27
Mar
2010

“Casa popolare”? Un bel bordello…

È ormai scattata l’ora X per il grande progetto governativo volto a rilanciare l’edilizia popolare di Stato. E si deve riconoscere che il Novecento pare proprio non voglia mai finire, nonostante la devastazione conseguente a ogni sorta di pianificazione (economica, urbanistica, sociale ecc.) e a dispetto della bruttezza delle periferie costruite dai governi – tanto a Sofia come a Milano, a Praga come a Roma – sottraendo soldi a chi veniva poi spedito a vivere lì.

Nelle intenzioni del governo si prevedono 50 mila nuovi alloggi da realizzare in cinque anni e che dovranno mobilitare – nelle logiche keynesiane di chi ci amministra un effetto fondamentale è questa spesa “indotta” – circa 4 miliardi di euro. Tutti fondi statali? No, attenzione, perché si tratterà di operazioni in cui il denaro pubblico gestito da politici e burocrati si mischierà a quello privato: con il rischio (ma è quasi una certezza) di offrire tanto nuovo lavoro alle procure di mezza Italia.

L’iniziativa si muoverà essenzialmente su due linee: l’acquisto, il recupero e la costruzione diretta di alloggi popolari; la creazione di fondi immobiliari che uniscano soldi dello Stato, risorse delle regioni e capitali di provenienza privata. Il tutto entro un quadro nazionale che verrà poi negoziato con le autorità regionali. Insomma, “di tutto e di più”.

Se molte perplessità vengono dall’impianto particolarmente barocco di questa iniziativa governativa (come se non si fosse ancora compreso che la via più breve verso la corruzione consiste nel far cooperazione capitali pubblici e privati!), è l’obiettivo stesso dello Stato immobiliarista che lascia molto perplessi e che anzi non promette nulla di buono.

Come già mi era capitato di scrivere anni fa, bisognerebbe infatti prendere atto che, nel settore dell’edilizia popolare, l’intervento pubblico ha miseramente fallito: per più di un motivo. Quando regioni o comuni dispongono di un patrimonio immobiliare da assegnare alle famiglie più bisognose, la conseguenza inevitabile è che lo sforzo di risolvere un problema ne crea altri e spesso perfino più seri. Per molte e convergenti ragioni.

Degrado immobiliare. Gli enti pubblici non sanno gestire le abitazioni e, per vari motivi, non riescono ad amministrarle in maniera efficiente. Quando un impianto idraulico si guasta, l’ente pubblico (si tratti di un comune oppure di un ex Iacp) non può rivolgersi al primo artigiano disponibile che goda di una qualche fiducia (come fa ognuno di noi), ma deve seguire procedure che evitino favoritismi e corruzione. Nel frattempo, però, la casa è inondata. Se l’occhio del padrone ingrassa il cavallo, dobbiamo prendere atto che le case popolari sono cavalli senza padrone: destinati dunque a una rapida rovina. (Non a caso in tutta Italia si procede periodicamente alla letterale demolizione di palazzi e quartieri popolari che l’incuria di politici e burocrati ha progressivamente devastato.)

Segregazione abitativa. Il programma (che si vorrebbe “sociale”) di quanti costruiscono case popolari poi assegnate, in ogni area, alle famiglie più disagiate finisce per concentrare proprio nei medesimi quartieri quanti hanno più problemi: legati alla tossicodipendenza o a malattie invalidanti, alla povertà estrema o ai malesseri connessi all’immigrazione. I progetti volti a realizzare case popolari, è risaputo, sono destinati a creare quartieri-ghetto, dato che il beneficio di poter disporre di un’abitazione a canone moderato viene ovviamente riservato, in prima battuta, a quanti ne hanno maggiormente bisogno.

Iniquo trattamento. Raramente l’utilizzo delle abitazioni pubbliche, inoltre, risponde a criteri di equità. Qui non ci si riferisce in primo luogo al fatto che l’espansione del patrimonio immobiliare pubblico ha spesso riguardato appartamenti di pregio (quasi sempre intercettati da politici, sindacalisti e altri membri della “casta”), ma soprattutto al fatto che è proprio della distribuzione dei benefici “in natura” il fatto di rivelarsi inefficiente. Chi dieci anni fa ha ottenuto un appartamento a canone sociale perché era disoccupato e quindi rientrava tra coloro che ne avevano diritto, oggi potrebbe aver visto modificare la propria situazione: ugualmente rimane dov’è (gli sfratti sono impossibili tra privati, figuriamoci se il proprietario è pubblico…) anche se altri ne avrebbero più bisogno.

Spreco di risorse. Non soltanto il capitale immobiliare pubblico è gestito male e degrada, ma esso è utilizzato come peggio non si potrebbe. Se ad esempio sono un cittadino romano e ho bisogno di un’abitazione e un giorno mi viene assegnato un appartamento a Roma Nord, certamente la cosa mi fa piacere e accetto; magari però i miei parenti e amici sono di Roma Sud, e questo comporta per me un notevole di disagio. Non solo: se anche dovesse bastarmi, per le mie esigenze, un bilocale del valore di 600 euro al mese, certo non mi lamenterò se mi danno un tri o un quadrilocale del valore di 800 euro. Senza dubbio se avessi ricevuto quella cifra invece del bene, avrei preso un appartamento più piccolo, nel mio quartiere e avrei utilizzato i soldi rimasti per altre mie esigenze.

Tutto allora si risolverebbe se gli enti pubblici decidessero di abbandonare la proprietà degli immobili e, ovviamente, se smettessero di acquistarne e costruirne di nuovi. Gli stessi fautori del solidarismo di Stato, d’altra parte, meglio farebbero a chiedere che l’ente pubblico si limiti a sostenere economicamente chi ne ha bisogno, lasciandolo quest’ultimo libero di trovare un’abitazione in affitto dove vuole.

Ovviamente una logica di questo tipo toglierebbe all’Uomo Politico (specie se si veda come un Grande Stratega) la facoltà di dettare l’agenda, progettare l’architettura complessiva, selezionare la Sgr che gestirà il fondo, coinvolgere le regioni, trovare una ragione per tenere in mano pubblica la Cassa depositi e prestiti. Negli schemi dell’economia liberale, un ministro può anche costruire case, se vuole. Ma deve farlo rischiando i suoi soldi personali ed evitando di mettere le mani nelle tasche altrui.

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3 Responses

  1. Sicuramente toglierebbe ai politici un’arma eccezionale di consenso, promettere le case popolari, per non parlare dei meccanismi “trasparenti” di assegnazione.
    Decisamente meglio un sussidio, piú facile da togliere se si scoprono irregolaritá, piú facile motivare il destinatario a rendersi indipendente dal sussidio cambiando la propria situazione sociale, quando possibile.
    E poi la gestione delle case popolari, in certe regioni é totalmente in mano alle mafie, che decidono letteralmente chi entra e chi esce. Chi vive in una casa o é il proprietario o deve rendere conto al proprietario per come gestisce la stessa.

  2. Bardamu

    Per non parlare, poi, del fatto che, per costruire nuovi alloggi, i Comuni (o chi per loro) espropriano terre “nummo uno” senza alcun rispetto non solo del sacrosanto diritto di proprietà (sancito dalla Costituzione ma soprattutto, e meno male!, dalla Convenzione Europea dei diritti dell’Uomo) ma delle regole (vd. l’aberrante art. 43 del testo unico delle espropriazioni, L. 327/2001, che è un’autenitica licenza ad espropriare senza alcuna remora!).

  3. Sergio

    Sono in linea di massima d’accordo sull’impostazione del ragionamento. Lo stato a tutti livelli è un pessimo proprietario immobiliare e, se possibile, un peggiore gestore.
    Anche se mi sembra un po’ tagliato con l’accetta (come si conviene ad un post). Un esempio: nella regione in cui vivo ad un nuovo assegnatario di una casa popolare vengono fatte vedere 3-4 possibilità. Quindi in fin dei conti “sceglie”. Se poi mette in conto che il canone mensile medio nell’area metropolitana di Torino (sempre per le case popolari) è di 70 euro … Quindi l’esempio del “poveraccio” che deve cambiare quartiere è secondo me un po’ tirato.
    Ho lavorato per anni di quello che le chiama “case popolari” in programmi sociali e le potrei elencare decine di esempi di follie, storture, sprechi e corruzione. Ma gli effetti più deteriori a me sembrano quelli sulla cosiddetta “utenza”, gli abitanti delle case popolari: incapaci di prendersi carico di se stessi e del luogo in cui abitano, totalmente passivi verso lo stato di disagio in cui versano, ecc.
    A questi non servirebbe il puro sostegno economico. Mi creda.
    Ma in generale è un tema un po’ refrattario alle semplificazioni.
    Io per esempio ho parlato finora di quello che si chiama “edilizia residenziale pubblica sovvenzionata” le famose “case popolari”
    Poi esiste la “edilizia residenziale pubblica agevolata” ceduta in proprietà. Si tratta di un settore da sempre in mano alle imprese di costruzioni,alle cooperative di scopo (di poliziotti, vigili del fuoco, ecc.), cooperative edilizie (di tutti i colori) ed i loro consorzi. Un libero mercato con prezzi calmierati con una intermediazione pubblica non eccessiva. Anche se in alcune realtà urbane vengono fuori dei quartieri ghetto (non per qualità edilizia di solito buona, ma per mancanza di collegamenti, attrezzature e servizi), gli abitanti alla fine ce la fanno a migliorarli perché si tratta di gente normale (mediamente giovani con figli, reddito medio, istruiti) che riesce a farsi sentire e valere alla lunga.
    La cosiddetta edilizia residenziale pubblica agevolata per la locazione (case solo da affittare a prezzi calmierati) è marginale in Italia.
    Quanto ai citati fondi si tratta di fondi immobiliari chiusi (molto diffusi nall’estero, previsti nel il nostro ordinamento per modernizzare il settore immobiliare e totalmente privati) a rendimento calmierato. La riduzione del rendimento è accettabile per gli investitori privati a fronte di garanzie dei cosiddetti investitori istituzionali (settore pubblico, fondazioni bancarie, fondi pensioni – all’estero -,ecc.). Al pubblico si chiedono di conferire capitale iniziale e, soprattutto, immobili e terreni. Cosa ne verrà fuori e se diventeranno uno strumento diffuso per costruire “case in qualche misura pubbliche con soldi privati” solo il tempo dirà. Il giocattolo è stato messo a punto dalla Fondazione Cariplo alcuni anni fa e poi è stato molto dibattuto da addetti ai lavori, enti pubblici e fondazioni bancarie. Concordo però con il fatto che il meccanismo potrà dar luogo a nuove sofisticate forme di intermediazione pubblica perché il settore pubblico non si limiterà di certo a conferire capitali e beni ma vorrà gestire con i soliti corollari.
    A Bardamu: con gli attuali meccanismi di calcolo del valore di esproprio, vorrei essere espropriato subito. Certo il danno può essere non tanto economico quanto al mio diritto di autodeterminazione …

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