31
Mar
2020

La salute non è (solo) un diritto

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Gabriele Pelissero.

Decenni di retorica politica, e non solo, hanno creato una convinzione pericolosa.

Nel senso che, considerata un diritto, la salute diventa qualcosa di facilmente esigibile, e senza sforzo, ovviamente dallo Stato (chiunque esso sia).
Ci verrà data senza ulteriori impegni da parte nostra, e nessuna politica, nessuna forza politica, minimamente discute questo pilastro della nostra vita sociale.
Se qualcosa non funziona, viene violato un diritto fondamentale, e tutti a dire rimedieremo, abbiamo già rimediato, stiamo rimediando punto e basta.

Eschilo sostiene che “si impara attraverso il dolore” (Agamennone 178).
Le sofferenze dell’epidemia forse ci aiuteranno a comprendere meglio il rapporto con la salute, che non è un diritto inalienabile dell’umanità, ma una conquista.
E per di più una conquista che richiede l’impegno senza tregua, quotidiano e oneroso, in termini di ricerca scientifica, sviluppo e diffusione delle professionalità, produzione di beni e servizi, intelligente impegno delle risorse, investimenti e, ovviamente anche regole e leggi.

Fra le molte frasi fatte, ripetute infinite volte senza un risultato misurabile è che la spesa sanitaria è un investimento e non un costo. Salvo poi tagliare la spesa sanitaria senza neanche un progetto di ristrutturazione.

L’epidemia consentirà, purtroppo, di misurare il valore dell’investimento e il costo di una insufficiente protezione sanitaria.
Costo ben presente alla Repubblica Veneta che a partire dal 1485 istituì i Provveditori alla Sanità, che intervenivano e spendevano denaro per mantenere in salute la popolazione , fra l’altro contrastando le epidemie.

Noi oggi abbiamo un Servizio Sanitario Nazionale di tipo Beveridge che nel 2009 impegnava il 7,3% del PIL, e che dal 2010 al 2019 ha ridotto l’investimento di ca. 0,10% del PIL all’anno per arrivare al 6,4% nel 2019, abbondantemente sotto la media del 7,4% dei Paesi UE con noi comparabili.
E i tagli hanno riguardato per lo più farmaci innovativi, tecnologie, prestazioni acquistabili dagli erogatori non pubblici, tutte cose innovative ed efficienti.

Abbiamo una normativa nazionale (Legge 135 del 7 agosto 2012 e relativo Regolamento) che riduce i posti letto ospedalieri in Italia al valore di 2,7 per mille abitanti, il più basso in Europa, che in condizioni normali sempre secondo queste norme dovrebbero essere sempre saturi al 90% il che significa che basta il più piccolo incremento dei ricoveri per far saltare il sistema.

Abbiamo un clima culturale che continua da decenni a sottovalutare l’importanza della medicina specialistica e ospedaliera, che fa un mito della medicina di base e della sanità pubblica senza occuparsene davvero. Contemporaneamente assistiamo ad un dilatarsi di minoranze antiscientifiche e rumorose, di cui il movimento no-vax è certo l’espressione più nota, che hanno trovato sponda anche presso forze politiche di rilevante dimensione.

E abbiamo un secolare pregiudizio, ben radicato, nei confronti della produzione industriale, dell’imprenditorialità, dell’innovazione e della ricerca scientifica, dal quale deriva un quotidiano stillicidio di commenti su autorevoli quotidiani e di fake news sui social media.

Gabriele Pelissero è Professore Ordinario di Igiene e Organizzazione Sanitaria presso l’Università degli Studi di Pavia, già Presidente e attualmente membro del Comitato esecutivo AIOP.

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1 Response

  1. Davide

    La spesa sanitaria, in rapporto al pil, è stata su valori inferiori agli attuali per tutti gli anni ’90 (probabilmente anche prima, bisognerebbe controllare), prima dell’esplosione nel primo decennio del 2000.
    La dinamica degli ultimi 20 anni è quindi di crescita: rispetto al pil, rispetto all’inflazione, rispetto al pil nominale, come correttamente ricordato da Marattin nei giorni scorsi.
    Prendere come riferimento il picco del 2009, al termine di tale crescita fuori controllo, non ha il minimo senso. Ovvio andasse controllata e fermata (ma non ridotta).
    Parlare di “tagli” quindi non ha alcun senso. Forse è questa la fake news.
    Peraltro il numero di posti letto per 1000 abitanti è in discesa costante da decenni: nel 1978 erano 10.
    Per quale motivo, quindi, prendersela con ipotetici “tagli”, quando la tendenza è questa (fermo restando che, certo, un sistema stabilmente saturo non è in grado di affrontare alcun imprevisto)?
    Il problema è di efficienza della spesa.
    Forse sarebbe il caso di guardare alla Corea del Sud, con posti letto che hanno avuto una dinamica opposta, in crescita, ed oggi sono 3 volte tanto i nostri. Spendendo quanto noi.
    Sa perchè? Perchè in Corea gli ospedali sono PRIVATI, e quindi sono rivolti a soddisfare le esigenze dei CLIENTI, anzichè quelle dei baroni universitari e degli ordini che passano il tempo a difendersi in modo corporativo, ad esempio con numeri chiusi, anche per le specializzazioni, volti a rendere scarso (economicamente) e quindi “prezioso” il proprio lavoro.
    Sistema totalmente incapace di fare autocritica, e che negli ultimi anni si è inventato un nemico immaginario, che non è minimamente causa dei problemi del ssn.
    Ignorando, tra l’altro, i 50.000 morti annui di infezioni ospedaliere. Questi sì, con forti responsabilità interne.
    Anzi, ha giustamente e sollevato il velo della tragedia epistemologica che permea l’intero settore, che sembra tornato ai tempi di Semmelweis: è questa l’antiscienza che rappresenta IL problema. Quella dei virologi che passano troppo tempo in tv, a dire che “il rischio è zero” perchè “si stanno prendendo delle precauzioni”, schernendo chi indossava le mascherine a, è appurato, circolazione del virus in corso.
    Circa le fake news, se la prenda coi medesimi e le loro foto false di gente che passeggia, o all’ex ministro della salute ed i suoi dati falsi, ripetuti in tv, sui morti di morbillo in UK.
    Se volete parlare di scienza, studiate Popper, anzichè insistere con un dogmatismo autoritario, e quindi antiscientifico, superato da decenni.

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