Omaggio a Ronald Coase, per la privatizzazione dello spettro
La ricerca di Ronald Coase – straordinariamente duratura e influente – può essere descritta come una perlustrazione dei confini del mercato: prima ristretti con “The Theory of the Firm” (1937), in cui l’economista britannico diede ragione dell’esistenza delle imprese, isole di pianificazione in un mare di spontanee relazioni commerciali orientate dal sistema dei prezzi; poi ampliati – rivoluzionando l’interpretazione di alcuni dei cosiddetti fallimenti del mercato – con “The Lighthouse in Economics” (1974), che incrinò il mito dei beni pubblici, e ancor più con “The Problem of Social Cost” (1960), che superò quarant’anni di letteratura sulle esternalità.
Proprio a questo secondo filone va ascritto “The Federal Communications Commission” (1959), un articolo sovente trascurato, ma che già conteneva in nuce la tesi del seminale contributo che Coase avrebbe pubblicato l’anno seguente. Prendendo le mosse da un’accurata ricostruzione storiografica, l’autore evidenziava il considerevole margine di discrezionalità che la FCC esercitava nell’assegnare le licenze di cui ogni operatore radiofonico (e poi televisivo) doveva munirsi per ottenere le indispensabili risorse frequenziali. La desiderabilità di tale soluzione, che confliggeva con il principio della libertà d’espressione incarnato dal Primo Emendamento, era affermata con due distinti argomenti: da un lato, la necessità di evitare interferenze tra trasmissioni attigue; dall’altro, quella di regolare l’accesso a un bene scarso come lo spettro elettromagnetico.
A tali argomenti Coase oppose un’idea eretica per lo stato della disciplina, ma che egli stesso considerava solo apparentemente innovativa (“novel with Adam Smith”): quella di assegnare al miglior offerente un diritto di proprietà chiaramente definito su una data porzione di spettro. Quanto alla scarsità, essa è (in senso assoluto) condizione comune alla totalità dei beni economici, ed è (in senso relativo) funzione della tecnolologia disponibile: alla luce di entrambe le caratteristiche, i meccanismi di mercato sono meglio equipaggiati di quelli amministrativi per garantire un utilizzo efficiente.
Quite apart from the misallocations which are the result of political pressures, an administrative agency which attempts to perform this function normally carried out by the pricing mechanism operates under two handicaps. First of all, it lacks the precise monetary measure of benefit and cost provides by the market. Second, it cannot, by the nature of things, be in possession of all the relevant information possessed by the managers of every business which uses or might use radio frequencies, to say nothing of the preferences of consumers for the various goods and services in the production of which radio frequencies could be used. (p. 18)
Venendo alle interferenze, Coase conclude che – una volta che i diritti dei titolari delle frequenze siano precisamente definiti – saranno poi le transazioni di mercato, senza la necessità di un preliminare intervento pubblico, a risolvere i conflitti e ottimizzare l’utilizzo dello spettro. Si tratta di un caso particolare del tema più generale di “The Problem of Social Cost”: con il caveat che, in questo caso, la natura almeno in parte reciproca di tutte le “esternalità” è più evidentemente percepita.
Coase pubblicò il suo articolo nel neonato Journal of Law and Economics, e fu proprio il circolo che – all’University di Chicago – si raccoglieva intorno a quella rivista a testarne duramente i risultati: la conclusione (la convergenza verso gli utilizzi più efficienti in presenza di diritti di proprietà bene definiti, ma a prescindere dalla loro allocazione) fu l’oggetto di una cena ospitata da Aaron Director e a cui parteciparono – tra gli altri – Milton Friedman e George Stigler, che ne parla nelle sue memorie. Quello che all’antipasto era un verdetto di venti a uno contro Coase, si trasformò entro il dessert in un unanime verdetto a favore. Quella sera, Director suggerì a Coase che il punto da lui sollevato meritava una specifica trattazione, il cui risultato apparve – appunto – nel 1960. Quattro anni dopo, Coase si sarebbe trasferito a Chicago – sia pure presso la Law School.
L’influenza diretta dell’articolo del 1959 fu, invece, meno immediata. Solo negli anni ’90 la FCC e gli analoghi regolatori di altri paesi cominciarono a mettere all’asta i diritti d’uso delle frequenze, mantenendone – nella maggior parte dei casi – la proprietà e spesso limitandone la circolazione; ancor oggi, la classe politica pare più interessata alle connesse opportunità di gettito che non al ritorno d’efficienza che solo da una netta demarcazione dei diritti di proprietà può discendere. Da questo punto di vista, l’approccio dell’economista inglese alla gestione dello spettro non ha ancora trovato una completa implementazione.
A ben vedere, esso si potrebbe persino criticare “da destra”, contestando l’idea stessa che lo stato possieda lo spettro e sia dunque legittimato ad alienarlo; mentre una coerente logica di mercato sottoporrebbe le frequenze, come ogni altro bene, a un regime di appropriabilità originaria, secondo lo schema lockeano. Tuttavia, una simile riflessione – oltre ad avere scarsa utilità pratica – mancherebbe l’obiettivo: il cuore dell’argomento di Coase è l’applicabilità di principi economici (prezzi e circolazione) alla gestione delle frequenze, un’idea che ben pochi – almeno tra gli accademici – osano oggi mettere in dubbio.













