6
Ago
2014

Ma guarda, il PIL scende mentre spesa e incassi pubblici salgono: ora basta scuse, rinvii e propaganda

L’Istat ha purtroppo confermato le attese. Nel secondo trimestre del 2014 il PIL italiano è diminuito dello 0,2% rispetto al trimestre precedente e dello 0,3% nei confronti del secondo trimestre 2013. Dopo il deludente -0,1% del primo trimestre su quello precedente (e -0,5% sullo stesso periodo 2013), abbiamo oggi la conferma che non è alla nostra portata il più 0,8% annuo di PIL previsto nel DEF ad aprile dal governo Renzi appena insediato. C’è poco da gioire, anche per chi come noi l’aveva detto per tempo. Si può solo esser tristi due volte, perché inascoltati.

Ed è su questo sfondo, che ieri il premier non ha troppo gradito le osservazioni venute da Confcommercio, sull’effetto praticamente nullo su consumi e crescita sin qui manifestato dal bonus di 80 euro lordi mensili disposto dal governo ai lavoratori dipendenti sotto i 25 mila euro lordi di reddito. “Andatelo a chiedere agli 11 milioni di beneficiari, se l’effetto è nullo”, ha seccamente replicato Renzi. Bisogna riconoscere che tra Confcommercio e Renzi non hanno ragione l’una e torto l’altro. Hanno ragione entrambi. E non per cerchiobottismo, ma semplicemente perché parlano di due cose diverse. Confcommercio parla degli effetti che il bonus non ha avuto sulla crescita. Mentre Renzi si riferisce all’effetto che il bonus ha esercitato sul reddito disponibile di chi l’ha percepito. A entrambi i numeri danno ragione, visto che si parla di cose diverse. Quanto agli effetti del bonus sulla crescita, l’ISTAT parla chiaro: il contribuito alla crescita della domanda interna è nullo, nel secondo trimestre 2014. L’Indicatore dei Consumi Confcommercio di giugno rileva una crescita limitatissima su maggio, appena dello 0,1%. Aumenta dello 0,3% la domanda di beni, ma per i servizi la spesa cala dello 0,2%. Venendo invece ai redditi delle famiglie che stanno a cuore a Renzi, in termini reali procapite in 7 anni la caduta rispetto al precrisi è tra il 13 e il 14%, siamo tornati indietro a livelli da anni Ottanta. E’ effetto di oltre 3 milioni di disoccupati, dell’elevata disoccupazione giovanile, dei mancati pagamenti e della bassa liquidità di cui soffrono autonomi e piccole imprese.

E’ ovvio dunque che, in condizioni di progressiva asfissia quanto a livelli di reddito, Renzi abbia ragione a sottolineare che aver disposto bombole ad ossigeno per alcuni milioni di italiani è stato utile, e in effetti in proporzioni senza precedenti (la copertura del decreto Irpef è stata effettuata per 3 miliardi con tagli di spesa e per 4,5 miliardi con nuove entrate, il bonus vale 12 miliardi su base annua che vanno trovati per confermarlo nel 2015). E’ anche vero, però, che il governo ha scelto di concentrare il più degli sgravi 2014 sul versante Irpef-famiglie meno abbienti considerando un criterio di equità e redistribuzione, non quello dei maggiori effetti a brevi ottenibili in termini di crescita. Una considerevole evidenza di dati e letteratura scientifica accumulati mostra che, se il governo avesse anteposto la crescita, avrebbe ottenuto maggiori effetti quanto più avesse concentrato gli sgravi sulle imprese, abbassando l’IRAP molto più della limatina concessa nel 2014. Per una stessa quantità di sgravi, l’elasticità nell’unità di tempo al rilancio dell’offerta da parte delle imprese è maggiore di quanto sia quella delle famiglie al rilancio della domanda, cioè dei consumi.

Perché? Presto detto. Con livelli di reddito tanto depauperati, le famiglie traducono una minima percentuale del bonus in consumi, perché tornano ad elevare – come è ripreso ad avvenire dal 2013 – la propensione al risparmio. Per tre ragioni. La prima è che ricostituiscono cuscinetti di liquidità per integrare redditi in calo. La seconda – definita in gergo tecnico “equivalenza ricardiana”- è che avendo sperimentato in questi anni forti progressivi aumenti della pretesa fiscale dello Stato, a maggior ragione preservano risorse per fronteggiarla. La terza è che nel frattempo è caduto anche il valore medio del proprio portafoglio patrimoniale, a cominciare soprattutto da ciò che in Italia ne costituisce l’85%, e cioè il mattone di proprietà delle famiglie. Era assolutamente prevedibile, dunque, che il bonus 80 euro si traducesse in pochi consumi aggiuntivi. E molti infatti – anche noi – lo scrivemmo. Ma il governo, sotto elezioni europee, ha preferito la via “sociale” a quella “economica”.

Il problema del nostro paese non è affatto quello di considerare “sociale” ed “economico” in alternativa. Questo lo affermano i fautori del deficit e del debito pubblico a briglia sciolta, incaponendosi in una demagogica quanto popolare campagna contro il presunto “rigore”. Che in italia è solo a carico del contribuente, visto che fatto pari a 100 la pressione fiscale del 2000, qui da noi a oggi è aumentata del 5%, mentre in Germania è scesa del 7% rispetto ad allora: il che spiega perché da noi il Pil reale procapite sia sceso del 6% rispetto al 2000 (e dell’11% rispetto al 2008), mentre quello tedesco è salito del 15% rispetto al 2000. Ma mentre da noi c’è rigore fiscale per famiglie e imprese, il rigore nella spesa pubblica non c’è: continua a crescere, meno di prima in questi tre anni ma continua a salire. ll rigore per lo Stato non c’è: e ancora nel DEF presentato da Renzi ad aprile, dagli 809 miliardi di pesa pubblica 2014 si continua a salire sino a quota 852 nel 2018. Se guardiamo all’ultimo dato reale del 2014, l’aumento della spesa è anzi ben maggiore di quanto si proponesse il DEF: stiamo arrivando a 825 miliardi di spesa pubblica in questo solo 2014, con un più 7,8% sul 2013 e una spesa corrente che da sola aumenta del 3,4% a 535 miliardi..

Se dobbiamo dunque pensare a riprendere con più forza il sentiero della crescita, i problema non è tanto quello di strappare nuovi margini dall’Europa per sforare i tetti di deficit, ma deciderci sul serio a interventi energici per meno imposte su imprese e lavoro, il che significa prendere sul serio la spending review invece di continuare a parlarne e polemizzarne. Se c’è un errore da cui i governo deve guardarsi, è quello di cadere nella trappola “stazionaria” che incombe nelle teste di molti componenti l’attuale maggioranza. Pensando che reddito e occupazione siano una torta data e ferma, ragionano in termini di mera redistribuzione: di qui idee come la staffetta generazionale con prepensionamenti nel settore pubblico, basati sull’idea “levati-tu-che-mi-ci-metto-io”. I sei milioni di occupati che ci mancano per raggiungere il tasso di occupazione tedesco non li costruiamo con onerosi prepensionamenti pubblici e staffette generazionali. E’ un errore, per recuperare reddito e produttività abbiamo bisogno di aver più occupati sia giovani sia anziani, e per fare questo bisogna tagliare molta spesa per realizzare non in deficit tagli alle imposte su impresa e lavoro, e bisogna cambiare l’idea stessa del lavoro e del welfare, rispetto alla mentalità novecentesca che continua a vivere nella nostra preferenza per le politiche passive del lavoro e per la sciocca difesa del lavoro com’è-e-dov’è. Non si tratta di farlo “al posto” del bonus 80 euro. Si tratta di farlo “insieme”, unendo crescita ed equità. E’ questa, per il governo Renzi, la difficile strada obbligata della prossima legge di stabilità.

Ricordando tre cose. Le polemiche contro i gufi – cioè contro chi ha avvisato per tempo degli effetti negativi di spesa e tasse che continuano a salire mentre il PIL arretra – sono senza senso. La cosiddetta “rivincita della politica sui tecnici” rischia di sfociare in un autogol clamoroso: in assenza di manovre correttive, il governo nella prossima legge di stabilità per correggere i saldi e tagliare di almeno 15 miliardi la spesa pubblica – e non bastano! – dovrà più che mai affidarsi all’apparato tecnico del Tesoro e della Ragioneria Generale, che fin d’ora pensa alla tanto rinviata manovra sulle tax expenditures il cui effetto è quello di accrescere gli incassi fiscali. Terzo: il quadro internazionale – crisi russo-ucraina, Medio Oriente, rallentamento BRICS, uscita progressiva dal QE della FED, tutto ciò significa che a domanda interna stagnante si somma meno domanda internazionale del previsto – non rappresenta per nulla un aiuto alla pretesa italiana di avere più comprensione nell’affrontare i propri ritardi. Se quello di oggi è il dato peggiore da 14 anni, come dice l’ISTAT, è perché i mali italiani vengono da un tempo lunghissimo. Scuse, rinvii e propaganda sono da troppo tempo il copione della finanza pubblica nazionale.

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10 Responses

  1. Marco

    Ci sarebbero ben 3 considerazioni da fare simultaneamente
    1- per oliare i consumi si agisce sulla no tax area come ha fatto la Spagna che l’ha portata da 10000 a 12000 euro il resto son solo incompetenze
    2-Si usa un criterio universale di previdenza in cui rientrano i vitalizi dei politici a 65 anni con criteri contributivi (Alitalia e dipendenti del senato incluidi)
    3 – si taglia e se devono essere tagliati 40000 statali gli regaliamo una maglietta con su scritto FIAT o ENI o Saras o Ginori e li tagliamo senza ridicolizzare Cottarelli che ha il pregio di aver sempre lavorato con competenza e non solo a parole (la capacità di comunicare è importante….i contenuti DI PIU? !!)

  2. adriano

    Qualsiasi ricetta per tentare di uscire dalla crisi senza il presupposto di uscita dall’ euro e dai vincoli relativi è, a mio avviso ,inutile perchè non toglie l’ostacolo principale.Per il resto vedo che lei continua a tessere elogi al rottamato.L’elemosina aveva ed ha obiettivi elettorali e basta,infatti il target era ed è l’elettorato di riferimento.Pensare che qualcuno credesse in una salvifica influenza sui consumi è un oltraggio all’intelligenza.Confcommercio e Renzi forse parlano di effetti diversi ma alla fine a me pare che entrambi pensino solo agli affari loro.

  3. Mike_M

    Tutto condivisibile, ad una condizione fondamentale: se non usciamo dall’euro, ogni risorsa in più lasciata nelle tasche di famiglie e imprese grazie a meno spesa pubblica per meno tasse, rischia di tradursi semplicemente in maggiori importazioni. Infatti, come sottolinea opportunamente il prof. Bagnai (v. Goofynomics del 6.8.2014), “in tutti gli studi empirici disponibili l’elasticità delle importazioni italiane al reddito è circa due”. Cerchiamo quindi di non fare altri regali ai nostri concorrenti (Germania in primis) …

  4. Rodolfo

    Egregio Giannino, la non crescita non e’ solo questione di bilanci ma anche di politiche intelligenti. Prendiamo i media e confrontiamo la situazione Americana con quella europea. 40 anni fa si notava che mentre negli USA Il settore dei media era tutto privato malgrado la presenza di Una rete pubblica pagata dai privati e, dunque non rappresentava un costo, la situazione europea era Il totale contrario con tutte le reti televisive pubbliche che rappresentavano un costo per la collettivita’, per USA dato che le reti erano quasi tutte private si era in presenza di un ricavo data la tassazione sugli utili. Vediamo oggi la situazione europea continentale nel settore spaziale. Negli USA ci sono imprese private nel settore dei satelliti che provocano utili, Hanno costi di lancio minori, favoriscono Il progresso dato che un privato preferisce abassare i costi e spinge per avere vettori riutilizzabili. In Europa si bruciano miliardi per avere un impresa pubblica che fa concorrenza sleale ai vettori privati americani, si ferma Il progresso dato che i vettori privati piu’ efficenti vengono colpiti da concorrenza sleale e, per l’Europa l’ESA rappresenta solo un costo da societa’ pubblica. In UK Hanno inziatona selezionare i spazioporti dato che oramai l’unico settore in.piena espansione e’ quello aerospaziale. In Italia si parlano di Alitalia o di Mirafiori, le grandi imprese nell’aerospazio sorgeranno negli USA come per Il settore dei media. Nessuno pensa a privatizzare l’industria dell’aerospazio nell’Europa continentale malgrado qualche timido accenno. Distinti saluti

  5. Paolo

    tutto molto condivisibile (è facile per me dirlo, avendo votato FARe sia alle politiche che alle recenti Europee, cercando di dimenticare i compagni di viaggio, ma vabbè, non è questo il punto) però credo che sia giunto il momento di affermare una lapalissiana verità: il default dell’Italia è ormai nei fatti. Tralasciamo il fatto che tutti i centri studi stimino ad oggi (in realtà già da qualche settimana) il deficit ad oltre il 4% (il dato che mi pare più veritiero è il 4,1%), la questione rimane: con un debito al 140% del PIL senza possibilità di ricorrere ad inflazione a due cifre e senza disporre di leve di politica monetaria non vi sono santi che tengano, il default è una certezza. E parliamo di default sul debito pubblico perchè il default sui debiti commerciali dello stato e degli enti territoriali è già certificato, default in italiano si traduce come “mancato pagamento alla scadenza”, esattamente quando accade da anni relativamente ai debiti che la PA contrae con i propri fornitori…

    La questione vera al momento è: la patrimoniale si farà prima o dopo il default? Personalmente mi auguro che si farà DOPO, farla prima significherebbe solamente bruciare risorse (preziose, di queste lune).

    Relativamente alla Troika, di cui pare che alcuni conoscano già le linee di azione del loro prossimo intervento in Italia, risulta abbastanza difficile credere che vorrà impegnarsi nell’imposizione di politiche espansive finanziate tramite tagli di spesa, comunque sperare non costa nulla. Oggi parlando con un paio di analisti finanziari si cercava di immaginare alcuni possibili interventi, che vi propongo a mero titolo di esempio e per stimolare la discussione:
    – introduzione del contributivo per tutte le pensioni sopra una certa soglia (1000 euro? difficile che si faccia, 1500 euro? l’impatto – dicono – sarebbe limitato) a fronte di un taglio dell’IVA al 20%
    – taglio dei compensi dei dipendenti pubblici: non ci credo, anche se gli stipendi pubblici non sono più in linea con il settore privato
    – taglio dei famosi 500k dipendenti pubblici di cui da un paio d’anni tutti parlano (tutti quelli che bazzicano certi ambienti amerikani I mean)

    Personalmente credo di più alla patrimoniale, sperando che le banche reggano (oggi a Milano è stato il delirio, ma nei tiggì nessuno ne ha parlato… chissà perchè).

    La sostanza comunque è che finchè chi ritiene di avere un vantaggio da uno stato sanguisuga è maggioritario rispetto a chi si ritiene vittima dell’ingordigia del leviatano non c’è speranza, almeno Renzi con il trucchetto degli 80 euro ha tolto di velo di ipocrisia che c’è sempre stato in materia: questa volta erano più organizzati “loro”, la prossima volta organizziamoci “noi” per bastonarli come meritano, non è possibile che ci sia ancora tanta gente che – per poca voglia di lavorare (chi sta male davvero dalla sinistra mai ha ricevuto aiuti) – si creda legittimato a succhiare il sangue del resto della popolazione, questi loschi figuri vanno rimessi in riga (mi riferisco a chi ha eletto questo governo di prestigiatori, loro sono i veri responsabili, smettiamo di fingere che un adulto che esprime nell’urna la propria preferenza non debba mai assumersi le conseguenze delle proprie scelte!)

  6. Gianfranco

    Giannino,
    con tutto il rispetto: o lei trova il modo di indirizzare i problemi dovuti ai tagli, o continua a picchiare un bimbo che caga.

    Sta bene tutto quello che dice e scrive, e prima del casino delle lauree, ero molto contento del vostro movimento e avrei voluto prenderne parte attiva.
    Questo sia detto perche’ non ci fossero dubbi che lei rappresenta cio’ che di piu’ liberale esista in Italia.

    Rimane il problema: il 95% del costo di molti enti e’ di personale. Se lei non scrive cosa ce ne facciamo, di questo personale – totalmente non qualificato per nessun lavoro utile – rientra esattamente nella categoria di quelli che certe cose non possono dirle. E poiche’ non possono dirle, non possono farle.

    Lei potra’ dismettere tutto quello che le pare, potra’ anzi azzerare i 2000 miliardi di euro di debito. Ma il giorno dopo questo comincerebbe a ricrescere allo stesso rateo attuale. Come un tumore, dopo una botta di cobalto.

    Allora?

    Cordiali saluti
    Gianfranco.

  7. Gianfranco

    Scusate, ho dormito pochissimo per colpa del gatto, e gradirei un paio di chiarimenti.

    Perche’, dai vostri interventi, si desume che la ripresa parta dai consumi? Oppure dall’euro?

    Il giorno che usciamo dall’euro, il mondo sapra’ che non abbiamo piu’ la Germania alle spalle a coprirci. In quel giorno il nostro debito da 2000 miliardi di euro passa a 4 000 000 miliardi di lire. E senza nessuno che compri un bond italiano nemmeno a minacciarlo con un cannone laser. O qualcuno pensa che sia l’Italia, a decidere se comprare o no i bond italiani? E se si’, mi passa il nome del suo pusher, per favore? Secondo: slegati dall’euro, e passato il pusher all’estero, con quale rendimento potremmo mai vendere i bond? Con che “spread”? Se ora rendono nulla, solo grazie all BCE, poi vogliamo darlo un 3%? E credete che con questo stato, incapace finora di gestire persino il cesso di un aeroporto, riusciremmo a crescere del 3% grazie a quei soldi? E se non cresciamo del 3%, non aumenta ancora di piu’ il debito? Gradirei capire la ratio dietro ad una proposta di uscire dall’euro.

    Secondo, come si fa a pensare che la ripresa parta dai consumi? Non e’ cosi’ che funziona. La ripresa parte dalla produzione. Consumare cosa? Vado a comprarmi 8000 goleador (le caramelle gommose che si trovano normalmente sulle testate delle casse dei supermercati. sono confezioni lunghe con dentro 2 caramelle gelatinose. una verde e una blu) per far ripartire i consumi? Cosi’ va bene? E finiti gli 80 euro? Devo riempirmi la casa di cianfrusaglie? E i soldi chi me li da? E ai milioni di disoccupati (e inoccupati) i soldi chi li da? Forse un lavoro? E se allora e’ il lavoro, che fanno? Muovono carte? Li assumiamo tutti alle poste? O fanno qualcosa? Cosi’ la vendono. Cosi’ guadagnano. Cosi’ hanno i soldi.
    Gradirei capire la ratio dietro al concetto di “far ripartire i consumi”.

    Grazie ragazzi. Ho dormito poco, sono malmostoso e noioso. Quindi il mio livello di guardia nei confronti del nonsenso.. e’ bassissimo oggi.
    Ciao
    Gianfranco.

  8. adriano

    “O qualcuno pensa che sia l’Italia ,a decidere se comprare o no i bond italiani?”Sì,perchè i bond italiani devono comprarli gli italiani,come i giapponesi comprano quelli giapponesi.Se non si fa rientrare il debito si rimane schiavi di non si sa chi.A qualcuno può andare bene ,a me no.Il simpaticone di Francoforte chiedendo di limitare ulteriormente la sovranità andrebbe indagato per attentato ai diritti costituzionali dei cittadini,per alto tradimento,oltraggio alla costituzione e,perchè no,ricostituzione del partito fascista.Invece le sue garbate,sorridenti e per me allucinanti affermazioni non hanno avuto alcuna eco.A qualcuno può andare bene,a me no.”E credete che con questo stato,incapace di gestire il cesso…”Se si accetta questo assioma tanto vale suicidarsi.Sono vecchio e non vedrò la conclusione della vicenda ma fino all’ultimo mi rifiuto di negare possibilità di soluzioni.”La ripresa parte dalla produzione.”Questione analoga all’uovo e alla gallina.Per me parte dai consumi che a loro volta dipendono non da ottanta euro ridicoli ma nel trovare il modo di restituire reddito a chi non lo ha più o non lo ha mai avuto.Naturalmente come economista da blog le mie sono solo opinioni in libertà senza alcuna pretesa.C’è però un aspetto che non lo è.A me piace la libertà e quando qualcuno afferma che è meglio limitarla o toglierla mi arrabbio,anche se il termine appropriato sarebbe un altro.

  9. Deck

    @ Gianfranco,

    Credo che nessuno stia dicendo, Bagnai incluso, che, in caso di uscita dalla zona euro, non vi siano scossoni dal punto di vista finanziario. Personalmente credo che, ritornando a batter moneta sovrana, i problemi da lei prospettati non siano irrisolvibili.

    Il vero punto, del quale si parla poco e male, è però un altro: l’aspetto produttivo del nostro sistema paese. Il pil è orrendo perchè il debito cresce o il debito cresce perchè il pil è orrendo? E’ inutile girarci intorno, abbiamo una moneta e una banca centrale che è semplicemente “unfit” al nostro sistema sociale, politico e, soprattutto produttivo. Per tornare a crescere è necessario uscire dall’Euro, non ci sono ma che tengano.

  10. Stefano

    Bastava fare quello che la Troika ha fatto in Grecia e adesso l’Italia sarebbe salva.
    Nessun pasto e’ gratis!

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