2
Ott
2009

Dagli Usa ghiaccio freddo. La via keynesiana non funziona

I dati odierni sulla disoccupazione americana a settembre  confermano quanto vi stiamo scrivendo da mesi. L’uscita dalla crisi preconizzata come già avvenuta nei comunicati ottimistici di tanti meeting internazionali resta per il momento un wishful thinking. L’America si interroga, a differenza di noi, sull’effetto degli incentivi all’auto. La conclusione è: finché non si incide il ferro nel bubbone banco-finanziario, l’ottimismo è incongruo. Perché il galoppo della spesa pubblica e del quantitative easing delle banche centrali – che i più intendono oggi rafforzare ulteriormente – si stanno rivelando la risposta sbagliata.

Negli USA Ci si aspettava “solo” 175 mila posti di lavoro in meno a settembre, rispetto ai 201 mila di agosto e ai 304 mila di luglio, confermando dunque la prospettiva di graduale miglioramento.  Nulla di tutto ciò: sono stati 263 mila. Il peggior dato relativo ai comparti è quello che riguarda i servizi, visto che il terziario pesa per l’85% degli occupati negli USA. Dai 69 mila posto perduti in agosto si è passati a 147 mila a settembre. Gli unici settori in espansione sono quelli pubblici, dell’istruzione e della sanità. Per il resto, anche gli ordinativi sono andati peggio che a settembre. Qui trovate un eloquente confronto, a parità di numero di mesi dall’inizio della crisi, del declino delle ore lavorate nel settore privato americano: si resta a livelli di gran lunga peggiori di ogni crisi del secondo dopoguerra. Anche se la produttività resta superiore al 3% nel terzo trimestre USA come tutto sembra lasciar intendere, cioè molto robusta perché le aziende espellono manodopera e ristrutturano, la base produttiva resta orientata a un energico ridimensionamento, e la sovraccapcità inutilizzata resta il problema numero uno.

Quanto agli incentivi all’auto che noi qui in Italia ci stiamo precipitando a confermare per l’anno prossimo, date un occhio a che cosa è capitato a settembre nelle vendite egli USA, una volta esauriti gli effetti del cash-for-clunkers.  La caduta a settembre è stata verticale, sulla proiezione annuale di vendite si è tornati a 9,22 milioni di unità, di poco superiore ai 9,1 milioni di febbraio che faceva gridare  all’allarme rosso. Tutte le case hanno perso molti più punti di quanto prevedessero gli analisti, su base annuale dallo scorso settembre 08 si va dal 45% di GM al 42% di Chrysler al 20% di Honda 13% di Toyota. Gli incentivi drogano le vendite attuali e cannibalizzano quelle del futuro: l’unico vantaggio se li si adotta è quello di sostenere artificialmente il settore nell’unità di tempo, ma allora bisogna continuare con gli incentivi per sempre. E davvero non si capisce come e perché.

Quanto al vero problema irrisolto, mi limito oggi a segnalarvi questo meraviglioso intervento  di Liam Hulligan, chief economist del Prosperity Capital Management. Sono d’accordo dalla prima all’ultima parola. Se l’Occidente non affronta il vero problema banco-finanziario da cui la crisi è nata – una crisi da rischio di controparte non più stimabile per effettodi tassi d’interesse sbagliati e troppolaschi, non una crisi di liquidità – allora sta solamente mettendo sapone sulla corda alla quale Far east cincocentrico e paesi emergenti alla fine lo appenderanno.

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3 Responses

  1. Curioso notare come stia nascendo una “convergenza pessimista” tra un sito liberista come il suo e il sito di Andrea Mazzalai (icebergfinanza) che certamente non sostiene le “virtù razionali” del mercato.
    Questo mi fa ben sperare.
    Se questa convergenza dovesse nascere anche negli Stati Uniti forse sarebbe la volta buona per mandare via a calci nel sedere quei farabutti (quelli sì) di Goldman Sachs & C. che si sono appropriati della politica economica statunitense e mondiale e l’hanno drogata…con la stupida compiacenza di noi cittadini (sic!).

    PS. Forse mi sbaglio, ma tra gli amici di Goldman Sachs mi ricordo che c’era anche un importante politico italiano…vero?…no, forse mi sbaglio….
    Grazie del link al pezzo di Hulligan.

  2. eonia

    In effetti non si è capito se il solo strumento dei tassi zero aveva capacità miracolose per arginare una crisi nata da eccessivo debito copribile forse negli anni avvenire.
    Non sono bastate le avvisaglie del febbraio 2007, della crescita del ted spread, si è dovuti giungere alle vette della sfiducia reciproca per avere interventi per arginare questo tipo di problema.
    Di acqua dal 2007 al 2008 ne è passata a catinelle, specialmente un po’ prima del blocco delle transazioni.
    I tassi zero doveva essere una medicina temporanea per far scendere la febbre acuta e prolungata.
    Dopo forse si doveva creare quella famosa bad bank con una clearing house che assicurava la liquidità degli strumenti transati. Non che le banche centrali andassero sul mercato a comprare gli strumenti sintetici che l’ingegneria aveva sfornato sino a quel momento. E non è una consolazione leggere che gli strumenti acquistati sono coperti da assicurazione.
    Così come sembra irresponsabile a tutt’oggi sentire che le banche dovrebbero prestare di più o caricarle con oneri impropri come leggi ad hoc per tardare i pignoramenti.
    Se tutto ciò deve pesare ad una industria, anche se di nome credito, allora sarebbe stato meglio statalizzare le banche e mediare attraverso altre politiche le carenze che ogni giorno, la politica, le sbatte su muso.
    Invece ora si gioca coi tassi a breve e con le materie prime per creare inflazione, abbassandola e aumentandola per stuzzicare i giochi del mercato mentre gli uffici statistici mondiali segnalano una deflazione paurosa e una capacità industriale in continua flessione.
    Anche regioni mondiali che durante i mesi bui segnalavano crescita sia industriale che di pil sono passate ai numeri negativi.
    Bene diceva qualcuno “i banchieri sono stati educati nel fenomeno dell’inflazione”.
    Ora invece siamo in presenza del “fenomeno nipponizzazione” e non abbiamo scuole di educazione.
    Per questo che compriamo debito sovrano a furor di gomitate.
    Che Dio ci aiuti.

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