimento dell’intermediazione pubblica dai tempi della Great Society johnsoniana. Nei primi giorni di maggio capiremo meglio tutti, che cosa Tesoro e Fed ci riservano dopo i risultati degli stress test. Ma la tesi krugmaniana, se abbracciata fino agli estremi, implica per esempio che la temporanea conversione in equity dei k401 dei dipendenti Usa dell’auto in realtà non sarà temporanea affatto, perché prelude invece a una previdenza pubblica di un qualsivoglia diverso tipo ma comunque “europea”. Roba da far cambiare identità profonda all’America, ma partendo dal presupposto che gli americani davvero lo vogliano come modello di società, anche un domani che i consumi riprendessero, cosa che non sono affatto disposto a scommettere prima ancora di non augurarmelo dal profondo del cuore. In definitiva, se plaudo al fatto che la sventurata storia italica ha messo il nostro Paese nelle condizioni attuali di obbligare Tremonti a spendere il minimo di risorse reali tra tutti i Paesi Ocse, è proprio perché penso che Krugman abbia torto e Kobayashi ragione. Quanto poi agli stress test, e a che cosa far seguire loro, ne parleremo in profondità. Intanto vi segnalo un paper che mi è sembrato a oggi il più ricco di analisi comparata, intorno alle caratteristiche dei regolatori monetari e bancari che in questi mesi fanno cose che noi umani mai prima avevamo visto. Si intitola Governing the Governors: A Clinical Study of Central Banks, è di Lars Frisell, Kasper Roszbach e Giancarlo Spagnolo, è un quaderno di studi della Banca Centrale svedese e lo scaricate gratis qui.

29
Apr
2009

Gdp Usa, una frenata che fa sperare

I mercati finanziari hanno preferito guardare al bicchiere mezzo pieno, e non a quello mezzo vuoto. Eppure in sé e per sé la prima stima rilasciata oggi del Gdp Usa nel primo trimestre 2009 è stata di gran lunga peggiore rispetto alle attese: un declino su base annuale del 6,1%, dopo il 6,3% dell’ultimo quarter 08, e il meno 0,5% del terzo 08. E’ dal 1958, che l’economia americana non sperimentava una frenata di tali proporzioni e durata. Ma a rincuorare i mercati – a parte i risultati migliori delle attese di due giganti dei media – è il fatto che i consumi Usa dopo due trimestri di netto calo riprendono a salire del 2,2%, che è il miglior dato tendenziale da due anni a questa parte, comprendendo sia i beni durevoli che semidurevoli. Anche il dato dell’inflazione è superiore di un punto all’1,8% atteso, e dunque testimonia che la deflazione si allontana. E’ la prima volta in 16 mesi che il calo dei prezzi immobiliari non accelera. E sarà sicuramente l’ultimo trimestre – dopo gli stanziamenti monstre del Congresso voluti da Obama – in cui anche la spesa pubblica diminuiva del 4%, contribuendo energicamente alla decrescita del prodotto. L’analisi generale è che il fermo della produzione per esaurire il più possibile le scorte prima di decidere se riprendere a produrre e soprattutto a investire – testimoniato da un calo superiore al 30% nel trimestre – dovrebbe ora andare incontro al principio di un effetto sostituzione per far fronte ai primi timidi segnali di ripresa dei consumi. Per la diversa catena intertemporale di trasmissione di incentivi e decisioni tra domanda e offerta, il quadro resta compatibile con una disoccupazione che dall’8 e qualcosa per cento possa giungere anche fino al 10%: ma inizia a prevalere il sentiment che proprio dai dati del primo trimestre qualche luce si possa intravvedere.

29
Apr
2009

Enel, buoni conti e… il via a Porto Tolle

L’attenzione generale di giornata su Enel è al buon andamento nel primo trimestre, annunciato in assemblea da Conti e Gnudi, se un appunto vale la pena di fare, dopo il successo della piena acquisizione di Endesa, sta nell’aver dovuto attingere a riserve per 500 mio, al fine di confermare il payout ratio un po’ troppo generoso di questi tempi, il 12% richiesto naturalmente dall’azionista pubblico. Ma la giornata ha in realtà riservato una buona notizia ancora migliore. Dopo anni e anni di contesa, è venuto il via libera definitivo alla centrale di Porto Tolle, con la delibera della Via che pone termine a diuturne contese animate dal partito Nimby. La delibera è un po’ inutilmente capziosa a un primo esame, consta infatti di ben 63 pagine con 40 prescrizioni 40 – che scendono nel dettaglio fino a prescrizioni banali quali il tipo di lampadine a led da usare sulle torri, o la copertura per le bettoline che trasportano carbone. Naturalmente, l’Enel dovrà adempiere. Una volta protocollata la delibera Via (circa una settimana) inizia a decorrere il termine di 60 giorni per l’emanazione (prevista a luglio) del decreto Scajola che dà il via libera ai lavori. Nel frattempo la Regione Veneto convocherà la Conferenza dei servizi, con Comune di Porto Tolle, Enel, Ente del parco del Delta del Po e gli altri attori. Le osservazioni che usciranno dalla Conferenza dei servizi saranno recepite dal decreto Scajola (fermo restando che nessuno grazie al cielo può più fermare l’ok della Via). Si stima che a metà luglio potranno iniziare i lavori, se Dio vuole.

29
Apr
2009

Germania. Tutto bene con le Sparkassen?

Insieme con quello delle Landesbanken, l’universo delle Sparkassen è un fulgido esempio di ciò che molti tedeschi amano definire Soziale Marktwirtschaft. Che cosa esattamente si intenda con questo termine non è chiaro a nessuno, dato che tutti tendono ad appropriarsene dilatando o restringendo- a seconda dei punti di vista- le maglie del concetto. Il caso di specie fa però chiarezza su ciò che di sicuro l’economia sociale di mercato non è. La Soziale Marktwirtschaft, così come si è sviluppata in Germania dal dopoguerra sino ad oggi, non è infatti una Reine Marktwirtschaft, ovvero un’economia di mercato dura e pura. Né mai lo sarà. Anzi, perfino dopo la caduta del Muro, quando le magnifiche sorti del liberalismo sembravano dover trionfare ovunque, l’anelito verso il Vaterstaat non si è affatto dissolto, ma è rimasto inalterabilmente fisso nella spina dorsale della gran parte dei tedeschi. Ebbene, le casse di risparmio sono l’archetipo perfetto di questa irrefrenabile pulsione della Germania per soluzioni che releghino il mercato sempre a second best, a mero strumento accessorio. L’obiettivo del risparmio per le fasce sociali più disagiate (oggi in realtà per una vasta e sfaccettata pletora di clienti) si dice debba essere primariamente perseguito dallo Stato, che, a tal fine, conserverà la proprietà su determinati istituti di credito, le Sparkassen appunto. Ora, qui come altrove, è utile chiedersi: siamo davvero sicuri che laddove non riesce (o si suppone che non riesca) il privato, lo Stato ce lo possa fare e ce la possa fare bene? Nutrire qualche dubbio, anche alla luce di alcuni semplici considerazioni, pare lecito.

a) Il cronico eccesso di capacità nel settore delle casse di risparmio (overbanking) è legato per buona parte alla presenza del cosiddetto Regionalprinzip, che sottrae alla competizione gli istituti facenti capo ad enti territoriali diversi e fa in modo che i clienti di ciascuna cassa siano in massima parte i residenti della zona stessa in cui essa opera.

b) La raccolta del risparmio, come rileva Hans Werner Sinn nel suo felice volumetto “Der Staat im Bankwesen”, può essere davvero incentivata solo se gli interessi garantiti ai risparmiatori sono generosi. In realtà gli interessi reali per il deposito a risparmio sono stati per anni del tutto risibili (nel 1986 e poi ancora dal 1990 al 1994 ebbero persino segno negativo!!!).

c) Della scorsa settimana è la severa pronuncia del Bundesgerichtshof, la Cassazione tedesca, con la quale  sono state bocciate le clausole di quei contratti di credito che consentivano a quei “buoni samaritani” delle casse di risparmio di modificare unilateralmente l’entità dei costi delle transazioni bancarie, il più delle volte ritoccandoli verso l’alto.- Ma non dovevano favorire il piccolo risparmiatore?-

d) Dopo la definitiva caduta delle garanzie di Stato, non è affatto vero che non vi siano stati investitori privati disposti a rilevare o ad acquistare partecipazioni in casse di risparmio. Nel 2004, in un caso rimasto famoso, la cittadina di Stralsund tentò di cedere la propria, ma più forti si rivelarono e pressioni lobbistiche delle associazioni delle Sparkassen e dei potentati politici locali. Stesso esito anche per la recente proposta di modifica in senso più market-friendly della legge regionale sulle Sparkassen nel Nord-Reno Westfalia

e) Nonostante un doppio livello di sorveglianza (quello federale della Bafin e quello dell’organo regionale delle casse  di risparmio) i casi di corruzione in questo settore non sono affatto così desueti. L’ultimo è quello scoppiato nel febbraio scorso presso la cassa di risparmio di Colonia (proprietaria persino di un Golf Club!)  che rivela in maniera palmare i rapporti malsani e i conflitti di interesse tra politica locale e banche pubbliche.

f) Fin dagli anni ’70, le Sparkassen sono diventate banche pressoché universali, capaci di eseguire una vasta molteplicità di operazioni bancarie e in alcuni casi, laddove permesso dalle rispettive leggi regionali, anche di redistribuire gli utili. L’idea che debbano rimanere a tutti costi pubbliche, sottraendosi così a criteri di efficienza, è insomma palesemente ideologica e non fa certo gli interessi dei consumatori.