17
Mar
2015

Legalità e rispetto delle regole—di Guido Ottolenghi

Ritenendolo di particolare interesse per il lettore, ripubblichiamo il testo dell’intervento di Guido Ottolenghi, presidente di Confindustria Romagna, tenuto in occasione del convegno su “Legalità e rispetto delle regole nella logistica” organizzato da Filt CGIL Cesena, Forlì e Ravenna (Cervia, 27 febbraio 2015).

Buongiorno e grazie per l’invito a questa convegno.
Vorrei prima di tutto ricordare che da tempo la nostra associazione promuove la cultura della legalità, insieme al tema della giustizia e della sua amministrazione, con iniziative e riconoscimenti. Quando parliamo di legalità, non pensiamo solo al rispetto delle leggi, ma anche al tema di isolare l’illegalità sul nascere. Chiediamo anche un costante impegno civico per far sì che il mondo in cui viviamo avanzi e non arretri. Non pensiamo che se le cose vanno male sia responsabilità di qualcun altro metterle a posto: da soli non possiamo certo cambiare il mondo, ma senza di noi il mondo non cambia. Se non ci mettiamo in gioco quando vediamo qualcosa che non va, se non ci esponiamo almeno qualche volta, quel che ci sembra quieto vivere un giorno scopriremo che è diventato omertà.
Sul tema della legalità Confindustria, a livello nazionale, ha siglato quattro anni fa con il ministero dell’Interno un protocollo che prevede numerose iniziative, tra cui quella di inserire in appositi elenchi (vendors’ list) i partner commerciali selezionati sulla base di criteri di trasparenza e di affidabilità, acquisire la documentazione antimafia anche nei rapporti tra privati, tracciare i flussi finanziari, prevedere clausole risolutive nei contratti e denunciare eventuali fenomeni criminali subiti. E’ stata istituita in Confindustria una Commissione paritetica per la legalità, che ha il compito proprio di monitorarne l’attuazione e di elaborare proposte e soluzioni per consentire una piena ed efficace realizzazione di questi obiettivi. A livello locale Confindustria Ravenna ha recentemente adottato il modello organizzativo 231, in coerenza con quanto proposto alle aziende e nel solco di quell’attenzione al principio di legalità su cui l’Associazione si impegna da tempo a livello istituzionale. Perché questa attenzione? Perché, come ricordato in più occasioni, la legalità ci dà la fiducia di poter dare il meglio, consapevoli che i frutti di questo sforzo – sia esso intellettuale o materiale – non saranno espropriati. Ci assicura che le regole entro cui ci muoviamo sono uguali per tutti: è un valore essenziale per la nostra società, e lo è ancora di più in momenti di crisi, in cui la tentazione di prendere scorciatoie può diventare per alcuni più forte.
L’altro punto del dibattito di questa mattina è il settore della logistica, in cui la mia azienda opera, e che sta vivendo un momento di grandi cambiamenti e tensioni anche sul territorio. Per capire dove affondano le radici di questo dibattito, può essere utile guardare alla storia del movimento cooperativo, visto che viviamo e lavoriamo in uno dei contesti italiani a maggior vocazione cooperativistica soprattutto nel settore dei servizi.
Il movimento cooperativo ha origini da intenti nobili, e per altrettanto nobili motivi si è sviluppato ed è cresciuto – soprattutto nel nostro territorio – acquisendo significatività anche sul piano giuslavoristico e fiscale. Nata nel giugno 1950, la Lega Provinciale delle Cooperative e Mutue di Ravenna (oggi Legacoop) ha accompagnato e determinato, la crescita e le trasformazioni del movimento cooperativo provinciale, passato da movimento di massa ancora strettamente legato al mondo agricolo-bracciantile a moderno e diversificato sistema di imprese. Un lento processo evolutivo, in cui la Lega Provinciale stessa ha progressivamente mutato fisionomia, da organismo di rappresentanza politico-sindacale a strumento d’indirizzo e di orientamento imprenditoriale. Questi cambiamenti sono anche correlati alle trasformazioni che hanno investito l’economia e la società ravennate negli ultimi 60 anni: la perdita di importanza delle campagne prima e delle manifatture poi, a beneficio delle varie sfaccettature del terziario, ha condizionato il posizionamento sul mercato del movimento cooperativo.
Molti autorevoli studiosi hanno osservato come la cooperazione soffra di una “proprietà debole” e viva divisa tra la volontà di essere impresa e confrontarsi sul mercato, e la rivendicazione di una natura diversa. Col tempo, parallelamente a questa dicotomia si sono fatti via via più blandi i controlli per stabilire quel confine del concetto di mutualità che definisce cosa sia effettivamente cooperativo e cosa no. E così, oggi quello che è nato come uno strumento a fini solidali, ha assunto una connotazione via via più imprenditoriale, pur mantenendo i vantaggi giuslavoristici e fiscali riservati a suo tempo dal legislatore alla cooperazione. Tale dicotomia ha reso molto attraente l’uso dello strumento cooperativo, almeno nelle attività ad alta intensità di manodopera. Io ricordo che nella logistica integrata (quella degli interporti ad esempio) le aziende private 25 anni fa usavano i padroncini per il trasporto ed avevano dipendenti per l’attività di magazzino. Ora è tutto gestito da cooperative.
Ciò è legittimo e la cooperazione non è una riserva di un settore di attività e di un gruppo ideologico. I presidi legislativi esistono e vanno fatti applicare nei casi (e mi è ben chiaro che ve ne sono) in cui lo strumento viene abusato. Ma poiché non mi avete invitato per sentirvi dire quel che già pensate, vorrei suggerire quel che dico ai mei colleghi imprenditori nella nostra associazione: tutelare le ragioni della categoria è più importante che tutelarne gli interessi, perché è infine un modo più profondo di tutelare gli interessi duraturi, anche se scalda meno gli animi ed i cuori. Provo ad esprimere questo concetto con un esempio portuale: il più grande operatore del mondo di terminal per prodotti liquidi (il mio mestiere), si chiama Vopak. È quotato alla borsa di Amsterdam e vale oltre 6 mld di €, possiede oltre 70 terminal in tutto il mondo. Il suo logo è un cappello rosso stilizzato: esso era nel ‘600 il simbolo dei portuali di Amsterdam, che forse tutelarono le loro particolarità e privilegi, ma mai mettendo a rischio lo sviluppo del loro porto, e che colsero le dinamiche dell’evoluzioni dei mercati investendo e non facendo barricate. All’altro estremo dello spettro ci sono forse i portuali di Marsiglia, ormai noti in tutto il mondo occidentale per la loro disponibilità a usare con pesantezza il loro potere di interdizione ogni volta che percepiscono che un loro privilegio viene sfiorato. Il nostro porto è un luogo di eccellenza, ed ha una storia di armonia tra i diversi soggetti che vi operano, ma non è così dovunque. Nel lungo periodo è evidente che dove si è lottato per i soli privilegi vi è stata decadenza. Dove invece gli operatori hanno intuito l’evoluzione dei mercati, bilanciandola correttamente con le ragioni della categoria, hanno prosperato.
Dunque a mio avviso se oggi percepiamo che lo strumento cooperativo venga largamente utilizzato surrettiziamente, o addirittura come luogo di infiltrazione di attività criminali come suggerisce la locandina del convegno, ritengo che sia nostro dovere vigilare attivamente, coordinando gli onesti sforzi di imprese capitaliste e cooperative, lavoratori e istituzioni per arginare questo fenomeno. Ma al contempo il mio appello è di fare attenzione a non invocare la legalità per arginare la concorrenza, poiché così si avvilisce il concetto di legalità e si tradiscono le ragioni di lungo periodo della categoria. In questo filone di pensiero mi permetto, forse nel luogo e nel momento più sbagliato, di ricordare la figura di Luigi Sturzo. Prete siciliano, attivista politico, organizzatore di cooperative di braccianti e operai, e di casse rurali in Sicilia alla fine del 1800 fu poi tra i fondatori del partito popolare italiano nel 1919 (appello agli uomini liberi e forti), di cui fu segretario fino al 1923 quando per la sua opposizione al fascismo fu convinto dal Vaticano a dimettersi. Dovette poi andare in esilio nel 1924 per le minacce alla sua vita dei fascisti in seguito alle sue posizioni dopo l’omicidio di Matteotti. Tornato in Italia dopo la guerra Sturzo fu un pensatore critico e si oppose ad un eccesso di statalismo e a un dilagare della spesa pubblica che a suo avviso avrebbe consolidato malcostume e corruzione e nel lungo periodo creato un debito insostenibile. Tra le osservazione che faceva a quell’epoca, lui fondatore di cooperative in epoche in cui vi erano ben poche tutele legislative e molti rischi, vi era quella che forse lo strumento cooperativo aveva esaurito la sua missione. A mio avviso su questo Sturzo sbagliò, ma ciò anche perché le cooperative, proprio negli anni ’50 e ’60, seppero cogliere i cambiamenti dei tempi ed adeguarsi, e svolsero così un nuovo ruolo sociale negli anni dello sviluppo. Tuttavia porsi quella domanda allora e riporsela adesso è uno stimolo da non rifiutare. Oggi lo strumento cooperativo viene usato per banche, industrie pesanti, assicurazioni, grande distribuzione, trasporti, costruzioni, e continua ad avere di alcuni privilegi fiscali e soprattutto una flessibilità nel mercato del lavoro che è stata sempre negata alle imprese tradizionali. Se questo vantaggio non viene governato con saggezza anche da voi, esso potrà essere difeso con le barricate, ma cadrà prima o poi. Dunque nel pensare al tema della legalità nel dibattito odierno, dopo avere sottoscritto appieno la centralità della legge, vi invito a riflettere se non vi sono opportunità di maggiore legalità anche in un meditato ripensamento e in una ulteriore evoluzione dello stesso strumento della cooperazione.
Grazie dell’attenzione.

3 Responses

  1. ALESSIO DI MICHELE

    Legalità ? Le cooperative, dove le leggi appoggiano e perpetuano l’ anarchia fiscale ? Confindustria ? Quella di Squinzi, che prima disse “eliminate sovvenzioni ed IRaP, così i validi non devono mantenere i decotti”, poi ha fatto marcia indietro e da un pezzo è aderito al PUSP (Partito unico della spesa pubblica) ?
    Va bene essere un po’ azzardosi, ma qua sembra F. T. Marinetti “L’ assedio di Adrianopoli”.

  2. Dino Kaliman

    ” isolare l’illegalità sul nascere.” Ho pensato a questa modalità: http://chn.ge/UjooO8 si tratta di stabilire se i tempi sono maturi per la maggioranza delle imprenditorialità attuali.

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