24
Nov
2011

Gli ordini professionali: dov’è il vero illecito? Continuano le affermazioni selvagge

Dopo quello degli avvocati, anche l’ordine dei medici si oppone alle offerte low cost. Secondo il presidente dell’Ordine, Giancarlo Piazza, non si può approfittare delle offerte di Groupon perché “il codice deontologico vieta l’apparentamento di un medico, l’associazione del proprio nome a soggetti commerciali”. Quali i reali motivi per contrastare le nuove proposte e chi davvero viene danneggiato da tali cambiamenti?Gli ordini nascono per assicurare elevati standard qualitativi dei servizi offerti ma, di fatto, servono anche a proteggere i professionisti, riducendo così gli incentivi a differenziarsi grazie a fama e reputazione, piuttosto che attraverso la tutela di tali ordini. D’altra parte, la garanzia di qualità del servizio dovrebbe essere assicurata, oltre che dalla moralità dei professionisti, dalla concorrenza, mediata e controllata dall’ordine civile e penale, non dalle regole soggettive degli ordini. In che modo limiti alla pubblicità, alla libera iniziativa, all’imprenditorialità e alla diversificazione dell’offerta potrebbero incidere sulla qualità non è chiaro. Mentre lo è molto il modo in cui possono pesare sugli onorari. Allo stesso modo, tutte le norme di condotta morale rappresentano giustamente un incentivo ad adottare un comportamento retto, ma la sanzione per chi non rispetta tali standard è altrettanto severa sul mercato come all’interno dell’ordine. La differenza è che al suo interno è più facile coprirle. Insomma, più privilegi che altro, come aveva già evidenziato l’Antitrust che, da un’indagine sugli ordini professionali condotta nel 2007, aveva evidenziato che emergeva “una scarsa propensione delle categorie, sia pur con positive eccezioni, ad accogliere nei codici deontologici quelle innovazioni necessarie per aumentare la spinta competitiva all’interno dei singoli comparti’’. Quanto affermato dal presidente Piazza che, di fatto, ribadisce e sottolinea il contenuto di una norma tanto consolidata quanto vetusta, conferma la loro tendenza a considerare le nuove opportunità solo un ostacolo allo svolgimento della professione. Quanto lo considerino davvero o quanto lo vogliano considerare per tutelare i loro privilegi non è dato sapere. Ma quando si preferisce mantenere regole fisse, incapaci di adattarsi alle mutate esigenze e condizioni di mercato, si tende a proteggere chi anni prima, in condizioni completamente diverse, aveva sostenuto e passato un esame, senza dimostrare che nel tempo sono stati in grado di restare aggiornati e senza dare garanzie sulle loro attuali capacità e competenze. Eppure la scelta dei 15 dottori bolognesi di lanciare nuove offerte sul web dimostra come molti medici e professionisti si sentano ormai imbrigliati da regole in cui non si riconoscono ma in cui sono costretti a stare per poter svolgere la professione: sebbene alcuni sarebbero pronti a sfruttare le nuove occasioni offerte dal mercato, la loro libertà è completamente negata e vincolata. La possibilità di scelta non esiste, se non quella di cambiare mestiere.

Lo schieramento si fa quindi sempre più netto: da una parte, i medici che svolgono la professione e cercano mezzi e strumenti per farlo al meglio; dall’altra, quanti sono impegnati a mantenere ostacoli ed attività burocratiche con costi enormi ma a tutela del loro potere, in modo assolutamente slegato dalla qualità dei servizi professionali resi. Se così non fosse, si preoccuperebbero di rendere lecita una norma che consenta la possibilità di offrire prestazioni sanitarie a prezzi allettanti. Offerta che, in tempi di crisi, è conveniente prima di tutto per i consumatori, più che per i medici.

Per risolvere questi problemi, non sarebbe comunque necessario abolire gli ordini, ma è indispensabile agire sulle due principali debolezze che a tutto fanno pensare fuorchè alla loro utilità in termini di assicurazione della qualità del servizio: la prima, è il monopolio di iscrizione, di cui i professionisti devono accettare le regole imposte, senza alternativa. Di conseguenza, nessuna facoltà di scelta neanche per i consumatori e nessuna spinta concorrenziale all’efficienza. La seconda è che i professionisti sono obbligati a iscriversi per lavorare, mettendo di conseguenza in difficoltà i nuovi entranti, soprattutto quelli giovani e inesperti. Senza considerare che l’iter per arrivare a potersi iscrivere è lungo e irto di inutili ostacoli, null’altro che inutili forme di protezione pubblica per chi già ne fa parte: come l’esame di Stato da sostenere nonostante possiedano una laurea, nient’altro che una barriera all’ingresso; o il praticantato da svolgere (quasi) gratuitamente, che rappresenta l’autorizzazione pubblica allo sfruttamento legalizzato; o, ancora, le quote di iscrizione davvero alte, che null’altro sono che un’imposta mascherata di cui, probabilmente, molti professionisti farebbero a meno. È innegabile, quindi, che ci sia una forte componente lobbistica tendente a conservare privilegi e ad astrarre rendite su cui è necessario un intervento. A tal fine, sarebbe opportuno rendere almeno volontaria l’associazione agli ordini e ridurne il potere monopolistico, consentendo l’esistenza di una pluralità di associazioni di categoria, con le proprie regole di esistenza, ammissione ed espulsione. Del resto, ridurre gli oneri e i costi per i professionisti, implica ridurli anche per i loro clienti, mentre la concorrenza non può che incentivare una migliore qualità dell’offerta. Queste sono le vere garanzie necessarie.

 

 

51 Responses

  1. Piero

    siamo il paese delle CONSORTERIE..
    dipendenti pubblici baby pensionati professionisti evasori politici giornalisti industriali ecc.

  2. pappacefal

    UNA SOCIETà CHE NON VUOLE ESSERE LIBERALE NON LO SARà MAI…

    ANCHE LIBERALIZZANDOLA, RICOSTRUIREBBE I VINCOLI IL GIORNO DOPO…

    ESEMPIO
    LUNEDì: IL GOVERNO ABOLISCE L’ART. 18
    MARTEDì: SINDACATI E CONFINDUSTRIA FIRMANO UN ACCORDO CHE LO BYPASSA

    LE IMPRESE CHE NON CI STANNO SI VEDONO I FIDI CHIUSI

    L’ITALIA NON CAMBIERA’ MAI

    GLI AMERICANI NON SONO CAMBIATI PERCHé QUALCUNO GLIEL’HA SPIEGATO
    SONO CAMBIATI PERCHé VOLEVANO FARLO

    PERCHé NON VOLEVANO ESSERE EUROPEI

  3. Marco

    Trovo questo vostro impegno contro gli ordini professionali (che tra l’altro esistono in tutti i paesi europei, con esclusione della Gran Bretagna -INFORMATEVI !!!!!!!) davvero commovente. Sono un dottore commercialista che ha fatto tutta la gavetta (università, tirocinio e collaborazione pagata e non), senza essere figlio di commercialisti. Siamo più di 110.000 e di fatto ci facciamo concorrenza anche sulle tariffe. Il rapporto tra noi ed i nostri clienti si basa sulla fiducia. I clienti si acquistano con il passaparola, non con la pubblicità nei giornali. Non possiamo pertanto considerarci venditori di caramelle, nè tantomeno svendere le nostre competenze agli stessi prezzi di un collaboratore domestico, con tutto il rispetto per i collaboratori domestici.

    Per concludere, vorrei farmi promotore di una vera grande liberalizzazione: dalle sciocchezze che discutibili liberalizzatori in mala fede come Lei scrivono.

    Cordialmente
    Marco P.

    Ps: se amate così tanto Chicago…..trasferitevi lì, così toccate con mano i disastri provocati dal liberismo selvaggio statunitense, di cui siete miopi discepoli.

  4. Carlo Stagnaro

    Gentile Marco, anche noi troviamo davvero commovente l’impegno degli ordini professionali contro di noi (in quanto consumatori). Ma, lacrime ed emozioni a parte, non mi è chiaro dal suo messaggio quale sarebbe l’utilità dell’ordine professionale. Lei dice che vi fate concorrenza sui prezzi, che la pubblicità non serve perché basta il passaparola (ah ah), eccetera. Ma allora a cosa serve l’ordine? Certo non a limitare il numero dei professionisti, visto che siete così tanti. Certo non a garantire la qualità, visto che gli ordini italiani sono tra quelli che erogano meno sanzioni ai loro associati. Il punto è molto banale: non esiste evidenza alcuna di utilità degli ordini ad altri che i dirigenti stessi degli ordini e, in misura minore, di alcuni associati (non i newcomer e non i “grandi nomi”). Del resto il suo commento dimostra almeno una cosa: gli ordini non insegnano l’educazione o il rispetto ai loro associati.

  5. mr_kost

    Prendo atto delle nuove tendenze della società italiana però quando si va a svendere il valore di quello che si vale poi non ci si deve lamentare. Carissimi dottori, avvocati o ingegneri, volete lavorare gratis? Va bene però in questo modo state distruggendo il mercato, la vostra professione ed il vostro futuro. Scusate ma perché vendere la vostra professionalità a basso prezzo? Voi siete delle micro aziende e dovete regolarvi come tali: avete fatto un investimento in formazione (laurea), ora dovete rientrare e dovete quindi massimizzare il ROI (Return On Investment). Siete certi che abbassare drasticamente le tariffe per un po’ di pubblicità sia la cosa migliore? Oggi utilizzate l’arma del prezzo voi, domani qualcun’altro, dopodomani altri ancora e in una settimana il vostro lavoro non varrà più nulla. Un prodotto (o servizio) nella vendita sul mercato non ha solo la leva del prezzo, leggetevi un po’ di marketing e poi vedrete che ci sono anche altre leve. Nei tempi eroici del marketing si parlava delle 4P: Price, Product, Placement e Promotion.
    Il prezzo è come un’arma nucleare, quella che se usata non vi fa vincere la guerra, non la vince nessuno, la si può solo perdere, a meno che non riusciate a distruggere tutta la concorrenza e poi diventare monopolisti ma nella realtà delle cose ciò non può accadere.
    Le altre P sono più complicate da gestire e sicuramente danno più risultati migliori e duraturi. Ad esempio se vi sforzate a dare un prodotto (servizio) migliore probabilmente acquisirete più clienti. Analogamente, se vi spostate in posti migliori avrete sicuramente maggiori possibilità. Se vi pubblicizzate potrete migliorare la vostra performance. Abbassare i prezzi invece riduce tutte le vostre possibilità di fare progressi, investimenti, vi demoralizza e nel medio periodo vi butta fuori dal mercato, facendovi smettere di lavorare o facendovi spostare in un nuovo mercato. Utilizzare il prezzo come leva di acquisizione della clientela è miope.
    Ciò non vuol dire che dobbiate prendere per il collo i vostri clienti, bisogna essere onesti e giusti nei prezzi. Spiegare al cliente quanto prenderete dalla vostra parcella e far capire il valore del vostro onorario.
    E’ giusto dare un servizio ai minimi prezzi possibili ma tale prezzo deve essere tale da farvi vivere decorosamente, farvi fare degli investimenti sulla vostra professionalità, permettervi di rientrare dalle spese affrontate in 5, 6, 7 anni di studi.
    Vi faccio un esempio: l’altro ieri ho chiesto una parcella di 4-5000 euro per un progetto (primo prezzo, poi si farà un minimo di contrattazione e chiuderò a 3-4000€). Vi sembra troppo? Considerate anche che la ditta di costruzione chiederà circa 15000-20000€. Il mio cliente però ha in mente un progetto di una nuova costruzione che gli farebbe lievitare il valore della sua casa di circa 60000€. Scusatemi, ma perché devo fargli il lavoro per meno di quella cifra. Con un investimento di 20-25K€ ne guadagna 35-40K€ e io devo fare lo sconto? Considerate che poi di quella cifra che ho chiesto ne potrò utilizzare solo circa la metà, l’altra andrà allo Stato in tasse. Faccio bene o male secondo voi?
    Poi c’è la qualità. Che qualità darete ai vostri clienti se il prodotto/servizio che dovrete fornire sarà pagato in maniera insufficiente? Farete il minimo possibile, senza badare alla qualità, cercando di ridurre i tempi. E voi clienti vi fidereste di un professionista che vi fa dei prezzi stracciati? La saggezza popolare dice: chi risparmia, spreca. Pensateci la prossima volta che andate da un medico, un ingegnere o un avvocato. Risparmierete qualche centinaio di euro adesso ma chissà quanti ne perderete tra qualche tempo.
    Infine un passaggio sugli ordini professionali. Che siano un sindacato di categoria non c’è dubbio ma per renderli migliori ci solo solo alcuni aspetti che vanno regolati e riguardano gli accessi. Non devono più esistere barriere agli ingressi come gli anni di pratica per poter fare l’esame da avvocato, commercialista, certificatore acustico,…
    Dopo la laurea chi vuole, dovrebbe poter mettersi sul mercato e lavorare. Rimboccarsi le maniche e lavorare, lavorare, lavorare.
    Altra affermazione stupefacente è dire che poche centinaia di euro sono dei limiti alla concorrenza, ma mi facciate il piacere!!! All’ordine degli ingegneri si pagano circa 100€ l’anno, quello dei medici 350€ , 170-180€ per gli architetti, stranamente non riesco a capire quanto paghino gli avvocati. Comunque sono sempre molto meno della metà di un cellulare di ultima generazione.
    E questa sarebbe la barriera all’accesso, dottoressa Quaglino?
    Cordiali saluti.

  6. Federico

    Sul tema delle libere professioni secondo me c’è molta confusione.
    Sono un giovane commercialista da poco abilitato. Ho passato l’frame di stato dopo 3 tentativi e vi garantisco che non c’è cosa che abbia odiato di più in vita. Ho fatto i miei 3 anni di pratica a 750 euro al mese (ero tra i pochi fortunati).
    Col senno di poi devo dire che l’esame di stato e il relativo corso di preparazione mi è servito moltissimo per completare la mia formazione e fare il salto di qualità. Durante la pratica infatti è raro riuscire a vedere tutti gli aspetti della professione e specialmente ad approfondirli, dato che ogni lavoro è una corsa contro il tempo.
    La pratica è stato un lunghissimo stage. Io però da quel periodo ho tratto tante conoscenze di colleghi con i quali oggi collaboro su temi specifici, due clienti mi hanno seguito quando mi sono staccato…
    In sostanza credo che pratica e esame vadano bene così, la laurea delle nostre università sono troppo scollegate dalla realtà. si può forse lavorare nelle direzioni di rendere la pratica retribuita obbligatoriamente con delle cifre minime indicate, e di rendere l’esame di stato più oggettivo.
    I punti veri sono ben altri, su cui anche tutti noi colleghi dovremmo concentrarci, senza cadere nello sterile dibattito pubblicità si pubblicità no, ordine si ordine no, mentre quel che accade intorno a noi è che ci vediamo ridurre le occasioni di lavoro giorno dopo giorno.
    Vogliamo parlare della contabilità basata sull’estratto conto? Io che sono giovane, lavoro anche per amici più o meno coetanei di cui oggi seguo posizioni minime nella speranza di crescere anche io con loro e porre le basi per quel rapporto di fiducia che mi legherà a loro anche quando crescendo avranno necessità maggiori. Altrimenti si fanno fare la contabilità dalle banche e appena hanno esigenze maggiori vanno direttamente dallo studio grande e conosciuto. A vantaggio di chi poi? Davvero al mio cliente giovane sono i 500-1000 euro dati a me il gran risparmio?
    Altra cosa pensiamo al sindaco unico nelle società. A chi giova tutto ciò? Personalmente non ho mai sentito che i compensi del collegio sindacale siano un costo così odiato. Essere in 3 poi aiutava spesso a prendere delle posizioni con la dovuta fermezza, consentiva di discuterne fra colleghi.. che autonomia avrà ora il sindaco unico? E i minori controlli, siamo sicuri che non generino poi costi maggiori nel lungo termine?
    Insomma cari colleghi, non cadiamo nei tranelli di chi vuole farci discutere di pubblicità e tariffe minime quando i problemi sono ben altri, serve un fronte comune sui temi veramente importanti.
    Federico M.

  7. rok

    Credo che il focs della discussione sia stato perso di vista. Ovviamente tutti i professionisti (avvocati, ingegneri, medici) devono massimizzare il proprio guadagno cercando di offrire alla clientela un miglior servizio ed una migliore capacità di risoluzione dei problemi e delle esigenze degli utenti/clienti/assistiti. La questione è che Voi tutti professionisti siete ormai degli imprenditori e come tali dovreste comportarvi. Così come a volte io (imprnditore nel settore beverage) effettuo operazioni commerciali che non mi portano un beneficio economico immediato, così pure Voi dovreste ingegnarvi per attirare nuovi clienti, sia con politiche di prezzo che con politiche di differenziazione. Carissimi dottori non si può poi invocare la concorrenza solo negli altri ambiti economici. Non si può poi lamentarsi che le riparazioni dell’automobile costino tanto, che la benzina è arrivata alle stelle, che i prodotti agricoli siano costosissimi. Per non parlare poi dell’enorme massa di evasione fiscale di cui sono responsabili i nostri professionisti. Personalmente non ho mai visto come sia fatta una ricevuta fiscale di un dentista. Un esempio: Lo studio professionale di un medico ginecologo nel mio stabile apre due pomeriggi alla settimana ed ogni volta vengono fissati circa una ventina di appuntamenti (la fila arriva sul pianerottolo del piano inferiore). Ogni visita costa circa da un minimo di 80 euro a un massimo di 120 euro. In media sono 2 mila euro al giorno x 8 giorni sono 16 mila euro al mese + lo stipendio dell’ospedale in cui lavora (che molto probabilmente serviranno a comprare solo le sigarette). E tutto questo senza l’ombra di una ricevuta. Dimenticavo che per gli esami più importanti l’appuntamento avviene direttamente in ospedale.
    Detto questo adesso vorrei vedere chi ha il coraggio di dire che questi professionisti stanno solo valorizzando la propria professione.
    Credo che la voglia di scrivere su un blog da parte di alcuni professionisti dovrebbe lasciare spazio ad un pò di vergogna per comportarsi ormai da anni come delle vere e proprie sanguisughe.
    Saluti

  8. Marco

    Egr. Sig. Stagnaro,

    mi pare di essere stato fin troppo educato, leggendo le tante banalità che Lei pubblica con regolarmente. Quanto al rispetto, quello lo riservo verso chi lo merita sulla base della qualità, la buona fede e la profondità dei ragionamenti. Certamente lo escludo a chi si fa portavoce delle lobbies bancarie e confindustriali che finanziano i media mainstream e a chi parte da preconcetti ideologici (il liberismo che si professa dogmaticamente in questo blog è un’ideologia, come il comunismo, anche se manca poco perchè faccia la medesima fine…).

    Per concludere, chiedo che si rispetti il diritto di tutti (e non solo di banche ed industria) di organizzarsi, secondo le forme previste dalla Costituzione e dal Codice Civile.

    Cordialmente
    Marco P.

    Un appunto: perchè non pubblicate l’elenco dei finanziatori di questo blog? Tanto per avere un’idea di chi è interessato alla soppressione degli ordini professionali. Grazie.

  9. Da circa 10 anni e’ in atto una fortissima campagna da parte di Confindustria per cambiare l’attuale sistema ordinistico. La campagna e’ legittima, ma sono legittime anche le proteste e le critiche.

    I professionisti sono visti anche dalla classe politica come un tertium genus, generalmente colto ed istruito, economicamente indipendente e sottratto alle logiche di massa, difficile da inquadrare e da dirigere e pertanto scomodo.

    E’ più comodo avere come interlocutori la grande industria, il sindacato, e basta.

    La guerra e’ iniziata da tempo anche su scala mondiale e riguarda lo scontro tra la cultura anglosassone e quella europea continentale. Sebbene gli ordinamenti di cosiddetto Civil Law, rappresentino oltre il 60% del PIL mondiale, quelli di Common Law sono meglio disposti nei centri di potere attuali.
    Lo stesso Fondo Monetario Internazionale, spesso, e soprattutto nei paesi in via di sviluppo pone come pre requisito prima di fornire il proprio supporto lo smantellamento delle regole proprie della civil law a favore di un sistema mercatistico puro.

    La cosa curiosa e’ che si accusano gli Ordini italiani di essere “medioevali”… portando ad esempio l’ordinamento inglese.. che fonda i suoi principi sulla Magna Charta (datata 1215), non possiede ancora un codice civile o una costituzione scritta, traguardi raggiunti sul continente con la rivoluzione francese, e le cui associazioni sono ancora più’ blindate e medioevali dei nostri ordini.

    Questa in ogni caso a mio avviso e’ la partita, i professionisti italiani sono solo una casella della scacchiera.

  10. cefa

    dalla mia esperienza:
    – le tariffe sono di fatto già superate;
    – la pubblicità sarebbe ben accetta dai professionisti;
    – ritenere che un neo laureato sia in grado di erogare un servizio vuol dire o avere una gran fiducia nel nostro sistema educativo o essere in cattiva fede;
    – le barriere d’ingresso esistono solo ma non sono l’esame o il tirocinio (entrambi migliorabili sotto tutti gli aspetti) bensì, ad esempio, il numero contingentato di certe professioni.
    Ma il problema sarebbe individuare gli “erogatori di servizi” con le necessarie capacità, a che velocità il libero mercato farà selezione? a che velocità il sistema giudiziario darà giustizia in caso di disservizio doloso?
    L’evasione fiscale non c’entra nulla con questo argomento.

  11. pappacefal

    Marco :Ps: se amate così tanto Chicago…..trasferitevi lì, così toccate con mano i disastri provocati dal liberismo selvaggio statunitense, di cui siete miopi discepoli.

    se è giusto difendere gli ordini in un paese corporativo e familiare, non significa che per giustificare questa realtà bisogna fare esempi stupidi su altre società come inghilterra e america dove invece al contrario le libertà sono la loro forza…coscì come in italia la forza sono le relazioni tra individui in america la forza sono le relazioni tra soci e società…

    quindi difendere il sistema italia è anche accettabila ma non crtiticate società di gran lunga più forti e potenti dell’italia…

  12. Marco

    44.000.000 di poveri con il sussidio per mangiare sono un esempio stupido? Invito anche pappacefal a trasferirsi a Chicago. Sicuramente avranno bisogno di un attento e acuto osservatore come lui, negli states. Un altro cervellone che se ne va…… Che tristezza.
    Cordialmente
    Marco

  13. catone

    Dott. ssa Quaglino,
    non si lasci irretire dai discorsi dai discorsi dei severi custodi del medioevo. Il suo articolo è ottimo con proposte serie ed efficaci. La maggior parte dei professionisti vuole le riforme che lei sta dicendo.
    Complimenti.

  14. Davide

    @Marco Non cerchi di glissare Dott. Marco, non si tratta di copiare la società statunitense in tutto e per tutto, si tratta di abolire queste barriere che costituiscono un peso per lo sviluppo della società.
    So che potrà addurre qualunque motivazione logica e razionale per cercare di convincere chi legge i suoi post, la realtà è che aprendo il mercato il suo tenore di vita ne risentirebbe…

  15. Paolo C.

    E Lei sa, caro Marco, quanti sono i poveri in Italia? Lo chieda alle varie Caritas diocesane, vedrà che sono ogni giorno più numerosi (soprattutto gli italiani) quelli che sono costretti a servirsi delle apposite mense, anche perché questi individui non hanno alcun sussidio pubblico per mangiare, a differenza di ciò che avviene in Paesi da Lei citati.
    Perciò, se queste persone potessero andare a Chicago, penso che andrebbero volentieri: i vantaggi sarebbero superiori agli svantaggi.

  16. pappacefal

    Marco :44.000.000 di poveri con il sussidio per mangiare sono un esempio stupido? Invito anche pappacefal a trasferirsi a Chicago. Sicuramente avranno bisogno di un attento e acuto osservatore come lui, negli states. Un altro cervellone che se ne va…… Che tristezza.CordialmenteMarco

    GUARDI CHE 44 MILIONI SU 350 MILIONI SONO DI GRAN LUNGA MINORI DI 50 MILIONI DI MANTENUTI SU 60 MILIONI COME AVVIENE IN ITALIA…

    RINNOVO QUANTO DETTO…GLI ORDINI PROFESSIONALI POSSONO ANCHE ESSERE DIFESI IN ITALIA PERCHE’ PURTROPPO L’ITALIA è ARRETRATA…

    MA CIO’ NON VUOL DIRE CHE SIA UN BENE MA SOLO UNA MALATTIA CRONICA CHE NESSUNO SA RISOLVERE…NON CERTO UN BENE….

  17. Marco

    Pappacefal continua ad essere approssimativo. Da wikipedia: popolazione degli Stati Uniti nel 2010 308.745.538, e pertanto non 350 milioni. Purtroppo, la logica e la capacità di analisi non le appartengono. A questo punto, più che di un cervellone in fuga dalla tanto arretrata Italia, parlerei di un paio di braccia in fuga che possono trovare ampi spazi per essere utilizzate….. nelle immense pianure statunitensi. Cordialmente. Marco

  18. FC

    Sostenere che gli ordini professionali costituiscano un problema per l’economia italiana a causa della “barriera” all’ingresso rappresentata dall’esame di stato significa non conoscere i fatti ed essere sopraffatti dal pregiudizio. Inoltre, conferma la convinzione dei molti ancora sicuri che le universita’, tutte, laureino studenti preparati. Prima di esternare urge un aggiornamento.

  19. Piero

    Marco :Pappacefal continua ad essere approssimativo. Da wikipedia: popolazione degli Stati Uniti nel 2010 308.745.538, e pertanto non 350 milioni. Purtroppo, la logica e la capacità di analisi non le appartengono. A questo punto, più che di un cervellone in fuga dalla tanto arretrata Italia, parlerei di un paio di braccia in fuga che possono trovare ampi spazi per essere utilizzate….. nelle immense pianure statunitensi. Cordialmente. Marco

    ci scommetto che INVECE 6 a favore dell’abolizione dell’articolo 18 dei dipendenti 🙂

  20. Marco

    Sono contrario alle posizioni mainstream tra chi è assolutamente a favore e chi è assolutamente contrario. Ciò vale anche per le soluzioni ai problemi. Posizioni preconcette ed ideologiche hanno causato solo danni all’umanità. Sfido chiunque a sostenere il contrario.

    Passando dai grandi sistemi al nostro piccolo, ritengo che gli ordini professionali vadano riformati, non aboliti. La riforma dovrebbe avere un occhio di riguardo per i più giovani: in Italia, per garantire i diritti acquisiti degli anziani, si negano i diritti ai più giovani, e questo vale non solo per gli ordini professionali, ma per la società italiana nella sua interezza.

    La penso allo stesso modo sull’art. 18. Andrebbe riformato, ma non abolito. Sono assolutamente contrario alla precarizzazione dei lavoratori, a tutti i livelli. La precarizzazione del lavoro sta alle radici dei subprimes, il peccato originale che porterà il mondo occidentale al fallimento economico e finanziario.

    Il mio slogan pertanto non è liberalizzare e precarizzare, ma responsabilizzare. Fin quando non saremo tutti più responsabili, a tutti i livelli, politici, professionisti, operai, persino preti, non c’è modello economico che potrebbe funzionare.

  21. pappacefal

    Marco :Pappacefal continua ad essere approssimativo. Da wikipedia: popolazione degli Stati Uniti nel 2010 308.745.538, e pertanto non 350 milioni. Purtroppo, la logica e la capacità di analisi non le appartengono. A questo punto, più che di un cervellone in fuga dalla tanto arretrata Italia, parlerei di un paio di braccia in fuga che possono trovare ampi spazi per essere utilizzate….. nelle immense pianure statunitensi. Cordialmente. Marco

    volevo scrivere 305…come vede lei non capisce gli errori di battitura…e condanna senza senza sapere….

    ripeto il concetto che lei fa finta di non arriva a capire: gli ordini professionali è giusto difenderli in italia solo perché purtroppo sono una malattia cronica… non perché siano giusti….

  22. pappacefal

    Marco :Sono contrario alle posizioni mainstream tra chi è assolutamente a favore e chi è assolutamente contrario. Ciò vale anche per le soluzioni ai problemi. Posizioni preconcette ed ideologiche hanno causato solo danni all’umanità. Sfido chiunque a sostenere il contrario.
    Passando dai grandi sistemi al nostro piccolo, ritengo che gli ordini professionali vadano riformati, non aboliti. La riforma dovrebbe avere un occhio di riguardo per i più giovani: in Italia, per garantire i diritti acquisiti degli anziani, si negano i diritti ai più giovani, e questo vale non solo per gli ordini professionali, ma per la società italiana nella sua interezza.
    La penso allo stesso modo sull’art. 18. Andrebbe riformato, ma non abolito. Sono assolutamente contrario alla precarizzazione dei lavoratori, a tutti i livelli. La precarizzazione del lavoro sta alle radici dei subprimes, il peccato originale che porterà il mondo occidentale al fallimento economico e finanziario.
    Il mio slogan pertanto non è liberalizzare e precarizzare, ma responsabilizzare. Fin quando non saremo tutti più responsabili, a tutti i livelli, politici, professionisti, operai, persino preti, non c’è modello economico che potrebbe funzionare.

    la riforma degli ordini è solo un pretesto per peggiorare la situazione illudendo gli aspiranti professionisti e spillandogli molti soldi….in realtà si creeranno altri sotto-ordini in ingresso gestiti dagli ordini ufficiali che rimarranno chiusi come oggi…

    lo stato ci guadagnerà con la tassazione….

    si chiama sfruttamento degli aspiranti….con tanto di giro colossale di denaro, corsi di formazione obbligatori, tasse annuali, canoni, certificazioni obbligatorie, patenti, libri, bolli, iscrizioni….

    il tutto per sfruttare la massa, illuderla, costringerla ad entrare in un “finto ordine” costruito per loro in attesa di entrare nell’ordine vero che non avverrà mai…

    la speranza fa fare tanti soldi…..

    e voi sareste i migliori? migliori dell’america?
    in america se vuoi fare un mestiere lo fai….

    stia zitto scemottino….ridicolo

  23. mr_kost

    Un ulteriore spunto di riflessione. Avere tariffe più alte rispetto al resto dei lavoratori sarebbe anche opportuno anche per i seguenti motivi:

    1. Si è fatto un investimento in formazione (spendendo soldi per studiare e contemporaneamente non guadagnando), sperando di guadagnare di più in futuro. E’ giusto, dal punto di vista sociale, riconoscere una paga maggiore per questo investimento anche per rientrare dalle spese sostenute. Se in Italia ci fosse il prestito di onore, dove a chi non ha le possibilità viene offerto di studiare a debito da ripagare in futuro, nessuno avrebbe la voglia e la possibilità di fare tariffe a ribasso perché i debiti vanno onorati. Anche i sacrifici di mamma e papà per farci studiare non devono essere dimenticati. Chi fa tariffe sotto costo sta di fatto svendendo i sacrifici dei propri genitori.

    2. L’università crea un certo numero di laureati che hanno conoscenze sopra la media e che contribuiscono allo sviluppo dell’economia italiana in ruoli più pregiati dei diplomati. E non si venga a dire che un buon diplomato è meglio di un asino laureato, perché può anche essere vero ma i casi sono piuttosto rari e la regola non si fa sulle eccezioni.

    Se disconoscessimo questi due aspetti, nessun italiano vorrà studiare (tanto si guadagna meglio a fare il muratore o l’elettricista, cosa molto vera ai giorni nostri) e quindi la possibilità di innovare, spingere avanti il paese ne risentirebbe moltissimo.
    Ritengo che un motivo per cui l’Italia arranca in questo momento è la mancanza di meritocrazia a tutti i livelli. Non è possibile che un laureato venga trattato dalle aziende come un costo e non come una risorsa. All’estero un laureato viene difficilmente confrontato con dei diplomati, in Italia questo è la regola e si vorrebbe avere la conoscenza dei laureati ai costi dei diplomati.
    Togliere gli ordini professionali tout-court significherebbe lasciare i professionisti alla mercè di soggetti economici più forti come le aziende e la pubblica amministrazione, diminuendo la possibilità di ottenere guadagni in linea con la qualità e quantità del loro lavoro.
    Cordiali saluti.

    P.S. Sarebbe buona norma scambiarsi le opinioni senza urlare o prevaricare le idee altrui.

  24. Marco

    Pappacefal mi invita a stare zitto, ritenendomi scemottino e ridicolo. Evito di entrare in inutili polemiche con chi esprime opinioni che si commentano da sole. Rinnovo l’invito a trasferire il cefalo (dal greco “Kefàli” – testa) in pappa sull’altra sponda dell’oceano. Io abito e lavoro in Italia, e pertanto mi interessa il bene del mio Paese, che non si identifica necessariamente con quello yankee.

    Piuttosto, apprezzo l’intervento di Mr. Kost. Di tanto in tanto qualche ragionamento lucido e costruttivo, senza preconcetti, si legge anche qui.

    Cordiali saluti.

  25. Claudio Di Croce

    @mr_kost
    Premesso che ci sono moltissimi laureati con conoscenze molto al di sotto della nedia – dopo il radioso ‘ 68 il livello degli studi in generale è sceso moltissimo – non capisco perchè ai laureati debbano essere riconosciuti compensi più alti solo per il fatto della laurea . L’argomentazione dei costi sostenuti dalla famiglia e dai contribuenti che pagano le costosissime e in tanti casi mediocri e spendaccione università non giustifica affatto la pretesa , caso mai dovrebbe suscitare un sentimento di riconoscenza tale da indurlo a darsi da fare senza piangersi addosso per restituire alla famiglia e alla collettività almeno parzialmente quanto ha ricevuto. Finchè in Italia non sparirà la cultura del pezzo di carta come fonte di privilegi – e la eliminazione del valore legale del titolo di studio andrebbe in quella direzione – non si cancellerà questa sbagliata convinzione.

  26. Marco

    Perchè bisogna sempre assumere posizioni intransigenti? La proposta di eliminare il valore legale degli studi lo è. Sarà alla fine il dio mercato (scusate se nomino invano il dio dei nostri giorni….) che farà la selezione tra i laureati. Non credo si formerà la fila di pazienti davanti allo studio di un medico scadente. Neppure però ci si può svegliare al mattino, decidendo di fare il medico piuttosto che l’avvocato. Il valore legale delle lauree deve restare. Va però risolto il problema a monte, ovvero la qualità dei corsi di laurea.

    Cordiali saluti.

    PS: il riferimento al dio più venerato del momento è ovviamente ironico. Il mercato non è il bene assoluto, anche se troppi, anche in questo blog, ce lo vogliono far credere.

  27. Come contributo alla riflessione, pacata ma rigorosa, posto anche qui una nota già inserita in altra discussione, e che riguarda il paradosso della cosiddetta “adverse selection” nei mercati ad alta asimmetria informativa.

    Ebbene forse non tutti sanno che nel 2001 a George Akerlof, Michael Spence, e Joseph Stiglitz viene assegnato il premio Nobel per l’economia, per aver messo in luce le dinamiche dei mercati caratterizzati da asimmetria informativa (come ad esempio quello di moltissime professioni).

    Ebbene.. sapete cosa accade?
    Accade che l’infallibile dio mercato, se calato dalle torri d’avorio dei testi di economia, e portato nel mondo reale, in settori ad alta asimmetria informativa….. opera a rovescio.

    Nel medio e lungo periodo avviene la cosiddetta “aderse selection” vale a dire i migliori vengono espulsi dal mercato, che rimane popolato solo dai peggiori e più disonesti.

    Già negli anni 70 George Akerlof aveva pubblicato studi simili ancorché limitati al mercato delle auto usate. Tale mercato notava Akerlof è dotato di una certa asimmetria informativa in quanto il venditore conosce l’auto molto meglio dell’acquirente. Ebbene Akerlof notò in tale mercato dinamiche simili a quelle scoperte 30 anni dopo dal trio vincitore del Nobel.

    Notò che anch’esso nel medio e lungo periodo funziona a rovescio e rende molto più semplice vendere le carrette (chiamate i “lemon” in gergo americano) che non le auto di valore ed in buone condizioni.

    Di questo però perché non si parla?
    Perché sedicenti economisti trattano i servizi professionali come se fossero pomodori ?

    Amari saluti,
    Eugenio Stucchi
    http://www.notaipiniestucchi.it

  28. mr_kost

    @Claudio Di Croce

    Egregio sig. Di Croce,
    sono d’accordo che le università potrebbero fare molto meglio il loro mestiere migliorando la qualità dei laureati. Comunque, per poco che valgano, altri cinque anni di studio in genere danno dei risultati. Sicuramente ci saranno degli impreparati, ma anche molte persone brillanti. Come minimo i laureati hanno avuto almeno studiato la materia che il diplomato nemmeno se la sogna. Ma il punto non è questo. Il punto è che se si cercano persone con competenze superiori al diploma e se queste non vengono pagate opportunamente, esse usciranno dal mercato, specializzandosi in altre cose o non specializzandosi affatto. Questo alla lunga fa in modo che nessuno vorrà più studiare e la nostra società (che non è più formata da contadini ed operai) comincerà a regredire.
    Oggi si parla di economia della conoscenza e solo studi superiori permetteranno alle persone e al paese di andare avanti.
    Se si continuerà ancora così per qualche anno i giovani cominceranno a volgere lo sguardo verso altre opzioni riducendo le possibilità future di sviluppo.
    Dal mio punto di vista la regressione è già iniziata, dato che i giovani laureati vengono pagati 500-600 euro in stages perenni, i contratti a tempo indeterminato sono sempre più lontani e quelli a tempo determinato non sono pagati il giusto e spesso emigrano. Adesso si vogliono azzoppare anche le professioni così dopo la compressione degli stipendi, si comprimeranno anche i compensi dei professionisti e poi la domanda interna di merci e servizi arriverà al lumicino, con ulteriori licenziamenti. Vogliamo continuare così? Io, no.
    Lei insiste con i privilegi, io le rispondo che non è un privilegio ma è pagare la conoscenza. Se poi mi vuole dire che sarebbe un mondo migliore quello in cui chiunque può improvvisarsi medico, avvocato o ingegnere perchè non è necessario completare un corso di studi, non siamo proprio d’accordo.

  29. Marco

    La teoria dell’ “adverse selection” nei mercati ad alta asimmetria informativa è interessante. Purtroppo, si leggono raramente opinioni che divergono dal pensiero unico liberista.

    La precarizzazione del lavoro, a tutti i livelli, da quello manuale a quello intellettuale, ci porterà direttamente nel terzo mondo. Il “low cost” a tutti i…. costi, trasferito dai beni a largo consumo al lavoro, contiene in sè i germogli di una deflazione infinita. Una povertà assoluta.

  30. nadrion

    Marco :La teoria dell’ “adverse selection” nei mercati ad alta asimmetria informativa è interessante. Purtroppo, si leggono raramente opinioni che divergono dal pensiero unico liberista.
    La precarizzazione del lavoro, a tutti i livelli, da quello manuale a quello intellettuale, ci porterà direttamente nel terzo mondo. Il “low cost” a tutti i…. costi, trasferito dai beni a largo consumo al lavoro, contiene in sè i germogli di una deflazione infinita. Una povertà assoluta.

    cazzate accademiche ormai vecchie….la classica paura della precarizzazione diffusa al popolo dalle caste e contornata dal piatto di minestra del tempo indeterminato, la cig, il sindacato pappa e ciccia con confindustria, per accontentare il popolo e impedire l’accesso a i “piani” superiori….

    il concetto vostro è:
    assistenzializziamo la massa e teniamoci i privilegi delle caste…per impedire la concorenza e quindi l’accesso alle professioni…

    secondo concetto:
    se non ci rinnovano il debito (che serve per mantenere la massa tenedola fuori dalle professioni) paghiamo pure la patrimoniale ma a patto che non ci tolgano le caste…

  31. nadrion

    Marco :Perchè bisogna sempre assumere posizioni intransigenti? La proposta di eliminare il valore legale degli studi lo è. Sarà alla fine il dio mercato (scusate se nomino invano il dio dei nostri giorni….) che farà la selezione tra i laureati. Non credo si formerà la fila di pazienti davanti allo studio di un medico scadente. Neppure però ci si può svegliare al mattino, decidendo di fare il medico piuttosto che l’avvocato. Il valore legale delle lauree deve restare. Va però risolto il problema a monte, ovvero la qualità dei corsi di laurea.
    Cordiali saluti.
    PS: il riferimento al dio più venerato del momento è ovviamente ironico. Il mercato non è il bene assoluto, anche se troppi, anche in questo blog, ce lo vogliono far credere.

    il valore legale del titolo di studio esiste solo in italia….
    è impossibile che tutto il mondo sia stupido e l’italia no..
    le persone devono essere libere di fondare scuole e università…

    la partitocrazia (scuola pubblica) e l’aristocrazia (scuole parificate)
    non potranno per sempre impedire alla società la libertà di aprire scuole da parte di qualsiasi privato pur rispettando regole comuni così come gli automobilisti sono privati ma rispettano un codice della strada statale uguale per tutti..

    la libertà vincerà sempre contro chi la uccide….
    la globalizzazione migliorerà l’italia….

  32. silvano

    mr_kost :
    Un ulteriore spunto di riflessione. Avere tariffe più alte rispetto al resto dei lavoratori sarebbe anche opportuno anche per i seguenti motivi:
    1. Si è fatto un investimento in formazione (spendendo soldi per studiare e contemporaneamente non guadagnando), sperando di guadagnare di più in futuro. E’ giusto, dal punto di vista sociale, riconoscere una paga maggiore per questo investimento anche per rientrare dalle spese sostenute. Se in Italia ci fosse il prestito di onore, dove a chi non ha le possibilità viene offerto di studiare a debito da ripagare in futuro, nessuno avrebbe la voglia e la possibilità di fare tariffe a ribasso perché i debiti vanno onorati. Anche i sacrifici di mamma e papà per farci studiare non devono essere dimenticati. Chi fa tariffe sotto costo sta di fatto svendendo i sacrifici dei propri genitori.
    2. L’università crea un certo numero di laureati che hanno conoscenze sopra la media e che contribuiscono allo sviluppo dell’economia italiana in ruoli più pregiati dei diplomati. E non si venga a dire che un buon diplomato è meglio di un asino laureato, perché può anche essere vero ma i casi sono piuttosto rari e la regola non si fa sulle eccezioni.
    Se disconoscessimo questi due aspetti, nessun italiano vorrà studiare (tanto si guadagna meglio a fare il muratore o l’elettricista, cosa molto vera ai giorni nostri) e quindi la possibilità di innovare, spingere avanti il paese ne risentirebbe moltissimo.
    Ritengo che un motivo per cui l’Italia arranca in questo momento è la mancanza di meritocrazia a tutti i livelli. Non è possibile che un laureato venga trattato dalle aziende come un costo e non come una risorsa. All’estero un laureato viene difficilmente confrontato con dei diplomati, in Italia questo è la regola e si vorrebbe avere la conoscenza dei laureati ai costi dei diplomati.
    Togliere gli ordini professionali tout-court significherebbe lasciare i professionisti alla mercè di soggetti economici più forti come le aziende e la pubblica amministrazione, diminuendo la possibilità di ottenere guadagni in linea con la qualità e quantità del loro lavoro.
    Cordiali saluti.
    P.S. Sarebbe buona norma scambiarsi le opinioni senza urlare o prevaricare le idee altrui.

    Si nota subito chi ha fatto studi classici.

  33. Claudio Di Croce

    @mr_kost
    Lei ha esposto in modo garbato e educato le sue argomentazioni e questo è già molto positivo. Sulla sostanza non sono d’accordo per un motivo di principio . Sono assolutamente favorevole alla necessità di promuovere da tutti i punti di vista le persone preparate ma il solo possesso di una laurea non è affatto una garanzia di questa preparazione e competenza . Vorrei solo ricordare che i geni informatici e della comunicazione statunitensi , fondatori della Apple e di Facebook , hanno iniziato la loro avventura abbandonando l’università. e gli esempi sono numerosissimi in tutto il mondo, Italia compresa. L’Italia è diventata un paese ricco lavorando duramente e le Università erano un quinto o anche meno delle attuali con studenti in proporzione ( e chi frequentava l’università studiava duramente ). Aumentando i frequentatori delle Università lei ritiene che è migliorata l’Italia da tutti i punti di vista , economico, comportamentale, senso del dovere , educazione, serietà , ecc..ecc.. ? Spero che Lei non mi dica che è colpa delle mancanza di ” risorse “. La conoscenza si deve pagare quando realizza qualcosa di utile e concreto e non solo sulla base di un , mi scusi, pezzo di carta conseguito , ripeto , in università mediocri e con professori mediocri ( non parlo dei concorsi universitari per carità di Patria adesso che abbiamo i Professori al governo )

  34. nadrion

    Marco :Perchè bisogna sempre assumere posizioni intransigenti? La proposta di eliminare il valore legale degli studi lo è. Sarà alla fine il dio mercato (scusate se nomino invano il dio dei nostri giorni….) che farà la selezione tra i laureati. Non credo si formerà la fila di pazienti davanti allo studio di un medico scadente. Neppure però ci si può svegliare al mattino, decidendo di fare il medico piuttosto che l’avvocato. Il valore legale delle lauree deve restare. Va però risolto il problema a monte, ovvero la qualità dei corsi di laurea.
    Cordiali saluti.
    PS: il riferimento al dio più venerato del momento è ovviamente ironico. Il mercato non è il bene assoluto, anche se troppi, anche in questo blog, ce lo vogliono far credere.

    il valore legale non dà nessuna sicurezza in fatto di qualità ma al contrario dà ai raccomandati la possibilità di accedere alla professione senza nemmeno dover dimostrare di essere bravi…

    se nessuno va dal dentista pubblico e tutti vanno dai dentisti privati vuol dire che il mercato funziona, eccome se funziona…migliora la società…

    il mercato fa male solo alle caste…loro sì che hanno da temere dal mercato…

  35. mr_kost

    @Claudio Di Croce
    Mi scusi ma ritengo che le sue argomentazioni siano fuori tema.
    Ha ragione sul fatto che le università sono mediocri ma è pur vero che ciò non è generalizzabile e non può essere la scusa per non pagare il giusto ai professionisti. Inoltre bisogna tenere conto delle capacità delle persone di impegnarsi e studiare. Questo però non c’entra molto con il discorso degli ordini professionali. I laureati hanno delle competenze (non tutti in ugual misura) che vengono messe sul mercato per fornire ai consumatori servizi. Questi servizi generalmente non sono all’avanguardia della tecnica, progettare una casa, fare la contabilità di una azienda, seguire una causa in tribunale, non richiedono delle conoscenze aggiornatissime ma che comunque sono al disopra delle competenze della maggior parte delle persone (pensi solo alla disciplina fiscale in Italia, c’è da uscirne matti). Non si deve andare a guardare agli estremi della distribuzione delle persone nella professione. L’eliminazione degli asini può essere fatta dal mercato, se un avvocato non vince una causa prima o poi smetterà di esercitare per mancanza di clienti. Analogamente per le altre professioni. I bravi invece potranno portare degli avanzamenti nella loro branca scientifica o progettare strutture ardite, vincere cause impossibili,… In mezzo c’è la maggior parte che ha diritto di essere pagata per quel che produce. Se un avvocato segue una causa, spende del lavoro e del tempo per il cliente e pertanto deve essere pagato. Analogamente per un ingegnere, un medico,… Lei parla di Facebook, Apple,… quelli sono degli esempi particolari che non nascono in Italia non per colpa degli ordini professionali ma per problemi strutturali più ampi e complessi, anche perché gli ordini professionali nel campo dell’informatica contano poco o nulla.
    Ritengo che gli ordini professionali vadano cambiati solo per evitare che ci siano barriere all’accesso. Di converso però non bisogna svalutare il valore di ciò che viene dato al mercato. Una visita specialistica, un progetto di una casa, seguire una causa, la cura dei denti, sono dei servizi che vanno pagati e, dato che hanno un valore, vanno pagati per quel che forniscono (un ingegnere le progetta e costruisce una casa da 200’000 euro, ne vuole dare 10’000 – 15’000 per il suo lavoro?). Se poi il dottore, l’ingegnere, l’avvocato non sono in grado di fare il lavoro, vuol dire che troveranno sempre meno clienti e rimarranno ai margini della professione.
    Il consumatore comunque avrà la libertà assoluta di scegliersi il professionista che reputa migliore per le proprie esigenze.
    Questo è il libero mercato.

  36. @mr_kost
    Seppure condivida diverse affermazioni riportate da chi auspica – me incluso – una reintroduzione delle tariffe ed una permanenza degli ordini professionali è necessario a mio avviso fare una precisazione.

    Tutte le argomentazioni che mettono l’accento sugli investimenti fatti, sui lunghi anni di studio, sulla preparazione raggiunta, pur corrette, non sono a mio avviso rilevanti. Al mercato, piaccia o meno, non interessa nulla del percorso formativo intrapreso da ciascuno di noi.

    Il punto fondante a mio avviso è di far comprendere come una disciplina corretta delle tariffe, sia di giovamento allo stesso mercato, in termini di trasparenza e di qualità della prestazione.

    Un sistema tariffario corretto e correttamente operante in altre parole, prima ancora di essere una tutela per il professionista, prima ancora di questo, è una tutela per il mercato. Questo è un argomento spendibile.

  37. nadrion

    gli imprenditori non hanno tariffari…
    per quale motivo i professionisti dovrebbero averli?
    i piccoli imprenditori non hanno ordini…
    per quale motivo i professionisti ce li hanno?

    è solo una casta….
    sopravvive perché la massa (che dovrebbe protestare)
    in cambio è stata assistenzializzata…

    più le masse saranno costrette a flessibilizzarsi…(perdendo quindi diritti)….
    più le caste diventeranno obiettivo di protesta e quindi di liberalizzazione….

    l’altro sistema è sperare nella crescita che di solito permette di lasciare le cose così come sono (caste di privilegiati in cambio di assistenzialismo alla massa) ma si sa che l’italia non crescerà più come un tempo….

  38. Ricardo

    @ mr_kost
    @ Eugenio Stucchi

    Scusatemi, ma la vostra difesa delle tariffe professionali non regge.

    mr_kost propone il fatto che “sia giusto pagare l’investimento in formazione”, ma chi decide qual’è la cifra giusta? Con le tariffe lo stabiliscono gli ordini, tutti i professionisti sono costretti ad adeguarsi e tutti i clienti a pagare.
    Senza le tariffe la cifra giusta sarebbe stabilita dal mercato, che non è un mostro malvagio ma semplicemente l’incontro tra offerta – quanto il professionista chiede per il suo lavoro e domanda – quanto il cliente è disposto a pagare.

    Voi stessi riconoscete che bisogna eliminare le barriere all’entrata, ma le tariffe sono esse stesse delle barriere all’entrata: con le tariffe minime il giovane professionista non ha la possibilità di praticare prezzi più bassi per attrarre clientela, è costretto a praticare lo stesso prezzo del professionista navigato – dato che a parità di prezzo i clienti sceglieranno sempre il professionista più esperto, ne consegue che al giovane non rimane che lavorare sottocosto (ma qui nessuno parla di compensi minimi….) come aiutante/assitente di un professionista esperto sperando di ereditarne, un giorno, i clienti.
    O peggio ancora (e succede molto anche questo), fa lo stesso i prezzi scontati ma lavorando in nero.

    Sostenete che la tariffa minima sia “garanzia di trasparenza e qualità” – in base a cosa?? In che modo una tariffa minima è garanzia di trasparenza e qualità? In che modo la tariffa minima sarebbe “una tutela per il mercato”???

    La tariffa minima ha come unica funzione quella di proteggere gli insiders a discapito dei giovani e dei clienti.

  39. Francamente, e da avvocato, non so proprio a cosa servano gli ordini.
    Per la verifica delle capacita’ tecniche, basta un esame.come la patente unito ad un programma di continuing education. Il resto (selezione dei migliori, sanzioni per gli inetti o per casi di malpractice, …) lo faccia il mercato e se serve i giudici.

  40. @nadrion

    Ho riflettuto sulle sue osservazioni. Rilevo tuttavia che in molti settori anche gli imprenditori hanno tariffe. (Dai trasporti, ai servizi sanitari convenzionati)
    Il discrimine in effetti, sufficiente a giustificare la deroga al puro mercato, può esistere solo laddove vi sia rilevante asimmetria informativa, e soprattutto laddove il servizio reso abbia natura “pubblica”.

    Provo pero’ a ribaltare la sua frase e ad invitare anche lei a riflettere.

    *** Non sono in professionisti ad avere le tariffe, ma i cittadini a beneficiarne. ***

    Le tariffe devono essere utili ai cittadini prima ancora che al professionista.
    Sapere che un determinato servizio pubblico e’ soggetto ad una tariffa fissa, eventualmente graduata sulla capacità reddituale, che la qualità è controllata, è a mio avviso un gesto di civiltà.

  41. mr_kost

    Noto che chicago-blog ha perso alcuni contributi postati negli scorsi giorni (tra il 2/12 ed il 4/12). E’ un problema di aggiornamento o sono stati scientemente eliminati dal moderatore? E’ gia la seconda volta che accade sui miei post eppure non mi pare di essere caustico o di insultare qualcuno.

  42. mr_kost

    Ricardo :
    @ mr_kost
    @ Eugenio Stucchi
    Scusatemi, ma la vostra difesa delle tariffe professionali non regge.
    mr_kost propone il fatto che “sia giusto pagare l’investimento in formazione”, ma chi decide qual’è la cifra giusta? Con le tariffe lo stabiliscono gli ordini, tutti i professionisti sono costretti ad adeguarsi e tutti i clienti a pagare.
    Senza le tariffe la cifra giusta sarebbe stabilita dal mercato, che non è un mostro malvagio ma semplicemente l’incontro tra offerta – quanto il professionista chiede per il suo lavoro e domanda – quanto il cliente è disposto a pagare.
    Voi stessi riconoscete che bisogna eliminare le barriere all’entrata, ma le tariffe sono esse stesse delle barriere all’entrata: con le tariffe minime il giovane professionista non ha la possibilità di praticare prezzi più bassi per attrarre clientela, è costretto a praticare lo stesso prezzo del professionista navigato – dato che a parità di prezzo i clienti sceglieranno sempre il professionista più esperto, ne consegue che al giovane non rimane che lavorare sottocosto (ma qui nessuno parla di compensi minimi….) come aiutante/assitente di un professionista esperto sperando di ereditarne, un giorno, i clienti.
    O peggio ancora (e succede molto anche questo), fa lo stesso i prezzi scontati ma lavorando in nero.
    Sostenete che la tariffa minima sia “garanzia di trasparenza e qualità” – in base a cosa?? In che modo una tariffa minima è garanzia di trasparenza e qualità? In che modo la tariffa minima sarebbe “una tutela per il mercato”???
    La tariffa minima ha come unica funzione quella di proteggere gli insiders a discapito dei giovani e dei clienti.

    Riassumo i post che sono stati eliminati dal thread:
    1. Le tariffe non esistono già da qualche anno (tranne che per il notariato che ha dalla sua alcune sentenze). I comuni consumatori hanno avuto pochi benefici da questa modifica perchè da sempre le parcelle ai consumatori non venivano generalmente calcolate con i tariffari. Chi ha avuto forti vantaggi sono le aziende (e continueranno ad averne anche di più se venissero aboliti tout court gli albi). Hanno quindi avuto dei vantaggi dalle “lenzuolate” di Bersani solo la P.A. e le aziende.
    2. I giovani professionisti non possono permettersi di fare sconti ad alcuno, perchè devono avviare l’attività e quello è un momento di forti spese. Se facessero sconti o tariffe ribassate verrebbero automaticamente esclusi dalla professione, è quindi una sciocchezza parlare di guerre di tariffe tra giovani ed anziani. Inoltre i giovani hanno una visione differente dalle professionisti anziani e possono quindi proporsi al mercato in modo differente. Pensate solo all’informatica su cui i vecchi professionisti non possono e non potranno mai stare dietro come possono farlo i giovani. (All’AdT di Roma è pieno professionisti che si alzano alle 6 del mattino per andare a fare la fila quando è possible fare l’80% del lavoro da casa, solo che non sanno usare bene il pc!!).
    3. E’ vero che il mercato fa il prezzo ma è anche vero che secondo la visione deformata di alcuni partecipanti al thread i professionisti dovrebbero essere pagati come i dipendenti. Peccato però che tra loro ci siano delle forti differenze. Per i dipendenti c’è qualcunaltro che rischia in proprio e gli passa lo stipendio. I dipendenti non devono lottare su ogni singola attività giorno per giorno (non parlo di licenziamenti), non devono lottare per essere pagati, non sono messi sotto esame da ogni cliente ma basta convincere il datore di lavoro.
    Il professionista deve trovarsi il lavoro, deve lavorare, deve investire in attrezzature, deve lottare per il pagamento delle fatture, deve convincere cliente dopo cliente. Ha la possibilità di evadere, però lì si tratta onestà dei singoli e non c’entra nulla con gli ordini professionali.
    I dipendenti hanno il sindacato, perchè i professionisti non possono avere un organismo che porta avanti le loro necessità?
    Un ultima domanda. Perchè si parla spesso delle professioni solo sul sole24ore o ambienti contigui all’imprenditoria? C’è forse qualche interesse di questa categoria a ridurre i costi sui professionisti dopo aver compresso il costo del lavoro dipendente?
    4. Ma se per far fare i capelli alle vostre mogli (o a voi stesse se il lettore fosse donna) spendete svariati pezzi da 50 euro (a nero, ogni mese), perchè volete abbassare i guadagni dei professionisti che si occupano di cose estremamente più importanti e durature di un taglio di capelli?
    Saluti.

  43. nadrion

    @mr_kost

    ma infatti così come si deve flessibilizzare il lavoro si devono aprire le professioni…sono entrambi dei problemi da risolvere…l’italia si deve confrontare con la globalizzazione non può più farsi le leggi a casa sua…

    si arriva al paradosso quasi ridicolo che il figlio di un notaio pur essendo ricco e fortunato magari ha il sogno di fare il medico ma non può farlo perché il numero chiuso lo impedisce pur essendo ricco e raccomandato ma trovandosi di fronte figli di altri medici importanti….ed è “condannato” a fare il notaio…un farmacista vuole fare il giornalista e non ci riesce perché i giornalisti fanno entrare solo i loro figli sennò scioperano facendo perdere l’utile alle aziende…

    così facendo l’italia si è riprodotta tra consaguinei e sappiamo bene che così facendo si sviluppano malattie genetiche…

    perfino le monarchie hanno capito che se ci si sposa sempre tra loro i figli vengono stupidi…e malati…

  44. Ricardo

    @mr_kost

    @mr_kost

    In effetti è scomparso anche un mio commento, immagino si sia trattato di qualche errore tecnico, in quanto mi pare la nostra discussione sia assolutamente pacifica e rispettosa.

    Per entrare nel merito:
    1) Non è del tutto vero – le lenzuolate di Bersani sono finite sostanzialmente all’Italiana, abolite le tariffe minime sono state introdotte le “tariffe decorose” aggirando la norma – in teoria a quel punto sarebbe dovuto intervenire l’Antitrust, ma esso era (almeno fino ad oggi – pare che col la Manovra Monti avrà più poteri) privo di strumenti efficaci – è chiaro che la questione è un pò differente per diversi ordini, non c’è dubbio che i notai (che hanno pure il numero chiuso, per dire) sono più protetti di altre categorie.
    2) Questo è un punto interessante: se fosse vero, come lei sostiene, che i giovani non sono in grado di fare sconti e che i professionisti più navigati non li farebbero perchè vogliono essere pagati di più ne conseguirebbe che avere per legge una tariffa minima per le prestazioni professionali sarebbe quantomeno inutile, è corretto?
    Ne consegue: se avere una tariffa minima è nel migliore de casi (secondo lei) inutile e nel peggiore (secondo me) dannoso, allora concorderà con me che possiamo fare a meno delle tariffe minime, giusto?
    3) Non so chi abbia detto che i professionisti debbano essere pagati come i dipendenti, non io – io penso che il prezzo delle prestazioni debba essere stabilito dal mercato, i.e. negoziazione tra professionista e cliente.
    C’è una differenza fondamentale tra il sindacato e l’ordine: un lavoratore dipendenete NON deve necessariamente essere iscritto al sindacato e adeguarsi alle sue regole per lavorare!!! – Lasciamo liberi i professionisti di lavorare pur non essendo iscritti all’ordine e non sarà più necessario abolire gli ordini stessi (sto parlando sempre in generale, poi si deve vedere per ogni categoria specifica come regolare la cosa).
    4) L’obiettivo non è abbassare i guadagni dei professionisti, ma di rendere il sistema più efficiente espondendolo alla competizione del mercato (che i clienti siano privati cittadini, aziende o P.A.) – i parrucchieri (pagati regolarmente) sono soggetti al mercato, i professionisti no.
    5) Aggiungo: ci siamo concentrati sulle tariffe minime, ma gli argomenti sono diversi – numero chiuso (per alcune categorie), esame di Stato, divieto di pubblicità, etc etc

  45. mr_kost

    @Ricardo & @nadrion
    Scusate ma che mestiere fate? Avete conoscenza diretta di quello che dite? O parlate per linee generali sulla bontà del mercato nel miglioramento dell’efficienza dei sistemi economici?
    Io faccio l’ingegnere e non ho avuto nessun (ripeto nessun) limite di accesso alla professione. Laurea, esame di stato (la cui utilità e stata che ho preso 15gg di licenza per studio durante il militare) ed iscrizione all’albo (100€ all’anno). L’ordine mi dà pochi servizi ma si accontenta di poco.
    Non ho nessuna tariffa fissata, anzi una ce l’ho ed è una tariffa massima: la tariffa da CTU (Consulente Tecnico di Ufficio per il Tribunale) e mi danno 7€ a vacazione: 1 vacazione=2h quindi 3.5€ a ora, vi sembra decorosa?
    Vi sto dicendo che le mie tariffe non sono orientate dall’ordine degli ingegneri (come so direttamente anche per gli architetti, i geometri,…)ma dalla contrattazione con il cliente. Ve lo riscrivo: a tutti gli effetti non ci sono tariffe minime per gli ingegneri. Vi è chiaro così!
    Ordine dei medici: idem. I dentisti hanno tutti le stesse tariffe??? I ginecologi? I dermatologi? E possiamo continuare all’infinito.
    Ordine dei commercialisti e degli avvocati: hanno delle barriere di accesso che anche secondo me dovrebbero essere eliminate. Anche qui, hanno tutti le stesse tariffe o variano??? Inoltre dovrebbero essere costretti a pagare decorosamente tutti i praticanti che hanno a studio.
    Ordine dei Notai (o come si chiama) che dovrebbe essere fortemente cambiato con eliminazione delle barriere d’accesso e del numero chiuso, ed hanno anche delle tariffe bloccate entro certi ranges.
    Ordine dei farmacisti: Vedi Notai.
    La pubblicità. E’ formalmente vietata ma vedo sempre più spesso delle pubblicità di studi tecnici e nessuno dice nulla. Sappiamo tutti che la norma è una norma idiota e normalmente tutti ci passano sopra.
    Come vedete anch’io so che ci sono delle modifiche da fare per il sistema degli ordini professionali, ma da qui a dire di abolire gli ordini ce ne passa. Se vogliamo dire che i notai (farmacisti,…) sono protetti, ci sto, ma non venitemi a dire che devono essere aboliti gli ordini.(E’ anche vero che il mercato perfetto non esiste anzi il mercato di norma è molto imperfetto, non c’è un mercato che è perfettamente concorrenziale)
    Tutto il resto che ho scritto è stato per spiegare che le parcelle non potranno essere abbassate più di tanto perché ci sono una serie di costi che necessariamente i professionisti devono recuperare dalle parcelle. Quindi il mercato non potrà spingere in basso le tariffe dei professionisti perché ci sono dei costi incomprimibili (investimenti in attrezzature, gestione dello studio, guadagno,… ), se si andasse sotto ci sarebbe l’uscita dal mercato di tutti gli operatori fino al ristabilirsi di valori equi.
    Per ultimo, il sospetto che tutta questa manfrina dell’abolizione degli ordini, sia gestita da altre forze sociali (industriali, commercianti,…) che, se passasse, pensano di avere qualcosa da guadagnare. Invece penso che se in Italia si continuerà a ridurre i compensi, dei dipendenti e dei professionisti, la domanda interna rimarrà sempre più asfittica fino al collasso dell’intero sistema. Il mondo gira se ci sono i soldi per farlo girare, si diano soldi ai lavoratori (dipendenti o professionisti, non importa) e tutti staremo meglio.
    Saluti,
    mr_kost

  46. mr_kost

    Correzione: La pubblicità per i professionisti non è vietata, ma bisogna farla senza denigrare i colleghi e con delle linee guida di buon senso e buon gusto.

  47. mr_kost

    Eugenio Stucchi :
    @mr_kost
    Seppure condivida diverse affermazioni riportate da chi auspica – me incluso – una reintroduzione delle tariffe ed una permanenza degli ordini professionali è necessario a mio avviso fare una precisazione.
    Tutte le argomentazioni che mettono l’accento sugli investimenti fatti, sui lunghi anni di studio, sulla preparazione raggiunta, pur corrette, non sono a mio avviso rilevanti. Al mercato, piaccia o meno, non interessa nulla del percorso formativo intrapreso da ciascuno di noi.
    Il punto fondante a mio avviso è di far comprendere come una disciplina corretta delle tariffe, sia di giovamento allo stesso mercato, in termini di trasparenza e di qualità della prestazione.
    Un sistema tariffario corretto e correttamente operante in altre parole, prima ancora di essere una tutela per il professionista, prima ancora di questo, è una tutela per il mercato. Questo è un argomento spendibile.

    Dottor Stucchi,
    io, contrariamente a lei, non sono per il ripristino delle tariffe minime. Io dico che la conoscenza si paga. Se il consumatore sa fare da sè, liberissimo di fare tutto in autonomia. Se non è capace e deve affidarsi ad un professionista, deve entrare nell’ordine di idee che il tempo e le conoscenze si pagano. Non è perché le conoscenze di un professionista non hanno un peso ed un volume sono senza valore. E’ un po’ l’errore che si fa con il software. Si duplica tanto non costa nulla!!! Eh si bravi! E le persone che ci hanno lavorato su mesi o anni, come le paghiamo?
    Conseguenza di questo mio modo di pensare è che posizioni come quelle dei Notai non sono più sostenibili ma di converso i cittadini devono cominciare a pensare che le richieste fatte al professionista vanno pagate per quello che valgono ed in genere sono sempre di valore importante. A me sembra, per il lavoro che faccio, che agli occhi del committente il muratore valga di più dell’ingegnere, perché quello che fa il muratore si vede, sta lì, un bel muro, intonacato, che rimarrà per anni dove è stato fatto. Invece il fatto che la casa sia ben progettata è una cosa secondaria. Poi arrivano i terremoti, qualcuno ci rimane sotto, e poi la colpa è del tecnico, quando il proprietario ha voluto risparmiare in fase di esecuzione dei lavori.
    La preparazione dei professionisti va pagata, gli anni di studio vanno messi come voce costo (implicita) all’interno della parcella e rappresentano quella parte di denaro che il professionista ha bisogno per vivere e non per ammortizzare gli investimenti strumentali o il rimborso spese. Ridurre la parcella vuol dire che si vanno a sottovalutare i costi di creazione della professionalità. Va bene fare lo sconto di tanto in tanto ma se le parcelle si comprimessero sotto i valori minimi, nessun giovane sapendo ciò penserebbe a studiare o a fare il libero professionista.
    Il mercato è dato dalla libertà di scelta del consumatore di andare da chi più gli aggrada. Ci sono mille motivi per scegliere il professionista, dalla simpatia, al fatto che un amico ci si è trovato bene, alle referenze,… Il costo è sì importante ma non è IL fattore di scelta. Se si arriva a quel punto vuol dire che il cliente non ha capito (o non vuol capire) il valore di quello che viene fornito dai professionisti. Ed in genere il cliente che riduce tutto al mero costo non è un buon cliente, lesinerà sul prezzo e poi massacrerà di richieste il professionista.
    Se noi professionisti fossimo furbi rifiuteremmo tali proposte di lavoro.
    Saluti.

  48. Invio qui un contributo del Prof.Ugo Mattei sul tema delle liberalizzazioni, che condivido in pieno, già’ apparso qui http://www.ilmanifesto.it/area-abbonati/ricerca/nocache/1/manip2n1/20111230/manip2pg/15/manip2pz/315735/manip2r1/Mattei/

    Contro l’ideologia delle liberalizzazioni
    APERTURA – UGO MATTEI

    Ugo Mattei Incurante dei referendum, il governo dei professori avanza nella battaglia contro le «lobby» che frenerebbero il libero mercato. Bisogna rompere l’egemonia di una cultura che fa presa anche a sinistra. E dire che non tutto può essere piegato alle esigenze della crescita e della produzione
    Con una mancanza di fantasia e di senso della realtà davvero sconcertante, il governo tecnico dichiara di voler incardinare la fase 2 della sua azione sulle liberalizzazioni. Fra i massimi responsabili della crisi globale e del degrado italiano, ai soliti notai e taxisti romani, si aggiungono così, con Repubblica in prima fila, anche i farmacisti, gli avvocati, gli edicolanti. Incurante del senso politico del voto referendario che chiedeva di “invertire la rotta” proprio rispetto al trend neoliberale di privatizzazioni e liberalizzazioni, il governo dei professori, promette di dare battaglia alle lobby che minano la nostra capacità di “crescere e di competere” sui mercati globali. Con toni diversi sono intervenuti in questi giorni Massimo Mucchetti sul Corriere e Luigi Zingales sull’Espresso. Il primo avanza dubbi quantitativi (condivisibili) sull’urgenza e l’importanza delle liberalizzazioni nei detti settori, che riguarderebbero poche centinaia di milioni di euro, rispetto alla vera “ciccia” che sta altrove, in particolare nel mercato dell’energia e in quello dei trasporti pubblici dove “ballano” le decine di miliardi (qui per la verità balla pure l’esito formale del referendum contro il decreto Ronchi che non riguardava affatto solo l’acqua: ma di questo dopo Napolitano anche Monti pare volersene fare un baffo). Il secondo, con il solito tono di gratitudine sconfinata per quel sistema universitario americano che lo ha salvato dal precariato accademico, racconta di un’Italia profonda in cui i “i notabili” (farmacisti, avvocati, notai e banchieri provinciali) perdono il loro tempo a prendere l’aperitivo al bar (dove non si rilascia lo scontrino) per piazzare i propri figli, invece di “produrre” facendo crescere il Pil e partecipare davvero alla competizione globale. Purtroppo anche sul nostro giornale Pitagora non era stato troppo distonico (per fortuna ci siamo riscattati con un Robecchi insolitamente amaro): di liberalizzazioni si parla tanto ma poi non si fanno, proprio come se si stesse parlando di roba per sua natura giusta e desiderabile ma che le contingenze del mondo reale (soprattutto del mondo italico) snaturano e corrompono. Mala tempora currunt se questi discorsi si sentono anche a sinistra (e non intendo il Pd che ne è brodo di coltura).
    È dunque una vera e propria cultura egemonica, un’ideologia ci dice Mucchetti, quella che va superata. Un’ideologia ben più pervasiva di quella un po’ estremista e tutto sommato innocua dei Chicago Boys de’ noantri (gli stessi bocconiani al governo sanno che la politica non è una tabula rasa e in qualche modo trattano) che pervade anche chi ben sa (come lo stesso Mucchetti o come Pitagora) che l’economia politica non è un esercizio di astrazione matematica. Per essere intellettualmentre liberi e critici occorre oggi sforzarsi di superare la visione competitiva dell’esistenza, che misura la vita con parametri quantitativi, inducendo senso di colpa in chi non produce o produce meno di quanto potrebbe. Bisognerebbe finalmente rendersi conto che un mondo bello non è una miniera in cui viene premiato il compagno Stakanov ed in cui le menti migliori, come ci dice Zingales, piuttosto che fare i notai fanno gli investment bankers come i più bravi fra i suoi studenti di Chicago. Bisogna che ci si renda finalmente conto che in questo nostro mondo si produce già fin troppo e che il nostro problema non è quello di produrre di più per offrire merci e servizi a costi sempre più bassi, ma di distribuire meglio quanto prodotto, creando tutti insieme un mondo in cui l’esistenza sia per tutti libera, solidale e dignitosa.
    Certo che il taxi può costare meno, se i taxisti invece di essere parte di un ceto medio-basso che, lavorando duramente, porta a casa uno stipendio decoroso (certo non altissimo) fossero dei lavoratori a cottimo sfruttati che dormono per strada! Ma io credo sarebbe meglio farlo crescere questo ceto medio, piuttosto che umiliarlo laddove esiste. Certo che un pallone di cuoio, cucito a mano da un bambino a Giacarta, può costare anche molto meno al supermercato… ma che criterio di valutazione sociale è mai quello della soddisfazione del consumatore? E poi, al di là della questione etica, oggi sappiamo bene che i beneficiari storici delle liberalizzazioni sono da sempre i grandi oligopoli. Un oligopolio di grandi compagnie con centinaia di taxisti dipendenti, di grandi studi professionali, di banche e assicurazioni o di grande distribuzione colma gli spazi di mercato che le liberalizzazioni aprono. Sappiamo anche bene che i prezzi diminuiscono (forse) in un primo momento ma poi aumentano a dismisura, così come a dismisura aumentano sfruttamento dei lavoratori, stress e dipendenza degli utenti, proprio come avvenuto con il mercato della telefonia mobile. E allora, investire su una riconversione sociale che mette al centro la qualità e la giusta distribuzione significa apprezzare la pace di spirito che deriva dall’acquistare un immobile sapendo che non verrai truffato dalla banca che ti presta i soldi (a questo serve da noi il controllo notarile ed è una fortuna che giovani e bravi giuristi si avvicinino a quella professione), pagare tasse sufficienti a che un trasporto pubblico a buon prezzo (non liberalizzato) possa raggiungere tutti gli angoli delle città, garantendo mobilità diffusa ecologica e accessibile a tutti; apprezzare il variopinto colore delle edicole nel cuore delle città e la dignità degli edicolanti che vogliamo parte del ceto medio (possibilmente che vendano anche giornali che non resisterebbero alle pressioni del mercato ma che fanno informazione di qualità); godere di dieci minuti di conversazione col farmacista, sapendo che costui ha sufficiente tempo per studiare ed aggiornarsi e non è un povero commesso sfruttato.
    Insomma respingere le liberalizzazioni come ideologia significa apprezzare un mondo slow in cui si è contenti che le banche italiane, per incapacità dei loro managers, non si fossero avventurate di più nella competizione globale (anche se non mi piace vedere al governo manager incapaci nel loro campo), o in cui non si è contenti che un governo, fintamente tecnico, sia un migliore esecutore degli ordini odiosi della Bce. Preferisco prendere il taxi sapendo che chi guida ha la pancia piena e non è alla diciottesima ora di lavoro, ma ancora di più preferirei poter prendere un autobus elettrico, guidato da un dipendente pagato il giusto, che mi porta dove devo andare. Quest’ultimo servizio il privato, con la sua logica del profitto, non potrà mai darmelo. Per costruire un mondo migliore non è necessario distruggere quanto funziona di quello che abitiamo. L’ideologia della liberalizzazione non riconosce questa massima di buon senso.
    Credo che vada detto una volta per tutte. Non possiamo oggi parlare di liberalizzazioni senza tener conto dell’esito del referendum del giugno scorso in cui gli italiani hanno detto di preferire la logica dei beni comuni rispetto a quella della concorrenza. Inoltre, dobbiamo smettere di ritenere che si possa essere di sinistra auspicando un mondo in cui ogni spazio di vita si piega alle esigenze del mercato, della crescita e della produzione.

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