25
Nov
2009

Difendere Hayek, ma anche Fama

Ci siamo già occupati delle tesi di Paul De Grauwe, che insegna a Lovanio, è consigliere del presidente della Commissione Europea Barroso, e che personalmente apprezzo più come studioso delle aree monetarie ottimali e subottimali sulla grande scia aperta decenni fa da Bob Mundell, che come economista teorico. Le sue analisi sul dollaro, per esempio, sono preziose di questi tempi. In questo contributo, invece, propone un nuovo step nella strada che sta tentando di battere, quella di una sorta di riunificazione su nuove basi delle teorie economiche, emendando neokeynesismo e marginalismo di quelli che a suo giudizio sono difetti presenti in entrambi i campi. Ve ne propongo la lettura perché è utilissimo da una parte, comprensibilissimo anche ai non economisti come i più di coloro che qui leggono. E, contemporaneamente, perché nella sua piana seduttività contiene a mio giudizio un errore dal quale proprio i non troppo versati devono guardarsi con grande attenzione, perché è diffusissimo nel mainstream e orienta molto il dibattito pubblico.

È ottima e intuitiva la sintesi descrittiva iniziale di De Grauwe per la quale in realtà – cioè al di là delle variegate pretese di tanti economisti – i differenti modelli macroeconomici si dividono in due sole grandi famiglie. Quelli top-down e quelli bottom-up. Quelli “dall’alto in basso” ipotizzano che vi siano agenti in grado di valutare e comprendere pienamente andamenti e tendenze degli aggregati, in modo tale da indirizzarli e correggerli per il meglio attraverso il proprio illuminato operato. Quelli “dal basso in alto” ribattono invece che i mercati sono fatti da milioni di operatori, individui e imprese che agiscono sulla base della propria conoscenza limitata e imperfetta, e di ciò che i prezzi – se sono lasciati liberi di formarsi – dicono loro intorno a ciò che avverrà. Nella prima famiglia ricade in pieno il modello IS-LM del signor Keynes, e di tutti i suoi variopinti discepoli. Nella seconda Hayek, e tutti coloro che hanno letto e condividono almeno il suo The Use of Knowledege in Society.

Sin qui, dunque, tutto bene. Poi De Grauwe scarta corsia, mette la quarta, e partendo per la tangente secondo me esce alla prima curva. Nella sua inveterata avversione alla EMH, la scuola di Eugene Fama che ha avanzato l’ipotesi dei mercati tendenzialmente efficienti se alimentati da informazioni non asimmetriche diffuse agli operatori, De Grauwe prima commette il diffusissimo errore di considerare il modello DSGE proprio di quella scuola nella famiglia top-down, cioè accomunandolo ai dirigisti illuminati, con la differenza che in questo caso la Sofìa non sarebbe della politica che equilibra il modello attraverso gli stimoli da domanda pubblica, bensì i mercati stessi che si autoequilibrano perché intrinsecamente razionali. Dopodiché liquida tale assunto, in  nome del behaviourismo, dell’epistemologia cognitiva  e della neuroeconomica di Daniel Kahneman, che ci insegnano come gli individui  agiscano per lo più in base a interazioni in cui è implicata la parte meno riflessiva del cervello, e sotto l’effetto di rilasci ormonali governati dal sistema limbico e dall’ipotalamo, catalizzatori dei meccanismi elementari di difesa-aggressività-ritrazione.

Personalmente, considero le neuroscienze e Kahneman un prezioso affinamento e non una confutazione della Efficient Market Hypothesis. Ma ritengo sia  assolutamente sbagliato comprenderla nel sottoinsieme top-down, visto che essa è intrinsecamente bottom-up. Gli Illuminati presunti e presuntuosi onniscienti da cui guardarsi sono i governi sempre, e spesso i regolatori indipendenti. Non gli individui e le imprese. De Grauwe lavora una sintesi che, come potete vedere dalla sua conclusione, in realtà attacca i keynesiani di facciata ma demolisce assai più nella sostanza i marginalisti. Per desumerne esattamente ciò che pensano pure i keynesiani. E cioè che le banche centrali devono essere altamente discrezionali e comprare asset a man bassa sui mercati senza dichiararlo in anticipo e senza che dunque il mercato possa scontarlo, ma agendo secondo valutazioni riservate e non dichiarate – vedi il salvataggio per oltre 60 bn £ di RBS e HBOS da parte di Bank of England, di cui incredibilmente abbiamo appreso solo ieri a oltre un anno di distanza, o come è avvenuto in Germania dove, semplicemente, gli attivi bancari nessuno ha potuto andare ancora a vedere e dichiarare alla luce del sole che cosa nascondano davvero. De Guauwe, insomma, difende esattamente ciò che sta avvenendo ora. Un po’ poco, per passare da fondatore di una nuova era della teoria economica, non vi pare?

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3 Responses

  1. Pietro M.

    In questo lungo commento tratto due cose la questione della natura bottom-up o top-down dei modelli walrasiani, e le differenze tra keynesiani (De Grauwe); austriaci (me); e neoclassici/neokeynesiani (i DSGE-isti).

    Concordo con Giannino riguardo l’inattendibilità delle proposte di policy di De Grauwe, e il fatto che si rischia un passo indietro anziché uno avanti sul piano teorico. D’altra parte, non credo sia accettabile continuare a parlare di DSGE e EMH e far finta che siano idee verosimili: il futuro è austriaco, anche se gli austriaci moderni non sembra siano all’altezza dei compiti che generazioni fa furono portati avanti da geni come Mises e Hayek.

    Come austriaco, e conoscendo i miei simili, so di poter essere confuso con un dottrinario ortodosso che ripete a vanvera slogan. Il 90% dei miei simili è così. Io spero di no.

    Tutto sommato De Grauwe propone un ritorno allo psicologismo keynesiano degli animal spirits, mascherato da critica delle inverosimili ipotesi sottostanti la teoria dell’equilibrio generale. Come scrissi tempo fa, pars destruens corretta anche se ovvia, e pars costruens inaccettabile (di cui l’unica evidenza, nel paper che linkai*, che gli individui sono ottimisti nel boom e pessimismi nel bust e che le due cose sono contemporanee: bah).

    Esiste una sola alternativa che evita sia il perfettismo (in senso ricossiano) dell’EMH, dei DSGE e dei real business cycles, conserva la parte difendibile (cioè non perfettista) del marginalismo e della teoria del mercato ed evita lo psicologismo di Keynes, da cui si dovrebbe dedurre che basta consumare più cocaina (per generare ottimismo) per uscire dalle crisi, e che lascia ai margini tutti i concetti dell’economia teorica.

    Questa alternativa sono le teorie di Mises e Hayek, ma purtroppo Mises e Hayek sono morti e ora parrebbe che non c’è nessun austriaco vivo in grado di svolgere il loro ruolo con altrettanta genialità.

    Tutto sommato, per andare da Lucas a Keynes, cioè dallo homo sapiens a quello erectus, occorre fare due passaggi e non uno: occorre ripensare l’eccessiva confidenza nei modelli di equilibrio generale walrasiano e nei metodi formali/quantitativi, e su qui sono totalmente d’accordo, e dimenticare tutta la teoria economica, riconducendola al risultato di pazzi che vanno sul mercato per masochismo, potenzialmente salvati invece da un governo onnipotente e onnisciente.

    Per evitare questa involuzione bastano Hayek e Buchanan (public choice), non serve difendere l’indifendibile (come i modelli walrasiani). Chiaramente questo impone, dal punto di vista dei difensori del libero mercato, un paradigm shift tutto sommato radicale. Ma che credibilità si può avere a ipotizzare la perfetta validità delle ipotesi di moneta neutrale, mercati efficienti, equivalenza ricardiana e coordinazione perfetta e istantanea di tutti i mercati?

    I neoclassici giungono alle conclusioni teoriche corrette partendo da assunti teorici indifendibili, e De Grauwe giunge a conclusioni di policy indifendibili partendo da una critica corretta dei neoclassici e aggiungendo un salto logico notevolissimo: il marginalismo e il neoclassicismo non sono la stessa cosa.

    Concordo pienamente con la bocciatura della politica economica di De Grauwe, e che di fatto è quella dei nostri governanti.

    Che poi i DSGE siano bottom up o top down è una questione molto complessa. Se il singolo individuo può sapere tutto del mercato, può anche fare il pianificatore, e quindi un modello di equilibrio generale assume che i problemi del socialismo sono stati risolti, e infatti è colpa dei neoclassici se il problema misesiano-hayekiano del calcolo ecnomico è stato dimenticato: il problema è stato “assumed away” dalle ipotesi di Arrow e Debreu, ed è rimasto un problema di ottimizzazione numerica risolvibile dai calcolatori.

    D’altra parte, è possibile concepire l’equilibrio generale come il punto di arrivo (irraggiungibile) di un processo di mercato tra agenti ignoranti in cui l’informazione è portata da un sistema dei prezzi che per motivi ignoti (in genere chiamati “banditore walrasiano”) ha raggiunto la perfezione finale e rispecchia completamente la realtà economica sottostante. In questo caso ok: è una visione bottom up. Ma è anche del tutto inverosimile. Si può salvare il problema del calcolo economico in questo frangente solo ipotizzando che un processo non walrasiano (centralizzato) genera i prezzi a partire da agenti con informazioni ignote (come i lavori di Axtell sugli scambi non-walrasiani in modelli cibernetici di sistemi economici), ma in questa ottica si entra in dominio concettuale austriaco e bisogna eliminare i concetti di efficienza, equilibrio, corrispondenza perfetta tra prezzi e realtà, coordinazione completa (almeno come criteri operazionalmente significativi: come passaggi al limite vanno bene).

    * Credo di essere il primo essere umano nella storia a coniugare un tale verbo. 🙂

  2. Pietro M.

    O.T.: l’intervento al TG2 sulla crisi immobiliare a Dubai è stato grandioso. Sono minuti che rido per la storia della finanza islamica. 🙂

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