21
Lug
2018

In ricordo di Tristam Engelhardt—di Gilberto Corbellini

Riceviamo, e volentieri pubblichiamo, da Gilberto Corbellini.

Hugo Tristam Engelhardt, scomparso il 21 giugno scorso, fu protagonista della discussione che negli anni Settanta e Ottanta rifondava filosoficamente e politicamente l’etica della medicina in Occidente, introducendo il principio che le persone autonome e capaci di autodeterminarsi hanno un diritto fondamentale a essere rispettate nelle loro scelte e valori. Il filosofo texano ha criticato fino all’ultimo l’idea che si possa trovare un fondamento ultimo per la bioetica secolare, difendendo pragmaticamente una posizione libertaria come approdo procedurale a difesa dalle tentazioni fondamentaliste di ispirazione razionalista.

A livello generale sono note le posizioni bioetiche radicali contenute in Foundations of bioethics (1986; 1996; trad. it. Manuale di bioetica, 1991). In particolare, le idee di “stranieri morali”, di bioetica ”procedurale” o del “permesso” e la definizione di “persona umana” come agente autonomo con la capacità di apprezzare le approvazioni e disapprovazioni che sono alla base della negoziazione morale, per cui stante l’assenza di tali capacità si giustificherebbero date certe condizioni l’infanticidio, la sperimentazione con feti, o comunque la morte di non-persone. Il suo contributo al dibattito bioetico, prima della conversione al cristianesimo ortodosso nel 1991, è stato mostrare che in un contesto culturale laico, cioè secolare e pluralista, e stante che su basi razionali non è possibile fondare “canonicamente” alcuna morale, l’atteggiamento libertario è l’unico che possa efficacemente funzionare. Queste idee sono state scambiate per una difesa della bioetica laica, mentre intendeva solo spiegare cosa si può dire o difendere coerentemente, per evitare prevaricazioni morali, da una prospettiva laica e razionale che comunque manca di un fondamento ultimo, sui temi della bioetica.

Per l’Engelhardt, la filosofia morale di fondo del “cosmopolitismo liberale” dell’Occidente, emersa dal processo di secolarizzazione causato dalla culturale illuminista, è una terra abitata da “stranieri morali”, cioè individui che «non hanno in comune premesse morali e norme di dimostrazione e di inferenza che consentano loro di risolvere le controversie morali mediante l’argomentazione razionale, e che non possono farlo neppure appellandosi a individui o istituzioni di cui riconoscono l’autorità». Come possono dunque queste persone, che non sono più guidate da un affidamento in Dio, nel quale il filosofo texano ha trovato infine un approdo convertendosi al cristianesimo ortodosso in quanto forma religiosa più vicina alle dottrine dei padri della chiesa (via antiqua) e non compromessa come il cattolicesimo nelle preoccupazioni di rincorrere aspettative politico-culturali mondane, negoziare i loro valori?

In una famoso passaggio dei Manuale di bioetica scriveva che «degli stranieri morali possono benissimo incontrarsi al mercato per acquistare, vendere, stipulare contratti e concludere accordi. Medici e pazienti con opinioni morali divergenti possono negoziare che cosa devono aspettarsi gli uni dagli altri seguendo le procedure del consenso libero e informato. I diritti di non interferenza possono trovare attuazione anche in assenza di convergenze non puramente formali su una nozione di bene”.

A metà del decennio scorso, Engelhardt ritornava sulla questione delle implicazioni del pluralismo bioetico, nel contesto di una riflessione critica sull’aspirazione, enunciata dalle agenzie internazionali (UNESCO), di adottare norme bioetiche uniformi (global bioethics). Egli giudicava irrealizzabile tale scopo, proprio a causa dell’irriducibile pluralismo morale e bioetico su questioni chiave come scelte di inizio o fine vita, o allocazione di risorse sanitarie scarse. I medici devono semelicemente prendere atto delle origini di ogni specifica controversia morale che li estrania dai loro pazienti e dai loro colleghi, e riconoscere che le differenze economiche e morali possono portare a diversi standard di cura. Prendere sul serio la diversità bioetica implica scegliere approcci morali procedurali che consentano una collaborazione pacifica a fronte di disaccordi morali sostanziali.

Nel 2000 Engelhardt pubblicava un libro nel quel decisamente esprimeva la sua autentica posizione, e non solo quella riguardante le modalità più funzionali per negoziare principi e valori discordanti nel contesto di un’etica/bioetica senza fondamenti. In Foundations of Christian Bioethics rivendicava come riferimento “canonico” per la bioetica il cristianesimo tradizionale, contrapposto a quello secolare e post-tradizionale, fondato su autorità (mediata dalla conoscenza esperienziale di Dio) ed esclusività. Questa idea cristiana tradizionalista, in conflitto con il cosmopolitismo liberale, definisce un territorio abitato “amici morali” che abbracciano visioni patriarcali e sessiste, che nell’attuale contesto politico-culturale sono in genere ritenute illiberali. Le implicazioni pratiche della bioetica cristiana sono prevedibilmente il divieto di contraccezione, aborto e diagnosi prenatale. La fecondazione assistita è ammessa solo se praticata dal marito, senza coinvolgimento di terze persone. Engelhardt rifiuta anche qualunque richiamo al distacco o meno da una naturalità biologica, e la dottrina del doppio effetto, che sono argomenti utilizzati dalla Chiesa Cattolica nelle valutazione dell’eticità di qualunque pratica medica innovativa.

Al di là delle tesi personali, difese in tempi diversi e su diversi fronti dal bioeticista texano, non si deve ignorare che egli svolse un ruolo chiave nella costruzione dei contenuti e delle implicazioni delle riflessioni filosofiche sulla medicina. Si trova in alcuni suoi saggi di inizi anni Settanta l’idea che salute e malattia non sarebbero tanto concetti “naturalistici”, quanto “normativi”, ovvero che i valori e le credenze concorrerebbero a definire cosa sia o meno malattia, per esempio. Un suo articolo sulla concettualizzazione della masturbazione come malattia nella storia della medicina ha avuto un certo peso nella discussione sullo statuto epistemologico della medicina, così come sono state molto discusse le sue critiche alle aspettative di definire naturalisticamente le malattie mentali. La sua idea era che nella categorizzazione di una data condizione di malattia non entrano in gioco solo argomenti naturalistici o scientifici, ma anche i valori sociali e le istanze soggettive delle persone.

A Engelhardt si deve inoltre l’architettura filosofica del Rapporto Belmont del 1979, cioè del documento più importante per la storia della bioetica occidentale. Durante la discussione sui principi etici fondamentali da mettere alla base della sperimentazione umana, numerosi contributi furono inviati alla National Commission for the Protection of Human Subjects of Biomedical and Behavioral Research. Il suo saggio, intitolato, Basic ethical principles in the conduct of biomedical and behavioral research involving human subjects, suggeriva, sulla base anche di considerazioni che facevano riferimento alle tradizioni kantiana e utilitaristica dell’etica, tre principi etici intorno ai quali raggruppare gli atteggiamenti morali verso la ricerca su soggetti umani, stante che diverse questioni sono in gioco nella dispute sui conflitti relativi diritti e doveri, ovvero sui valori e gli obblighi verso persone che hanno interessi per ricavare un bene e decidere sulla base di valori individuali. I principi che egli propose, anche attraverso un’analisi puntuale del Codice di Norimberga erano “rispetto per i soggetti umani come agenti liberi”, “incoraggiare i migliori interessi dei soggetti umani”, “massimizzare i benefici cumulabili per la società”. Ne derivava il requisito del consenso libero e informato dei soggetti umani competenti, il requisito del consenso da parte di tutori per soggetti umani incompetenti, di evitare ogni coercizione nel contesto del consenso e l’interesse per la società che le persone partecipino alla ricerca sperimentale. Quelle idee, più di tutte le decine di altre che furono proposte, entrarono a costituire l’architettura teorica del Rapporto Belmont.

In occasione della consegna del Life-Time Achievement Award, assegnatogli per i quarant’anni di partecipazione alle attività dell’American Society for Bioethics and Humanities, il 25 ottobre 2013, Engelhardt teneva un breve discorso al centro del quale vi erano due idee: l’accettazione della diversità morale in bioetica e il riemergere delle bioetiche religiose.

Serve coraggio morale per affrontare i limiti e vivere con la diversità morale. Serve coraggio per vedere la vera natura del settore. […] La maggior parte della bioetica oggi procede senza fondamenti.  […] …sono colpito dal coraggio crescente di dissentire pubblicamente con diverse ideologie consolidate e forme di politicamente corretto professionale. Questo è il trionfo dello spirito umano. Dopo tutto, la diversità morale è la più impegnativa forma di diversità umana.

Leave a Reply