Province: tutti i difetti della riforma Delrio. Diffidarne non è piacere, ma dovere
Verrebbe da dire: parliamone solo a testo approvato. Perché l’abrogazione delle province è uno dei temi tante di quelle volte annunciati negli anni dalla politica italiana da divenire un luogo comune, una barzelletta da bar, simbolo di ciò che la politica dice ma non fa. Sinora, ogni intervento si è trasformato in un vano calvario di trappole giuridiche e agguati politici.
Ma ieri l’aula di Montecitorio ha cominciato l’esame della riforma apprestata dal ministro Delrio, e non resta che vedere se e che cosa ne verrà davvero fuori. Visto che il diavolo si nasconde nei dettagli, per giudicare davvero la riforma occorrerà aspettare tre cose. Primo, che venga approvata davvero entro il termine necessario a impedire che si voti nella prossima primavera, nelle 54 province intanto in scadenza. Secondo, bisognerà leggerne con attenzione il testo finale, visto che la lobby delle province in parlamento è fortissima in ogni partito. Terzo: sul punto delicato dei risparmi, occorrerà aspettare i decreti attuativi perché in tanti si opporranno ai tagli veri e l’esperienza pluridecennale insegna che potrebbe anche scapparci, alla fine, che la spesa aumenti. Perché la riforma ha, sotto questo profilo, punti deboli oggettivi.
La riforma Delrio ha un doppio binario. Nasce dalla bocciatura riservata a luglio scorso dalla Corte Costituzionale alla riforma Monti. Non era difficile immaginare che la Consulta avrebbe dato ragione alle 8 Regioni che l’avevano impugnata. Era stata adottata con il decreto legge Salva Italia del dicembre 2011. Ma non si interviene per decreto in una materia ordinamentale – le province sono citate in Costituzione, all’articolo 114 e seguenti – senza requisiti di urgenza, abrogando oltre 50 delle 110 province attuali secondo requisiti minimi di popolazione e superficie che avevano provocato ondate di proteste in tutte quelle che non vi rientravano. Per questo la riforma Delrio da una parte è fatta di un ddl di riforma costituzionale per modificare le province nella Carta fondamentale e tener buona la Corte, ovviamente nella speranza che la legislatura duri davvero tanto da permetterne la doppia lettura. Nel frattempo, il ddl ordinario all’esame della Camera prevede che le province restino in vita finché la Costituzione non cambi, ma in vita artificiale.
Le province diventano infatti – secondo l’orrendo gergo tecnico della nostra burocrazia – enti di area vasta semplificati. Continueranno solo a pianificare per quanto riguarda territorio, ambiente, trasporto, rete scolastica. L’unica funzione di gestione resterà quella delle strade provinciali. Per tutto il resto, leggi regionali trasferiranno le funzioni di gestione delle province, il loro patrimonio, le loro risorse umane e strumentali ai Comuni e alle Unioni dei Comuni, alle Città Metropolitane o alle Regioni. Scompare la giunta provinciale, il presidente è un sindaco in carica scelto dall’assemblea dei sindaci dei Comuni provinciali. Mentre il Consiglio provinciale è costituito dai sindaci dei Comuni con più di 15.000 abitanti, e dal presidente delle Unioni di Comuni del territorio con più di 10.000 abitanti.
Com’è ovvio, scritta così la riforma, l’unico taglio dei costi della politica sicuro è solo quello appunto dei politici eletti. Cioè circa 135 milioni, su dati relativi al 2010. Dopodiché, si apre il vasto mare delle divergenze di opinioni. Gli studi seri fatti dall’Istituto Bruno Leoni, che potete scaricare dal sito, indicano i risparmi conseguibili – se si aboliscono anche le relative prefetture e uffici dello Stato – in almeno metà dei 4 miliardi di euro di costi fissi delle province. Cioè i circa 2 miliardi rappresentati dai costi di gestione e di controllo, mentre la parte restante va al personale che, secondo politici e sindacati, va invece naturalmente e integralmente riassorbito.
Il ministro Delrio, prudenzialmente, dice che entro un paio d’anni si può risparmiare fino a un miliardo di euro e qualcosa di più.
La Corte dei conti, nell’audizione parlamentare sul ddl a fine novembre, ha sparato a zero, dicendo di non essere in grado di valutare né risparmi né sostenibilità finanziaria della riforma, stante che tutto dipende dalle sue norme attuative.
Quanto poi all’UPI, l’Unione province italiane, afferma che con certezza la riforma costerà ai contribuenti miliardi in più, perché moltiplicando a migliaia i centri di gestione – i Comuni – i costi unitari di manutenzione egli edifici scolastici come di esecuzione degli interventi ambientali si moltiplicheranno anch’essi. La riforma Monti dispomneva che le gestioni della cinquantina di province abrogate passasse a quella delle proivince a cui sarebbero state accorpate, e i risparmi in quyel caso sarebbero stati certi, anche se limitati a 3-400 milioni al massimo. Qui non si accorpa nulla, le gestioni passano al pulviscolo comunale. La tesi dell’Upi, purtroppo, non è priva di un certo fondamento: i Comuni hanno oggi, per questi interventi, costi superiori delle vecchie Province. Inutile dire poi che quanto a cessione del patrimonio i Comuni saranno felici, ma nulla di preciso sinora si è detto sulla cessione dei debiti delle province, che i comuni rifiutano. Per tutte queste ragioni, l’UPI ha confermato ieri che impugnerà la riforma. Allegria.
Il pessimo segnale è che le Città Metropolitane intanto sono aumentate a dismisura, ridicolmente. Ragionevolezza vorrebbe che si parlasse di Torino, Milano, Venezia, Napoli e in più, forse, Palermo. Ovviamente aggiungendo Roma Capitale, che ha uno status a parte. Invece si sono aggiunte già Genova, Bologna, Trieste, Firenze, Bari, Reggio Calabria, Catania e Messina. E altre sarebbero in arrivo, a giudicare dagli emendamenti in esame.
Un altro difetto della riforma è di limitarsi a prevedere che tutti i municipi con meno di 5 mila abitanti, fino a 3 mila se montani, si associno per svolgere le loro funzioni fondamentali. Ma il punto è che, solo associandosi, gli organi e la pluralità di gestioni restano. Per farli scomparire, bisognerebbe disporre delle unioni, non delle associazioni. E quanto agli altri 3.200 enti intermedi che oggi esistono tra comuni e regioni, tra comunità montane e compagnia cantando, il comma che parla della loro “razionalizzazione” è obiettivamente acqua fresca.
Delrio si arrabbia, se si parla di riforma all’italiana. Ma purtroppo e non per colpa solo sua, è così. La riforma Monti usava uno strumento sbagliato, il decreto legge, ma “accorpava”una cinquantina di Province, facendone sparire i costi di gestione in Province maggiori. Con la riforma Delrio, il rischio è che la gestione resti com’era , o attribuita a nuove Province senza eletti, o trasferita ai Comuni meno efficienti.
Se poi diamo un’occhiata alle tante “notizie di caos” che continuano a venire dalle province italiane, del tutto inossidabili al fatto che starebbero per sparire, è difficile concludere che davvero si prenda sul serio l’idea che la provincia stia finendo..
Il bluff Sicilia. La giunta Crocetta appena nata dichiarò l’abrogazione delle 9 province. Si fa per dire. Al posto della giunta e dei consigli ci sono i commissari nominati da Crocetta. Gli enti restano e dovrebbero continuare a gestire gli stessi servizi. Solo che lo Stato ha decurtato i contributi di quasi 100 milioni di euro e la Regione di 20: 110 milioni in meno. Ma gli unici risparmi veri sono stati di 8 milioni, gli emolumenti dei consiglieri, sui 750 milioni di costi delle 9 province nel 2012. I “liberi consorzi di Comuni” che Crocetta aveva annunciato, non si sono visti. La riforma complessiva per introdurre le Città metropolitane nemmeno, aspettando quella nazionale. I 6 mila dipendenti delle Province – costo oltre 350 milioni – non sanno che fine faranno. Il risultato è che i “commissari Crocetta” hanno tagliato solo servizi scolastici e manutenzione stradale. E il paradosso è che i commissari stessi verranno prorogati per altri 6 mesi. Senza escludere che in Sicilia si torni a votare per le vecchie province, anche nel caso la riforma Delrio venisse intanto approvata in tempo utile.
Il caos Sardegna. Altrettanto paradossale la situazione sarda. A maggio 2012, referendum consultivo per abrogare le 4 province storiche della regione (Cagliari, Sassari, Nuoro e Oristano), e abrogativo per sopprimere le nuove province (Carbonia-Iglesias, Medio Campidano, Ogliastra e Olbia-Tempio): i sardi approvano. La Regione scioglie i consigli, commissaria gli enti ma li proroga a quel punto due volte, in attesa di una riforma prima e poi fino a nuove elezioni. Lo Stato a quel punto impugna la legge regionale. Gli ex amministratori commissariati delle province impugnano a propria volta il commissariamento al Tar. Il Tar rinvia a sua volta l’impugnativa alla Corte costituzionale. E gli ex eletti provinciali chiedono intanto a Napolitano che, secondo l’articolo 50 dello Statuto regionale, si sciolga il Consiglio regionale per gravi atti contro la Costituzione.
Lo schiaffo di Siena. Ma quale abolizione della provincia? Ripresi proprio quest’anno i maxi lavori del nuovo palazzo provinciale, da 6.300 metri quadrati. Era la Fondazione Montepaschi a finanziare l’opera, con il suo contributo annuo di 40 milioni alla Provincia, contributo che è però azzerato dal 2013, stante che la Fondazione stessa è in predefault. Ma i lavori sono ripresi lo stesso. L’opera ha visto lievitare i costi dai 6 milioni previsti nel 2009 ai 12 attuali, l’intento è di portarla a compimento entro fine 2014, contando sul fatto che l’abrogazione della provincia naturalmente non ci sia.
Le aste truccate a Bolzano. Vien da dire che “in Italia” non se n’é parlato, Ma lo scandalo finanziariamente più grave in questo biennio di “attesa abrogazione” delle province è avvenuto a Bolzano, con un assessore e un direttore generale condannati per truffa e turbativa d’asta, relativa a tutte le concessioni energetiche ex Enel. Le società energetiche messe “fuori mercato” dalla politica e dai funzionari provinciali hanno richiesto alla provincia di Bolzano danni per oltre 600 milioni di euro. Naturalmente le due “province regionali” di Trento e Bolzano sono fuori portata rispetto alla riforma Delrio, ma tant’è…











