31
Lug
2012

Caro Milton, cento di questi giorni

Oggi, come ricordato da Luciano Capone nel precedente post, era il centesimo anniversario dalla nascita di Milton Friedman: l’Istituto Bruno Leoni, in collaborazione con l’organizzazione Atlas, ha voluto rendere omaggio al grande economista organizzando una commemorazione in suo ricordo presso la liquoreria pasticceria Marescotti di Genova. A ricordare il contributo del premio Nobel, il professore di economia politica della Facoltà di Economia di Genova, Giovanni Battista Pittaluga, e il professore di Economia presso la New York University, nonché nota firma del blog Noise from Amerika, Alberto Bisin.

I due docenti hanno ricordato e sottolineato il ruolo Milton Friedman come quello di un grande precursore: basti pensare, ricorda Pittaluga, che la sua tesi di dottorato – dove sosteneva che gli alti redditi di notai, avvocati e altri ordini professionali fossero dovuti alle barriere all’ingresso esistenti – fu pubblicata solo con molti anni di ritardo. In quell’epoca, infatti, erano in grande auge le idee di Keynes secondo cui il capitalismo non sarebbe sostenibile perché la propensione al consumo calerebbe all’aumentare del reddito: inevitabilmente ci sarebbe una scarsità di domanda per cui alla fine ci si scontrerebbe con un problema di sovraproduzione, che all’epoca veniva considerata la causa della Grande Depressione. Vi era quindi una sorta di rassegnazione a un’economia interventista, a cui Friedman ebbe invece il coraggio di opporsi: egli dimostrò tramite studi empirici come nel lungo periodo il rapporto tra consumi e PIL restasse mediamente costante. Diversamente da quanto sostenevano i fautori del pensiero keynesiano dominante, Friedman – aggiunge Bisin – fu tra i primi a pensare alla teoria economica come una teoria dinamica che attribuisce un ruolo importante alle aspettative degli attori economici: i bisogni dell’uomo non sono né dati né indotti né immutabili, ma si adattano in base all’esperienza passata. È pur vero quindi che possono esserci periodi di sottoconsumo o sovraproduzione di risorse, ma poi le aspettative si modificano correggendo così gli errori.

L’economista fu tra i primi a sostenere che la Grande Crisi era spiegata dagli errori della politica economica piuttosto che da fantomatiche crisi cicliche del capitalismo, nel caso particolare quella monetaria: la banca centrale (la Fed) non aveva infatti controbilanciato il calo del  moltiplicatore monetario con una parallela espansione della base monetaria. L’incapacità di mantenere relativamente costante il livello dei prezzi implica che i prezzi relativi perdono il loro potere di segnalazione e diventano relativamente poco informativi riguardo la scarsità “reale” dei diversi beni e servizi. Considerato il ruolo fondamentale della politica monetaria nel determinare e influenzare crescita o recessione, sono quindi necessarie regole certe, predeterminate, imparziali e note agli attori del mercato, piuttosto che lasciarla in mano alla discrezionalità delle autorità monetarie che si rifletterebbe in incertezza per gli operatori.

È grazie a Friedman, inoltre, che oggi l’economia è considerata innanzitutto un metodo, con riferimento alla famosa distinzione tra l’economia normativa- che dice come stanno le cose – e l’economia positiva – che dice come dovrebbero andare. La prima spiega il funzionamento di una certa realtà e l’unico modo per verificarlo è confrontare quella teoria con la realtà: se i dati non la confermano, è necessario cambiarla; è valida se non la smentiscono (anche se non possono confermarla). Ed è merito suo se la teoria economica ha avuto un’influenza che va molto al di là dei suoi tradizionali confini.

Friedman arrivò così a confutare la teoria secondo la quale la Grande Depressione sarebbe un esempio di fallimento del mercato, ma piuttosto di fallimento della politica e della cultura paternalista. Ovviamente il suo importante contributo non può essere sintetizzato in un incontro di poche ore o in un breve articolo: per rimediare, si ricorre quindi alle sue parole per concludere questa giornata di commemorazione. In particolare, si riporta una sua nota affermazione, oggi più che mai attuale, che offre un’interessante spunto di lettura della crisi di oggi, e magari anche uno spunto per uscirne. In risposta alla famosa affermazione di J.F. Kennedy: «Non chiedetevi cosa il vostro paese possa fare per voi, chiedetevi cosa voi potete fare per il vostro paese», Friedman scrisse infatti:

La formula paternalista “cosa il vostro paese possa fare per  voi” lascia intendere che il governo è il tutore e il cittadino il discepolo, ossia una concezione in netto contrasto con la convinzione per la quale ogni uomo libero è responsabile del proprio destino

 

5 Responses

  1. Michele Parodi

    Ero presente, e’ stata una bella mattinata in memoria di un grande ed influente uomo di pensiero grazie agli interventi dei proff. Pittaluga, Bisin e alla sapiente mediazione di Carlo Stagnaro. Una boccata d’aria pura! Grazie

  2. Io purtroppo non l,o sapevo e per motivi logistici non ci sarei neanche potuto essere. Avere qualche ruagguaglio più dettagliato in merito alle posizioni di Keynes e Freedman mi farebbe immenso picere. Perchè la dott.sa Quaglino non scrive qualcosa di più approfondito. Dall’articolo che ho letto mi sembra di capire che la materia le piace e la conosce.

  3. Fabio

    Cara Lucia, io penso che molto più importante sia quello che Friedman aggiunge dopo in risposta al “cosa Voi potete fare per il vostro paese”. “La formula organicistica cosa voi potete fare per il vostro paese implica che il governo sia un signore o una divinità e che il cittadino sia il suo servo o il suo fedele. Per l’uomo libero, il suo paese è l’insieme degli individui che lo compongono, e non un’entità che li trascende…….
    ……L’uomo libero si chiede:”come possiamo impedire che una nostra creazione, diventi una specie di mostro di Frankenstein mirante a distruggere quelle stesse libertà che dovrebbe proteggere? La LIBERTA’ è un fiore raro e delicato”.
    Tratto da Capitalismo e libertà.

  4. guido cacciari

    Grazie a Lucia Quaglino per aver ampliato l’articolo del buon Capone. Almeno, ha impedito che la commemorazione finisse con i commenti del livello di ignoranza che hanno accompagnato il primo.

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