16
Giu
2009

Iran: recessione batte democrazia

Da giorni, tutti i media impazzano con analisi giustamente sempre più spaccacapelli della lotta tra fazioni interne alla teocrazia iraniana. Non capisco perché sia invece totalmente sottovalutata la spinta puramente economica. E’ l’amaro morso della recessione in un paese piegato da scelte politiche sbagliate, a spingere la gente in piazza: temo assai più di ogni sogno di democrazia all’occidentale. Le cifre ufficiali della banca centrale dell’Iran attestano oggi una disoccupazione oltre il 17% e un’inflazione oltre il 25%: esse sono sicuramente false, approssimate per difetto solo Dio – Allah, pardon – di quanto. Quanto al peso che le diminuite royalties petrolifere, nonché l’arretratezza dell’intero apparato energetico nazionale esercitano, sulla crisi del paese e sulle sue pulsioni atomico-muscolari nell’area, trovate qui  un’analisi accurata.

16
Giu
2009

Lord Carter e la banda larga UK

Trovate qui l’equivalente britannico del rapporto Caio, la relazione predisposta da Lord Carter per l’estensione della banda larga nel Regno Unito. Gordon Brown ha tanti difetti, ma non sottovaluta come da noi in Italia l’effetto che un piano “vero” per la banda larga può esercitare sulla produttività del paese. Qui il suo editoriale sul Times di oggi, in cui dichiara che la banda larga è vitale come l’acqua e il gas. Da noi, il debito di TI e l’intreccio Mediaset-iptv, tra carriers e fornitori di contenuti, spaccia per piano di banda larga portare 2Mega a chi ancora non ce l’ha: con la banda larga c’entra come Giannino con Napoleone. Ma anche i britannici, in tempi di Gordon Brown, hanno i loro difetti. L’idea di finanziare il piano con una tassa speciale all’utenza, di 6 pounds per ogni linea telefonica fissa, è assolutamente sbagliata, almeno a mio giudizio e sono curioso di conoscere il vostro. La linea fissa dell’ex incumbent è da decenni pienamente ammortizzata, e non sono i suoi utenti a dover pagare aggiuntivamente per la banda larga: pagheranno già il giusto quanto sottoscriveranno i piani delle concrete offerte che sceglieranno per usarla. Al contrario, proprio perché la linea fissa è ammortizzata, l’accelerazione dello shift verso la fibra va finanziato non con tasse ma con politiche tariffarie adeguate. Cioè con tariffe adottate dal regolatore che, per esempio, sulla terminazione fisso-mobile non siano fatte ad uso e consumo dell’indebitato incumbent come da noi. E non escludendo Fastweb dall’asta delle residue frequenze UMTS un tempo aggiudicate da Ipse, come capita appunto da noi, per non turbare i gestori mobili già esistenti quando proprio quelle utenze potrebbero ottimizzare in alcuni punti l’offerta di servizio di chi ha la rete in fibra più estesa d’Europa.

16
Giu
2009

Gianfranco Fini nostro fratello?

Personalmente, ho sempre avuto grandi perplessità sulla reale consistenza di Gianfranco Fini come uomo politico. Considerato uomo di rottura con il passato recente del centro-destra per l’enfasi sui temi etici che pone da un po’ di tempo in qua nei suoi interventi, alla ricerca di uno spazio  autonomo, non ho mai capito se la sua fosse tattica o strategie. E, ad ogni buon conto, Fini non si era per nulla allontanato dallo statalismo che è purtroppo moneta corrente nel centro-destra, economia sociale di mercato e quelle robe lì. Fino ad oggi. Perché con il suo intervento introduttivo alla relazione annuale dell’Antitrust, Fini dice cose che sono lontane anni luce dal pensiero comune sulla crisi.

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16
Giu
2009

Boeri morde Marcegaglia e Sacconi

Da quando scrive su Repubblica, a Tito Boeri sono cresciuti i canini. L’economista della Bocconi era un commentatore molto più posato su La Stampa. Su Repubblica, i suoi toni sono ben sintonizzati sulla linea del giornale.
Secondo chi scrive, in parte è un bene, perché che Boeri e lavoce.info siano considerati “organicamente” parte della sinistra italiana, e come tali riconosciuti dal suo più importante  quotidiano, è di per sé un importante segnale di modernizzazione — della sinistra, s’intende. È pur vero che è più facile che sia Repubblica ad affilare le spade della logica economica contro il governo, se a Palazzo Chigi sta Berlusconi, com’era più probabile lo facesse il Giornale, quando c’era Prodi. All’opposizione, si pensa meglio.
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16
Giu
2009

Funiculi’ Catricala’

Per la serie: l’eterno ritorno del sempre uguale, oggi l’Autorita’ garante della concorrenza e del mercato (per gli amici, l’Antitrust) ha presentato la sua relazione annuale. Qui ci riferiamo alla presentazione letta dal suo Presidente al Parlamento.
Poco da segnalare. Il testo si apre con una timida difesa delle istituzioni di mercato, dalla cattiva reputazione che la crisi ha proiettato su di esse. Catricala’ non e’ molto persuasivo, ma un applauso da parte nostra, in questo caso, non glielo leva nessuno.
La relazione continua tra affermazioni tutte da dimostrare (in un periodo come questo, bisogna tener gli occhi ancora piu’ aperti su quei settori contrassegnati da “intrecci o posizioni dominanti”, come fossero la stessa cosa) e una difesa non d’ufficio ma dell’ufficio. L’Autorita’serve prima dopo e durante i processi di liberalizzazione, spesso per sanzionare “comportamenti elusivi delle liberalizzazioni”. I mercati liberi devono essere piu’ presidiati dei “settori protetti”, e altre amenita’.
Il piu’ importante punto di merito sta nella difesa della “strategia degli impegni”, accusata da alcuni esperti d’antitrust di eccessiva morbidezza nei confronti delle aziende. Poi poche ma sagge parole su farmacie e stoccaggi del gas.
Per gli appassionati della “indipendenza” dell’Autorita’, vedasi la paginetta scarsa sulla disciplina del conflitto d’interessi, in capo all’Agcm dalla legge Frattini (come gia’ in passato, l’Agcm contesta i meccanismi d’accertamento dei conflitti). I nostalgici di “Mi manda Lubrano” troveranno conforto nelle tre pagine sulla “tutela del consumatore”.

16
Giu
2009

Brava la Guidi, togliamo l’Irap e stimoliamo la competizione fiscale

(anche su Libertiamo.it)

Non si può nascondere una punta di soddisfazione nel sentire Federica Guidi scegliere, tra le proposte di policy che i Giovani di Confindustria hanno lanciato alla politica, una misura che l’Istituto Bruno Leoni aveva inserito un anno fa nel Manuale delle Riforme per la XVI legislatura: l’eliminazione dell’imposta regionale sulle attività produttive – l’Irap, l’imposta rapina – attraverso la sua “scomposizione” in due diverse componenti. Se quella del Manuale era una rivisitazione di un’intuizione di Francesco Forte, quella di Federica Guidi ne è una versione molto concreta e – se si volesse – facilmente attuabile. Le buone idee circolano, insomma. Leggi tutto

15
Giu
2009

Meomartini in Assolombarda, vince lo Stato

Pubblico delle grandi occasioni all’Auditorium del Conservatorio, oggi a Milano. E’ stato l’esordio di Alberto Meomartini, portato alla guida della maggiore territoriale di Confindustria dall’Eni di Paolo Scaroni, abile nell’approfittare delle divisioni tra “grandi” e “piccoli” privati milanesi. Spada, il quarantatreenne candidato officiato dall’uscente Daniela Bracco, non è riuscito ad ottenere la maggioranza, tra le ambizioni deluse di Benito Benedini e mal di pancia diffusi della maggioranza delle piccole aziende.

Meomartini, per così dire, ha scelto di volare basso. Della crisi finanziaria ed economica, l’elemento più rilevante è il reingresso dello Stato al centro dell’economia, con 1800 miliardi di dollari di ripubblicizzazioni, più dei 1500 miliardi di privatizzazioni in tutto il mondo dai tempi della Thatcher a oggi. Con una punta di perfidia, nell’osservare che vengono ripubblicizzati anche settori tradizionalmente considerati soggetti a stretta vigilanza pro concorrenza. L’esempio è stato quello dell’auto. Ma, provenendo da un presidente espressione dell’Eni, non c’è dubbio che è un bel programmino rispetto ai privati dell’impresa milanese. Chi avesse cercato un caveat o un altolà alla rivincita dello Stato, nella relazione di Meomartini non l’avrebbe trovato. Perché dottrina ed economisti sono sprovvisti di ricette certe, ha detto Meomartini, quanto ad effetti del processo, sua prevedibile durata ed eventuale reversibilità. Davvero? A me non risulta, che decenni di studi e analisi siano per così dire privi di una verità attendibile, quanto ad effetti dello Stato padrone……

Mi auguro solo che Meomartini sia stato tradito dall’esordio.  Non mezza parola contundente sullo stato o sulle richieste delle imprese milanesi e lombarde. Non una sola parola incisiva su Tem, Brebemi, Pedemontana, sui ritardi del collegamento ferroviario di Malpensa, sulle dilazioni dei maggiori progetti urbanistici della città, da Porta Vittoria all’ormai tramontata Città della moda che doveva sorgere  a Porta Nuova-Porta Garibaldi. La linea, almeno alla prima uscita, sembra “non disturbare il manovratore”: di sicuro gli amministratori milanesi non avranno di che dolersi, di tanta comprensione. Ma le imprese?  Quasi metà dell’intervento è stato dedicato al tema della messa in rete delle Università, manco Assolombarda fosse una sede distaccata del ministero della Gelmini. Persino per l’Expò 2015, la brillante idea è quella di un maxi progetto Erasmus per invitarvi migliaia di studenti europei. Sono rimasto senza parole. Francamente, sia per l’Expò con tutti gli errori che vi ha commesso la politica, sia per tutti i maggiori temi della grigia stagione che vive Milano, la delusione odierna è stata grande.  Diana Bracco aveva tanti difetti: ma se questo sarà l’andazzo, sarà presto rimpianta. Altro che orgoglio meneghino dei privati antistatalisti: prove generali di rassegnazione, nella un tempo capitale morale del Paese.

15
Giu
2009

Krugman, Reagan e i tagli alle imposte

Qualche ora fa, sul suo frequentatissimo blog Paul Krugman ha preso per i fondelli i repubblicani e contestato quanti attaccano il piano di stimoli predisposto da Barack Obama poiché non avrebbe prodotto i risultati annunciati, soprattutto in tema di occupazione. Con una certa abilità retorica, Krugman si limita ad esibire un grafico che mostra come durante la presidenza Reagan a seguito dei tagli alle imposte per più di un anno si ebbe un incremento del numero dei senza lavoro.

La polemica di Krugman, che da intellettuale “militante” ed insider di primo livello è uso a schierarsi con una parte e contro l’altra, non sarebbe così interessante se non offrisse l’occasione per considerazioni più generali.

Su un punto l’economista americano ha sicuramente ragione: e cioè che le buone scelte politiche non si giudicano nell’arco di pochi mesi. Non a caso il formidabile crollo della disoccupazione che caratterizzò in America gli anni Ottanta del reaganismo fu ben successivo alla fase ricordata da Krugman.

C’è però un altro elemento, assai più meritevole di attenzione. Bisognerebbe cominciare a ragionare su questi temi senza infatti cadere vittima di troppe ingenuità metodologiche. In una realtà complessa quale è quella dell’economia americana o di qualsiasi altro Paese, non è possibile attribuire ad una scelta politica (sia esso uno “stimolo” keynesiano o il taglio delle imposte) ciò che succede successivamente (ad esempio, l’aumento della disoccupazione). Solo una buona teoria può dirci quale relazione c’è, ceteris paribus, tra una scelta di politica economica e le sue conseguenze sul sistema della produzione e della distribuzione. L’empirismo dei puri fatti non porta da nessuna parte.

In secondo luogo, bisognerebbe capire che è davvero molto sbagliato sposare l’occupazione per se: e che certo questo è tanto più curioso se a farlo sono intellettuali che costantemente dichiarano di farsi ispirare solo dalla realtà, rigettando ogni prospettiva di ordine ideologico e/o morale. D’altra parte, nella vecchia Ddr o nell’Urss d’antan la disoccupazione proprio non esisteva. C’erano invece i lavori forzati.

Non solo. Chi scrive è tra coloro che sarebbe davvero felice di veder crescere di colpo la disoccupazione in Italia grazie a massicci licenziamenti nel settore pubblico. È un’ipotesi del tutto irrealistica e certamente sarebbe una medicina amara (molto dolorosa, in particolare, per chi finirebbe per trovarsi sulla strada), ma aiuterebbe la crescita effettiva del Paese, che ha bisogno di più privato e meno spesa pubblica, più imprese e meno uffici parastatali.

Per sviluppare una qualsivoglia analisi sociale, bisogna insomma evitare non soltanto l’ingenuo positivismo che oggi domina larga parte degli studi economici, ma saper anche includere – con la massima consapevolezza, e con il coraggio di esporre le proprie tesi alle altrui critiche – quelle opzioni culturali ed etico-politiche che comunque sorreggono ogni interpretazione della realtà. Anche quelle di economisti avversi – a parole – ad ogni ideologia e fedeli sacerdoti di un positivismo che si vorrebbe oggettivo e senza partiti.