27
Giu
2010

L’ontologia degli oggetti sociali e la nostra difficoltà a comprendere la finanza

Sia concessa un piccola divagazione, che forse a qualcuno apparirà astrusa, in merito a taluni presupposti teoretici, sociali e psicologici che stanno alla base del diffuso rigetto del capitalismo finanziario.

Una parte rilevante della propaganda anti-liberale degli ultimi anni ha fatto perno sul carattere relativamente astratto di alcuni strumenti che sono comunemente utilizzati all’interno di un’economia libera. La polemica tremontiana contro la “finanziarizzazione” dell’economia e in difesa delle attività produttive – contro chi produce titoli (i derivati, ad esempio) e a difesa di chi produce cose (indumenti, alimenti, mezzi di trasporto ecc.) – è rappresentativa di tutto questo, ma non è molto dissimile dalle offensive anti-mercato che si sono registrate in altre parti del mondo.

Si tratta di un’impostazione facilmente contestabile, dato che si può fare una buona finanza e una cattiva (basti pensare, quale esempio di gestioni fallimentari, alle banche centrali), così come si può produrre bene e anche molto male (ed è questo il caso di tutti i settori protetti e assistiti).

Una lettura manichea che difenda la produzione di beni contro la produzione di titoli è indifendibile, ma si può iniziare a comprenderla quale conseguenza di una diffusa difficoltà a intendere la natura di oggetti sociali quali i “debiti”, le “opzioni”, i “contratti”, e così via. In fondo, per tutti noi è assai più semplice credere nell’esistenza di case e autovetture, di terreni e lingotti d’oro, che non nell’esistenza di questi costrutti sociali che esistono solo in virtù delle interazioni umane e traggono interamente dalle nostre intenzioni ed azioni il senso della loro esistenza.

È come se lo strumentario ermeneutico di cui disponiamo fosse sempre un po’ primitivo di fronte a una società che moltiplica il panorama degli enti possibili e ci obbliga sempre più a fare i conti con entità di ardua definizione. Per fortuna, un aiuto ad accostare la complessità di tali problemi può venire dagli studi di ontologia sociale.

A partire da un importante lavoro di John Searle, La costruzione della realtà sociale (del 1995), alcuni studiosi hanno iniziato a riflettere sul fatto che vi sono oggetti X (un biglietto verde con l’effige di George Washington) che significano Y (valgono un dollaro) nel contesto C (entro molte transazioni economiche, specialmente negli Stati Uniti). Le opinioni e le intenzioni degli attori creano un quadro sociale che non solo attribuisce una funzione e un ruolo a oggetti che di per sé potrebbero anche non averli, ma soprattutto delineano un quadro sempre più smaterializzato.

A giudizio di Barry Smith, in particolare, lo stesso riferimento ad oggetti materiali – come nel caso del biglietto verde – non è poi così essenziale. Usando l’esempio degli “scacchi alla cieca” (dove si gioca in assenza di una scacchiera), egli rileva come gli uomini siano in grado di generare un numero potenzialmente illimitato di costrutti, e come talune di queste realtà siano al tempo stesso astratte (non fisiche) e storicamente situate (perché legate al tempo). Mentre le idee di Platone sono “forme atemporali”, l’universo sociale è ricco di quasi-abstract patterns al cui interno vi sono “forme temporali”, che pur non essendo fisiche né psicologiche, pure sono radicate nelle diverse società storicamente situate.

Nel nostro rapporto ordinario con la realtà, però, siamo portati a credere che ciò che è reale deve essere tangibile, mentre ciò che ha un’esistenza non facilmente riconducibile a cose e oggetti rischia di essere costantemente spinto verso l’irrealtà: insieme alle fate, alle sirene e ai grifoni. In questo senso, è probabile che, in età medievale, la riflessione scolastica sull’intenzionalità e quindi sul ruolo che svolge il soggetto nel definire e ridefinire il mondo possa aver dato un contributo significativo all’elaborazione di quei paradigmi concettuali che hanno portato alla legittimazione del prestito a interesse e, di conseguenza, delle più diverse pratiche finanziarie.

Come spesso succede, però, i medesimi errori tendono a riproporsi in epoche diverse, in forme solo parzialmente diverse: basti pensare ai ripetuti revival delle teorie protezioniste.

Il persistere di nostre attitudine ataviche continua a rendere meno reali, agli occhi di molti, i contratti e i diritti rispetto ai cani e ai marciapiedi. È anche per questo motivo che gli strumenti derivati, che sono oggetti sociali al quadrato, sono talmente malvisti. Qui abbiamo contratti (e quindi oggetti sociali) che il più delle volte si basano su azioni, indici, obbligazioni, valute ecc. (e quindi su altri oggetti sociali). La creatività umana costruisce un grattacielo che, un piano dopo l’altro, si avvicina sempre di più alle nuvole e anche se, ovviamente, poggia come ogni altra costruzione sulla terra, pure viene percepito come sperduto nel nulla e totalmente irreale.

In un suo testo su Searle e Hernando de Soto, Barry Smith sottolinea espressamente come molta parte degli attacchi agli speculatori vengano proprio dal greve naturalismo di quanti non riescono a cogliere altra realtà che negli oggetti materiali, e magari continuano a pensare che il valore sia qualcosa che discende unicamente dal lavoro fisico.

Per questo motivo, affinare la nostra capacità di comprendere il mondo può certamente aiutarci a proteggere al meglio le nostre libertà.

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14 Responses

  1. Francesco Morosini

    Splendido! Un buon invito a riflettere sui “grandi Vecchi” delle scienze sociali ben consci della necessità della riflessione filosofica per produrre conoscenza. Quindi, oltre alla corretta spiegazione della diffusa ostilità alla “finanza astratta”, ritengo vada apprezzato il Suo ripercorrere questa tradizione concettuale. Purtroppo molto trascurata in un processo formativo che tende a sublimare i “vuoti filosofico/epistemologici” con tecnicismi da effetti speciali. Il rischio è che così, o almeno temo, si maneggino teorie di cui si domina solo “di striscio” il senso profondo.

  2. Diego Perna

    Non mi sorprendo nel rimanere piuttosto confuso dopo aver letto il suo articolo. Non capisco sino in fondo lo scopo di quanto Lei scrive e vuol comunicare. E’ chiaro che su questo blog non dovrei nemmeno passarci per caso, finanza, derivati, prodotti finanziari, sino a sei mesi fa ne avevo sentito parlare solo per il caso Parmalat. Però questa citazione di Barry Smith non è condivisibile, il lavoro fisico, che non è solo quello delle braccia ovviamente, è realmente ciò che sta alla base dell’economia. Che poi la finanza, se rimane onesta, può dare una mano ben venga. Solo che gli strumenti finanziari in mano ad avidi che vedono solo il denaro, è pericolosa a scala planetaria. Comunque il problema sono i debiti sovrani, e la finanza , anche quella buona ove esistesse , non ha nè gli strumenti, nè tanto meno la lungimiranza o l’intelligenza di vedere nel lavoro fisico, la via d’uscita. Per fare un prodotto e guadagnare pochi euro occorre più di un millisecondo, tant’è che le banche i soldi preferiscono giocarseli alla roulette dei potenti, pagando con il nostro lavoro fisico sino a che dura.

  3. microalfa

    Non essendo manicheo, caro Lottieri, condivido il suo pensiero sui valori intangibili, basti pensare a tutti i servizi basati sulle professioni cosiddette liberali. Mi consenta tuttavia di non fare di ogni erba un fascio: esistono prodotti finanziari derivati più che legittimi, nell’ottica di assicurare vari sottostanti, e la finanza esoterica autoreferente che nulla spartisce con valori reali. Pure scommesse come le corse dei cavalli ma con ben altro impatto generale.
    La finanza, per definizione, è un servizio all’economia reale e tale deve restare. Non possiamo dimenticarlo.
    Così come non possiamo dimenticare l’entità moneta, di cui potremmo discutere per svariati anni.

    un saluto
    microalfa

  4. Carlo Lottieri

    @Diego Perna
    Solo una breve osservazione puntuale, perché temo di avere espresso male (troppo sinteticamente) l’opinione di Smith sul rapporto tra valore e lavoro. In maniera evidente, nel passaggio che ho ricordato il filosofo inglese vuole solo rilevare che il valore è un fatto eminentemente “soggettivo”, ossia è legato al giudizio espresso su questo o quel bene (o servizio). Un prodotto può esigere ore di lavoro e non interessare a nessuno (ossia: il suo valore è nullo), o può invece interessare moltissimo alcune persone. Questo è un elemento importante perché tale soggettività radicale – il fatto che si abbiano giudizi diversi sul mondo – spiega l’importanza degli scambi e come essi siano tanto produttivi di valore. Quando un soggetto compra e l’altro vende migliorano le condizioni di entrambi (almeno soggettivamente, e nel momento della transazione), anche se non c’è alcuna “produzione” in senso stretto.
    Credo che se capissimo la centralità nella vita economica di questo peculiare contratto che è la compravendita (che oltre a produrre valore, pur in assenza di produzione di beni, molto spesso aumenta pure le nostre informazioni sulla realtà grazie al sistema dei prezzi) potremmo essere già sulla buona strada per comprendere il ruolo di tanti altri contratti, a partire da quelli che sono al centro della finanza. Un’attività, ovviamente, che come ogni altra può essere praticata bene o male, in maniera onesta oppure no.

  5. dario

    Giustamente sono gli accadimenti che fanno riflettere.
    Ora, le incomprensioni sulla finanza, almeno in questo momento storico, nascono da una situazione di assenza di regole chiare, facilmente comprensibili, almeno da una parte contrattuale, che ha creato, senza sorprese, nel corso di questi ultimi 20-25 anni, quello che oggi tutti possono “tangibilmente” vedere, qualcosa quindi di reale.
    Se vogliamo che la finanza possa essere un settore di produzione anche avulso da quella reale di beni e servizi, intesi nel senso tradizionale del termine, allora dobbiamo uscire dalla preistoria normativa, presente per il settore, e codificare, a questo punto a livello internazionale, delle norme che consentano di far uscire dall’esoterismo la finanza (con riflesso anche nella comune comunicazione dove a volte si sente parlare, rispetto a qualcuno, di “guru” della finanza), dandole una dignità scientifica, verificabile, tangibile come quella che è alla base della “produzione tradizionale” di beni e servizi.
    Pertanto, senza scomodare concetti vaghi, essendo la produzione normativa espressione della gerarchia valoriale di una società in un determinato tempo storico, evidentemente, almeno in questo periodo, se ne è adottata, per così dire, una almeno discutibile.
    Senza regole non esiste libertà per l’uomo e le sue espressioni, tra le quali, penso che si convenga, vada considerata anche quella del capitalismo finanziario.

  6. Top

    Il problema numero 1 dell’economia mondiale è la non-istruzione finanziaria della gente comune, dei risparmiatori, degli operatori e persino dei “cosidetti esperti”, i quali se il mercato fa -50% gridano alla vittoria se la loro gestione (ovvero il fondo comune – fondo pensione – portafoglio clienti gestito dagli “esperti”) fa solo -49% in quanto non sanno fare altro che seguire “il gregge delle pecore”… e sostengono pure di fare meglio del mercato!!!

    Ma i “cosidetti esperti” delle varie SGR, SIM e delle banche in quanto tali non dovrebbero essere capaci di ottenere risultati positivi anche nelle grandi crisi economiche?!? I miliardari lo fanno, i gestori degli Hedge Fund pure.

    Vi ricordo che gli Hedge Fund (ovvero “i fondi d’investimento dei ricchi signori molto danarosi”) sono privi della regolamentazione legislativa “restrittiva” che grava sulle banche e i fondi comuni – fondi pensione – portafogli clienti (infatti “in nome della tutela del piccolo cliente” i fondi comuni NON possono fare operazioni al ribasso per fare profitti quando il mercato scende mentre possono comprare Tango-Bond e azioni Cirio senza alcun problema…) ed è per questo che essi vanno sempre bene (tranne se il gestore fa cavolate) perchè il gestore è anche co-proprietario del portafoglio insieme ai suoi clienti (cosa che MAI accade negli altri casi).

    Tutto questo accade perchè lo Stato (e i politici di sinistra e pure del “centro cristiano” e “centro solidale” e persino della “destra sociale” erede della RSI) fa solo dei danni (ovvero: eccesso di regolamentazione, tassazione eccessiva, spese inutili) e SOPRATTUTTO perchè l’istruzione pubblica è ignora (anzi, diffama) il denaro e la sua gestione “in modo intelligente” (ovvero “il guadagno per il guadagno” e non le cavolate dette sulla “diversificazione” nelle Università), così i cittadini escono dalle scuole privi di qualunque formazione sul denaro.

    Questo spiega perchè il 97% del popolo non è ricco, mentre solo il 3% lo diventa (e solo 1 di quei 3 lo è per eredità) in quanto auto-didatta (ovvero si auto-istruisce sulla finanza: vedi Warren Buffet – detto il Re degli investimenti e della concentrazione contro la diversificazione -, Bill Gates, Donald Trump e tantissimi altri)…
    Eppure il 100% del popolo è obbligato ad andare a scuola… giusto?

  7. dario

    Regole, istruzione, informazione, in modo che ognuno abbia facoltà (sia libero) di fare le sue scelte.
    Ma se a qualcuno non interessa la materia e non si fa coinvolgere in quel mercato non vedo perchè debba riceverne dei danni a causa di comportamenti “disinvolti” ammessi solo perchè non regolati.

  8. Luciano Pontiroli

    Le regole sono necessarie, d’accordo, ma quali regole? regole che assicurino il rispetto dei contratti e, prima ancora, la parità dei contraenti o anche regole che stabiliscano quali contratti si possono fare?
    La normativa europea sui mercati finanziari, in linea di principio, protegge l’esigenza che tutti i contraenti posseggano le informazioni necessarie per compiere consapevoli decisioni di investimento … ma poi, entro certi limiti, impone alle imprese d’investimento un ruolo paternalistico nei confronti dei piccoli investitori. Vale a dire che non sceglie quali contratti essi possano fare, ma demanda alle imprese questa scelta, caso per caso. Non solo: impone loro di scegliere nell’interesse degli investitori, apprestando discutibili presidi contro l’ipotesi di conflitto.
    E’ difficile ravvisare comportamenti non regolati: in linea di principio, la disciplina dei mercati regola tutto, sia pure con diversa intensità. Ma forse proprio la pretesa di regolare tutto è irrealistica: almeno nel senso che anche le conoscenze dei regolatori sono limitate ed essi sono fallibili quanto e più del mercato.

  9. Sul tema, credo che la lettura di Maurizio Ferraris, “Documentalità”, sia chiarificatrice. La distinzione tra ontologia ed epistemologia nell’analisi degli oggetti naturali e ideali e la loro confusione negli oggetti sociali è, secondo me, la chiave di volta nel capire la crisi economica attuale. Che non è solo una crisi di pil, ma è anche una crisi di teorie. La confusione tra ontologia ed epistemologia conduce a quella circolarità tra teoria e fenomeni dell’economia di cui le profezie autoavverantesi sono solo una dimostrazione pratica. Soros ha spesso usato tale circolarità per spingere il mercato nella direzione da lui auspicata, con guadagni considerevoli, e nei suoi libri lo spiega benissimo. E’ per questo motivo che bisogna rivedere, a mio avviso, la concezione naturalistica dei mercati, e considerarli a tutti gli effetti oggetti sociali con le implicazioni teoriche che questo comporta. Non è facile, si tratta di rivedere tutto l’impianto neoclassico, compresi alcuni assunti di base (informazione perfetta, decisioni razionali) ormai non più sostenibili. E tutta l’accademia rema contro. Ciò non significa che tale impianto sia da buttare: ogni teoria, come sostengono gli storici del pensiero economico, ha validità nel tempo in cui è stata espressa, e, aggiungo io, forse proprio perché oggetto sociale retroagisce sulla realtà cambiandola e causando la necessità di una nuova teoria esplicativa. E così via all’infinito.
    Forse l’economia ha bisogno di una base filosofica che fino ad adesso non ha mai avuto.

  10. dario :Ma se a qualcuno non interessa la materia e non si fa coinvolgere in quel mercato non vedo perchè debba riceverne dei danni a causa di comportamenti “disinvolti” ammessi solo perchè non regolati.

    Perché io devo farmi coinvolgere dalla tassazione se alimenta servizi e agevolazioni di cui io non voglio o posso fruire, o dalle normative se a me non interessano quei vincoli? Perché devo sottostare via imposizione diretta o da inflazione per una cattiva gestione reale di una attività reale tipo Alitalia se io volo una volta ogni 10 anni e con altre compagnie?

    Il discorso non è questo.

    Semplicemente la “finanza astratta” non esiste. La finanza è lo scambio di flussi monetari presenti e futuri. In quanto rende un servizio oggi, la moneta ha un carattere di merce, e può essere scambiata. In quanto rende un servizio futuro, la moneta futura ha un carattere di merce, e può essere scambiata. Un contratto di assicurazione è la stessa cosa solo con l’inserimento di una alea sulla moneta futura. Questi sono i mattoni della finanza, che serve per modulare la moneta in relazione alle esigenze reali.

    Con il tempo si può dire che si è formata una “finanza della finanza”, una serie di strumenti diciamo di secondo livello, fondati sugli stessi mattoni già detti, che servono a supporto del funzionamento della finanza che a sua volta supporta la produzione reale. La si definisce “astratta” semplicemente perché, causa ignoranza pura e semplice, non se ne capisce il funzionamento e il fine; ma l’ignoranza (soggettiva) del funzionamento non implica l’inutilità a priori, e il mondo va avanti lo stesso (siamo ignoranti pure sui mattoni fondamentali della materia, bosoni di higgs, stringhe… però nessuno dice che il mondo è inutile, astratto, inesistente, e vada abolito… e l’universo va avanti lo stesso che noi lo capiamo o no).

    Esiste una finanza della finanza, e lì dentro ci sono imprenditori della finanza. Possono operare bene o operare male.
    Il problema è solamente sulla socializzazione dei costi stabilita per via legale e politica. Nessuna impresa fallisce senza conseguenza per tutta la comunità, quindi non vedo perché farne un caso a parte per un’impresa finanziaria.
    Non la si capisce? La si studi.

  11. Francesco F.

    Inrteressante post.
    Tuttavia aggiungo un punto, credo fondamentale, riguardo la questione dei “valori intangibili” di natura contrattuale vs beni reali: mentre i beni fisici sono una riserva di valore tangibile (sebbene per certi versi soggettivo), i contratti generano obbligazioni che dipendono dalla performance di una terza parte. Una casa che vale 100 ha, in un certo senso, un valore ontologicamente diverso da quello rappresentato da un credito per 100.

    Una conseguenza importante, che mi fa pensare che ci sia un problema insito in un’economia finanziaria, e’ che questi “IOU asset”, i crediti, sono prodotti da poco piu’ che la volonta’ delle parti coinvolte: possono moltiplicarsi in maniera non correlata ai sottostanti, creando quindi un’illusione di ricchezza da un lato, ed una profonda instabilita’ a livello sistemico.
    Inoltre (ma e’ un problema gigantesco) per gli strumenti finanziari le asimmetrie informative tra le parti le rendono attivita’ piu’ facilmente soggette ad abusi.
    Mi occupo per lavoro di derivati, e credo che chi si conosce o si occupa di strumenti finanziari al quadrato ne conosce bene i limiti (sottolineo, non nell’uso piu o meno corretto che ne viene fatto, ma di natura intrinseca) .

    Credo che parte delle critiche delle “attivita’ finanziarie” forse inconsciamente percepiscano questi aspetti, o comunque la mancanza di un valore d’uso nei beni di tipo finanziario, e non mi sento di dismetterle cosi’ facilmente.

  12. Carlo Lottieri

    Credo che questo commento di Francesco F. sia appropriato. In particolare per due distinte ragioni.
    In primo luogo, la finanza moderna poggia su un sistema monetario (statale, di fatto anche nel caso dell’euro) che vive di “fiat money” e che si sforza di contrastare ogni competizione tra valute. Per questo motivo, errori e crimini si fanno ancor più frequenti che se le cose stessero diversamente.
    In secondo luogo, la nostra (diffusa) incapacità d’intendere veramente cosa sta alla base dell’universo finanziario ha conseguenze rilevanti sulla finanza medesima.
    Alla fine credo si possa dire che la finanza non ha vizi insormontabili in sé, ma l’economia finanziaria di un sistema monetario soggetto a molteplici manipolazioni e destinato a essere variamente incompreso dalla società nel suo insieme difficilmente potrà essere in buona salute.
    Copio e incollo, di seguito, il pezzo di un articolo che sto scrivendo (per un volume collettivo sui temi della proprietà, delle vicinie e del federalismo) in cui faccia affermazioni in qualche modo convergenti con quelle di Francesco F..

    “La tesi secondo cui lo slittamento della proprietà – da fisica ad astratta – avrebbe finito per operare uno svuotamento del rapporto tra l’uomo stesso e la realtà, tra il titolare e i suoi beni, va tenuta seriamente in considerazione.
    Quando si considera l’origine stessa della finanziarizzazione dell’economia si deve tenere in mente che nel corso dell’età moderna fu l’esigenza di spostarsi senza correre rischi che favorì il successo della cambiale quale strumento di pagamento, entro un mondo che però considerava l’oro quale moneta. L’idea era semplice: si poteva depositare da un banchiere una certa quantità di oro ricevendo in cambio un titolo di credito, il quale conteneva l’ordine di pagare una somma determinata. In tal modo, all’interno della circolazione monetaria la carta iniziò a sostituire l’oro, che però continuava ad essere la vera moneta, di cui la riproduzione cartacea era una semplice “rappresentazione”.
    Nel 1705, però, John Law scrive le Considerazioni sulla moneta e sul commercio, in cui sostiene la possibilità di avere un denaro sganciato da ogni metallo prezioso e garantito unicamente dalla presenza di attività economiche floride. La moneta di carta può quindi smettere di essere il mero “sostituto” dell’oro e acquisire una totale indipendenza. Dieci anni dopo egli si trova alla guida della politica economica e fiscale della Francia, la maggiore potenza del tempo. Applicando la propria teoria (detta “Mississipi Scheme”), moltiplica il denaro cartaceo e con esso riempie il paese di “milionari”, salvo poi causare un crollo finanziario di dimensioni tali che egli è costretto a fuggire. Ma se la vicenda di Law si conclude in questo modo, altri – dopo di lui – imparano la lezione e mettono a punto tecniche più sofisticate di manipolazione della moneta.
    Per certi aspetti, il declino moderno dell’oro come valuta fa il paio con la trasformazione conosciuta dalle assemblee tardo-medievali, tanto che si potrebbe parlare di una più generale “tragedia della rappresentanza”. Nell’ambito monetario, in effetti, è avvenuto qualcosa di simile a quello che si è visto in ambito politico, dove rappresentanti che in passato erano solo portaparola e mandatari di chi li aveva delegati, nel corso dei secoli sono riusciti ad appropriarsi in toto della volontà di quanti avrebbero dovuto difendere e hanno perfino rivendicato, con successo, un mandato libero da ogni vincolo contrattuale. Il pezzo di carta che in origine doveva solo provvisoriamente sostituire l’oro (perché si trattava solo di un impegno a restituire il metallo ricevuto in deposito) finisce per spodestarlo: esso non rappresenta più l’oro o un altro bene, ma pretende di valere per se.
    In questo senso, è davvero curioso come la costruzione di un ceto politico “rappresentativo” e la distruzione della moneta agganciata all’oro siano progrediti di pari passo, tanto più che l’introduzione della cartamoneta ha aperto la strada al progressivo controllo politico del sistema monetario, dell’economia, delle banche.
    La storia moderna è infatti dominata da una classe politica che ha conquistato il diritto di moltiplicare il denaro, trasformando piccoli fogli in ricchezza. E questo è in grado di spiegare perfettamente le più gravi inflazioni della storia: dagli assignats della Francia rivoluzionaria ai dollari svalutati dell’America dopo l’Indipendenza, fino alla Germania di Weimar.
    Ma quanto si è detto in merito al passaggio dall’oro alla moneta cartacea può essere ripetuto a proposito del declino delle proprietà a base fisica a favore di quelle sempre più immateriali. La parabola della moneta s’inscrive insomma in un più ampio processo di trasformazione della proprietà, che si fa sempre più astratta e disincarnata, e in tal modo può aver anche favorito quanti hanno inteso svuotare di contenuto la proprietà, facendone un attributo legale arbitrariamente definito”.

  13. Non è così si finisce per dire che ha valoro solo ciò che è fisico e tangibile, cadendo nel tranello già di A.Smith di dire che un notaio non produce nulla di materiale quindi il suo lavorare non ha valore?

    Io credo piuttosto che si confonda “intangibile” con “inesistente”, fino a dire che la volontà di due parti di prendersi obblighi solo monetari tra loro (volontà che è “intangibile”, obbligo di moneta contro moneta che è “intangibile” perché non bene “reale”), da cui si origina un titolo di credito, sia in realtà “aria” e come tale da cancellare.
    Certo che gli obblighi si possono prendere teoricamente all’infinito (più contratti uno sull’altro si sommano, o nel caso si compensano, come accade quando ci si copre con un IRS, e la finanza non crea niente, semplicemente trasferisce denaro presente e futuro); questo (che è un caso limite) a quanto pare spaventa, e lo si vuol regolare. Come sarebbe da regolare? Che io non posso stipulare contratti di alcun tipo se non entro un limite fissato esogenamente dalla legge?

    Che poi un sistema finanziario, basandosi sulla moneta, esca distorto da un sistema di fiat money è scontato (e il rapporto tra fiat money e potere è sicuramente vero, mi pare che la stessa storia di Roma ne sia prova). Anche l’economia reale è distorta dalla fiat money, ma lo sarebbe anche se non ci fossero derivati e altre amenità (quando si tocca la relazione tra preferenze temporali e tasso monetario il sistema si scoordina sempre e comunque). Che facciamo, impacchettiamo tutto e decidiamo a tavolino cosa merita di restare e quali contratti cancellare?

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